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LARS KEPLER,
L'ESECUTORE.

Titolo originale Paganini-kontraktet.
Traduzione di ALESSANDRO BASSINI, MONICA CORBETTA e BARBARA FAGNONI.


Copyright Lars Kepler 2010.
Copyright 2010 Longanesi & C., Milano.








Si chiama Joona Linna ed è di origini
finlandesi, ma da anni ormai Stoccol-
ma è la sua casa. E stato in ogni vicolo,
viale e piazza.
Ma Joona Linna non è mai stato in quel-
l'appartamento elegante e lussuoso, da
cui proviene una musica struggente e ra-
refatta. Un brano di violino suonato da
un esecutore impareggiabile.
Joona Linna non è mai stato nel salot-
tino dell'appartamento: è l'unica stan-
za totalmente spoglia, priva di arreda-
mento, senza soprammobili, insolita-
mente vuota.
A parte il corpo.
L'uomo è come sospeso a pochi centi-
metri dal pavimento e sembra ondeg-
giare nell'aria seguendo il placido suo-
no del violino, mescolato al ronzio in-
dolente delle mosche.
Aveva ragione il collega che l'ha chia-
mato sulla scena del delitto: c'è qualco-
sa di inspiegabile. Il cadavere sembra
fluttuare nel nulla.
Omicidio o suicidio?
Da ispettore della squadra omicidi di
Stoccolma, Joona Linna sa che le appa-
renze sono soltanto il velo ingannatore
dietro cui si nascondono i crimini. E i
crimini nascono da una cosa sola: i de-
sideri.
Quello che Joona Linna non sa è che
anche i desideri più ambiziosi, anche i
sogni più sfrenati possono realizzarsi.
Quello che Joona Linna non sa è che la
paura può trasformare qualunque so-
gno in un orribile incubo.
Quello che l'ispettore Joona Linna non
sa è che dai nostri incubi peggiori non
ci può sottrarre nemmeno la morte.


LARS KEPLER è lo pseudonimo dei co-
niugi Alexander Ahndoril e Alexandra
Coelho Ahndoril.
Vivono a Stoccolma con le loro tre fi-
glie, a pochi metri dalla centrale di po-
lizia. Sono appassionatissimi di cinema
e da quando si conoscono guardano al-
meno un film al giorno.
Entrambi sono scrittori, ma nel 2009
hanno deciso di sospendere momenta-
neamente le loro carriere separate per
provare a scrivere un romanzo insieme.
Ne è nato il caso editoriale europeo del
2010. L'ipnotista, il romanzo che ha
scalzato dalla vetta delle classifiche
svedesi la trilogia di Larsson.
L'ipnotista ha venduto oltre 200.000
copie in Italia ed è balzato in cima alle
classifiche di tutti i paesi europei in cui
è stato pubblicato.
L'esecutore è il secondo romanzo con
protagonista l'ispettore Joona Linna.
www.larskepler.it








LARS KEPLER,
L'ESECUTORE.






La notte è chiara e c'è bonaccia quando la grossa imbarcazione
da diporto viene trovata alla deriva nella Jungfrufjàrden, la baia
della vergine, nell'arcipelago meridionale di Stoccolma. L'ac-
qua è di uno spento color grigioblu e si muove lieve come neb-
bia.
Il vecchio che sta remando al largo sulla sua piccola barca
grida qualcosa un paio di volte, intuendo però che non riceverà
risposta. Da terra ha osservato l'imbarcazione a motore per
quasi un'ora: con la prua rivolta verso riva la barca ha seguito
al largo la corrente lenta.
L'uomo manovra in modo da affiancarla. Ritira i remi, or-
meggia alla piattaforma per l'accesso in acqua, si arrampica su
per la scaletta di metallo e oltre l'impavesata. Al centro del pon-
te di poppa c'è una sdraio rosa. Il vecchio rimane in ascolto per
un momento. Non sentendo alcun rumore apre la porta a vetri
ed entra nel soggiorno. Attraverso le grandi finestre una luce
grigia si spande sui mobili in tek laccato e sui divani di un tes-
suto blu scuro. L'uomo scende per una scaletta ripida rivestita
di legno lucido, oltrepassa la buia cucina di bordo, il bagno ed
entra nella cabina grande. Una luce fioca filtra dalle finestrelle
vicino al soffitto e illumina un letto matrimoniale a forma di
punta di freccia. Una ragazza con un giubbotto di jeans è sedu-
ta dalla parte della spalliera. E appoggiata alla parete, sembra
molle, quasi accartocciata, ha le gambe aperte e una mano po-
sata su un cuscino rosa. Guarda il vecchio dritto negli occhi, in
viso un'espressione interrogativa e preoccupata.
L'uomo ci impiega un po' a capire che la donna è morta.
Tra i lunghi capelli scuri ha un fermaglio a forma di colom-
ba bianca, una colomba della pace.
Quando il vecchio le si avvicina e le sfiora la guancia, la testa
della donna si piega in avanti e un denso rivolo d'acqua le esce
dalle labbra scivolandole sul mento.


La parola « musica » rimanda all'arte delle muse e trae il suo si-
gnificato dal mito greco. Le nove muse erano figlie di Zeus e della
titanide Mnemosine, dea della memoria. La musa della musica,
Euterpe, di solito viene raffigurata con un doppio flauto appoggia-
to alle labbra, e il suo nome significa « dispensatrice di gioia ».
Il talento musicale non e una dote comune a tutti. Vi sono uo-
mini privi della capacità di sentire le variazioni delle frequenze
sonore delle note e uomini che, fin dalla nascita, possiedono un'im-
mensa memoria musicale e quell'orecchio assoluto che permette di
riprodurre esattamente una nota senza il benché minimo riferi-
mento.
Attraverso i secoli sono fioriti numerosi geni musicali, alcuni
dei quali hanno riscosso notevole fama, come Wolfgang Amadeus
Mozart, che già a sei anni suonava presso le corti di tutta Europa,
e Ludwig van Beethoven, che scrisse molte delle sue opere più im-
portanti dopo essere diventato completamente sordo.


Niccolò Paganini nacque a Genova nel 1782. Era un violinista
e compositore autodidatta. Ed entrò subito nella leggenda. Nel cor-
so del tempo, solo in casi eccezionali le scoppiettanti partiture di
Paganini hanno trovato un esecutore che fosse all'altezza. Da sem-
pre, si dice che la stupefacente abilità del maestro fosse frutto di un
patto col diavolo.






1.
Un presentimento.

Penelope Fernandez ha un brivido lungo la schiena. D'un trat-
to il cuore le batte più veloce, e lei si guarda di scatto alle spalle.
Forse proprio in quell'istante ha un presentimento di quanto
accadrà quel giorno.
Nonostante il caldo che c'è nello studio, Penelope prova una
sensazione di freschezza in viso. Le è rimasta addosso dal mo-
mento del trucco. Le hanno picchiettato sulla pelle la fredda
spugnetta della cipria e tolto il fermaglio con la colomba della
pace dai capelli, pettinati con una mousse che fìssa i ricci quasi
fossero stelle filanti.
Penelope Fernandez è presidente del gruppo Svenska freds-
och skiljedomsfòrening, un'associazione pacifista. Adesso la
fanno entrare in silenzio nello studio del telegiornale, dove si
siede sotto la luce dei riflettori di fronte a Pontus Salman, di-
rettore generale della Silencia Defence, società per azioni pro-
duttrice di armi.
Stefanie von Sydow, la conduttrice, cambia argomento,
guarda in camera e inizia a parlare dei licenziamenti seguiti al-
l'acquisizione della società per azioni Bofors da parte della
compagnia britannica di sistemi di difesa BAE Systems Ltd.
Poi si rivolge a Penelope: « Penelope Fernandez, nel corso di
diversi dibattiti lei si è espressa in termini molto critici riguardo
alla gestione dell'esportazione delle armi in Svezia. Di recente
ha fatto un paragone con lo scandalo francese dell'Angolagate.
Politici e uomini d'affari molto in vista sono stati accusati di
corruzione e traffico illecito di armi e sono stati condannati a
diversi anni di carcere... In Svezia però non si è ancora visto
niente del genere, giusto? »
« Si può dare una doppia interpretazione », risponde Penelo-
pe Fernandez. « O il nostro sistema politico funziona in modo
diverso, o è il nostro sistema giudiziario a funzionare in modo
diverso. »
«Lei sa molto bene», dice Pontus Salman, «che abbiamo
una lunga tradizione di... »
« Secondo la legge svedese... » lo interrompe Penelope. « Se-
condo la legge svedese, la produzione e l'esportazione di mate-
riale bellico sono proibite. »
« Si sbaglia », dice Salman.
« Articoli 3 e 6 della legge sul materiale bellico », precisa Pe-
nelope.
« La Silencia Defence però ha ottenuto un parere prelimina-
re positivo », replica Pontus con un sorriso.
« Certo, altrimenti staremmo parlando di detenzione illegale
di armi su larga scala e... »
« Noi adesso abbiamo tutte le autorizzazioni del caso », la in-
terrompe lui.
«Non dimentichiamo a quali fini è destinato il materiale
bellico... »
«Un attimo, Penelope», interviene la conduttrice Stefanie
von Sydow e fa un cenno con la testa a Pontus Salman, il quale
ha alzato la mano per segnalare che non ha ancora finito.
« Tutte le transazioni vengono esaminate in via preventiva »,
spiega lui. « Direttamente dal governo o dall'Autorità per il
controllo dei prodotti strategici, forse la conosce... »
« La Francia ha un corrispettivo di quest'ente », interviene
Penelope. « Eppure materiale bellico per otto miliardi di coro-
ne è arrivato in Angola nonostante l'embargo imposto dalle
Nazioni Unite, cioè un divieto assoluto e perentorio...»
« Qui stiamo parlando della Svezia. »
« So bene che le commesse per voi sono importanti, ma mi
piacerebbe sapere come motivate l'esportazione di enormi
quantità di munizioni in Kenya. Un paese che... »
« Lei non può provare le sue affermazioni », la interrompe
ancora lui. «Non ha nulla in mano, nemmeno uno straccio
di prova, o no? »
« Purtroppo non posso... »
« Ha degli elementi di prova a sostegno delle sue affermazio-
ni? » interviene Stefanie von Sydow.
« No », risponde Penelope Fernandez e abbassa lo sguardo.
« Ma io... »
« E allora ci deve delle scuse », ribatte Pontus Salman.
Penelope lo guarda negli occhi, sente la rabbia e la frustra-
zione che le montano dentro, ma non apre bocca. Pontus Sal-
man sorride sprezzante e sposta l'enfasi sul nuovo complesso
industriale di Trollhàttan, dove la Silencia Defence ha creato
duecento posti di lavoro. Poi accenna al parere preventivo e
fa il punto sulla capacità produttiva dell'impianto. Parla senza
concedersi nemmeno una pausa, in modo che Penelope non
possa inserirsi nel discorso.
Penelope ascolta e decide di non dare retta al moto d'orgo-
glio che la scuote. Si concentra invece sul pensiero di Bjòrn;
presto saranno a bordo della sua barca. Per prima cosa prepa-
reranno il letto, poi riempiranno il frigorifero e il piccolo con-
gelatore. Si immagina il luccichio dei bicchieri pieni di acqua-
vite mentre gusteranno aringhe marinate, aringhe con senape,
filetti di aringhe dolci, patate novelle, uova sode e pane croc-
cante. Apparecchieranno sul ponte di poppa, getteranno l'an-
cora vicino a un'isoletta dell'arcipelago e mangeranno per ore
al sole del tramonto.


Penelope Fernandez esce dall'edifìcio della Sveriges Television
e si dirige verso Valhallavàgen. Ha aspettato quasi due ore per
partecipare a un altro dibattito televisivo, poi i produttori le
hanno detto che la sua presenza non era più prevista e che sa-
rebbe stata sostituita da una dietologa. Tema: cinque trucchi
fondamentali per sfoggiare fianchi snelli e pancia piatta in vista
dell'estate.
In lontananza, verso Gärdet, Penelope scorge il tendone va-
riopinto del Circo Massimo. Un addetto sta lavando due ele-
fanti con una canna. Uno solleva la proboscide in aria e apre la
bocca al violento getto d'acqua.
Penelope ha solo ventiquattro anni, capelli ricci e scuri che
le arrivano appena sotto le scapole. Al collo le brilla una cate-
nina d'argento con un piccolo crocifìsso, regalo della prima co-
munione. Ha la pelle di un morbido colore dorato. Come olio
d'oliva o miele, aveva scritto un ragazzo in un tema dei primi
anni delle superiori. Gli occhi sono grandi, lo sguardo è pene-
trante. Più di una volta le hanno detto che somiglia tantissimo
a Sofìa Loren.
Penelope prende il cellulare e chiama Björn per dirgli che sta
arrivando, che sta per entrare in metropolitana a Karlaplan.
« Penny? E successo qualcosa? » chiede lui con voce angosciata.
« No, perché? »
« È tutto pronto, ti ho lasciato un messaggio in segreteria,
manchi solo tu. »
« Stai tranquillo, va tutto bene, sto arrivando. »
Ma quando imbocca la lunga e ripida scala mobile che porta
alla banchina della metro, il cuore comincia a batterle forte. Pe-
nelope chiude gli occhi e cerca di non perdere il controllo. Ma
la scala sprofonda sempre più giù e si assottiglia, mentre l'aria si
fa sempre più fredda.
Penelope Fernandez è originaria di La Libertad, uno dei di-
partimenti più grandi di El Salvador. Claudia, la madre di Pe-
nelope, durante la guerra civile è finita in carcere, e Penelope è
nata in una cella in cui quindici donne internate si sono prese
cura di lei a turno. Sua madre era medico e si era battuta a lun-
go per dare un'istruzione ai tanti che erano esclusi dal sistema
educativo. Era finita nelle prigioni segrete del regime per aver
cercato di convincere la popolazione indigena a costituire un
sindacato che potesse difendere i diritti dei più deboli.
Solo quando raggiunge la banchina Penelope apre gli occhi.
La sensazione di claustrofobia è passata. Ripensa a Björn, che la
sta aspettando al club nautico a Langholmen. Lei adora fare il
bagno nuda, tuffarsi dalla barca dritta in acqua, vedere soltanto
il mare e il cielo.
Il treno della metropolitana avanza a scossoni, dal finestrino
entra il sole quando si esce all'aperto alla stazione di Gamia
Stan.
Penelope Fernandez odia la guerra, la violenza e il potere
delle armi. E un odio bruciante che l'ha portata a laurearsi
in scienze politiche a Uppsala e a conseguire un dottorato pres-
so il dipartimento di ricerca per la pace e i conflitti. Ha lavo-
rato per l'associazione francese Action Contre la Faim in Dar-
fur insieme a Jane Oduya. Ha scritto un articolo molto apprez-
zato sul Dagens Nyheter sulle donne che si trovano nei campi
profughi e che cercano di rifarsi una vita dopo le violenze e i
traumi subiti. Da due anni ha preso il posto di Frida Blom co-
me presidente di Svenska Frede.
Penelope scende a Hornstull e risale alla luce del sole; d'un
tratto si sente afferrata da un'inesplicabile inquietudine e si af-
fretta giù per Pàlsundsbacken verso Söder Mälarstrand, attra-
versa di corsa il ponte fino a Làngholmen e prende la strada
a sinistra per il porticciolo. La polvere della ghiaia è sospesa co-
me nebbia nell'aria immobile.
La barca di Björn è ormeggiata all'ombra sotto il Vaster-
bron, i movimenti dell'acqua creano una rete di luce che si ri-
flette ondeggiante sulle grigie travi d'acciaio più sopra.
Lei lo vede sul ponte di poppa, ha un cappello da cowboy. E
in piedi, fermo, a braccia conserte.
Penelope si ficca due dita in bocca e fischia. Björn ha un sus-
sulto, sbianca in viso, come se si fosse spaventato a morte. Sposta
lo sguardo sulla strada e finalmente la vede. Quando raggiunge
la passerella negli occhi ha ancora un po' di preoccupazione.
« Cosa c'è? » chiede lei continuando a scendere le scale verso
le imbarcazioni.
« Niente », risponde Björn, si raddrizza il cappello e cerca di
sorridere.
Si abbracciano, e lei sente che lui ha le mani gelate e che la
sua camicia è bagnata sulla schiena.
« Sei tutto sudato », dice.
Björn sfugge con lo sguardo.
« Mi sono stancato da morire a preparare tutto. »
« Hai preso la mia borsa? »
Lui annuisce e fa un gesto in direzione della cabina. La barca
dondola dolcemente sotto i piedi di Penelope, che sente l'odore
della plastica scaldata dal sole e del legno laccato.
« Pronto? » dice allegra. « Dove sei con la testa? »
I capelli color paglia gli sparano in tutte le direzioni, raccolti
in piccoli dreads. Gli occhi azzurri sono infantili, sorridenti.
« Sono qui », risponde lui, sempre con lo sguardo basso.
« A cosa stai pensando? »
«Al fatto che finalmente staremo insieme per un po'», ri-
sponde lui stringendole le braccia intorno alla vita. « E faremo
l'amore in mezzo alla natura. »
Le sfiora i capelli con le labbra.
« Lo speri davvero? » sussurra lei.
« Sì », risponde lui.
Penelope ride della sua sincerità.
« Guarda che la maggior parte delle persone... delle donne,
almeno, pensa che questa sia un'idea un po' sopravvalutata»,
dice. « Star sdraiati per terra in mezzo alle formiche, sui sassi
e... »
« E come fare il bagno nudi », ribatte Björn.
« Dovrai cercare di convincermi », dice lei audace.
« Lo farò. »
« E come? » chiede lei ridendo, proprio mentre il suo cellu-
lare comincia a suonare nella borsa di stoffa.
Björn sembra pietrificato quando sente il primo squillo. Il
colore gli scompare dalle guance. Penelope guarda il display, è
sua sorella che la sta chiamando.
«E Viola», dice sbrigativa a Björn prima di rispondere.
« Hola, sorellina. »
Si sente un clacson, e la sorella urla qualcosa.
« Pazzo disgraziato », borbotta poi.
« Cos'è successo? »
«E finita», dice la sorella. «Ho mollato Sergej.»
« Un'altra volta », aggiunge Penelope.
« Già », dice Viola piano.
« Scusa », replica Penelope. « Lo so che ci stai male. »
« Non più di tanto, ma... La mamma mi ha detto che uscite
in barca e ho pensato che... vorrei venire anch'io, se posso. »
C'è una pausa di silenzio.
« Vorresti venire anche tu », ripete Penelope senza alcun en-
tusiasmo nella voce. «A dire il vero, io e Björn avremmo biso-
gno di stare un po' insieme da soli, ma... »






2.
L'inseguitore.

Penelope è al posto di comando, ha un leggero sarong blu le-
gato in vita e il reggiseno del bikini bianco, con il simbolo della
pace sul seno destro. La luce dell'estate la investe attraverso il
parabrezza. Aggira con cautela il faro di Kungshamn e poi ma-
novra la grossa imbarcazione attraverso lo stretto.
Sua sorella Viola si alza dalla sdraio rosa sul ponte di poppa.
E rimasta seduta lì per un'ora, con in testa il cappello da cow-
boy di Björn e degli enormi occhiali da sole, a fumarsi una can-
na con gesti stanchi.
Per cinque volte Viola cerca di raccogliere dal pavimento la
scatola di fiammiferi con le dita dei piedi, poi desiste. Penelope
non riesce a trattenere un sorriso. Viola entra dalla porta a vetri
del soggiorno e chiede se deve darle il cambio.
«Altrimenti vado giù a preparare un margarita», dice an-
dando verso la scala.
Björn è sdraiato sopra un telo da mare sul ponte di prua, il
tascabile delle Metamorfosi di Ovidio a fargli da cuscino.
Penelope nota che la parte alta del parapetto vicino ai piedi
di lui è arrugginita. Björn ha ricevuto in dono la barca dal pa-
dre quando ha compiuto vent'anni, ma non ha i soldi per la
manutenzione. La grossa imbarcazione da diporto è l'unico re-
galo che abbia mai avuto dal genitore, fatta eccezione per un
viaggio. Per il suo cinquantesimo compleanno, il padre aveva
invitato Björn e Penelope in uno dei suoi migliori hotel a cin-
que stelle, il Kamaya Resort sulla costa orientale del Kenya. Pe-
nelope si era fermata lì solo due giorni, poi aveva raggiunto il
campo profughi di Kubbum nel Darfur, nel Sudan meridiona-
le, dove operava l'associazione francese Action Contre la Faim.
Mentre si avvicinano al ponte di Skurusund Penelope dimi-
nuisce la velocità, passando da otto a cinque nodi. Del traffico
intenso che ci scorre sopra non giunge nemmeno un'eco. Sci-
volano precisi sull'acqua, nell'ombra, quando lei vede un gom-
mone nero accanto al pilone di cemento armato. E un'imbar-
cazione uguale a quelle utilizzate dall'esercito. Un RIB con sca-
fo in fibra di vetro e motori molto potenti.
Penelope ha quasi superato il ponte e in quel momento si
rende conto che c'è qualcuno sul gommone. Un uomo è acco-
vacciato in un punto buio e le gira le spalle. Lei non capisce
perché le aumentino le pulsazioni alla vista improvvisa di quel-
la persona. Dev'essere qualcosa nella sua nuca o in quei vestiti
neri. Si sente osservata anche se l'uomo è girato di schiena.
Quando riemerge alla luce del sole Penelope ha i brividi, e la
pelle d'oca sulle braccia le rimane per un po'.
Passato Duvnàs accelera fino a raggiungere i quindici nodi. I
due motori di bordo rombano, l'acqua ribolle dietro di loro e
la barca fende veloce la piatta superficie del mare.
Il telefono di Penelope suona: è il numero di sua madre.
Forse ha visto il dibattito in tv. Per un attimo Penelope pensa
che sua madre la stia chiamando per dirle che era bella ed è sta-
ta brava, ma sa che è soltanto una fantasia.
« Ciao mamma. »
« Ciao », sussurra l'altra in risposta.
« Cosa c'è? »
« La schiena... Devo andare dal chiropratico », dice Claudia,
e sembra che stia riempiendo un bicchiere con dell'acqua del
rubinetto. « Volevo solo sapere se hai parlato con Viola. »
« E in barca con noi », risponde Penelope e sente che sua ma-
dre sta bevendo.
«E con voi, meno male... Ho pensato che le avrebbe fatto
bene. »
« Le farà bene di sicuro », dice Penelope con dolcezza.
« Cosa mangerete? »
« Stasera abbiamo aringhe marinate, patate, uova... »
« Non le piacciono le aringhe. »
«Mamma, Viola mi ha chiamato all'ultimo... »
« Lo so che non avevi previsto che ci sarebbe stata anche lei »,
la interrompe Claudia. « Te lo chiedo per quello. »
« Ho preparato anche le polpette », dice Penelope paziente.
« E bastano per tutti? »
« Se bastano per tutti? Dipende... »
Penelope si azzittisce e fissa l'acqua che brilla.
« Posso rinunciare alla mia parte », aggiunge poi calma.
«Nel caso non bastassero», ribadisce la mamma. «Volevo
dire quello. »
« Ho capito », dice lei piano.
« Fai l'offésa adesso? » chiede la donna trattenendo l'irrita-
zione.
« È solo che... Viola è adulta e... »
« Adesso mi deludi proprio. »
« Scusa. »
« Tu mangi sempre le mie polpette a Natale e per la festa di
mezz'estate e... »
« Non lo farò più », taglia corto Penelope.
« Bene. L'hai detto. »
« Intendevo solo che... »
« Non verrai per la festa di mezz'estate », la interrompe Clau-
dia con voce turbata.
«Mamma, perché devi sempre... »
Si sente un clic quando sua madre riaggancia. Penelope ri-
mane zitta e si sente tremare dentro per la rabbia, guarda il te-
lefono e poi lo spegne.
L'imbarcazione viaggia lentamente sul riflesso verde dei pen-
dii coperti di vegetazione. La scala della cucina scricchiola, e un
attimo dopo Viola compare un po' vacillante con il suo mar-
garita.
« Era la mamma? »
« Sì. »
« Ha paura che io non abbia da mangiare? » chiede Viola
sorridendo.
« Cibo ce n'è », risponde Penelope.
« La mamma pensa che io non sia in grado di badare a me
stessa.»
« E solo preoccupata per te. »
« Per te però non si preoccupa mai. »
« Io me la cavo. »
Viola assaggia il cocktail e guarda fuori dal finestrino.
« Ho visto il dibattito in tv », dice.
« Stamattina? Con Pontus Salman? »
«No, era... settimana scorsa. Parlavi con un tipo arrogante
che... aveva un bel nome e... »
« Palmcrona », dice Penelope.
« Esatto, Palmcrona... »
«Mi sono arrabbiata, sono diventata rossa e mi veniva da
piangere, volevo recitare Masters of War di Bob Dylan e poi
correr via sbattendo la porta. »
Viola osserva Penelope allungarsi e aprire la finestrella in alto.
« Non pensavo che ti depilassi le ascelle », dice.
«Infatti, solo che sono spesso in televisione e...»
« La vanità ha avuto la meglio », scherza Viola.
« Non volevo che qualcuno si scandalizzasse solo per qualche
pelo sotto le ascelle. »
« E là sotto come sei messa? »
« Insomma... »
Penelope solleva il sarong, e Viola scoppia a ridere.
«A Björn piace così», dice Penelope con un sorriso.
« Lui non può proprio dir niente, con quei dreads. »
« Tu invece ti depili dappertutto per benino », dice Penelope
con voce tagliente. « Per i tuoi uomini sposati o per quegli idio-
ti tutti muscoli e...»
« Senti, lo so che sono un disastro con gli uomini e che non
ho giudizio... » la interrompe Viola.
« In effetti non ne hai proprio. »
« Non ho mai combinato niente di buono. »
« Dovresti soltanto darti da fare per alzare i tuoi voti e... »
Viola fa spallucce: «A dire la verità ho fatto il test per l'uni-
versità ».
Fendono dolcemente l'acqua trasparente, mentre alcuni
gabbiani seguono la barca dall'alto.
« Com'è andato? » chiede Penelope alla fine.
«Mi è sembrato facile», risponde Viola e lecca il sale dal
bordo del bicchiere.
« Allora sarà andato bene », commenta Penelope sorridendo.
Viola annuisce e appoggia il bicchiere.
« Bene quanto? » insiste Penelope e le dà una botta al fianco.
« Ho preso il massimo », risponde Viola abbassando gli oc-
chi.
Penelope lancia un gridolino di gioia e abbraccia forte sua
sorella.
« Ti rendi conto di cosa significa? » urla Penelope emoziona-
ta. « Puoi studiare quello che vuoi, andare in qualsiasi univer-
sità, puoi scegliere economia e commercio, o medicina, o la
scuola di giornalismo... »
La ragazza ride e arrossisce, e Penelope la abbraccia di nuo-
vo, facendole cadere il cappello. Dà una carezza a Viola sulla
testa, le sistema i ciuffi ribelli come faceva sempre quando era-
no piccole, si toglie il fermaglio con la colomba dai capelli e lo
fissa in quelli della sorella, la guarda e sorride soddisfatta.






3.
Una barca alla deriva nella Jungfrußärden.

Come un coltello la prua fende la superfìcie piatta con un ru-
more viscoso e fluido. Vanno veloci. Cavalloni giganti raggiun-
gono la riva. La barca fa una virata stretta fra le onde che si
frangono e rimbalzano fragorosamente facendo spruzzare l'ac-
qua tutt'intorno. Penelope si dirige verso l'insenatura con i
motori a tutta. La prua si solleva, e l'acqua bianca e spumeg-
giante si divide dietro la poppa.
« Sei pazza », urla Viola e si toglie il fermaglio dai capelli, co-
me faceva sempre da bambina, appena finivano di pettinarla.
Björn si sveglia quando approdano all'isola di Gaso. Man-
giano un gelato e prendono un caffè. Viola vuole giocare a mi-
nigolf sul minuscolo campo, così ripartono solo nel tardo po-
meriggio.
A babordo l'insenatura si apre davanti a loro, come un im-
menso pavimento di pietra.
L'idea sarebbe quella di attraccare a Kastskär, un'isola piut-
tosto selvaggia, lunga, con un restringimento al centro. Sul lato
meridionale c'è una caletta verdeggiante dove si può ormeggia-
re la barca, fare un bagno, una grigliata e passare la notte.
« Scendo a sdraiarmi un attimo », dice Viola sbadigliando.
« Va bene », ribatte Penelope con un sorriso.
Viola scende la scala, e Penelope torna a guardare avanti.
Diminuisce la velocità e tiene gli occhi incollati allo scandaglio
elettronico, che segnala le rocce mentre si avvicinano a Kast-
skär. Rapidamente il fondale diventa poco profondo, si passa
da quaranta metri a cinque.
Björn entra e bacia Penelope sul collo.
« Preparo qualcosa da mangiare? » chiede.
« Viola ha bisogno di dormire un'oretta. »
«Adesso sembri proprio tua madre», commenta lui dolce.
« Ti ha già chiamato? »
« Si. »
«Avete litigato?»
Lei scuote la testa.
« Cosa c'è? » chiede lui. « Sei triste? »
«No, solo che la mamma... »
« Cosa? »
Penelope si asciuga le lacrime dalle guance sorridendo.
« Mi ha detto di non andare alla festa di mezz'estate. »
Björn la abbraccia.
« Dovresti fregartene. »
« Lo sto facendo. »
Lentamente, molto lentamente, Penelope manovra la barca
portandola dentro la caletta. I motori ronzano piano. Sono così
vicini alla terraferma adesso, che lei riesce a sentire il profumo
della calda vegetazione dell'isola.
Ormeggiano, decidono di andare verso gli scogli. Björn salta
a terra con la cima, sul pendio ripido, e la fissa al tronco di un
albero.
Il terreno è coperto di muschio. Lui rimane lì a guardare Pe-
nelope. Al rumore dell'argano qualche uccello vola via dalla ci-
ma degli alberi.
Penelope si infila i pantaloncini e le scarpe da ginnastica
bianche e scende a terra facendosi aiutare da lui.
«Andiamo a dare un'occhiata all'isola?»
« Non dovevi convincermi di qualcosa? » chiede lei indu-
giando.
« Ah, certo. Dei vantaggi della legislazione che ci permette di
sbarcare dove vogliamo... »
Lei annuisce sorridente, mentre lui le accarezza i capelli e la-
scia scorrere le dita sulle sue guance marcate e sulle sopracciglia
scure e folte.
« Come fai a essere così bella? »
La bacia piano sulle labbra e poi si avvia verso la boscaglia.
Al centro dell'isola c'è una piccola radura con un prato di
erba alta. Farfalle e calabroni si spostano da un fiore all'altro.
Fa molto caldo al sole, l'acqua si intravede scintillante fra gli
alberi a nord. Penelope e Björn si fermano, incerti, si guardano
sorridendo e poi si fanno seri.
« E se arriva qualcuno? » dice lei.
« Ci siamo solo noi sull'isola. »
« Sei sicuro? »
« Quante isole ci sono nell'arcipelago di Stoccolma? Trenta-
mila? Sicuramente di più », dice lui.
Penelope si toglie il reggiseno del bikini, lancia via le scarpe
e si abbassa gli slip insieme ai pantaloncini, rimanendo nuda in
mezzo all'erba. L'imbarazzo iniziale si trasforma subito in un
brivido di pura gioia. Le viene da pensare che l'aria di mare
a contatto con la pelle è davvero eccitante, così come il calore
che il terreno sta ancora emanando.
Björn la guarda, assicurandole di non essere un voyeur, seb-
bene abbia intenzione di guardarla ancora per un po'. Penelope
è alta, ha le braccia muscolose, ma allo stesso tempo di una ro-
tondità morbida. La vita stretta e le cosce forti la fanno sembra-
re una dea antica.
A Björn tremano le mani mentre si toglie la maglietta e il
costume da bagno a fiori lungo fino al ginocchio. E più giova-
ne di lei, il suo corpo è quello di un ragazzo, quasi non ha un
pelo, le spalle sono già scottate dal sole.
«Adesso voglio guardarti io», dice lei.
Lui arrossisce e le si avvicina con un gran sorriso.
« Non posso? »
Lui scuote la testa, nasconde il viso sul collo e tra i capelli di
lei.
Si baciano, nel silenzio, tenendosi stretti. Penelope sente la
sua lingua calda in bocca, e una conturbante sensazione di feli-
cità che la attraversa. Caccia indietro il sorriso che le affiora sulle
labbra per continuare a baciarlo. Il loro respiro è affannato. Pe-
nelope avverte l'erezione di Björn, sente il suo cuore battere più
veloce. Si sdraiano, eccitati, facendosi spazio nell'erba alta. Lui le
bacia i seni, i capezzoli scuri, la pancia, e le apre le gambe. Men-
tre la guarda, gli sembra che i loro corpi brillino di luce propria
nel sole al tramonto. D'un tratto tutto è molto intimo e delicato.
Lei è bagnata quando lui inizia a leccarla, piano, dolcemente,
Penelope gli deve spostare la testa dopo un attimo. Gli sussurra
qualcosa, lo attira a sé, lo guida con la mano e lo lascia entrare
dentro di sé. Penelope sente il respiro pesante di Björn nell'orec-
chio mentre il suo sguardo si perde nel cielo rosa.
Dopo, lei è in piedi nuda nell'erba calda, si stiracchia, fa
qualche passo e sbircia tra gli alberi.
« Cosa c'è? » chiede Björn con voce profonda.
Penelope lo guarda; lui è seduto per terra, nudo, e le sorride.
« Ti sei scottato le spalle. »
« Mi succede ogni estate. »
Prova a toccarsi con cautela la pelle arrossata.
«Torniamo indietro, adesso ho fame», dice lei.
« Voglio fare una nuotata, prima. »
Lei si infila gli slip e i pantaloncini, le scarpe e rimane lì con
in mano il reggiseno del bikini. Indugia con lo sguardo sul suo
petto liscio, sui muscoli delle braccia, sul tatuaggio della spalla,
sull'abbronzatura poco curata e sugli occhi chiari e gioiosi.
« La prossima volta tu stai sotto », dice lei ridendo.
« La prossima volta », ripete lui divertito. « Non avevo dubbi. »
Lei ride e gli fa un cenno di saluto. Anche lui ride, si sdraia
sulla schiena a guardare il cielo. Penelope lo sente fischiettare
mentre attraversa il bosco diretta alla piccola e ripida spiaggia
in cui è ormeggiata la barca.
Si ferma un attimo per rimettersi il bikini prima di arrivare
all'imbarcazione.
Salita a bordo, si chiede se Viola stia ancora dormendo. De-
cide di mettere a bollire una pentola con le patate e l'aneto, e
poi di andare a lavarsi e a mettersi addosso qualcosa di pulito.
Strano che il ponte di poppa sia bagnato come dopo un ac-
quazzone. Viola deve averlo passato con la redazza per qualche
strano motivo. La barca sembra diversa. Penelope non riesce a
capire il perché, ma tutto d'un tratto le viene la pelle d'oca, un
brivido le corre lungo la schiena. C'è un silenzio quasi totale
quando gli uccelli smettono di cinguettare. Si sente solo il gor-
goglio dell'acqua contro lo scafo e il cigolio attutito della cima
intorno all'albero. All'improvviso Penelope è pienamente co-
sciente dei propri movimenti. Scende le scale verso poppa, vede
che la porta della cabina degli ospiti è aperta. La luce è accesa,
ma Viola non c'è. A Penelope trema la mano mentre bussa alla
porta della piccola toilette. Apre, dà un'occhiata dentro e poi
risale sul ponte. In lontananza nella caletta vede Björn che
avanza a nuoto. Gli fa un cenno con la mano, ma lui non la
vede.
Penelope apre la porta a vetri del soggiorno, passa davanti ai
divani blu, al tavolo di tek e al posto di comando.
« Viola? » prova a chiamare.
Scende in cucina, prende una pentola, ma la appoggia subi-
to sui fornelli, perché il cuore comincia a batterle all'impazzata.
Guarda nel bagno grande e poi continua verso la cabina di
prua, dove di solito dormono lei e Björn. Apre la porta, si guar-
da in giro nell'ambiente buio e in un primo momento le sem-
bra di vedersi allo specchio.
Viola è seduta immobile sul letto, una mano appoggiata so-
pra il cuscino rosa che avevano preso in un negozio di seconda
mano.
« Cosa ci fai qui? »
Penelope sente se stessa chiedere alla sorella cosa ci fa in ca-
mera sua, ma ha già capito che troppe cose non tornano. Viola
è spaventosamente bianca e umida in viso, i capelli sono bagna-
ti e spettinati.
Penelope le si avvicina, solleva il viso della sorella, geme pia-
no e poi grida, vicinissima alla faccia della ragazza:
« Viola? Cos'è successo? Viola? »
Ma ha già capito cos'è successo, cosa c'è che non va, sua so-
rella non respira, la pelle non emana calore, non è rimasto
niente di lei, la scintilla della vita è spenta. Diventa tutto buio,
la camera angusta si chiude su Penelope. Con una voce che le
sembra quella di un'estranea piange e arretra inciampando, fa
cadere dei vestiti, picchia forte una spalla contro lo stipite, si
gira e sale di corsa la scala.
Appena esce sul ponte di poppa respira a pieni polmoni co-
me se fosse sul punto di soffocare. Tossisce e si guarda intorno
sentendo un gelido terrore invaderle il corpo. Un centinaio di
metri più in là, sulla spiaggia, vede uno sconosciuto vestito di
nero. Inspiegabilmente i tasselli nella testa di Penelope vanno al
loro posto. Sa che quell'uomo è lo stesso che si trovava sul
gommone militare fermo nell'ombra sotto il ponte, quello
che le girava le spalle mentre passavano. Capisce che l'uomo
vestito di nero ha ucciso Viola e ancora non ha finito il suo la-
voro.
L'uomo è sulla spiaggia e fa dei segni a Björn che sta nuo-
tando a una ventina di metri da riva, gli grida qualcosa e alza
un braccio. Björn lo sente e si ferma, si tiene a galla e con lo
sguardo esplora la terraferma.
I secondi sembrano infiniti. Penelope si precipita al posto di
comando, rovista nella scatola degli attrezzi, trova un coltello e
corre sul ponte di poppa.
Percepisce i movimenti lenti di Björn, i cerchi d'acqua che gli
si formano intorno. Sta guardando l'uomo con aria interrogati-
va. L'uomo gli fa cenno di avvicinarsi, vuole che torni sulla
spiaggia. Björn sorride incerto e inizia a tornare a riva nuotando.
« Björn! » urla Penelope con quanto fiato ha in gola. « Nuota
al largo! »
L'uomo sulla spiaggia si gira verso di lei e inizia a correre in
direzione della barca. Penelope scioglie la cima, scivola sul pon-
te di legno bagnato, si rialza, inciampando arriva al posto di
comando e accende il motore. Senza guardarsi indietro leva
l'ancora e contemporaneamente inserisce la retromarcia.
Björn deve averla sentita, perché sta nuotando verso la barca,
adesso. Penelope gli va incontro e intanto vede che l'uomo ve-
stito di nero ha cambiato direzione e corre su per il pendio ver-
so l'altro lato dell'isola. Senza quasi averci pensato Penelope ca-
pisce che l'uomo ha lasciato il suo gommone nella caletta a
nord.
E lei deve per forza passare da lì.
Gira la grossa imbarcazione e la guida verso Björn. Gli grida
qualcosa, si avvicina, rallenta e gli allunga la gaffa. Il mare è
freddo. Lui è spaventato e sfinito. La testa gli finisce continua-
mente sott'acqua. Lei lo ferisce con la punta della gaffa, gli san-
guina la fronte.
« Devi tenerti », grida.
Il gommone nero sta già iniziando a fare il giro dell'isola. Lei
sente distintamente il rumore del motore. Björn fa una smorfia
di dolore. Dopo vari tentativi, alla fine riesce ad aggrapparsi al-
la gaffa. Penelope lo tira più in fretta che può verso la piatta-
forma per l'accesso in acqua. Lui si afferra al bordo. Lei fa ca-
dere la gaffa, che si perde in mare.
«Viola è morta», grida lei, mentre disperazione e panico si
mischiano nella sua voce.
Appena Björn è al sicuro sulla scaletta, Penelope corre al po-
sto di comando e riparte a tutta velocità.
Björn scavalca il parapetto e le urla di andare dritta verso
Ornäs.
Il gommone è velocissimo, il rumore dei suoi motori è sem-
pre più vicino, dietro di loro.
Lei fa una curva stretta e si sente un suono sordo sotto lo
scafo.
« Ha ucciso Viola », geme Penelope.
«Attenta allo scoglio», dice Björn battendo i denti.
Il gommone ha passato Stora Kastskär e adesso accelera in
mare aperto.
Il viso di Björn è insanguinato.
Si avvicinano a velocità massima all'isola più grande. Björn
si volta, vede che il gommone è a trecento metri da loro.
« Vai verso il molo! »
Lei fa manovra, inserisce la retro e spegne il motore appena
la prua va a sbattere contro il pontile. La fiancata sfrega contro
una scaletta di legno bagnata. Le onde si muovono fruscianti
verso gli scogli e rotolano indietro. L'imbarcazione si piega
su un fianco, e la scaletta si disintegra in mille schegge. L'acqua
sbatte contro il parapetto. I due scendono dalla barca sul pon-
tile. Alle loro spalle lo scafo cullato dalle onde picchia con un
rumore secco contro il molo. Si precipitano verso la terraferma
mentre il gommone si avvicina rombando. Penelope inciampa,
si appoggia con una mano e ansimando inizia a salire la spiag-
gia ripida in direzione del bosco. I motori del gommone adesso
tacciono, e Penelope sa che il loro vantaggio è insignificante.
Lei e Björn corrono tra gli alberi, nel folto del bosco, mentre
i pensieri le fuggono via dalla testa in preda al panico e lo
sguardo cerca un nascondiglio.






4.
L'uomo sospeso.

L'articolo 21 del codice di polizia fornisce tutte le istruzioni per
entrare in una casa, in una stanza o in un altro luogo, se c'è
motivo di supporre che qualcuno all'interno sia morto, privo
di conoscenza o comunque impossibilitato a chiamare aiuto.
La ragione per cui quel sabato di giugno il sovrintendente di
polizia John Bengtsson ha ricevuto l'incarico di ispezionare
l'appartamento all'ultimo piano di Grevgatan 2 è che il diret-
tore generale dell'Autorità per il controllo dei prodotti strategi-
ci, Carl Palmcrona, inspiegabilmente non si è presentato al la-
voro, facendo saltare un appuntamento con il ministro degli
Esteri.
Non è certo la prima volta che John Bengtsson entra in
un'abitazione per controllare se all'interno vi siano morti o fe-
riti. La maggior parte delle volte si trattava di parenti che so-
spettavano un suicidio del loro congiunto. Genitori terrorizzati
costretti ad aspettare in silenzio sulle scale, mentre lui entrava e
ispezionava le stanze. Gli è capitato di incappare in ragazzi qua-
si privi di pulsazioni dopo un'overdose di eroina e più di una
volta si è trovato sul luogo di un omicidio: donne ammazzate
di botte davanti al televisore in soggiorno.
John Bengtsson varca il portone. Ha con sé arnesi da scasso e
un grimaldello a pistola. Sale al quinto piano con l'ascensore e
suona il campanello. Aspetta un attimo, poi appoggia la pesan-
te valigia sul pianerottolo e attacca la serratura della porta blin-
data. D'un tratto sulle scale sente un rumore di piedi strascica-
ti, un piano sotto. Sembra quasi che qualcuno stia scendendo a
passi silenziosi, furtivi. Il poliziotto rimane in ascolto, quindi
tenta di abbassare la maniglia: la porta non è chiusa a chiave
e si apre scivolando dolcemente sui quattro cardini.
« C'è qualcuno in casa? » urla.
John Bengtsson aspetta qualche secondo, trascina la valigia
oltre la soglia, si chiude la porta alle spalle, pulisce i piedi sullo
zerbino e poi entra nell'ampio ingresso.
Da una stanza adiacente arrivano le placide note di una mu-
sica soffusa. Il poliziotto le segue, bussa ed entra. E un salotto
spazioso, arredato in modo spartano con tre divani Carl Malm-
sten, un basso tavolino di vetro e su una delle pareti un piccolo
dipinto di una nave nella tempesta. Un bagliore bluastro si
spande da un impianto stereo sottile e trasparente. Le casse ri-
mandano la musica di un violino malinconico.
John Bengtsson va verso la porta doppia, la apre e si trova a
guardare in un salottino con alte finestre Jugendstil. La luce
estiva irrompe attraverso i piccoli riquadri della parte alta del
vetro.
Un uomo è sospeso al centro della stanza bianca.
Sembra un fenomeno soprannaturale.
John Bengtsson si ferma e fissa il morto. Dopo quella che
pare un'eternità, si accorge che una corda da bucato è fissata
al gancio del lampadario.
L'uomo, ben vestito, è immobile, come se si fosse bloccato
all'apice di un salto, il collo del piede allungato, la punta delle
scarpe a indicare il pavimento.
E impiccato, ma c'è di più, un tassello fuori posto, qualcosa
di sbagliato.
John Bengtsson non può oltrepassare la soglia. Il luogo del
ritrovamento deve essere lasciato intatto. Ha il battito accelera-
to, sente il ritmo pesante delle pulsazioni, deglutisce con fatica,
ma non riesce a togliere gli occhi dall'uomo sospeso nella stan-
za vuota.
Nella testa del poliziotto risuona un nome, come un sussur-
ro: Joona, devo parlare con Joona Linna.
Non ci sono mobili nella stanza, solo un uomo impiccato. E
con ogni probabilità si tratta di Carl Palmcrona.
La corda è fissata al centro del soffitto al gancio del lampa-
dario nel mezzo del rosone.
Non aveva niente su cui arrampicarsi, pensa John Bengts-
son.
Il soffitto sarà alto almeno tre metri e mezzo.
John Bengtsson cerca di calmarsi, di raccogliere i pensieri e
registrare tutto quello che vede. Il viso dell'uomo è bianco co-
me glassa, e nei suoi occhi spalancati si vede solo qualche punto
rosso. L'uomo indossa un soprabito sul completo grigio chiaro
e scarpe basse. Una valigetta scura e un cellulare sono sul par-
quet, poco distanti dalla pozza di urina che si è formata sotto il
corpo.
Improvvisamente l'uomo impiccato dondola.
John Bengtsson trattiene il respiro.
Si sente un tonfo provenire dall'alto, colpi di martello nel
solaio, qualcuno sta camminando sul pavimento di sopra, un
altro tonfo e il corpo di Palmcrona dondola di nuovo. Si sente
il rumore di un trapano, poi più niente. Un uomo sbraita qual-
cosa. Urla che ha bisogno di più filo.
John Bengtsson si accorge che le pulsazioni gli stanno tor-
nando regolari mentre attraversa di nuovo il salotto. La porta
d'ingresso è aperta. Il poliziotto si ferma, è sicuro di averla
chiusa, ma forse si sbaglia. Lascia l'appartamento e, prima di
fare rapporto, prende il cellulare e chiama Joona Linna alla po-
lizia criminale.






5.
La commissione omicidi.

È l'inizio di giugno. Da parecchie settimane la gente a Stoccol-
ma si sveglia troppo presto la mattina. Il sole sorge alle tre e
mezzo, e per quasi tutta la notte è pieno giorno. C'è stato un
caldo anticipo d'estate. Ciliegi selvatici e lillà sbocciano fianco
a fianco. Pesanti grappoli di fiori diffondono il loro profumo
da Kronobergsparken fino all'ingresso della direzione generale
della polizia.
La polizia criminale è l'unica polizia centrale operativa in
Svezia, con il compito di combattere i crimini più gravi su pia-
no nazionale e internazionale.
Il capo della polizia criminale, Carlos Eliasson, è in piedi al-
la finestra all'ottavo piano, lo sguardo rivolto ai ripidi pendii
del parco. Ha in mano il telefono, compone il numero di Joo-
na Linna, e ancora una volta scatta la segreteria, così interrom-
pe la comunicazione, appoggia il telefono sulla scrivania e
guarda l'orologio.
Petter Nàslund entra nell'ufficio di Carlos e si schiarisce con
discrezione la voce, si ferma e si appoggia a un cartello con
scritto « Vigilare, marcare a uomo e irritare ».
Dall'ufficio accanto arrivano brandelli di una stanca telefo-
nata su mandati di cattura europei e il sistema informativo di
Schengen.
« Pollock e i suoi tra poco saranno qui », esordisce Petter.
« Lo so che ore sono », replica Carlos pacato.
« Be', comunque i tramezzini sono pronti. »
Carlos trattiene un sorriso e chiede: «Hai sentito che c'è
qualcuno in odore di promozione? »
Petter arrossisce e abbassa gli occhi, si ricompone e poi alza
di nuovo lo sguardo. « Io... Ti viene in mente un nome miglio-
re per la commissione omicidi? » chiede.
La commissione omicidi è composta da sei esperti che se-
guono i casi di omicidio in tutta la Svezia. La commissione la-
vora in modo molto sistematico, secondo una metodologia de-
nominata Investigazione sui crimini gravi.
Il carico di lavoro dei membri permanenti della commissio-
ne è enorme. Sono così richiesti che non hanno quasi mai tem-
po di vedersi tra loro.
Dopo che Petter Nàslund è uscito dall'ufficio, Carlos si siede
a guardare i pesci paradiso nell'acquario. Proprio mentre si al-
lunga per prendere il barattolo del mangime suona il telefono.
« Pronto? » risponde.
« Stanno salendo », dice Magnus dalla reception.
« Grazie. »
Carlos fa un ultimo tentativo di mettersi in contatto con Joo-
na Linna, poi si alza, si dà un'occhiata allo specchio ed esce dal-
l'ufficio. Non appena è in corridoio, si sente il segnale dell'ascen-
sore in arrivo, le porte si aprono scivolando di lato senza rumore.
Alla vista della commissione omicidi un'immagine subitanea
passa nella testa di Carlos. Un ricordo del concerto dei Rolling
Stones a cui era andato anni prima con un paio di colleghi. La
band che si era presentata sul palco ricordava un gruppo di uo-
mini d'affari. Proprio come quelli della commissione omicidi, i
Rolling Stones indossavano tutti abito scuro e cravatta.
Per primo esce Nathan Pollock, i capelli grigi raccolti in una
coda di cavallo; poi Erik Eriksson, con gli occhiali tempestati
di brillanti, motivo per cui all'interno del gruppo lo chiamano
Elton; dietro di lui Niklas Dent di fianco a P.G. Bondesson, e
per ultimo arriva Tommy Kofoed, il tecnico della scientifica,
gobbo e imbronciato.
Carlos li fa accomodare in sala riunioni. Benny Rubin, il capo
operativo, li sta già aspettando seduto al tavolo rotondo con una
tazza di caffè nero. Tommy Kofoed prende una mela dal cesto
della frutta e inizia a mangiarla masticando rumorosamente.
Nathan Pollock lo osserva sorridendo e scuote la testa quando,
con aria interrogativa, Tommy si blocca a metà di un morso.
« Benvenuti », esordisce Carlos. « Mi fa piacere che tutti ab-
biate trovato tempo e modo di essere qui, perché abbiamo di-
versi punti importanti all'ordine del giorno da discutere. »
« Non dovrebbe esserci anche Joona Linna? » chiede Tommy
Kofoed.
« Sì », risponde Carlos titubante.
« Lui fa quello che vuole », dice Pollock sottovoce.
«Joona ha risolto il caso di Tumba non molto tempo fa»,
continua Tommy Kofoed. « Ci penso di continuo, lui era sicu-
rissimo... sapeva esattamente qual era la sequenza degli omici-
di. »
« Contro ogni stramaledetta logica », dice Elton e ride.
« Io conosco in ogni dettaglio le più avanzate metodologie
d'indagine », riprende Tommy. « Ma a Joona è bastato sempli-
cemente entrare e osservare le tracce di sangue, proprio non rie-
sco a capire... »
«Lui ha considerato tutto l'insieme», commenta Nathan
Pollock. « L'intensità della violenza, lo sforzo, lo stress e la stan-
chezza che denotavano le impronte nella villetta rispetto a quel-
le nello spogliatoio. »
« Be', comunque io non riesco ancora a crederci », mugugna
Tommy Kofoed.
Carlos si schiarisce la voce e abbassa gli occhi sull'ordine del
giorno.
« La polizia marittima ci ha chiamato ieri », dice. « Pare che
un anziano pescatore abbia trovato il cadavere di una donna. »
« Nella sua rete? »
« No, ha visto una grossa imbarcazione da diporto alla deriva
al largo di Dalarò, si è avvicinato, è salito a bordo e l'ha trovata
seduta sul letto in una cabina a prua. »
« Non mi sembra un caso per la commissione », commenta
Petter Nàslund con un sorriso.
« È stata uccisa? » chiede Nathan Pollock.
« Probabile suicidio », risponde Petter secco.
« Niente di urgente », dice Carlos e si serve una fetta di torta.
« Ma volevo comunque parlarvene. »
« Nient'altro? » chiede Tommy Kofoed burbero.
« Abbiamo una richiesta da parte della polizia del Vastra Go-
taland», dice Carlos. «Trovate un resoconto scritto sul tavo-
lo. »
« Io non credo di potermene occupare », commenta Pollock.
« So che siete tutti impegnatissimi », replica Carlos mentre
con calma pulisce il tavolo dalle briciole. « Forse dovremmo co-
minciare da un altro argomento e parlare di... di chi verrà pro-
mosso alla commissione omicidi. »
Benny Rubin si guarda intorno con sguardo tagliente e chia-
risce che la direzione riconosce l'enorme carico di lavoro e per
questo, come prima misura, ha predisposto di ampliare l'orga-
nico della commissione aggiungendo una risorsa in servizio
permanente.
« Vi lascio la parola », dice Carlos.
« Non sarebbe meglio se ci fosse anche Joona a discutere di
questo punto? » chiede Tommy Kofoed e si allunga sul tavolo
per scegliere uno dei tramezzini ancora confezionati.
« Non è detto che venga », risponde Carlos.
«Possiamo fare uno spuntino, intanto», soggiunge Erik
Eriksson sistemandosi gli occhiali luccicanti.
Tommy Kofoed toglie la plastica che avvolge un tramezzino
al salmone, scarta l'aneto, spruzza qualche goccia di limone sul
pesce e poi apre il tovagliolo con le posate.
Improvvisamente si spalanca la porta della grande sala riu-
nioni, e Joona Linna fa il suo ingresso.
« Syo filli, poyat», dice in finlandese sorridendo.
« Esatto », ride Nathan Pollock. « Mangia l'aneto, ragazzo. »
Nathan e Joona si guardano divertiti negli occhi. Tommy
Kofoed arrossisce e scrolla la testa con un sorriso.
« Titti», ripete Nathan Pollock e poi scoppia a ridere quan-
do Joona si avvicina a Tommy e rimette l'aneto sul tramezzino.
« Possiamo continuare l'incontro? » dice Petter.
Joona stringe la mano a Nathan Pollock, trova una sedia li-
bera, si toglie la giacca scura, la appoggia sullo schienale e si
siede.
« Chiedo scusa », dice a voce bassa.
« Sei il benvenuto », replica Carlos.
« Grazie. »
« Stavamo proprio per affrontare la questione della promo-
zione », spiega Carlos.
Si pizzica il labbro inferiore, mentre Petter Nàslund comin-
cia a muoversi nervosamente sulla sedia.
« Penso... penso sia meglio passare la parola a Nathan », con-
clude Carlos.
« Okay, grazie. Non parlo solo a mio nome », inizia a dire.
«Ma... siamo tutti d'accordo, vorremmo che tu ti unissi a noi,
Joona. »
Nella stanza cala il silenzio. Niklas Dent ed Erik Eriksson
annuiscono. Petter Naslund è seduto in controluce.
« Lo vorremmo davvero », commenta Tommy Kofoed.
« Apprezzo la vostra proposta », risponde Joona passandosi le
dita nei capelli folti. « Siete davvero in gamba, l'avete ampia-
mente dimostrato, e io rispetto il vostro lavoro... »
Sorridono tutti intorno al tavolo.
« Ma per quanto mi riguarda... Non posso lavorare basando-
mi sulla vostra metodologia. »
« Lo sappiamo, l'abbiamo capito », dice Kofoed d'un fiato.
« E un po' rigida, lo sappiamo, ma funziona, del resto è stato
dimostrato che... »
Si interrompe.
« Volevamo comunque provare a chiedertelo », dice Nathan
Pollock.
« Non credo che faccia per me », risponde Joona.
Abbassano tutti gli occhi, qualcuno annuisce, e Joona si scusa
quando gli suona il cellulare. Si alza dal tavolo ed esce dalla sala.
Dopo qualche minuto rientra e prende la giacca dalla sedia.
«Sono spiacente», dice. «Mi piacerebbe rimanere qui con
voi, ma... »
« E successo qualcosa di grave? » chiede Carlos.
« Mi ha chiamato John Bengtsson », risponde Joona. « Ha
appena trovato Carl Palmcrona. »
« Trovato? » ripete Carlos.
« Impiccato », precisa Joona.
Il suo viso simmetrico si fa molto serio, e gli occhi brillano
come vetro grigio.
« Chi è Palmcrona? » chiede Nathan Pollock. « Non riesco a
collegare il nome. »
« Il direttore generale dell' Autorità per il controllo dei pro-
dotti strategici », risponde rapido Tommy Kofoed. « E lui che
decide riguardo all'esportazione di armi dalla Svezia. »
« Le funzioni di questa autorità non sono classificate come
segrete? » chiede Carlos.
« Sì », risponde Kofoed.
« Allora forse dovrebbe occuparsene qualcuno dei servizi se-
greti. »
« Ho appena promesso a John Bengtsson di raggiungerlo »,
risponde Joona. « Qualcosa non gli torna... »
« Che cosa? » chiede Carlos.
« Era... no, devo prima vederlo di persona. »
« Sembra interessante », commenta Tommy Kofoed. « Posso
venire anch'io? »
« Se vuoi », risponde Joona.
« Allora ci sono anch'io », dice Pollock.
Carlos cerca di dire qualcosa sulla riunione in corso, ma ca-
pisce che è inutile. I tre lasciano la stanza inondata di sole ed
escono nella frescura del corridoio.






6.
Come e arrivata la morte.

Venti minuti dopo il sostituto commissario Joona Linna par-
cheggia la sua Volvo scura in Strandvàgen. Dietro di lui si fer-
ma una Lincoln Town Car color argento. Joona scende dalla
macchina e aspetta i due colleghi della commissione omicidi.
Insieme girano l'angolo ed entrano dal portone di Grevgatan 2.
Nel vecchio ascensore cigolante che li porta all'ultimo piano
Tommy Kofoed chiede a Joona, con i suoi soliti modi bruschi,
che cosa sappia fino a quel momento.
« Qualcuno ha sporto denuncia per la scomparsa di Carl
Palmcrona, perché non si è presentato al lavoro », racconta Joo-
na. « Non ha famiglia, e nessuno dei colleghi lo frequenta fuori
ufficio. Il dipartimento è stato autorizzato a mandare un con-
trollo a casa sua. John Bengtsson ha rinvenuto Palmcrona im-
piccato nell'appartamento e mi ha chiamato. Sospetta che si
tratti di un delitto, quindi voleva che lo raggiungessi subito. »
Il viso segnato di Nathan Pollock si rabbuia: « Perché sospet-
ta si tratti di un delitto? »
L'ascensore si ferma, e Joona apre la grata. John Bengtsson è
in piedi fuori dalla porta dell'appartamento di Palmcrona.
Mette via un libro tascabile e stringe la mano a Joona.
« Questi sono Tommy Kofoed e Nathan Pollock della com-
missione omicidi », dice Joona.
Si salutano brevemente.
« La porta non era chiusa a chiave quando sono arrivato », rac-
conta John. « Si sentiva della musica. Ho trovato Palmcrona im-
piccato in una delle stanze più grandi. In questi anni ho tirato
giù un sacco di gente, ma questa volta, voglio dire... forse non è
un suicidio, e vista la posizione che occupa Palmcrona... »
« Hai fatto bene a chiamarmi », dice Joona.
« Hai esaminato il cadavere? » chiede Tommy Kofoed acci-
gliato.
« Non sono nemmeno entrato nella stanza », risponde John.
« Molto bene », mugugna Kofoed, e insieme iniziano a siste-
mare i dischi dove appoggiare i piedi.
Poco dopo Joona e Nathan Pollock possono varcare l'ingres-
so. John Bengtsson aspetta vicino a uno dei divani blu. Indica
la porta doppia socchiusa, che dà su un locale luminoso. Joona
cammina sui dischi e spalanca la porta.
La calda luce del sole si riversa all'interno da una fila di alte
finestre. Carl Palmcrona è appeso al centro dell'ampia stanza.
Indossa un vestito chiaro, soprabito e scarpe basse. Le mosche
zampettano sul suo viso bianco, intorno agli occhi e agli angoli
della bocca, depongono piccole uova gialle e ronzano sulla poz-
za di urina e sull'elegante valigetta che c'è sul pavimento. La
corda ha inciso a fondo il collo di Palmcrona, lasciando un sol-
co rosso scuro; il sangue ha sporcato la camicia.
« Giustiziato », constata Tommy Kofoed infilandosi un paio
di guanti protettivi.
Qualunque traccia di scontrosità d'un tratto gli è sparita dal-
la voce e dal volto. Sorridendo si inginocchia e inizia a fotogra-
fare il cadavere.
« Con ogni probabilità troveremo lesioni alle vertebre cervi-
cali », dice Pollock.
Joona guarda il soffitto e poi il pavimento.
« Quindi si tratta di un gesto dimostrativo », continua Ko-
foed infervorandosi e fa scattare il flash mentre fotografa il
morto. « Voglio dire, l'assassino non cerca di nascondere il de-
litto, ma, al contrario, ci manda a dire qualcosa. »
« Sì, l'ho pensato anch'io », interviene John Bengtsson. « La
stanza è vuota, non ci sono sedie o scalette su cui possa essere
salito. »
« E poi, solitamente... » continua Tommy Kofoed, poi ab-
bassa la macchina fotografica e osserva il corpo socchiudendo
gli occhi. «L'impiccagione è collegata al tradimento, Giuda
Iscariota... »
« Aspetta un attimo », lo interrompe Joona.
Lo vedono fare un gesto incomprensibile rivolto al pavimento.
« Cosa c'è? » chiede Pollock.
« Io penso che si tratti di suicidio », dice Joona.
« Certo, come no, è proprio il tipico suicidio questo », com-
menta Tommy Kofoed e ride un po' troppo forte. « Ha sbattu-
to le ali ed è volato fin su... »
« La valigetta », continua Joona. « Mettendo in piedi la vali-
getta potrebbe essere riuscito a salire. »
« Ma non fino al soffitto », si intromette Pollock.
« Potrebbe aver fissato il cappio in precedenza. »
« Certo, ma secondo me ti stai sbagliando. »
Joona alza le spalle e mormora: « Insieme alla musica e ai no-
di... »
« Non dovremmo controllare la valigetta? » chiede Pollock
risoluto.
« Prima devo prelevare un po' di reperti », dice Kofoed.
In silenzio osservano il tecnico, piccolo e ingobbito, che si
muove quasi strisciando e stende sul pavimento una pellicola
di plastica nera con uno spesso strato gelatinoso. Poi con gran-
de cautela stacca la pellicola con un rullo di gomma.
« Mi prendi un paio di biopak e un involucro grande? » chie-
de indicando la borsa con il suo materiale.
« Il cartone ondulato? » domanda Pollock.
« Sì, grazie », risponde Kofoed e prende il materiale che gli
lancia il collega.
Preleva le tracce biologiche presenti sul pavimento e poi fa
segno a Pollock di entrare nella stanza.
« Troverai impronte di scarpe sul bordo della valigetta », dice
Joona. Nathan Pollock non dice niente, si avvicina alla valiget-
ta di pelle e si accovaccia. La coda di cavallo color argento gli
ricade sulle spalle della giacca quando prova a mettere in piedi
la valigetta. Impronte di scarpe nitide, di un grigio chiaro, si
notano sulla pelle scura.
« Cosa ti avevo detto? » chiede Joona.
« Cazzo! » esclama Tommy Kofoed impressionato, e il viso
stanco gli si illumina con un sorriso.
« Suicidio », bisbiglia Pollock.
«Almeno da un punto di vista puramente tecnico», dice
Joona.
Guardano tutti il corpo sospeso.
« Cosa abbiamo realmente in mano? » chiede Kofoed, ancora
con il sorriso sulle labbra. « Un uomo che decide dell'esporta-
zione di materiale bellico si è tolto la vita. »
« Non è un caso per noi », sospira Pollock.
Tommy Kofoed si toglie i guanti e fa un gesto verso il corpo.
«Joona? Cos'era quella storia dei nodi e della musica?»
chiede.
« Quello è un nodo di scotta doppio », dice Joona indicando
i nodi intorno al gancio del lampadario. « L'ho collegato alla
lunga carriera di Palmcrona in Marina. »
« E la musica? »
Joona si blocca e lo guarda pensieroso.
« Tu che cosa ne pensi? » chiede.
«Non lo so... È una sonata per violino», risponde Kofoed.
« Inizio Ottocento o... »
Smette di parlare quando sente il campanello. I quattro si
guardano. Joona si avvia verso l'ingresso, e gli altri lo seguono,
ma si fermano nel salotto per non farsi vedere dalle scale.
Joona arriva alla porta, si ferma e valuta se guardare dallo
spioncino, ma decide di no. Sente l'aria passare dal buco della
serratura quando allunga la mano verso la maniglia. La porta
massiccia si apre. Il pianerottolo è buio. L'illuminazione a tem-
po si è spenta, e la luce che arriva dalle finestrelle marroncine
delle scale è fioca. All'improvviso Joona sente dei respiri lenti,
c'è qualcuno lì vicino. Un respiro faticoso, quasi pesante, di
una persona che si nasconde. La mano di Joona va alla pistola
mentre con cautela guarda dietro la porta aperta.
Nella striscia di luce che filtra dalla fessura tra i cardini c'è
una donna alta dalle mani grandi. Ha circa sessantacinque an-
ni. Sta lì ferma. Sulla guancia ha un grosso cerotto color carne.
I capelli grigi sono tagliati corti, alla paggetto. Guarda Joona
dritto negli occhi senza l'accenno di un sorriso.
« L'avete tirato giù? » chiede.






7.
Persone disposte ad aiutare.

Joona pensava di riuscire ad arrivare puntuale alla riunione del-
l'una con la commissione omicidi.
Prima aveva solo un appuntamento a pranzo con Disa al
giardino Rosendal a Djurgàrden. Era arrivato in anticipo, così
si era fermato un attimo al sole a osservare il vapore sospeso
sopra il piccolo vigneto. Aveva visto Disa arrivare a piedi,
con una borsa su una spalla. Il suo viso minuto dai tratti intel-
ligenti era costellato di lentiggini estive, e i capelli, di solito rac-
colti in due trecce arruffate, per una volta erano sciolti sulle
spalle. Si era fatta bella, indossava un vestito a fiorellini e un
paio di sandali estivi coi tacchi.
Si erano abbracciati.
« Ciao », aveva detto Joona. « Come sei bella. »
« Anche tu. »
Avevano preso qualcosa dal buffet e si erano seduti a un tavolo
all'aperto. Joona aveva notato che Disa si era messa lo smalto sulle
unghie. Essendo archeologa, le aveva spesso cortissime e sporche
di terra. Lo sguardo di Joona vagava dalle sue mani al frutteto.
Disa aveva iniziato a mangiare e parlava con la bocca piena.
« La regina Cristina una volta ha ricevuto un leopardo in regalo
dal duca di Curlandia. Lo teneva qui a Djurgàrden. »
« Non lo sapevo », aveva commentato Joona piano.
« Ho letto nella contabilità del castello che il tesoriere ha pa-
gato quaranta monete d'argento come contributo alla sepoltura
di un maiale sbranato dal leopardo. »
Si era appoggiata indietro e aveva preso il bicchiere.
« Smettila di parlare così tanto, Joona Linna », aveva detto
ironica.
« Scusa, io... »
Era rimasto zitto, sentendo improvvisamente tutta l'energia
uscirgli dal corpo.
« Io cosa? »
« Per favore, continua a raccontarmi del leopardo. »
« Sembri triste... »
« Penso a mia madre... Ieri era un anno esatto che se n'è an-
data. Sono andato a portarle un iris bianco sulla tomba. »
« Ritva mi manca moltissimo », aveva mormorato Disa. Poi
aveva appoggiato le posate ed era rimasta in silenzio. « Sai cosa
mi ha detto l'ultima volta che l'ho vista? Mi ha preso la mano e
mi ha detto che dovevo sedurti e fare in modo di rimanere in-
cinta. »
« Non ho difficoltà a crederci », aveva commentato Joona ri-
dendo.
Il sole faceva brillare i bicchieri e si rifletteva negli occhi scu-
ri e curiosi di Disa.
« Le ho risposto che non credevo avrebbe funzionato, e lei
allora mi ha detto che dovevo andar via da te e non voltarmi
mai indietro, non dovevo tornare più. »
Joona aveva annuito, ma non sapeva cosa dire.
« Così però saresti rimasto completamente solo », aveva conti-
nuato Disa. « Un finlandese grande e grosso come te, tutto solo... »
Lui le aveva carezzato le dita.
« Non voglio. »
« Cosa? »
« Diventare un finlandese grande e grosso e solo », aveva ri-
sposto dolcemente. « Voglio stare con te. »
« E io voglio morderti, e anche forte, direi. Riesci a spiegar-
mi questa cosa? È come se sentissi solletico ai denti, quando ti
vedo », aveva detto Disa ridendo.
Joona aveva allungato una mano per accarezzarla. Sapeva di
essere in ritardo per la riunione con Carlos Eliasson e la com-
missione omicidi, ma era rimasto lì lo stesso a chiacchierare
con Disa, pensando che doveva fare un salto al Nordiska Mu-
seet per guardare la corona della sposa lappone.
Carlos Eliasson aveva descritto per la commissione omicidi il
caso della ragazza trovata morta su una barca da diporto nell'ar-
cipelago di Stoccolma. Nella relazione Benny Rubin aveva
scritto che l'indagine non era urgente, visto che bisognava
aspettare il rapporto della polizia marittima.
Joona era arrivato un po' in ritardo, e non appena entrato in
riunione l'aveva chiamato John Bengtsson. Si conoscevano da
anni, avevano giocato a innebandy per almeno un decennio.
John Bengtsson era uno simpatico, ma quando gli era stato dia-
gnosticato un cancro alla prostata tutti i suoi amici erano spa-
riti. Ora era completamente guarito, anche se, come tutte le
persone che sono state a un passo dalla morte, rimaneva in
lui una nota fragile e titubante.
Joona era nel corridoio fuori dalla sala riunioni e ascoltava le
parole lente di John Bengtsson. La voce era carica di quella
stanchezza che segue un forte stress. Gli stava dicendo che ave-
va appena trovato il direttore generale dell'Autorità per il con-
trollo dei prodotti strategici impiccato in casa sua.
« Suicidio? » aveva chiesto Joona.
« No. »
« Omicidio? »
« Non potresti venire qui? » aveva domandato John. « Perché
non riesco a decifrare quello che vedo. Il corpo fluttua sul pa-
vimento, Joona. »
Insieme a Nathan Pollock e Tommy Kofoed, Joona ha ap-
pena constatato che si tratta di un suicidio quando qualcuno
suona alla porta dell'appartamento di Palmcrona. Al buio sul
pianerottolo c'è una donna alta che tiene in mano delle borse
della spesa.
« L'avete tirato giù? » chiede.
« Tirato giù? » ripete Joona.
« Il direttore Palmcrona », risponde lei fredda.
« Cosa intende con 'tirato giù'? »
« Chiedo scusa, io sono solo la governante, credevo... »
Quella situazione l'ha messa in imbarazzo, così fa per scen-
dere le scale, ma si ferma di colpo quando Joona risponde alla
sua domanda iniziale: « No, è ancora appeso ».
« Ah », dice lei voltandosi verso di lui con un'espressione as-
solutamente neutra in viso.
« L'ha visto appeso? »
« No », risponde lei.
«Allora cosa l'ha spinta a chiedere se l'avevamo già tirato
giù? E successo qualcosa? Ha visto qualcosa di strano? »
« Un cappio fissato al gancio del lampadario nel salottino »,
risponde la donna.
« Ha visto il cappio in precedenza? »
« Certo. »
« E non temeva che lui potesse usarlo? » chiede Joona.
« Morire non è mica il peggiore degli incubi », risponde lei
trattenendo un sorriso.
« Prego? »
Ma la donna si limita a scuotere la testa.
« Come crede che sia avvenuta la morte? » chiede allora Joona.
« Immagino che il cappio gli si sia stretto intorno al collo »,
risponde lei a bassa voce.
« E come ci è finito il cappio intorno al collo? »
«Non lo so... avrà avuto bisogno d'aiuto», commenta lei
perplessa.
« In che senso 'aiuto'? »
Le si rovesciano gli occhi, e per un attimo Joona teme che
stia per svenire, ma poi la donna si appoggia alla parete con
una mano e incrocia di nuovo il suo sguardo.
« Si trovano sempre persone disposte ad aiutarti », sussurra lei.






8.
Ago.

La piscina del dipartimento di polizia è silenziosa e vuota, è
buio dietro la vetrata e nel caffè non ci sono clienti. La grande
vasca blu è quasi immobile. L'acqua è illuminata da sotto, e il
riflesso ondeggia lentamente sulle pareti e sul soffitto. Joona
Linna sta nuotando, una bracciata dopo l'altra, tiene un ritmo
regolare e controlla la frequenza del respiro.
Mentre nuota vari ricordi gli passano per la testa. Il viso di
Disa quando gli aveva detto che sentiva il solletico ai denti ap-
pena lo vedeva.
Joona arriva alla fine della vasca, vira sott'acqua e si dà una
spinta con le gambe. Inconsapevolmente comincia a nuotare
più veloce quando nei suoi pensieri d'un tratto si trova nell'ap-
partamento di Carl Palmcrona in Grevgatan. Guarda di nuovo
il corpo sospeso, la pozza di urina, le mosche sul viso. L'uomo
indossava ancora tutti i suoi vestiti, compresi soprabito e scar-
pe, ma si era premurato di accendere la musica.
Nel complesso, quella scena del crimine aveva trasmesso a
Joona la sensazione di qualcosa di pianificato e impulsivo allo
stesso tempo, cosa non inusuale nei casi di suicidio.
Joona nuota più veloce, vira e accelera ulteriormente il rit-
mo; e intanto, si rivede mentre attraversa l'ingresso di Palmcro-
na e apre la porta dopo che è suonato il campanello. Vede la
donna alta dalle mani grandi in piedi dietro la porta, nel buio
sul pianerottolo.
Joona si ferma sul bordo della vasca e ansima, appoggiato
con le braccia alla griglia di plastica del canale di scolo. A poco
a poco il respiro diventa regolare, mentre la pesantezza dell'a-
cido lattico nei muscoli delle spalle aumenta. Un gruppo di po-
liziotti in tenuta da allenamento entra in piscina. Si portano
dentro due manichini per simulare un salvataggio, uno è un
bambino, l'altro una persona sovrappeso.
Morire non e mica il peggiore degli incubi, aveva detto la don-
na alta sorridendo.
Joona esce dalla Vasca con una sensazione strana. Non riesce
a capire cosa sia, ma il caso della morte di Palmcrona non lo
lascia in pace. Per qualche strano motivo continua a rivedere
la stanza vuota e luminosa. Il placido suono del violino insieme
al ronzio indolente delle mosche.
Joona sa che si tratta di suicidio e cerca di convincersi che
non ha niente a che fare con la polizia criminale. Ma vorrebbe
comunque correre sul luogo del ritrovamento e dare un'altra
occhiata, analizzarlo, far passare ogni stanza, controllare di
non essersi perso qualcosa.
Durante la conversazione con la governante aveva pensato
che la donna fosse confusa, che lo shock l'avesse avvolta come
una nebbia pesante, l'avesse disorientata e resa sospettosa, fa-
cendole dare risposte strane e incoerenti. Adesso però Joona
prova a ribaltare la prospettiva. Forse la donna non era affatto
confusa e scioccata, ma aveva risposto meglio che poteva alle
sue domande. Se era così, la governante Edith Schwartz aveva
davvero voluto dire che qualcuno aveva assistito Carl Palmcro-
na con il cappio, che c'erano state mani collaborative, persone
disposte ad aiutarlo. Quindi stava dicendo che la sua morte
non era un avvenimento causato da lui stesso, non era un sui-
cidio, perché lui non era solo in quel momento.
Qualcosa non torna.
Sa di aver ragione, ma non riesce a definire quella sensazione.
Joona entra nello spogliatoio degli uomini, apre l'armadiet-
to, prende il cellulare e chiama Nils Àhlén, professore di medi-
cina legale.
« Non ho ancora finito », risponde Ago non appena appog-
gia il telefono all'orecchio.
« Si tratta di Palmcrona. Qual è la tua prima impressione?
So che... »
« Non ho ancora finito », lo interrompe Ago.
«... che non hai ancora finito », conclude Joona.
« Passa lunedì. »
« Passo tra poco », dice Joona.
« Alle cinque vado con mia moglie a cercare un divano. »
« Sono da te fra venticinque minuti », continua Joona e poi
chiude la comunicazione prima che Ago faccia in tempo a ri-
petere che non ha ancora finito.
Dopo che si è fatto la doccia e cambiato, Joona sente un
brusio di bambini che ridono e chiacchierano, e capisce che
sta per cominciare il corso di nuoto.
Joona riflette su quali implicazioni concrete abbia il fatto
che il direttore generale dell'Autorità per il controllo dei pro-
dotti strategici sia stato trovato impiccato. La persona che in
via definitiva prende qualunque decisione esecutiva riguardo
alla fabbricazione e l'esportazione svedese di materiale bellico
è morta.
E se mi sbagliassi, se invece fosse stato ucciso? si dice Joona.
Devo parlare con Pollock prima di andare da Ago, forse lui e
Kofoed sono riusciti ad analizzare i reperti raccolti sulla scena
del crimine.
Joona percorre il corridoio a lunghe falcate, corre giù dalle
scale e telefona alla sua assistente Anja Larsson per sapere se
Nathan Pollock è in sede.






9.
Sul combattimento corpo a corpo.

I folti capelli di Joona sono ancora umidi quando apre la porta
della sala 11 dove Nathan Pollock sta tenendo una lezione per
un gruppo selezionato di agenti, uomini e donne, che vogliono
avere una preparazione specifica per affrontare situazioni in cui
sono coinvolti ostaggi e ottenere la loro liberazione.
Sulla parete alle spalle di Pollock, tramite un computer viene
proiettata una tavola anatomica del corpo umano. Sul tavolo so-
no allineati sette tipi diversi di armi da fuoco, da una piccola Sig
Sauer P238 color argento a un fucile d'assalto Heckler & Koch
di un nero opaco, con un lancia granate da 40 mm.
Un giovane poliziotto è in piedi davanti a Pollock, che ha un
coltello, se lo tiene vicino, poi avanza, finge di fare un taglio
alla gola dell'uomo e si gira verso il resto del gruppo.
« Gli svantaggi di un taglio di questo tipo sono che il nemico
può urlare, che non si riescono a tenere sotto controllo i mo-
vimenti del suo corpo e che il dissanguamento dura un po' per-
ché viene incisa soltanto un'arteria », spiega Pollock.
Si avvicina di nuovo al giovane poliziotto, gli mette un brac-
cio sulla faccia in modo che vada a coprirgli la bocca con l'in-
cavo.
« Se invece faccio così, posso smorzare le grida, tenere sotto
controllo la testa e recidere entrambe le arterie con un unico
colpo », continua a spiegare.
Pollock lascia andare il ragazzo e si accorge che Joona Linna
è davanti alla porta. Dev'essere appena entrato, pensa, mentre
facevo la dimostrazione della presa. Il giovane poliziotto si pas-
sa una mano sulla bocca e torna al suo posto. Pollock fa un
gran sorriso e dei segni a Joona, vuole che venga davanti, ma
lui scuote la testa.
« Ho bisogno di scambiare due parole con te, Nathan », dice
a voce bassa.
Alcuni poliziotti si girano a guardarlo. Pollock gli va vicino,
e i due si stringono la mano. La giacca di Joona è più scura do-
ve è gocciolata l'acqua che gli scende dal collo.
« Tommy Kofoed ha rilevato impronte di scarpe nell'appar-
tamento di Palmcrona », dice Joona. « Devo sapere se ha trova-
to qualcosa di insolito. »
« Non pensavo che ci fosse tutta questa fretta », risponde Na-
than. « Ovviamente abbiamo fotografato ogni traccia, ma non
siamo ancora riusciti ad analizzare i risultati. Non ho ancora un
quadro d'insieme...»
« Ma tu qualcosa hai visto... » insiste Joona.
« Sì, quando ho caricato le foto sul computer... Potrebbe es-
serci una pista, ma è troppo presto per... »
« Dimmelo e basta, devo andare. »
« Sembra ci siano impronte di due diverse paia di scarpe, che
si sono mosse in tondo intorno al corpo », dice Nathan.
« Vieni con me da Ago », dice Joona.
« Adesso? »
« Devo essere da lui tra venti minuti. »
« Sei pazzo? No, non posso », risponde Nathan indicando la
sala. « Ma lascio il telefono acceso, nel caso avessi qualcosa da
chiedermi. »
« Grazie », dice Joona e si gira verso la porta per andare.
«Senti... Non hai voglia di fare un salutino a quest'allegra
brigata? » chiede Nathan.
Si sono già girati tutti, e Joona fa un timido cenno di saluto.
« Questo è Joona Linna: vi ho già parlato di lui », dice Na-
than Pollock alzando la voce. « Sto cercando di convincerlo a
tenere una lezione straordinaria sul combattimento corpo a
corpo. »
Silenzio, tutti guardano Joona.
« La maggior parte di voi sicuramente ne sa più di me di
sport », dice Joona accennando un sorriso. « L'unica cosa che
ho imparato è... che quando si fa sul serio non esistono più re-
gole, si lotta e basta, non è più uno sport. »
«Senti qua», commenta Pollock divertito.
« Nel mondo reale riuscirete a cavarvela solo se dimostrerete
di avere la capacità di adattarvi a nuove condizioni e di volgerle
a vostro favore », continua Joona pacato. « Allenatevi a sfruttare
le circostanze... Potreste trovarvi all'interno di un'auto o su un
balcone. La stanza potrebbe essere piena di gas lacrimogeno.
Magari il pavimento è coperto di vetri rotti. Ci sono armi...
Non sapete se vi trovate all'inizio o alla fine di una catena di
avvenimenti. Potreste aver bisogno di risparmiare le forze per
continuare il lavoro, magari tutta la notte... Quindi calci volan-
ti e round kick sono fuori discussione. »
Qualcuno ride.
« Stiamo parlando di combattimento corpo a corpo senza ar-
mi », continua Joona. « Spesso bisogna essere disposti a soppor-
tare un bel po' di dolore fisico per farla finita in fretta, ma...
Non ne so molto in merito. »
Joona lascia la sala. Due poliziotti applaudono. La porta si
chiude, e nella stanza torna il silenzio. Nathan Pollock ha un
sorriso stampato sulla faccia mentre va verso il tavolo.
« A dire la verità avevo pensato di tenere questa lezione per
un'occasione futura », dice digitando sulla tastiera del compu-
ter. « Questo filmato è già un classico... Il drammatico seque-
stro negli uffici della banca Nordea in Hamngatan. Nove anni
fa. Due rapinatori. Joona Linna ha già fatto uscire gli ostaggi e
reso inoffensivo uno dei rapinatori, che era armato con un Uzi.
C'è stato un violento scontro a fuoco. Il secondo rapinatore è
nascosto, ma ha soltanto un coltello. Avevano oscurato tutte le
telecamere di sorveglianza con lo spray, tranne una... Guardia-
mo la sequenza al rallentatore, dura davvero poco. »
Pollock clicca sulla tastiera, e il filmato parte in slow mo-
tion. Il contatore scandisce lentamente i secondi sul bordo in-
feriore dello schermo. E una ripresa sgranata, che mostra di
sbieco e dall'alto il locale di una banca. I mobili sono rovesciati,
fogli e raccoglitori sono sparsi sul pavimento. Joona si sposta di
lato con un movimento fluido, tiene alzata la pistola, il braccio
teso. Si muove lento, come se fosse sott'acqua. Il rapinatore è
nascosto dietro la porta aperta del caveau con in mano un col-
tello. D'un tratto esce allo scoperto. Joona gli punta contro la
pistola, mira al petto e preme il grilletto.
« La pistola si inceppa », spiega Pollock. « C'è un proiettile
rovinato. »
La ripresa sgranata non è molto chiara. Joona arretra, men-
tre l'uomo con il coltello va verso di lui. La scena si svolge in un
silenzio spettrale. Joona toglie il caricatore e lo lascia cadere sul
pavimento. Ne cerca un altro, ma capisce di non avere abba-
stanza tempo. Allora gira la pistola ormai inutilizzabile in mo-
do che la canna sia in linea con l'avambraccio.
« Non capisco », dice una donna.
« Trasforma la pistola in un tonfa », spiega Pollock.
« In cosa? »
« E una specie di manganello che di solito usano i poliziotti
americani; allunga la portata del colpo e ne aumenta la poten-
za, facendo diminuire la superficie che colpisce. »
L'uomo con il coltello è davanti a Joona. Fa un passo lungo,
incerto. La lama del coltello brilla tracciando una traiettoria se-
micircolare, diretta al torace di Joona. L'altra mano è alzata e
asseconda il movimento del corpo. Joona non lo guarda nem-
meno, il coltello. Si muove in avanti e allo stesso tempo sferra
un colpo deciso.
La sua pistola colpisce il rapinatore alla gola, proprio sotto il
pomo d'Adamo.
Il coltello cade roteando sul pavimento, e l'uomo si piega
sulle ginocchia, boccheggia, si porta le mani alla gola e poi cade
in avanti.






10.
La donna annegata.

Joona Linna è in macchina all'altezza di Fleminggatan, diretto
all'ospedale universitario Karolinska a Solna, e pensa al corpo
appeso di Carl Palmcrona, alla corda tesa, alla valigetta.
Prova a immaginare due cerchi di impronte sul pavimento
intorno al cadavere.
Questo caso non è chiuso.
Si immette sull'arteria di Klarastrand verso Solna. Procede
lungo il canale sopra il quale gli alberi sporgono cosparsi di
gemme, si piegano sull'acqua, i rami bassi a sfiorare la superfi-
cie liscia come uno specchio.
Nella sua mente Joona rivede la governante Edith Schwartz,
ogni dettaglio, le vene sulle mani grandi che tenevano le borse
della spesa, e poi quella risposta.
Si trovano sempre persone disposte ad aiutarti.
Il reparto di medicina legale è immerso nel verde dell'ampio
campus del Karolinska. E un edificio di mattoni rossi su Ret-
zius väg 5, circondato da grandi complessi su ogni lato.
Joona entra nel parcheggio vuoto dei visitatori. Nota che il
medico legale Nils Àhlén, chiamato da tutti «Ago», è passato
sopra il cordolo di pietra e ha parcheggiato la sua Jaguar bianca
sull'erba ben tenuta vicino all'entrata principale.
Fa un cenno alla donna alla reception, la quale gli risponde
alzando il pollice. Joona prosegue lungo il corridoio, bussa alla
porta di Ago ed entra. Come sempre il suo ufficio è assoluta-
mente spoglio.
Le veneziane sono abbassate, ma il sole filtra comunque. La
luce brilla su tutte le superfici bianche della stanza, mentre
scompare nelle zone grigie di acciaio spazzolato.
Ago indossa un paio di occhiali da pilota con la montatura
bianca e una polo bianca sotto il camice.
« Ho appena messo una multa per divieto di sosta a una Ja-
guar qui fuori », dice Joona.
« Bene », commenta Ago.
Joona si ferma al centro dell'ufficio e si fa serio; gli occhi di-
ventano color argento scuro.
« Com'è morto? » chiede.
« Palmcrona? »
« Sì. »
Suona il telefono, e Ago passa il referto dell'autopsia a Joona.
« Non c'era bisogno che venissi qui per avere una risposta »,
dice prima di sollevare il ricevitore.
Joona gli si siede davanti, su una sedia di pelle. L'autopsia
sul corpo di Carl Palmcrona è conclusa. Sfoglia il referto e leg-
ge qualche punto a caso:
74.	I reni pesano complessivamente 290 g. Presentano
una superfìcie liscia. Il tessuto è grigiorosso. La con-
sistenza è compatta, elastica. La trama ben delineata.
75.	Le vie urinarie hanno un aspetto normale. 
76.	La vescica è vuota. La mucosa chiara.
77.	La prostata è di grandezza normale. Il tessuto è chiaro.
Ago si sistema gli occhiali sul naso sottile e arcuato, chiude la
telefonata e poi alza lo sguardo.
« Come vedi », dice sbadigliando, « non c'è niente di insoli-
to. Le cause del decesso possono essere classificate sotto la voce
asfissia', cioè soffocamento... Nel caso di morte per impicca-
gione, però, raramente si parla di soffocamento nel senso co-
mune del termine, si tratta piuttosto di un blocco del funzio-
namento delle arterie. »
« Il cervello muore perché non riceve più ossigeno attraverso
il sangue. »
Ago annuisce. « Compressione delle arterie, schiacciamento
bilaterale delle carotidi, è un processo velocissimo, si perdono i
sensi in pochi secondi... »
« Ma era vivo prima dell'impiccagione? » chiede Joona.
« Si. »
Il viso sottile di Ago è ben rasato e cupo.
« Sei riuscito a stabilire da che altezza è caduto? » continua
Joona.
« Le vertebre cervicali e la base del cranio non presentano
fratture, quindi ne deduco che si possa parlare di qualche de-
cina di centimetri. »
« Già... »
Joona ripensa alla valigetta con le impronte delle scarpe di
Palmcrona. Sfoglia di nuovo il referto fino al paragrafo dell'a-
nalisi esterna.
« A cosa pensi? » chiede Ago.
«Mi chiedo se possa essere stato strangolato con la stessa
corda con cui poi è stato appeso al soffitto. »
« No », replica Ago.
« Perché no? » chiede Joona secco.
« Perché no? C'era solo un solco, ed era perfetto », inizia a
spiegare Ago. « Quando una persona si impicca la corda si in-
cide nel collo e...»
« Be', questo lo può sapere anche l'autore del delitto », lo in-
terrompe Joona.
« E praticamente impossibile da riprodurre... Vedi, nel caso
di un'impiccagione il solco della corda nel collo può assumere
la forma di punta di freccia, e la punta è rivolta verso l'alto,
esattamente sotto il nodo... »
« Perché il corpo con tutto il suo peso preme in senso oppo-
sto al nodo scorsoio. »
« Esatto... e per lo stesso motivo la parte più profonda del
solco si trova proprio dall'altra parte rispetto alla punta. »
«Per cui l'impiccagione è la causa della morte», constata
Joona.
« Senza dubbio. »
Il medico alto e magro si mordicchia il labbro inferiore.
« Ma potrebbe essere stato costretto al suicidio? » chiede Joona.
« Non con la forza; o quantomeno non ci sono segni visibili
di violenza. »
Joona chiude il referto, ci tamburella sopra con le dita, pen-
sieroso, e conclude che le insinuazioni della governante sul fat-
to che altre persone potrebbero essere coinvolte nella morte di
Palmcrona forse sono davvero soltanto parole originate da uno
stato confusionale.
Però non riesce a farsi uscire dalla testa le diverse impronte
di scarpe rilevate da Tommy Kofoed.
« Quindi sei sicuro della causa della morte? » chiede Joona
guardando Ago negli occhi.
« Che cosa ti eri immaginato? »
« Questo », risponde Joona dopo un attimo e indica la car-
tella con il referto dell'autopsia. « Mi ero immaginato proprio
questo, ma c'è comunque qualcosa che non mi torna. »
Ago accenna un sorriso. « Prenditi il referto e leggilo come
fiaba della buona notte. »
« Giusto. »	
«Secondo me però puoi lasciar perdere Palmcrona... Non
troverai niente di più interessante di un suicidio. »
Il sorriso di Ago si spegne, abbassa lo sguardo, mentre gli
occhi di Joona sono ancora vigili e concentrati.
« Sì, forse hai ragione », commenta Joona.
« Certo », ribadisce Ago. « E posso anche azzardare qualche
ipotesi, volendo... Carl Palmcrona probabilmente era depresso,
perché aveva le unghie poco curate e sporche, non si lavava i
denti e non faceva la barba da giorni. »
« Capisco. »
« Puoi anche dargli un'occhiata, se vuoi. »
« No, non ce n'è bisogno », replica Joona e si alza con aria
stanca.
Ago si sporge sulla scrivania e con un tono di aspettativa nel-
la voce, come se non avesse fatto altro che attendere quel mo-
mento, dice: « Stamattina invece mi è arrivato qualcosa di mol-
to più interessante. Hai tempo? »
Si alza e fa segno a Joona di seguirlo. Joona esce con lui in
corridoio. Una farfalla azzurra si è persa e svolazza davanti a loro.
« Il ragazzo ha finito? » chiede Joona.
« Chi? »
« Quello che era qui, con la coda di cavallo... »
« Frippe? No, figurati, non ha finito. E in ferie. I Megadeth
hanno suonato al Globen ieri, c'erano pure gli Entombed come
band di supporto. »
Attraversano una sala buia dove c'è un tavolo autoptico in
acciaio inossidabile. Si sente un odore pungente di disinfettan-
te. Arrivano in una stanza più fredda, dove i corpi analizzati al-
l'istituto di medicina legale vengono conservati in celle frigori-
fere.
Ago apre una porta e accende la luce. Il neon lampeggia e
poi illumina una sala con le pareti rivestite di piastrelle bian-
che, dove si trova un lungo tavolo ricoperto di plastica, con
doppio lavello e canaline per il deflusso.
Sopra c'è una ragazza molto bella.
Ha la pelle abbronzata, i lunghi capelli scuri ricadono in ric-
ci folti e luminosi sulla fronte e sulle spalle. Sembra stia guar-
dando in giro per la stanza con un'espressione di incertezza mi-
sta a stupore.
C'è un che di malizioso nella sua bocca, come di qualcuno
che sorride o ride spesso.
Ma non c'è più vita in quegli occhi grandi e scuri. Hanno
già cominciato a comparire piccole macchie giallastre.
Joona guarda la donna sul tavolo. Pensa che non può avere
più di diciannove, vent'anni. Appena ieri era una bambina che
dormiva con i suoi genitori. Poi è diventata un'adolescente e
adesso è morta.
Al di sopra dei seni, sulla pelle sopra lo sterno, si vede una
lieve linea curva, come una bocca sorridente dipinta di grigio,
lunga circa trenta centimetri.
« Cos'è questa riga? » chiede Joona indicandola.
« Non ne ho idea, forse il segno di una collana o della cuci-
tura di un maglione, la guarderò più tardi. »
Joona osserva il corpo senza vita, fa un respiro profondo e si
sente come sempre davanti all'ineluttabilità della morte: lo as-
sale una sensazione cupa, un senso di solitudine incolore.
La vita è di una fragilità spaventosa.
Le unghie delle mani e dei piedi sono dipinte con uno smal-
to rosa tenue.
« Cos'avrebbe di speciale questa ragazza? » chiede Joona do-
po un attimo.
Ago lo guarda con espressione seria, e gli occhiali fanno ri-
verbero quando si gira di nuovo verso il corpo.
« L'ha portata la polizia marittima », racconta. « E stata tro-
vata seduta sul letto nella cabina di prua di una grossa imbar-
cazione da diporto alla deriva nell'arcipelago. »
« Morta? »
Ago incrocia il suo sguardo, e la voce d'un tratto gli diventa
melodiosa. « E annegata, Joona. »
« Annegata? »
Ago fa cenno di sì con la testa e sorride quasi emozionato.
« È annegata a bordo di una barca che stava a galla », dice.
« Forse qualcuno l'ha trovata in acqua e l'ha riportata a bor-
do. »
« Certo, ma in questo caso non ti avrei fatto perdere tem-
po », replica Ago.
« E allora? »
« Non ci sono tracce di acqua sul resto del corpo; ho man-
dato i vestiti ad analizzare, ma la scientifica non troverà nien-
te. »
Ago rimane in silenzio, sfoglia un po' l'analisi esterna preli-
minare e poi guarda Joona per capire se è riuscito a suscitare la
sua curiosità. Joona è immobile, l'espressione del viso è cam-
biata. Adesso sta osservando il cadavere con uno sguardo atten-
to, registrando ogni particolare. Poi prende un paio di guanti
di lattice da una scatola e se li infila. Ago è molto soddisfatto
quando Joona si piega sopra la ragazza e, con grande cautela, le
alza le braccia per esaminarle.
« Non troverai segni di violenza », dice Ago in modo quasi
impercettibile. « E incomprensibile. »






11.
A prua.

La grossa imbarcazione da diporto è custodita al molo della po-
lizia marittima a Dalarò. Bianca e lucida, è ormeggiata in mez-
zo a due lance della polizia.
L'alto cancello d'acciaio che delimita l'area del porto è aper-
to. Joona Linna entra piano in macchina sul vialetto di ghiaia,
passa accanto a un furgoncino e a un catorcio con un verricello
arrugginito. Parcheggia e va verso il molo.
Una barca abbandonata, alla deriva nell'arcipelago, pensa
Joona. Nella cabina di prua c'è una ragazza annegata. La barca
sta a galla, ma i polmoni della ragazza sono pieni di acqua sal-
mastra.
Joona si ferma a una certa distanza e osserva l'imbarcazione.
La prua è lacerata profondamente, si vedono scalfitture eviden-
ti, conseguenza di una collisione, tracce di vernice e di fibra di
vetro.
Compone il numero di Lennart Johansson della polizia ma-
rittima.
« Lance », dice una voce vivace.
« Parlo con Lennart Johansson? » chiede Joona.
« Sì, sono io. »
« Mi chiamo Joona Linna. Polizia criminale. »
Silenzio. A Joona sembra di sentire lo sciabordio delle onde.
« Quell'imbarcazione che avete preso in carico », continua.
« Mi chiedevo se avesse imbarcato acqua. »
« Acqua? »
« La prua è danneggiata. »
Joona fa qualche passo verso il molo e sente Lennart Johans-
son che spiega in tono rassegnato: « Dear Lord, se ricevessi un
soldo per ogni ubriacone che va a sbattere... »
« Ho bisogno di vedere la barca », lo interrompe Joona.
« E andata così a grandi linee », continua Lennart Johansson.
«Abbiamo un gruppo di ragazzi di... diciamo Sòdertàlje. Ruba-
no una barca, fanno salire qualche ragazza, vanno un po' in gi-
ro, ascoltano musica, si divertono e bevono un casino. A un
certo punto urtano qualcosa, il colpo è piuttosto violento, e
una delle ragazze cade e finisce in acqua. I ragazzi fermano la
barca, tornano indietro, la trovano e la recuperano. Quando
capiscono che è morta vanno in panico, hanno una paura fot-
tuta e scappano. »
Lennart rimane in silenzio, aspettando una reazione.
« Non è male, come teoria », dice Joona piano.
« Vero? » dice Lennart allegro. « Fai finta che sia tua e ti eviti
di venire a Dalarò. »
« Troppo tardi », commenta Joona e si dirige verso la lancia
della polizia.
E una Stridsbàt 90E quella che è ormeggiata con la poppa
verso l'imbarcazione da diporto. Un uomo sui venticinque an-
ni è sul ponte a torso nudo, abbronzato, il cellulare premuto
contro l'orecchio.
« Suityourself», sta dicendo. « Devi solo chiamare e prenota-
re l'ora del sigbtseeing. »
« Sono qui adesso... e mi sa che ti sto vedendo, se ti trovi a
bordo di una lancia della polizia... »
« Sembro un surfista? »
Il ragazzo abbronzato alza gli occhi, sorridente, e si gratta il
petto.
« Più o meno », risponde Joona.
Interrompono la telefonata e si vanno incontro. Lennart Jo-
hansson si mette la camicia dell'uniforme a maniche corte e se
la abbottona mentre cammina sulla passerella.
Joona alza il pollice e il mignolo, un gesto da surfisti. Len-
nart sorride, i denti bianchi spiccano sul viso abbronzato.
« Faccio surf non appena in mare ci sono solo un po' di on-
de. »
« Adesso capisco », commenta Joona secco.
« Vero? » dice Lennart e ride.
Vanno verso la barca e si fermano sul molo all'altezza della
passatoia.
« Uno Storebro 36, Royal Cruiser », spiega Lennart. « Bella
barca, anche se un po' malconcia. Intestata a Björn Almskog. »
« Vi siete messi in contatto con lui? »
« Non ci siamo riusciti. »
Guardano più da vicino i danni sulla prua. Sembrano recen-
ti, non ci sono alghe tra i fili del materiale in fibra di vetro.
«Ho chiamato un tecnico, dovrebbe essere qui tra poco»,
dice Joona.
« Qualcuno le ha dato un bacio come si deve », dice Lennart.
« Chi è salito a bordo dopo il ritrovamento della barca? »
« Nessuno », risponde prontamente Lennart.
Joona sorride e aspetta con sguardo paziente.
« Io, naturalmente », si corregge Lennart. « E Sonny, il mio
collega. E i tizi dell'ambulanza che si sono portati via il corpo. I
nostri tecnici della scientifica, ma hanno usato tutte le loro pre-
cauzioni. »
« Nessun altro? »
« No, a parte il vecchio che ha trovato la barca. »
Joona ora tace, guarda il riflesso dell'acqua e pensa alla ra-
gazza su quel tavolo nel reparto di medicina legale da Ago.
« Sai se il tecnico ha rilevato tutto? » chiede poi.
« Ha finito con il pavimento e ha fatto una ripresa del luogo
del ritrovamento. »
« Salgo. »
Una passerella stretta e rovinata collega il molo alla barca.
Joona sale a bordo e rimane un attimo fermo sul ponte di pop-
pa. Si guarda in giro lentamente, soffermandosi su ogni ogget-
to. Questa è la prima e ultima possibilità che ha di osservare la
pura e semplice scena del crimine, intatta, come se non fosse
stata mai vista. Ogni dettaglio potrebbe rivelarsi decisivo. Scar-
pe, una sdraio rovesciata, un telo da mare, un tascabile ingial-
lito dal sole, un coltello con la custodia rossa, un secchio con
una fune, lattine di olio, un sacchetto di carbonella, una tinoz-
za con una muta, tubetti di crema solare e lozioni.
Guarda all'interno attraverso la grande finestra e intravede il
soggiorno con il posto di comando e i mobili di legno laccato.
Da una certa angolazione sul vetro della porta si intravedono
impronte digitali, quando il sole si sposta, impronte di una ma-
no che ha spinto la porta, per trovare un appoggio mentre la
barca oscillava.
Joona entra nel salottino. Il sole pomeridiano si riflette sulla
vernice e sulle parti cromate. Su uno dei divani dai cuscini blu
ci sono un cappello da cowboy e un paio di occhiali da sole.
Si sente lo sciabordio dell'acqua contro lo scafo.
Joona lascia vagare lo sguardo sul pavimento consunto e giù
per la scala stretta che porta a prua. E buio come in un pozzo
profondo. Accende la torcia per riuscire a vedere qualcosa. La
luce svela un passaggio liscio e ripido con un bagliore freddo e
circoscritto. Il legno rosso brilla umidiccio come l'interno di un
corpo. Joona scende dai gradini scricchiolanti e ripensa alla ra-
gazza, si immagina che fosse sola sulla barca; che poi si sia tuf-
fata da prua, abbia battuto la testa contro una roccia e nei pol-
moni le sia finita dell'acqua, ma che lei comunque abbia fatto
in tempo a risalire a bordo, a togliersi il bikini bagnato per poi
mettersi dei vestiti asciutti. Forse poi, sentendosi stanca, è scesa
per andare a letto, senza sapere che nel giro di poco un'emor-
ragia avrebbe fatto aumentare la pressione sul cervello.
Se le cose fossero andate così, però, Ago avrebbe trovato
tracce di acqua salmastra sui suoi vestiti.
Qualcosa non torna.
Joona continua a scendere, passa dalla cucina di bordo e dal
bagno, vuole arrivare alla cabina grande.
Nella barca aleggia ancora una sensazione di morte, nono-
stante il corpo sia stato portato a Solna. L'impressione è la stes-
sa ogni volta. Muti, gli oggetti in qualche modo lo fissano, sa-
turi di grida, lotta e silenzio.
All'improvviso la barca cigola in modo strano e sembra pie-
garsi su un fianco. Joona aspetta un attimo, rimane in ascolto e
poi continua verso prua.
La luce estiva entra dalle finestrelle in alto e illumina un let-
to matrimoniale con il lato corto che segue la forma della prua.
La ragazza è stata trovata lì, seduta. Una borsa sportiva è aperta
sul pavimento, e una camicia da notte a pois è poggiata vicino.
Dietro la porta ci sono un paio di jeans e una maglia leggera.
Appesa a un gancio c'è un'altra borsa.
La barca oscilla di nuovo, e una bottiglia di vetro rotola sul
ponte sopra la sua testa.
Joona fotografa la borsa con il suo cellulare da varie angola-
zioni. Il lampo del flash fa sembrare la stanza ancora più pic-
cola, come se le pareti, il pavimento e il soffitto per un attimo
avessero fatto un passo avanti.
Con grande attenzione stacca la borsa dal gancio e la prende
per portarla su. Gli scalini cigolano sotto il suo peso. All'ester-
no si sente un tintinnio metallico. Quando arriva in soggiorno
un'ombra inaspettata passa davanti al vetro della porta. Joona
di riflesso fa un passo indietro, giù nel buio della scala.






12.
Una morte insolita.

Joona Linna è immobile, è sceso di due gradini sulla scala che
porta alla cucina di bordo e alla camera da letto più grande. Da
questa prospettiva più bassa vede la parte inferiore della porta a
vetri e una piccola porzione del ponte di poppa. Dietro al vetro
impolverato passa un'ombra, e poi d'un tratto si vede una ma-
no. Qualcuno si muove lentamente. Un secondo dopo Joona
riconosce la faccia di Erixon. Il sudore gli cola sulle guance
mentre stende la pellicola con la gelatina nella zona intorno alla
porta.
Joona sale in soggiorno portandosi dietro la borsa che ha
preso in camera da letto. Con grande attenzione ne rovescia
il contenuto sul tavolino in legno pregiato, e con una penna
solleva il portafoglio rosso. Dentro c'è la patente in una custo-
dia di plastica rovinata. La guarda meglio e vede un bel viso,
serio, immortalato dal flash di una macchinetta automatica.
La ragazza è seduta con la schiena appoggiata un po' indietro,
come se guardasse in su verso l'osservatore. Ha i capelli scuri e
ricci. Joona riconosce la giovane della sala autopsie di medicina
legale, il naso dritto, gli occhi, i tratti sudamericani.
« Penelope Fernandez », legge sulla patente e gli sembra di
aver già sentito quel nome.
Con il pensiero torna all'ospedale: il corpo nudo sul tavolo
nella stanza piastrellata, l'odore del cadavere, i tratti del viso,
che sembrano oltre il sonno.
Fuori, alla luce del sole, Erixon si sposta un centimetro alla
volta mentre rileva le impronte digitali sull'impavesata: passa
un pennello con la polvere e poi fissa le impronte con una pel-
licola adesiva. Con estrema cautela asciuga una superficie ba-
gnata, ci spruzza sopra la soluzione e fotografa le impronte
che appaiono all'istante.
Joona sente di continuo il suo respiro pesante, sembra che
ogni movimento gli costi uno sforzo doloroso, come se avesse
appena esaurito le ultime forze.
Osserva il ponte e nota un secchio con una fune vicino a una
scarpa da ginnastica. Dalla cucina arriva odore di patate.
Lo sguardo si sposta di nuovo alla patente e alla piccola foto-
grafia. Guarda la bocca della ragazza, le labbra socchiuse, e un
pensiero repentino gli attraversa la mente: manca un dettaglio.
Gli sembra di aver visto qualcosa, è sul punto di dire cosa,
ma poi se lo dimentica.
Sussulta quando il telefono comincia a suonare in tasca. Lo
prende, sul display vede il numero di Ago e risponde.
« Joona. »
o
« Buongiorno, mi chiamo Nils Ahlén, professore di medici-
na legale a Stoccolma. »
Joona sorride, si conoscono da vent'anni, e riconoscerebbe
la voce di Ago anche senza quella presentazione.
« La ragazza ha picchiato la testa? » gli chiede.
« No », risponde Ago stupito.
« Ho pensato che potesse aver battuto la testa contro una
roccia tuffandosi. »
« No, certo che no... E annegata, questa è la causa della mor-
te. »
« Sei sicuro? » insiste Joona.
« Ho rilevato tracce di schiuma nelle narici, assenza di mucosa
nella gola, dovuta probabilmente a violenti conati di vomito, e ci
sono secrezioni bronchiali sia nella trachea sia nei bronchi. I pol-
moni presentano l'aspetto tipico dei casi di annegamento, sono
pieni d'acqua, il loro peso è aumentato e... ecco. »
Segue un attimo di silenzio. Joona sente il rumore di qual-
cosa che raschia, come se qualcuno stesse spostando una casset-
tiera di metallo.
« Mi hai chiamato per qualche motivo? » dice Joona.
« Sì. »
« Me lo vuoi dire? »
« Nelle urine della ragazza ho trovato un elevato contenuto
di tetraidrocannabinolo. »
« Cannabis? »
« Già. »
« Ma non è morta per quello », dice Joona.
« Direi di no », commenta Ago divertito. « Immaginavo sol-
tanto che stessi cercando di ricostruire come sono andate le co-
se sulla barca... e questo è un particolare del puzzle che non co-
noscevi. »
« Si chiama Penelope Fernandez », continua Joona.
« Un nome carino », mormora Ago.
« Qualcos'altro? »
« No. »
Ago respira nella cornetta.
« Dai, dimmi », lo incalza Joona.
« E solo che questo non mi sembra un caso come gli altri »,
dice, e poi si zittisce.
« Cos'hai notato? »
«Niente, soltanto un'impressione...»
« Bravo », dice Joona. « Adesso sembri proprio me. »
«Lo so, ma... Chiaramente potrebbe trattarsi di mors subita
naturalis, una morte improvvisa ma naturale... Non c'è nulla
che provi il contrario, ma se si tratta di morte naturale, allora
è una morte naturale piuttosto insolita. »
La conversazione termina lì, ma a Joona non escono dalla te-
sta le parole di Ago, mors subita naturalis. C'è qualcosa di miste-
rioso nella morte di Penelope Fernandez. Il suo corpo non è sta-
to semplicemente trovato in acqua da qualcuno e poi issato a
bordo. Altrimenti l'avrebbero rinvenuto sul ponte. Ci si può im-
maginare che chi ha trovato il corpo volesse dimostrare la prò-
pria sollecitudine nei confronti della ragazza morta. Ma in que-
sto caso l'avrebbe portata in soggiorno e adagiata sul divano.
L'ultima alternativa, pensa Joona, è che qualcuno che le vo-
leva bene si sia preso cura di lei: la voleva mettere a dormire,
nella sua camera, nel suo letto.
Lei però era seduta sul letto, non sdraiata.
Magari Ago si sbaglia, forse la ragazza era ancora viva quando
l'hanno riportata a bordo, qualcuno l'ha aiutata a tornare in ca-
mera sua. I polmoni potevano essere compromessi, dopo il sal-
vataggio. Stava male e voleva sdraiarsi, senza nessuno intorno.
Ma allora perché non c'è traccia di acqua né sui vestiti, né
sul resto del corpo?
A bordo c'è una doccia con acqua dolce, pensa Joona, e in
quel momento si rende conto che bisognerà ispezionare tutta la
barca, la cabina a poppa, il bagno e la cucina. Ci sono ancora
molti elementi che devono completare il quadro d'insieme.
Erixon si alza e fa un paio di passi, il peso del suo corpo mas-
siccio fa dondolare di nuovo la barca.
Dal soggiorno Joona guarda attraverso i vetri della porta, e
per la seconda volta i suoi occhi si soffermano sul secchio con la
fune. Accanto c'è una tinozza di zinco in cui qualcuno ha get-
tato una muta. Gli sci d'acqua sono appoggiati all'impavesata.
Joona continua a guardare il secchio. Nota la fune legata al ma-
nico. Il bordo arrotondato della tinozza di zinco brilla al sole,
splendente come una mezzaluna.
Di colpo tutto gli diventa chiaro. Joona capisce come sono
andate le cose con agghiacciante lucidità. Aspetta un attimo, la-
scia che il cuore si calmi, ripassa mentalmente gli avvenimenti.
Ed è sicuro di avere ragione.
La ragazza identificata come Penelope Fernandez è annegata
nella tinozza.
Joona rivede il segno ricurvo sulla pelle sopra lo sterno della
ragazza, quel segno che gli aveva fatto pensare a una bocca sor-
ridente.
E stata uccisa e poi sistemata sul suo letto in cabina.
Adesso i pensieri si susseguono veloci, l'adrenalina scorre nel
sangue: è stata annegata nell'acqua salmastra e poi sistemata sul
suo letto.
Questo non è un delitto ordinario, l'assassino non è un di-
lettante.
Una voce allarmata si fa strada in lui, diventa sempre più
chiara, perentoria. Ripete quattro parole, nitida e stentorea:
Scendi subito dalla barca, scendi subito dalla barca.
Joona osserva Erixon infilare un top in un piccolo sacchetto
di carta, che poi chiude con il nastro adesivo e classifica scriven-
doci sopra con una biro.
« Giochi a nascondino? » chiede Erixon sorridendo.
« Scendiamo a terra », dice Joona con calma.
« Sì, neanche a me piacciono le barche, oscillano tutto il
tempo, ma ho appena iniziato a...»
« Fai una pausa », lo interrompe Joona secco.
« Che cosa ti prende adesso? »
« Seguimi e non toccare il cellulare. »
Scendono a terra, e Joona fa allontanare Erixon dalla barca
prima di fermarsi. Sente di avere le guance in fiamme, poi una
sensazione di calma gli si diffonde per tutto il corpo, le cosce e i
polpacci diventano pesanti.
« Potrebbe esserci una bomba a bordo », dice lentamente.
Erixon si siede sul bordo di un plinto di cemento armato.
Ha la fronte imperlata di sudore.
« Di cosa stai parlando? »
« Questo è un omicidio insolito », dice Joona. « C'è il rischio
che... »
« Omicidio? Niente indica... »
« Fermati », lo interrompe Joona. « Sono sicuro che Penelo-
pe Fernandez è stata annegata nella tinozza che c'è sul ponte. »
«Annegata? Che cazzo stai dicendo?»
« E stata annegata nell'acqua di mare che c'era nella tinozza e
poi sistemata sul letto », continua Joona. « E penso che l'inten-
zione fosse quella di far affondare la barca. »
«Ma... »
« In modo che... lei fosse rinvenuta nella cabina sommersa,
con l'acqua nei polmoni. »
« Ma la barca non è affondata », commenta Erixon.
«E questo mi ha fatto pensare che potrebbe esserci dell'e-
splosivo a bordo, che per qualche motivo non ha funzionato. »
« Con ogni probabilità è posizionato nella tanica del carbu-
rante o nei tubi del gasolio in cucina », riflette Erixon pacato.
« Dobbiamo far evacuare la zona e chiamare gli artificieri. »






13.
La ricostruzione.

Quella sera alle sette, cinque uomini molto determinati si riu-
niscono nella sala 13 del reparto di medicina legale dell'ospeda-
le Karolinska. Il sostituto commissario Joona Linna vuole co-
minciare le indagini preliminari relative al caso della donna tro-
vata morta su una barca nell'arcipelago di Stoccolma. Nono-
stante sia sabato, ha convocato il suo diretto superiore, Petter
Nàslund, e il pubblico ministero, Jens Svanehjàlm, per rico-
struire i fatti e convincerli che si tratta di un caso di omicidio.
Uno dei neon appesi al soffitto lampeggia, e la luce bassa e
temperata si riflette sul bianco quasi accecante delle pareti.
« Devo farlo sistemare », dice Ago a voce bassa.
« Sarebbe ora », soggiunge Frippe.
Petter Nàslund mugugna qualcosa di incomprensibile,
schiacciato contro la parete. La sua faccia larga e dai tratti mar-
cati sembra tremolante sotto la luce incerta del neon. Vicino a
lui, il giovane pubblico ministero Jens Svanehjàlm freme d'im-
pazienza, con un'espressione irritata in viso. Sembra stia valu-
tando i rischi di mettere per terra la borsa di pelle e appoggiarsi
alla parete con il suo vestito elegante.
Nella stanza aleggia un forte odore di disinfettante. Potenti
lampade sono fissate al soffitto sopra un banco di acciaio inos-
sidabile, con doppio lavello e una canalina per il deflusso. Il pa-
vimento è coperto da un tappeto di plastica grigio chiaro. Una
tinozza di zinco, simile a quella della barca, è piena per metà.
Un secchio alla volta Joona Linna prende l'acqua dal rubinetto
a parete e la versa nella tinozza.
« Non si può parlare di reato se qualcuno viene ritrovato an-
negato su una barca », dice Svanehjàlm impaziente.
« Esatto », commenta Petter.
« Potrebbe trattarsi di un incidente che non è ancora stato
denunciato », continua Svanehjàlm.
«L'acqua nei polmoni è la stessa acqua in cui navigava la
barca, ma di quest'acqua non c'è traccia né sui vestiti, né sul
resto del corpo », dice Nils Àhlén.
« Curioso », commenta Svanehjàlm.
« Ci sarà di sicuro una spiegazione razionale », chiosa Petter
sorridendo.
Joona svuota un ultimo secchio d'acqua nella tinozza, lo ap-
poggia sul pavimento, alza lo sguardo e ringrazia i quattro di
aver trovato il tempo di essere lì.
« So che è sabato e tutti vorreste essere a casa. Ma credo di
aver scoperto una cosa importante. »
« Se lei dice che è importante, a me basta per venire subito
qui », ribatte Svanehjàlm gentile e finalmente appoggia la borsa
tra i piedi.
« L'assassino è salito a bordo », esordisce Joona senza perdere
altro tempo. « E sceso dalla scala verso prua e ha visto Penelope
Fernandez che dormiva; è tornato sul ponte, ha immerso in ac-
qua il secchio con la fune e ha cominciato a riempire la tinoz-
za. »
« Cinque, sei secchi », valuta Petter.
« Una volta riempita la tinozza è sceso di nuovo da Penelope
e l'ha svegliata. L'ha costretta a salire sul ponte e lì l'ha anne-
gata nella tinozza. »
«Chi avrebbe fatto una cosa del genere?» chiede Svaneh-
jàlm.
«Ancora non lo so, potrebbe anche essere stata torturata... »
«Vendetta? Gelosia?»
Joona piega la testa di lato: « Non stiamo parlando di un co-
mune assassino, forse l'assalitore voleva farla parlare, perché
raccontasse o ammettesse qualcosa, ma le ha tenuto la testa sot-
t'acqua così tanto che lei non è più riuscita a trattenere il fiato.
Ed è annegata », dice con voce seria.
« Cosa dice il medico legale? » chiede Svanehjàlm.
Ago scuote la testa. « Se l'avessero annegata », spiega, « avrei
dovuto trovare segni di violenza sul corpo, lividi e... »
« Possiamo evitare di fare obiezioni per il momento? » lo in-
terrompe Joona. « Prima vorrei mostrarvi la scena, come sono
andate le cose, o almeno, come le vedo nella mia testa. Poi,
quando avrò finito, torneremo tutti insieme a guardare il cor-
po, per capire se la mia ipotesi è supportata dai fatti o se invece
viene confutata. »
« Ma perché devi sempre ricorrere agli effetti speciali? » do-
manda Petter.
« Non ho molto tempo », li avverte il pubblico ministero.
Joona lo guarda con un lampo gelido negli occhi chiari. Af-
fiora anche un sorriso, che però non mitiga lo sguardo affilato.
« Penelope Fernandez », inizia. « In precedenza aveva fumato
cannabis sul ponte; è una giornata calda, e lei è stanca, scende
in camera sua per riposare e si addormenta con addosso il giub-
botto di jeans. »
Con un gesto indica il giovane assistente di Ago, che aspetta
in piedi sulla porta.
« Frippe mi darà una mano. »
Frippe fa un passo avanti e un gran sorriso. I lunghi capelli
tinti di nero gli ricadono sulla schiena, i pantaloni di pelle con-
sumati sono coperti di borchie. Con gesti precisi si abbottona il
giubbotto di jeans sopra una T-shirt nera degli Europe.
« Osservate », dice Joona e parte con la dimostrazione. Te-
nendo con una mano entrambe le maniche del giubbotto,
blocca le braccia di Frippe dietro la schiena e con l'altra afferra
saldamente i suoi lunghi capelli.
« Così Frippe è completamente bloccato, e dopo non si ve-
dranno lividi. »
Joona solleva le braccia del ragazzo dietro la schiena. Frippe
geme e si piega in avanti.
« Fai piano », dice ridendo.
« Ovviamente tu sei più grosso della vittima, ma penso di
riuscire lo stesso a spingerti la testa nella tinozza. »
« C'è da aver paura di lui », commenta Ago.
« Ti rovinerò un po' l'acconciatura. »
« Non ci provare », dice Frippe con un sorriso.
Segue una lotta silenziosa. Ago sembra inquieto, Svanehjàlm
è imbarazzato. Petter si lascia scappare un'imprecazione. Senza
troppe difficoltà Joona spinge la testa di Frippe nella tinozza, la
tiene sott'acqua un attimo, poi molla la presa e indietreggia.
Frippe si alza barcollante, e Ago si affretta a portargli un asciu-
gamano.
« Bastava anche solo raccontarlo », dice irritato.
Dopo che Frippe si è asciugato, si spostano tutti in silenzio
nella stanza adiacente. Fa freddo, e nell'aria stagna un forte
odore di putrefazione. Una parete è coperta da celle frigorifere
in acciaio su tre piani. Ago apre la numero sedici. Su una specie
di branda stretta è sdraiata la ragazza. Nuda e priva di colore;
una rete di vene brune è visibile sul collo. Joona indica la linea
sottile e arcuata che ha sopra i seni.
« Spogliati », ordina a Frippe.
Frippe si slaccia la giacca e si toglie la T-shirt nera. Sul to-
race gli si vede un lieve segno rosa lasciato dal bordo della ti-
nozza, una linea curva, che sembra una bocca sorridente.
« Porca puttana », esclama Petter.
Ago si avvicina ed esamina l'attaccatura dei capelli della ra-
gazza morta. Prende una piccola torcia e la punta verso la cute
pallida.
« Non ho bisogno di un microscopio, qualcuno l'ha afferrata
con forza per i capelli. »
Spegne la torcia e la infila di nuovo nel camice.
« In altre parole... » dice Joona.
« In altre parole hai senza dubbio ragione », conclude Ago
battendo le mani.
« Omicidio », sospira Svanehjàlm.
« Impressionante », dice Frippe mentre si asciuga il kajal che
gli è colato sulla guancia.
« Grazie », risponde Joona distratto.
Ago lo guarda con aria interrogativa: « Cosa c'è? Joona?
Cos'hai visto? »
« Non è lei », dice Joona.
« Come? »
Incrocia lo sguardo di Ago e poi indica il corpo che gli sta
davanti.
« Questa non è Penelope Fernandez », dice lui guardando il
pubblico ministero. « La ragazza morta non è Penelope. Ho vi-
sto la sua patente e sono sicuro che questa non è lei. »
« Ma cosa... »
« Probabilmente anche Penelope Fernandez è morta », dice.
« Ma se è così, non l'abbiamo ancora trovata. »






14.
Una festa notturna.

Il cuore di Penelope batte all'impazzata; la ragazza cerca di re-
spirare con calma, ma è troppo affannata. Si lascia scivolare
lungo il pendio scosceso, strappando il muschio umido e si fer-
ma davanti all'intrico dei rami di un abete. Trema dalla paura.
Striscia al di sotto dei rami, verso il tronco, dove si raccoglie
l'oscurità della notte. Sente se stessa gemere quando ripensa
a Viola. Björn è seduto immobile al buio, con le braccia intor-
no alle ginocchia, continua a mormorare qualcosa di incom-
prensibile.
Hanno corso in preda al panico, senza guardarsi indietro,
sono inciampati, finendo per terra, si sono rialzati, hanno sca-
valcato tronchi d'albero caduti, si sono feriti alle gambe, alle
ginocchia, alle mani, ma hanno continuato a correre.
Penelope non sa più dove sia il loro inseguitore, se lui li stia
guardando proprio in quel momento oppure se abbia desistito
decidendo di aspettare.
Sono fuggiti, ma Penelope non ha idea del motivo. Non ca-
pisce perché qualcuno li stia inseguendo.
Forse è tutto uno sbaglio, pensa. Un terribile sbaglio.
Le pulsazioni accelerate rallentano.
Penelope sta male, è sul punto di vomitare, ma cerca di de-
glutire.
« Oddio, oddio », sussurra incessantemente tra sé e sé. « Così
non va, abbiamo bisogno di aiuto, tra poco qualcuno troverà la
barca e cominceranno a cercarci... »
« Shhh », la zittisce Björn con sguardo spaventato.
Le tremano le mani. In testa le scorrono immagini rapide.
Sbatte le palpebre per evitare di vederle, cerca di guardare le
sue scarpe bianche, gli aghi marroncini che coprono il terreno,
le ginocchia sporche e insanguinate di Björn, ma le immagini
rimangono lì. Viola è morta, è seduta sul letto con gli occhi
sbarrati, lo sguardo impenetrabile, ha il viso bianco e umido,
i capelli sono bagnati e spettinati.
Per qualche ragione Penelope aveva capito che l'uomo sulla
spiaggia che urlava a Björn di nuotare verso terra aveva ucciso
sua sorella. Lo sapeva, aveva messo insieme i frammenti di cui
era in possesso e aveva completato il quadro in un lampo. Al-
trimenti sarebbero morti tutti.
Penelope aveva urlato in direzione di Björn. Avevano perso
tempo, erano stati lenti, e lei l'aveva ferito con la punta della
gaffa prima di riuscire a issarlo a bordo.
Il gommone aveva raggiunto e passato Stora Kastskär e poi
aveva accelerato in mare aperto.
Lei era andata a sbattere dritta contro un vecchio pontile di
legno e aveva inserito la retro, ma il motore si era spento quando
la prua aveva urtato un palo. La barca si era inclinata su un fian-
co con un brutto scricchiolio e loro due erano saltati a terra in
preda al panico, senza portarsi dietro niente, nemmeno un tele-
fono. Penelope era inciampata sul pendio e aveva appoggiato
una mano per terra; girandosi, aveva visto che l'uomo vestito
di nero stava ormeggiando in tutta fretta il gommone al pontile.
Penelope e Björn correvano nel bosco, fianco a fianco, scan-
sando gli alberi, aggirando le rocce scure. Björn si lasciò scap-
pare un gemito quando, con i piedi nudi, calpestò dei rami
aguzzi.
Penelope se lo trascinava dietro; l'inseguitore non era molto
distante.
Non avevano un piano di fuga, andavano avanti spinti dal
panico, in mezzo alle felci fitte e ai cespugli di mirtilli.
Penelope piangeva, piangeva con una voce che non aveva
mai avuto prima.
Un grosso ramo la colpì su una coscia, costringendola a fer-
marsi. Ogni respiro la tagliava come una lama; gemendo e con
le mani tremanti riuscì a piegare il ramo e vide Björn arrivare di
corsa. Il dolore pulsava nel muscolo della gamba. Lei riprese
comunque a correre; sentiva Björn dietro di sé, così si addentrò
ancora di più nel fitto del bosco senza voltarsi.
Ai pensieri succede qualcosa di strano quando si viene presi
dal panico. Perché il panico non è costante: ogni tanto si allen-
ta e lascia spazio a ragionamenti del tutto razionali. E come
chiudere fuori dalla porta il frastuono e trovare finalmente il
silenzio, accompagnato da un'improvvisa lucidità. Poi però la
paura torna, i pensieri vanno in un'unica direzione, si rincor-
rono in un circolo vizioso, non rimane altro che la fuga.
Penelope sapeva che bisognava trovare qualcuno, dovevano
esserci centinaia di persone su Orno quella sera. Dovevano ar-
rivare nella parte abitata dell'isola, a sud, chiedere aiuto, cercare
un telefono e avvisare la polizia.
Si nascosero in mezzo a una folta macchia di pini, ma dopo
un po' la paura divenne insopportabile e ripresero la fuga.
Penelope percepiva la presenza dello sconosciuto; sentiva
quasi i suoi passi lunghi e veloci. Sapeva che lui non avrebbe
smesso di correre e li avrebbe raggiunti. Dovevano trovare su-
bito aiuto, dovevano raggiungere una casa abitata.
Il terreno era di nuovo scosceso, i sassi si staccavano sotto i
piedi e rotolavano giù.
Dovevano trovare qualcuno, doveva esserci qualche casa lì
vicino. Penelope fu colta da un attacco di panico, avrebbe vo-
luto fermarsi e urlare, chiedere aiuto; invece proseguì.
Björn tossiva dietro di lei, aveva il respiro pesante e conti-
nuava a tossire.
E se Viola in realtà non fosse morta e proprio in quel mo-
mento avesse avuto bisogno d'aiuto? Il terrore si impossessò del
suo cervello. Penelope si accorse che formulava quel pensiero
perché la verità era inaccettabile. Sapeva che Viola era morta,
ma non riusciva a darsene conto, precipitando in un'oscurità
senza fine. Non voleva capire, non ci riusciva, non voleva nem-
meno provarci.
Si arrampicarono per un pendio scosceso, in mezzo a pini,
pietre e cespugli di mirtilli rossi. Lei si aiutava con le mani, era
arrivata in cima. Björn era subito dietro, cercò di dire qualcosa
ma gli mancava il fiato, la trascinò giù con sé. Dall'altra parte
della cima il bosco digradava verso la costa occidentale dell'iso-
la. Fra gli alberi scuri si intravedeva la chiara superficie dell'ac-
qua. Non mancava molto. Continuarono a scendere. Penelope
inciampò e scivolò lungo il pendio, cadde pesantemente, pic-
chiando la bocca contro un ginocchio. Per un attimo le mancò
il respiro, poi tossì.
Cercò di rialzarsi, nel timore di essersi rotta qualcosa, quan-
do all'improvviso sentì una musica, e poi voci e risate. Si pun-
tellò contro il terreno bagnato e si tirò su. Poi si passò una ma-
no sulle labbra e vide che era sporca di sangue.
Björn la raggiunse e la aiutò, le indicò la direzione, doveva
esserci una festa. Si presero per mano e ricominciarono a cor-
rere. Tra gli alberi scuri videro le file di luci colorate su un'al-
tana che dava sull'acqua.
Continuarono a camminare, sempre all'erta.
Un gruppo di persone era seduto intorno a un tavolo all'e-
sterno di una casa color rosso scuro. Penelope si rese conto che
era piena notte, anche se il cielo era chiaro. La cena doveva es-
sere finita da un po', ma sul tavolo c'erano ancora bicchieri e
tazzine del caffè, tovaglioli e ciotole vuote.
Qualcuno stava cantando una canzone, altri, in piedi, chiac-
chieravano e si riempivano i bicchieri di vino rosso. Le braci nel
barbecue erano ancora calde. Probabilmente i bambini stavano
dormendo in casa, sotto le coperte. Björn e Penelope avevano
l'impressione che quella gente venisse da un altro pianeta. Ave-
vano facce solari e rilassate. Li circondava un senso di comu-
nanza, quasi fossero sotto una campana di vetro.
Soltanto una persona era al di fuori della cerchia. Se ne stava
un po' in disparte, il viso rivolto verso il bosco, come in attesa.
Penelope si fermò di colpo e strinse la mano di Björn. Si abbas-
sarono per terra e strisciarono dietro un pino basso. Björn era
spaventato, non capiva. Ma lei era sicura di quello che aveva
visto. L'uomo che li inseguiva aveva intuito la direzione che
avrebbero preso ed era arrivato alla casa prima di loro. Aveva
previsto che la luce e i suoni della festa li avrebbero attratti ir-
resistibilmente. Sapeva che, come falene, sarebbero finiti li.
Così li stava aspettando, li spiava attraverso i rami scuri, voleva
prenderli poco dopo il limitare del bosco. Non temeva che i
partecipanti alla festa sentissero le loro grida, sapeva che non
si sarebbero azzardati ad andare nel bosco se non troppo tardi.
A un certo punto Penelope trovò il coraggio di alzare lo
sguardo, ma l'uomo era scomparso. Penelope tremava per l'a-
drenalina in circolo. Forse quell'uomo ha cambiato idea, pen-
sò, cercandolo con lo sguardo.
Magari se n'è andato.
E proprio in quel momento Penelope lo vide di nuovo.
Era in piedi vicino al tronco di un albero, non lontano da
loro.
Con gesti calcolati l'uomo prese un binocolo nero con le
lenti verde chiaro.
Penelope si accucciò vicino a Björn, combattendo l'impulso
della fuga. Continuava a guardare l'uomo tra gli alberi, che in-
tanto aveva portato agli occhi il binocolo. Doveva trattarsi di
uno strumento che rilevava il calore o di un binocolo a infra-
rossi.
Penelope prese Björn per mano e, a passo di leopardo, si di-
resse verso il bosco, lontano dalla casa e dalla musica. Solo do-
po un po' si azzardarono a raddrizzare la schiena. Allora comin-
ciarono a correre insieme lungo un pendio, dolcemente arro-
tondato dai ghiacci chilometrici che un tempo coprivano tutta
l'Europa del Nord. Passarono attraverso cespugli aggrovigliati,
nodosi e intricati, aggirando un grosso masso che svettava oltre
una cima frastagliata. Björn spostò con la mano un ramo trop-
po ingombrante e con grande attenzione passò oltre. Il cuore di
Penelope batteva all'impazzata, le tremavano i muscoli delle
gambe, cercava di respirare con calma, ma era troppo affanna-
ta. Si lasciò scivolare lungo il pendio scosceso, strappando mu-
schio umido e pietre e si fermò davanti all'intrico dei rami di
un abete. Björn indossava soltanto il costume al ginocchio, era
pallidissimo in viso e aveva le labbra quasi blu.






15.
L'identificazione.

Sembra che qualcuno si stia divertendo a tirare una palla con-
tro la facciata dell'ufficio del medico legale Nils Àhlén, proprio
sotto la sua finestra. Lui e il sostituto commissario Joona Linna
aspettano in silenzio Claudia Fernandez. E stata convocata lì
quella domenica mattina presto per procedere all'identificazio-
ne del cadavere della ragazza.
Quando Joona l'aveva chiamata per dirle che temevano che
sua figlia Viola fosse morta, Claudia era sembrata stranamente
tranquilla, almeno dalla voce.
« Non può essere Viola, è nell'arcipelago insieme a sua sorel-
la », aveva detto.
« Sulla barca di Björn Almskog? » aveva domandato Joona.
« Sì, sono stata io a dirle di chiamare Penelope e chiederle se
poteva unirsi a loro, pensavo che avesse bisogno di cambiare un
po' aria. »
« C'era qualcun altro sulla barca? »
« Björn, naturalmente. »
Joona era rimasto in silenzio, e dopo qualche secondo, pas-
sato a cercare di soffocare quel peso che aveva dentro, si era
schiarito la voce e in tono pacato aveva detto: « Claudia, vorrei
che lei venisse al reparto di medicina legale di Solna ».
« Perché? » aveva chiesto lei.
Adesso Joona è seduto su una sedia scomoda nell'ufficio del
medico legale. Ago ha messo una piccola foto di Frippe nell'an-
golo inferiore della cornice con una fotografìa del proprio ma-
trimonio. In lontananza si sente la palla rimbalzare contro la
facciata, scarna e solitaria. Joona ripensa alla telefonata: il ritmo
del respiro di Claudia era cambiato quando alla fine aveva co-
minciato a capire che poteva davvero essere sua figlia la ragazza
che avevano trovato morta. Con grande cautela Joona le aveva
spiegato le circostanze: il cadavere di una donna che temevano
potesse essere sua figlia minore era stato rinvenuto su una barca
da diporto nell'arcipelago di Stoccolma.
Un taxi aveva prelevato Claudia Fernandez nella sua casa di
Gustavsberg. Sarebbe stata lì in pochi minuti.
Ago, neanche troppo convinto, prova ad attaccare discorso,
ma lascia perdere non appena si accorge che Joona non ha in-
tenzione di aprire bocca.
Entrambi non vedono l'ora che sia tutto finito. Un'identifi-
cazione positiva implica sempre un momento terribile. Una
sorta di lacerante sollievo dovuto alla fine di ogni ansia, attesa
e incertezza si confonde con il dolore per la perdita della spe-
ranza. Sentono dei passi in corridoio. Si alzano contempora-
neamente dalla sedia.
Vedere il cadavere di un parente è la conferma inesorabile di
tutti i peggiori timori. Allo stesso tempo, però, è una fase im-
portante e necessaria dell'elaborazione del lutto. Joona ha letto
diverse teorie secondo cui l'identificazione comporta anche una
sorta di liberazione. Non c'è più spazio per fantasie incontrol-
late sul fatto che la persona amata sia ancora in vita, fantasie
che portano soltanto vuoto e frustrazione.
Alla fine, però, sono solo parole, pensa Joona. La morte è
terribile, non si lascia niente alle spalle.
Claudia Fernandez è in piedi sulla porta: è una donna di cir-
ca sessant'anni, spaventata. Il viso mostra tracce di lacrime e in-
quietudine, e il corpo è come congelato, rannicchiato.
Joona la saluta cauto.
« Signora, mi chiamo Joona Linna. Sono il sostituto com-
missario con cui ha parlato al telefono. »
Ago si presenta in maniera impercettibile quando stringe la
mano alla donna, poi le gira subito le spalle facendo finta di
sistemare dei raccoglitori. Dà l'impressione di essere burbero e
scostante, ma Joona sa che in realtà è molto imbarazzato.
« Ho provato a telefonare, ma non riesco a mettermi in con-
tatto con le mie figlie», sussurra Claudia. «Dovrebbero...»
« Procediamo? » la interrompe Ago che non ha sentito le sue
parole.
Si spostano in silenzio lungo il corridoio. A ogni passo Joo-
na Linna ha l'impressione che l'aria stia per finire. Claudia Fer-
nandez non ha fretta di andare incontro al momento che la
aspetta. Cammina piano, diversi metri dietro Ago, la cui figura
alta e affilata si affretta davanti a loro. Joona Linna si gira e pro-
va a fare un sorriso a Claudia. Ma torna subito serio quando
vede lo sguardo di lei. Panico, supplica, tentativo di venire a
patti con Dio.
Hanno l'impressione di doverla quasi trascinare nella stanza
fredda in cui vengono conservati i corpi.
Ago mugugna qualcosa in tono seccato, poi si china, apre la
serratura della cella in acciaio inossidabile ed estrae il cadavere.
Appare la ragazza, il corpo coperto da un telo bianco. Gli
occhi sono spenti, semichiusi, le guance infossate.
I capelli formano una corona scura intorno alla sua bella te-
sta.
Una piccola mano pallida spunta all'altezza del fianco.
Claudia Fernandez respira velocemente. Si sporge verso il
corpo, accarezza piano una mano, geme con un suono lamento-
so. Arriva dal profondo, come se in quell'istante qualcosa dentro
di lei si fosse rotto, come se la sua anima fosse andata in pezzi.
Claudia comincia a tremare, cade in ginocchio, si preme
contro la bocca la mano priva di vita della figlia.
«No, no», piange. «Dio, mio Dio, Viola no... Viola...»
Joona è in piedi poco dietro Claudia, vede la sua schiena
sussultare per i singhiozzi, sente la voce; il suo pianto disperato
si fa più forte e poi, poco alla volta, si acquieta.
La donna si asciuga le lacrime dal viso, ma continua a sin-
ghiozzare mentre si alza dal pavimento.
« Può confermare che si tratti di lei? » chiede Ago secco. « È
Viola Fernandez che... »
Gli si spegne la voce, così si schiarisce la gola rapido e irri-
tato.
Claudia scuote la testa e sfiora dolcemente con le dita la
guancia di sua figlia.
«Viola, Violita...»
Poi ritrae la mano, tremante, mentre Joona dice quasi sotto-
voce: « Sono profondamente dispiaciuto ».
Claudia sta per cadere, ma si appoggia alla parete, nasconde
il viso e mormora: « Sabato andiamo al circo, farò una sorpresa
a Viola... »
Guardano il corpo della ragazza, le labbra esangui, le vene
sul collo.
« Non mi ricordo più il suo nome », dice Claudia aggressiva
guardando Joona.
«Joona Linna», risponde lui.
«Joona Linna», ripete la donna con voce profonda. « Voglio
dirle una cosa su Viola. Lei è la mia bambina, la mia piccoli-
na... »
Guarda di nuovo il viso privo di colore di Viola e vacilla.
Ago prende una sedia, ma lei scuote decisa la testa.
«Scusate», dice. «E solo che... Penelope, la mia figlia più
grande, ha dovuto assistere a molti fatti terribili a El Salvador.
Alle volte ripenso a quello che mi hanno fatto in prigione, mi
ricordo quanto fosse spaventata Penelope, piangeva e mi chia-
mava... Per ore, ma io non potevo rispondere, non potevo pro-
teggerla... »
Claudia incrocia lo sguardo di Joona e fa un passo avanti; lui
la abbraccia con cautela. Lei si lascia andare sul suo petto, pro-
va a respirare, poi si sottrae all'abbraccio, evitando di guardare
il cadavere di sua figlia, cerca a tentoni lo schienale della sedia e
si siede.
« Il mio orgoglio... era che Viola fosse nata qui in Svezia.
Aveva una bella camera con un lampadario rosa, giocattoli e
bambole, andava a scuola, guardava Pippi Calzelunghe... Non
so se riuscite a capirmi, ma sono sempre stata orgogliosa del
fatto che lei non abbia mai dovuto soffrire la fame o avere pau-
ra. Non come noi... Io e Penelope ci svegliamo ancora la notte,
convinte che qualcuno stia per entrare a farci del male. »
Rimane un attimo in silenzio e poi sussurra: « Viola ha co-
nosciuto solo la felicità e... »
Claudia si piega in avanti, nasconde il viso tra le mani e
piange piano. Joona le appoggia una mano sulla schiena, par-
tecipe.
« Adesso devo andare », dice lei tra le lacrime.
« Non c'è fretta. »
La donna sembra stia per calmarsi, ma poi il viso ridiventa
una maschera di dolore.
« Avete parlato con Penelope? » chiede.
« Non siamo riusciti a metterci in contatto con lei », rispon-
de Joona.
« Ditele che voglio che chiami per... »
Si interrompe, sbianca in viso e poi alza di nuovo lo sguardo.
« Pensavo che non volesse rispondermi perché... Io sono sta-
ta... Le ho detto una cosa orribile, ma non volevo, non inten-
devo... »
« Le ricerche di Penelope e Bjòrn Almskog sono in corso, an-
che con l'elicottero, ma... »
«Per favore, mi dica che è viva», sussurra a Joona. «Me lo
dica, Joona Linna. »
Joona contrae i muscoli della mascella mentre accarezza
Claudia sulla schiena, e poi dice: « Farò tutto il possibile per... »
« Lei è viva, lo dica », lo interrompe Claudia. « Deve essere
viva. »
« La troverò », dice Joona. « So che la troverò. »
« Mi dica che Penelope è viva. »
Joona esita, poi incrocia lo sguardo cupo di Claudia. Pensie-
ri fulminei gli attraversano la testa, si legano in combinazioni
volatili e d'un tratto lui si sorprende a dire: «E viva».
« Sì », mormora Claudia.
Joona abbassa gli occhi, ha perso contatto con quei pensieri
che solo pochi secondi prima erano affiorati alla sua coscienza,
che gli hanno fatto cambiare idea e gli hanno fatto dire a Clau-
dia che la maggiore delle sue figlie è ancora in vita.






16.
L'errore.

Joona accompagna Claudia Fernandez al taxi e, dopo averla
aiutata a salire, rimane nello spiazzo finché non vede sparire
la macchina, poi comincia a cercare il telefono in tasca. Quan-
do si rende conto che deve averlo dimenticato da qualche parte,
torna di corsa al dipartimento di medicina legale, entra nell'uf-
ficio di Ago, prende il suo telefono, si siede alla scrivania, com-
pone il numero di Erixon e aspetta mentre il segnale dà libero.
« Lascia dormire la gente », risponde Erixon. « E domenica,
oggi. »
«Ammettilo, sei sulla barca.»
« Sono sulla barca », ammette Erixon.
« Quindi non c'era dell'esplosivo », dice Joona.
« Non in senso stretto, ma avevi ragione. La barca avrebbe
potuto esplodere in qualunque momento. »
« Che cosa intendi? »
« C'è un problema ai cavi, sembra siano stati schiacciati... è
saltato l'isolamento. Il metallo non fa contatto altrimenti scat-
terebbe la valvola di sicurezza, ma è bagnato... E una volta ac-
ceso il motore in poco tempo andrebbe tutto in corto... e poi
via con gli archi voltaici. »
« Cosa succederebbe? »
« Gli archi voltaici farebbero prendere fuoco al vecchio cu-
scino di una sedia che qualcuno ha messo lì », continua Erixon.
«E poi il fuoco arriverebbe al carburante e... »
« Le fiamme divamperebbero in un attimo... »
« Ecco... gli archi voltaici arriverebbero dopo dieci minuti,
forse di più... ma poi basterebbero pochi secondi: fuoco, sem-
pre più intenso, poi l'esplosione... Imbarcando acqua, la barca
affonderebbe in mare. »
« Quindi, l'accensione del motore avrebbe innescato un in-
cendio e poi un'esplosione, giusto? »
« Sì, ma non necessariamente dolosi », dice Erixon.
« Mi stai dicendo che i cavi potrebbero essere stati danneg-
giati in seguito a un evento fortuito? E che il cuscino della sedia
potrebbe essere finito lì per caso? »
« Senza dubbio », risponde lui.
« Però non ci credi. »
« No. »
Joona ripensa alla barca trovata alla deriva nella Jungfrufjär-
den, si schiarisce la voce e, riflessivo, dice: « Quindi, se è stato
l'assassino... »
«Non si tratta di un assassino qualunque», conclude Eri-
xon.
Joona conosce bene il profilo dell'omicida occasionale. Agi-
sce d'impulso, anche se ha pianificato l'azione. Ci sono sempre
sentimenti profondi in gioco, e la dinamica dell'omicidio spes-
so presenta tratti convulsi. Solo in seguito comincia a prendere
forma un piano, il tentativo di nascondere le tracce e costruirsi
un alibi. Ma questa volta il colpevole sembra aver attuato una
strategia elaborata fin dall'inizio.
Qualcosa però è andato storto.
Per un attimo Joona rimane a fissare il vuoto, poi scrive
« Viola Fernandez » sul primo foglio del bloc-notes di Ago.
Fa un cerchio intorno al nome e sotto scrive Penelope Fer-
nandez e Björn Almskog. Le due donne sono sorelle. Penelope
e Björn hanno una relazione. Björn è il proprietario della barca.
Viola ha chiesto se poteva andare con loro ed è salita a bordo
all'ultimo minuto.
C'è parecchio da fare prima di arrivare al movente dell'omi-
cidio. Joona sa di aver appena affermato che Penelope Fernan-
dez è ancora viva. Non è solo una speranza o un tentativo di con-
solare qualcuno. È stato un presentimento, niente di più. Aveva
colto quel pensiero al volo, ma l'aveva perso quasi subito.
Se dovesse seguire il metodo di lavoro della commissione
omicidi, dovrebbe indirizzare i suoi sospetti verso il ragazzo
di Viola e magari anche verso Penelope e Björn, perché si tro-
vavano sulla barca. Dovrebbe prendere in considerazione anche
alcol e droga. Forse è scoppiata una lite, un dramma della ge-
losia. Joona si concentra sul tentativo di far esplodere il serba-
toio del carburante e cerca di afferrare la logica sottesa al tutto.
Viola è stata annegata nella tinozza di zinco sul ponte, l'omici-
da poi l'ha portata di sotto e l'ha lasciata sul letto.
Joona sta formulando troppi pensieri tutti insieme. Deve
procedere più lentamente, iniziando a inquadrare in una strut-
tura concettuale tutto quello che sa, comprese le domande che
ancora non hanno una risposta.
Fa un altro cerchio intorno al nome di Viola e poi ricomincia.
Lui sa che Viola Fernandez è stata annegata in una tinozza e
messa sul letto della cabina di prua e che Penelope Fernandez e
Björn Almskog ancora non si trovano.
Ma non è tutto, si dice cambiando foglio.
I dettagli.
Scrive la parola «bonaccia».
Non c'era vento, e la barca è stata trovata alla deriva vicino a
Storskär.
La barca è danneggiata a prua, a causa di una collisione piut-
tosto violenta. Probabilmente i tecnici hanno rilevato ogni im-
pronta e fatto i calchi per i confronti.
Joona scaglia il bloc-notes di Ago contro la parete e poi
chiude gli occhi.
« Perkele», sussurra. « Cazzo. »
Gli sta sfuggendo di nuovo qualcosa, ce l'aveva lì, era sul
punto di arrivare a una conclusione decisiva. Ha intuito qual-
cosa, l'ha quasi afferrato, ma poi ha perso nuovamente quel
pensiero.
Viola, riflette Joona. Sei morta sul ponte della barca. Perché
poi qualcuno ti ha portato via di lì? Chi è stato? L'assassino o
un'altra persona?
Se qualcuno l'ha trovata priva di vita sul ponte, forse ha cer-
cato di rianimarla, ha lanciato un sos, è quello che si fa in que-
sti casi. E poi, una volta capito che era morta, che era troppo
tardi, che non sarebbe tornata in vita, questo qualcuno forse
non ha voluto lasciarla lì, ha deciso di portarla all'interno e co-
prirla con un lenzuolo. Ma un cadavere è pesante e scomodo da
spostare, anche se si è in due. Non dev'essere stato troppo dif-
ficile, però, portarla in soggiorno. Sono solo cinque metri, la
porta a vetri è larga e c'è soltanto un gradino.
Ce la si può fare, è plausibile se non si ha un'intenzione pre-
cisa.
Ma non la si trascina giù per la scala ripida, lungo un corri-
doio stretto per poi metterla a sedere sul letto.
Una cosa del genere la si fa solo se lo scopo è che lei venga
ritrovata annegata nella sua cabina sulla barca piena d'acqua.
« Esatto », mormora alzandosi.
Joona guarda fuori dalla finestra, nota uno scarafaggio quasi
blu che striscia sul davanzale esterno, alza lo sguardo e vede
scomparire una donna in bicicletta in mezzo agli alberi. E im-
provvisamente arriva all'elemento mancante.
Si siede di nuovo e tamburella con le dita sulla scrivania.
Non è Penelope a essere stata rinvenuta cadavere sulla barca,
ma sua sorella Viola. Viola però non è stata trovata nel proprio
letto, nella propria cabina, ma in quella di prua, sul letto di Pe-
nelope.
L'assassino potrebbe aver commesso il mio stesso errore,
pensa Joona raddrizzando la schiena.
Pensava di aver ucciso Penelope Fernandez.
Per questo l'ha messa sul letto nella cabina di prua.
È l'unica spiegazione.
E questa spiegazione comporta che Penelope Fernandez e
Björn Almskog non sono responsabili della morte di Viola,
perché non l'avrebbero messa sul letto sbagliato.
Joona sobbalza quando la porta dell'ufficio si apre di colpo.
Ago la sta spingendo di schiena. Entra camminando all'indie-
tro e portando un grosso scatolone. Su uno dei lati sono stam-
pate fiamme enormi e la scritta Guitar Hero.
«Io e Frippe stiamo per iniziare...»
« Zitto », lo interrompe Joona.
« Cos'è successo? » chiede Ago.
« Niente, devo solo pensare », risponde lui conciso.
Joona si alza e lascia l'ufficio senza dire nient'altro. Attraver-
sa la hall d'ingresso senza prestare attenzione a quello che gli
dice la donna alla reception, con gli occhi che le brillano. Esce
alla luce del sole mattutino e si ferma sull'erba vicino al par-
cheggio.
Una quarta persona, che non è un conoscente stretto delle
due donne, ha ucciso Viola, riflette. Ha ucciso Viola, ma cre-
deva di uccidere Penelope. Questo implica che Penelope era vi-
va mentre Viola veniva uccisa, altrimenti il colpevole non
avrebbe commesso l'errore.
Forse è ancora viva, pensa. Ma è anche probabile che giaccia
morta da qualche parte nell'arcipelago, su un'isola o in fondo al
mare. Possiamo sperare, però, che sia ancora in vita, è possibilis-
simo che sia viva, e se è viva, allora la troveremo presto.
Joona si avvia verso la macchina a grandi passi, senza sapere
dove andrà. Sul tettuccio dell'auto c'è il suo cellulare. Deve
averlo appoggiato lì mentre chiudeva la macchina. Prende il te-
lefono che quasi scotta e chiama Anja Larsson. Non risponde.
Apre la portiera, sale, si allaccia la cintura e poi rimane fermo,
cercando di capire cosa non va nel suo ragionamento.
L'aria è afosa, ma il profumo intenso delle siepi di lillà che ci
sono nel parcheggio finalmente ha preso il posto dell'odore pe-
netrante di cadavere che gli era rimasto addosso.
Gli suona il telefono in mano, lui guarda il display e risponde.
« Ho appena parlato con il tuo medico », dice Anja.
« Perché gli hai parlato? » chiede Joona stupito.
« Janush dice che non sei andato da lui », continua lei in to-
no di disapprovazione.
« Veramente non ho avuto tempo. »
« Ma almeno prendi la medicina? »
« Ha un sapore cattivo », scherza Joona.
«Sul serio... Ha chiamato perché era preoccupato per te»,
dice lei.
« Gli parlerò. »
« Intendi quando avrai risolto questo caso? »
« Hai carta e penna? » chiede Joona.
« Che domande, certo. »
« La donna trovata sulla barca non si chiama Penelope Fer-
nandez. »
« Ma Viola, lo so », dice lei. « Mi ha informato Petter. »
« Bene. »
« Ti sei sbagliato, Joona. »
« Sì, lo so... »
« Dillo », ride lei.
« Sbaglio sempre », dice lui a bassa voce.
Poi segue una pausa di silenzio.
« Su questa cosa non si può scherzare? » chiede lei cauta.
« Sei riuscita a sapere qualcosa sulla barca e su Viola Fernan-
dez? »
« Viola e Penelope sono sorelle », chiarisce lei. « Penelope e
Bjòrn Almskog hanno una relazione, o come la si voglia chia-
mare, da quattro anni. »
« Sì, è quello che mi immaginavo, più o meno. »
« Capito. Devo continuare o è inutile? »
Joona non risponde, si adagia sul poggiatesta e nota che
i finestrini sono sporchi del polline di qualche albero.
«Non era previsto che Viola andasse con loro in barca»
continua Anja. « Quella mattina aveva litigato con il suo ragaz-
zo, Sergej Jarusenko, e al telefono con sua mamma aveva pian-
to. E stata sua madre a suggerirle di chiamare Penelope e chie-
derle se poteva unirsi a loro. »
« Che cosa sai di Penelope? »
« A dire il vero ho dato precedenza alla vittima, Viola Fer-
nandez, perché...»
« Anche se l'assassino pensava di aver ucciso Penelope. »
« Aspetta, cosa stai dicendo, Joona? »
« Ha fatto uno sbaglio, pensava di occultare il delitto e di
farlo passare per un incidente, ma ha messo Viola sul letto della
sorella. »
« Perché credeva che Viola fosse Penelope. »
« Ho bisogno di sapere tutto su Penelope Fernandez e... »
« Lei è un idolo per me », lo interrompe Anja. « E una paci-
fista e abita in Sankt Paulsgatan 3. »
«Abbiamo diramato un avviso di ricerca per lei e Bjòrn
Almskog via intranet », dice Joona. « Il soccorso navale sta se-
tacciando la zona intorno a Dalarò con due elicotteri, ma do-
vrebbero organizzare una battuta dell'area insieme alla polizia
marittima. »
« Posso controllare a che punto sono », dice lei.
« Qualcuno dovrebbe anche sentire il ragazzo di Viola e Bill
Persson, il pescatore che l'ha trovata. Dobbiamo raccogliere le
analisi tecniche della barca e sollecitare i risultati dal laborato-
rio della scientifica. »
« Devo chiamare Linkòping? »
« Sono in contatto con Erixon, lui li conosce, e comunque lo
vedo tra poco, andiamo a dare un'occhiata all'appartamento di
Penelope. »
« Sembra quasi che sia tu il responsabile delle indagini. E co-
sì? »






17.
Un uomo molto pericoloso.

Il cielo estivo è ancora alto, ma l'aria sta diventando sempre più
opprimente, come se fosse in arrivo un temporale.
Joona Linna ed Erixon parcheggiano davanti al vecchio ne-
gozio di articoli per la pesca, che da sempre espone le foto di
chi ha preso il salmone più grosso della settimana nelle acque
di Stoccolma.
Il telefono di Joona squilla, e lui vede che è Claudia Fernan-
dez; allora si sposta verso il muro, si mette all'ombra e risponde.
« Mi ha detto che potevo chiamarla », dice lei con voce fle-
bile.
« Certo. »
« Mi rendo conto che dirà così a tutti, ma pensavo... Mia fi-
glia, Penelope. Voglio dire... Devo sapere se trovate qualcosa,
anche se lei... »
La voce di Claudia si rompe.
« Pronto? Claudia? »
« Sì, scusi », sussurra lei.
« Io sono un commissario di polizia... Il mio lavoro è dare la
caccia ai criminali. E il soccorso navale che sta cercando Pene-
lope », spiega Joona.
« Quando la troveranno? »
«Prima devono setacciare la zona con gli elicotteri... e con-
temporaneamente organizzare una battuta, ma ci vuole un po'
più di tempo... Per questo si comincia con gli elicotteri. »
Joona sente che Claudia sta cercando di trattenere le lacrime.
«Non so cosa fare... Io... Io devo sapere se posso fare qual-
cosa, magari sentire di nuovo i suoi amici... »
« La cosa migliore è che lei rimanga a casa », spiega Joona.
« Penelope potrebbe tentare di mettersi in contatto con lei e al-
lora... »
« Non mi chiamerà », lo interrompe la donna.
«Io invece penso che...»
« Sono sempre stata troppo severa con Penny, lei ogni volta
riesce a farmi arrabbiare, non so perché, io... Non voglio per-
derla, non posso perdere Penelope, io... »
Claudia piange al telefono, cerca di controllarsi, chiede fret-
tolosamente scusa e poi chiude la conversazione.
Di fronte al negozio di articoli da pesca c'è Sankt Paulsgatan
3; lì abita Penelope Fernandez. Joona va verso Erixon, che
aspetta in piedi davanti a una vetrina piena di ideogrammi
giapponesi e disegni manga. Sugli scaffali si affollano centinaia
di Hello Kitty, la gattina con il muso grande e innocente. Il ne-
gozio è in netto contrasto con la facciata, di un color marrone
sporco.
« Corpo piccolo e testa grande », commenta Erixon indican-
do un pupazzo di Hello Kitty quando Joona gli si ferma vicino.
« Carina », mugugna Joona.
«Nel mio caso è il contrario, corpo grande e testa piccola»,
scherza Erixon.
Sorridendo Joona gli lancia uno sguardo di traverso e poi gli
apre il portone. Salgono le scale e guardano le targhette con i
nomi, gli interruttori della luce con la spia accesa e lo scivolo
dell'immondizia, pieno. Lungo le scale c'è odore di sole e pol-
vere e minestrone. Mentre sale ansimando dietro Joona, Erixon
si aggrappa al corrimano che, lucido per l'uso, scricchiola sotto
la sua stretta e il suo peso. Arrivano insieme al terzo piano e si
guardano. Erixon è paonazzo in viso per lo sforzo, annuisce e si
asciuga il sudore dalla fronte mentre in tono di scusa sussurra a
Joona: «Mi spiace».
« E afoso oggi », dice Joona.
Intorno al campanello ci sono degli adesivi: uno contro il
nucleare, uno con il logo del commercio equo e solidale e un
simbolo della pace. Joona lancia un'occhiata a Erixon, gli occhi
grigi sono semichiusi quando appoggia l'orecchio alla porta per
ascoltare.
« Cosa c'è? » chiede Erixon sottovoce.
Joona suona il campanello e rimane in ascolto. Aspetta an-
cora un attimo e poi prende un astuccio dalla tasca interna.
« Forse non era niente », dice forzando la serratura senza dif-
ficoltà.
Joona apre la porta, ma poi sembra cambiare idea e la ri-
chiude. A gesti fa capire a Erixon di restare dove si trova, senza
sapere bene perché. All'esterno si sente la musichetta del ca-
mioncino dei gelati. Erixon è in ansia e si passa continuamente
una mano sotto il mento. Joona ha la pelle d'oca sulle braccia,
ma alla fine apre la porta con la solita tranquillità ed entra. Al-
l'interno, sullo zerbino, ci sono quotidiani, volantini pubblici-
tari e una lettera di un partito di sinistra. L'aria è stantia, c'è
puzza di chiuso. Una tenda di velluto è appesa davanti all'ar-
madio. Si sente il gorgoglio profondo delle tubature e poi un
ticchettio nella parete.
Joona non sa perché la mano gli vada alla fondina della pi-
stola. La sfiora con le dita, sotto la camicia, ma la lascia lì. Si
sofferma con lo sguardo sulla tenda rosso sangue e poi sulla
porta della cucina. Trattiene il respiro e cerca di vedere attra-
verso il vetro smerigliato della porta che dà sul soggiorno.
Fa un passo avanti, anche se in realtà vorrebbe uscire da lì,
un forte impulso gli dice che dovrebbe chiamare rinforzi.
Un'ombra passa dietro il vetro smerigliato. Uno scacciaspiriti
con bastoncini di ottone pendenti si muove senza produrre al-
cun suono. Joona nota che il pulviscolo nell'aria cambia dire-
zione, segue una nuova corrente.
Non è da solo in casa di Penelope.
I muscoli di Joona si contraggono. Qualcuno si muove nel-
l'appartamento. Lo sente, sposta lo sguardo sulla porta della
cucina, poi succede tutto in un attimo. Il pavimento di legno
trema. Si sente un rumore ritmico, un ticchettio veloce e rav-
vicinato. La porta della cucina è semiaperta. Joona intravede un
movimento nella fessura tra i cardini. Si schiaccia contro la pa-
rete, come se fosse in una galleria al passaggio di un treno.
Qualcuno viene avanti furtivo nell'ingresso lungo e buio. E so-
lo una schiena, una spalla, un braccio. La figura si avvicina ra-
pida e ruota su se stessa. Joona fa appena in tempo a vedere il
coltello, una lingua bianca, che spunta in diagonale da sotto. Il
movimento è così inaspettato che Joona non fa in tempo a
schivare il colpo. La lama affilata gli taglia i vestiti, e la punta
colpisce la pistola d'ordinanza. Joona cerca di scagliarsi sull'in-
truso, ma non ce la fa. Sente il coltello fendere l'aria una secon-
da volta e si butta per terra. Il colpo questa volta arriva dritto
dall'alto. Joona picchia la testa contro la porta del bagno. Vede
volar via una lunga scheggia del telaio della porta quando il col-
tello colpisce il legno. Scivola di lato, si gira, sferra un calcio
basso e avvolgente e colpisce qualcosa, forse una caviglia del-
l'aggressore. Rotola via, sfodera la pistola e toglie la sicura quasi
con lo stesso movimento. La porta d'ingresso è aperta, si sen-
tono passi frettolosi scendere le scale. Joona si rimette in piedi,
vorrebbe lanciarsi all'inseguimento dell'uomo, ma si ferma di
colpo quando sente un rumore sibilante dietro di sé. Capisce
immediatamente di cosa si tratta e si precipita in cucina. Il for-
no a microonde è acceso. Crepita, si vedono scintille scure die-
tro il vetro. I quattro fornelli della vecchia cucina a gas sono
aperti senza fiamma, e il gas sta invadendo il locale. Con la sen-
sazione che il tempo sia diventato stranamente denso, Joona si
lancia sul forno a microonde. Il timer scandisce frenetico i se-
condi. Il crepitio aumenta. Una bomboletta di insetticida gira
sul piatto di vetro nel forno. Joona toglie la spina dalla presa
sulla parete, e torna il silenzio. Si sente solo il sibilo monotono
del gas che fuoriesce dai fornelli. Joona gira le manopole. La
puzza gli fa venire il voltastomaco. Apre la finestra e rimane
a guardare la bomboletta nel forno. Si è gonfiata parecchio e
potrebbe ancora esplodere al minimo movimento.
Joona esce dalla cucina e scruta nervosamente l'appartamen-
to. Le stanze sono vuote, intatte. L'aria è satura di gas. Fuori
dalla porta, sul pianerottolo, Erixon è per terra con una sigaret-
ta in bocca.
« Non accendere », grida Joona.
Erixon sorride e gli fa un cenno con mano stanca.
« Sigarette di cioccolato », sussurra.
Tossisce piano, e d'un tratto Joona nota la pozza di sangue
sotto di lui.
« Stai sanguinando. »
« Non c'è pericolo », dice lui. « Non so come abbia fatto, ma
mi ha tagliato il tendine d'Achille. »
Joona chiama un'ambulanza e poi si siede vicino a lui. Eri-
xon è pallido e sudato. Sta male.
« Mi ha colpito senza nemmeno fermarsi, è stato... cazzo, co-
me essere attaccato da un ragno. »
Cala il silenzio, e Joona ripensa ai movimenti fulminei che
ha intravisto dietro la porta, al coltello mosso con lucida e im-
placabile rapidità. Mai vista una cosa del genere.
« Lei è dentro? » ansima Erixon.
« No. »
Erixon sorride sollevato, poi si fa serio.
« Il tipo però voleva far saltare in aria la baracca? » chiede.
« Probabilmente voleva cancellare delle tracce o qualunque
possibile collegamento », dice Joona.
Erixon cerca di togliere la carta dalla sigaretta, ma la fa ca-
dere e per un attimo chiude gli occhi. Le guance gli sono diven-
tate di un colore grigiastro.
« Mi sembra di capire che nemmeno tu l'hai visto in faccia »,
dice Joona.
« No », risponde Erixon flebilmente.
«Qualcosa però abbiamo visto, si vede sempre qualcosa... »






18.
L'incendio.

Il personale dell'ambulanza rassicura ancora una volta Erixon e
gli dice di stare tranquillo, che non è in pericolo di vita.
« Riesco a camminare », dice Erixon e chiude gli occhi.
Lo aiutano a salire i gradini, e il mento gli trema per lo sforzo.
Joona ritorna nell'appartamento di Penelope Fernandez.
Apre tutte le finestre per far uscire l'odore di gas e si siede
sul comodo divano color albicocca.
Se l'appartamento fosse esploso, molto probabilmente la
faccenda sarebbe stata liquidata come un incidente causato
da una fuga di gas.
Joona pensa: nessun frammento di ricordo sparisce, niente
di quello che si vede va perduto, bisogna solo far affiorare i ri-
cordi dalla profondità della mente, come se fossero macerie.
Perciò, cosa ho visto?
Niente, solo un movimento rapido e la lama lucida di un
coltello.
Ecco cosa ho visto, pensa Joona all'improvviso. Non ho vi-
sto nient'altro.
E ripete a se stesso che proprio questo vuoto percettivo con-
ferma l'impressione che non si tratti di un criminale ordinario.
Hanno a che fare con un killer, un professionista senza scru-
poli.
Ci aveva pensato anche prima, ma ora che lo ha incontrato
non ha più dubbi.
Ormai è certo che l'intruso nell'appartamento di Penelope
sia la stessa persona che ha ucciso Viola.
Il suo intento era uccidere Penelope e affondare la barca per
simulare un incidente. Proprio come avrebbe fatto nell'appar-
tamento, se non fosse stato sorpreso. Voleva rimanere nell'om-
bra, mascherando le proprie tracce per evitare di attirare l'at-
tenzione della polizia.
Joona si guarda attorno lentamente e cerca di fare il punto
della situazione.
Nell'appartamento di sopra sembra che alcuni bambini stia-
no facendo rotolare delle biglie sul pavimento. In questo mo-
mento si troverebbero in un inferno di fuoco se lui non avesse
staccato in tempo la presa elettrica del forno.
Poi Joona pensa che mai prima d'ora è stato esposto a un
attacco così mirato e pericoloso. Una cosa è certa: l'intruso
non appartiene a uno dei gruppi di estrema destra che vedono
in pacifiste come Penelope Fernandez un nemico. Certo, que-
gli estremisti spesso compiono atti di violenza, ma questa è
un'altra cosa. Questo è un altro livello. Questo è un esperto,
un professionista.
Quindi che ci fai qui? si chiede Joona. Perché un killer vuole
uccidere Penelope Fernandez, cosa c'è sotto?
Ripensa alla rapidità di movimento dell'uomo, al modo in
cui maneggiava il coltello. Tipica tecnica di addestramento dei
corpi speciali.
Si sente rimescolare quando ripensa al fatto che già il primo
fendente avrebbe potuto raggiungerlo al fegato, se non avesse
avuto la pistola agganciata al braccio destro, e il secondo, avreb-
be potuto colpirlo alla testa, se non si fosse buttato all'indietro.
Si alza dal divano e va in camera da letto. Osserva il letto
rifatto con precisione, il crocifisso appeso sopra la testata.
Il killer credeva di aver ucciso Penelope e intendeva far pas-
sare il tutto per un incidente...
Ma la barca non è affondata.
L'assassino è stato interrotto oppure ha lasciato la scena del
crimine per poi farvi ritorno e portare a termine il suo compito.
Non credeva certo che la polizia marittima potesse trovare la bar-
ca alla deriva con la ragazza annegata a bordo. Qualcosa è andato
storto. O forse lui ha cambiato i suoi piani all'improvviso; forse
ha ricevuto nuovi ordini; fatto sta che dopo un giorno e mezzo
dalla morte di Viola entra nell'appartamento di Penelope.
Una ragione impellente ti ha spinto a entrare nel suo appar-
tamento. Qual è stato il motivo che ti ha spinto a correre un
simile rischio? Cosa c'è nell'appartamento che lega te o il tuo
boss a Penelope?
Cosa facevi qui? Hai cancellato delle impronte, formattato
un hard disk, distrutto un messaggio in segreteria telefonica?
Oppure hai portato via qualcosa? pensa Joona.
In ogni caso eri qui per fare qualcosa, ma io ti ho interrotto.
Volevi cancellare le impronte dando fuoco a tutto?
È una possibilità.
Joona ora avrebbe bisogno di Erixon. Non può esaminare la
scena del crimine senza un tecnico della scientifica; non ha l'at-
trezzatura giusta, potrebbe inavvertitamente distruggere le im-
pronte perquisendo l'appartamento da solo; potrebbe contami-
nare il DNA o lasciarsi sfuggire indizi non visibili a occhio nudo.
Va alla finestra, getta uno sguardo in strada, osserva i tavo-
lini vuoti davanti al bar.
Si rende conto di dover tornare in centrale per parlare con il
suo capo, Carlos Eliasson; vuole chiedergli di metterlo a capo
delle indagini, è l'unico modo per vedersi assegnare un altro
uomo della scientifica e farsi aiutare mentre Erixon è assente
per malattia.
Proprio mentre decide di procedere con ordine, parlando sia
con Carlos sia con Jens Svanehjàlm per costituire un gruppo
d'indagine, gli squilla il cellulare.
« Ciao, Anja » risponde Joona.
« Vorrei fare una sauna con te. »
« Una sauna con me? »
« Sì, perché, non possiamo fare una sauna insieme? Potresti
insegnarmi come si fa una vera sauna finlandese. »
«Anja, ho passato quasi tutta la mia vita qui a Stoccolma»,
le risponde con diplomazia. Poi va in corridoio e prosegue per
la porta d'ingresso.
« Lo so che sei finnico-svedese », continua Anja al telefono.
« Cosa c'è di più noioso? Perché non vieni da El Salvador? Hai
letto gli articoli di Penelope Fernandez? Avresti dovuto vederla
l'altro giorno in televisione quando denunciava il traffico di ar-
mi in partenza dalla Svezia. »
Mentre lascia l'appartamento di Penelope Fernandez, Joona
sente il respiro di Anja dal telefono. Sulle scale vede le impron-
te insanguinate dei paramedici e, ripensando al collega seduto
sulle scale con la gamba ferita e il volto sempre più pallido, vie-
ne attraversato da un brivido che per un istante gli mozza i pen-
sieri.
Il killer credeva di aver ucciso Penelope Fernandez. Il suo
compito era quasi terminato, non gli restava che entrare, per
qualche ragione, nell'appartamento di Penelope. Se è ancora
viva, bisogna trovarla in fretta, pensa Joona, perché presto il
killer si renderà conto del suo errore e darà inizio alla caccia.
« Björn e Penelope non vivono insieme », dice Anja.
« L'avevo intuito », replica Joona.
« Ci si può amare lo stesso, proprio come facciamo io e te. »
« Sì. »
Joona esce dal portone ed è colpito dalla luce accecante del
sole. L'aria è densa, ancora più soffocante di prima.
« Riesci a darmi l'indirizzo di Björn? »
Sente il ticchettio delle dita di Anja sulla tastiera.
«Almskog, Pontonjärgatan 47, secondo piano...»
« Ci vado prima che... »
«Aspetta», dice in fretta Anja. « Qualcosa non va... Ascolta,
ho controllato due volte... Venerdì scorso è scoppiato un in-
cendio nel palazzo. »
« E l'appartamento di Björn? »
« È completamente distrutto », gli risponde.






19.
Un paesaggio ondulato coperto di cenere.

Il commissario della polizia criminale Joona Linna sale le scale,
si ferma, rimane immobile e scruta la stanza buia. Il pavimen-
to, le pareti e il soffitto sono carbonizzati. L'odore è pungente:
delle pareti interne non resta che qualche calcinaccio, solo
quelle portanti sono rimaste in piedi. Dal soffitto scendono sta-
lattiti nere. Dal pavimento spuntano monconi di legno, sembra
un paesaggio ondulato coperto di cenere. In certi punti dell'as-
sito si vede direttamente la stanza di sotto. Ormai non è più
possibile distinguere la planimetria originaria dell'appartamen-
to di Björn Almskog.
Davanti all'apertura delle finestre, che guardano verso un'as-
solata facciata verde, è stato tirato un telo di plastica grigia.
Se nessuno è rimasto vittima dell'incendio di Pontonjärga-
tan 47, lo si deve al fatto che quasi tutti erano al lavoro quando
è divampato.
La chiamata ai vigili del fuoco è arrivata alle undici e cinque
e, nonostante la caserma si trovi nei pressi dell'edificio, all'ar-
rivo dei pompieri quattro appartamenti erano già completa-
mente distrutti.
Joona ripensa alla conversazione con il tecnico della scienti-
fica Hassan Sükür. Nel suo rapporto all'SKL - il laboratorio
nazionale della scientifica — Sükür aveva segnalato che l'entità
dell'incendio era del grado più alto, e che era partito dall'ap-
partamento di Lisbet Wirén, la vicina ottuagenaria di Björn
Almskog. La donna era andata a riscuotere una modesta som-
ma del Gratta e Vinci facendosi dare altri due biglietti, ma ave-
va dimenticato il ferro da stiro acceso. L'incendio si era propa-
gato molto rapidamente e tutto lasciava intendere che fosse
partito dal suo appartamento, proprio dal punto in cui si tro-
vavano i resti del ferro e dell'asse da stiro.
Joona entra nell'appartamento carbonizzato. Di quelli che
un tempo erano i mobili, rimangono solo isolate parti di me-
tallo contorto; Joona si guarda intorno e scorge i resti del fri-
gorifero, l'intelaiatura del letto, la vasca da bagno coperta di fu-
liggine. Poi, mentre scende le scale, constata che anche le pareti
e il soffitto dei pianerottoli sono stati devastati dall'incendio. Si
ferma vicino al nastro tirato dalla polizia, dà un'altra occhiata
alla scena. I tecnici della scientifica hanno dimenticato a terra
alcuni sacchetti della DUO, quelli che si usano per proteggere i
materiali volatili. Joona attraversa l'atrio di marmo verde, esce
dal portone, si avvia verso la centrale, prende il telefono e chia-
ma Hassan Sükür. Hassan risponde subito e poi abbassa il vo-
lume della radio.
« Hai trovato tracce di liquido infiammabile? » chiede Joona.
« Hai lasciato alcuni sacchetti DUO sulle scale e ho pensato... »
«Sai, se qualcuno avesse versato un liquido infiammabile
per accelerare le fiamme... »
« Chiaro, ma quello che... »
« Io... ho fatto un controllo, perché spesso il liquido cola nel-
le fessure del parquet, finisce nell'assito, nella lana di vetro o
nel pannello sottostante, che in genere non viene intaccato dal-
l'incendio », continua Hassan.
« E non hai trovato niente? » chiede Joona mentre prosegue
lungo Hantverkargatan.
« No, niente », risponde Hassan.
« Ma sapendo dove possono restare le tracce di liquido in-
fiammabile, è possibile evitare che vengano scoperte. »
« Ovvio... non commetterei mai un errore del genere, se fossi
un piromane », risponde Hassan scherzoso.
« Ma in questo caso sei convinto che sia stato il ferro da stiro
a provocare l'incendio? »
« Sì, è stato un incidente. »
« Allora per te la faccenda è chiusa? » chiede Joona.






20.
La casa.

Penelope è ancora in preda al panico. La paura le toglie il fiato
impedendole di urlare. Si asciuga le lacrime dalle guance e cer-
ca di rialzarsi. Sente il sudore freddo scenderle tra i seni e scor-
rerle lungo i fianchi. Ha male dappertutto e i muscoli le trema-
no per lo sforzo; sulle mani il sangue si mischia al terriccio.
«Non possiamo fermarci qui», bisbiglia nel tirarsi dietro
Björn.
E buio nel bosco, ma la notte sta lasciando il posto al chia-
rore dell'alba. Si dirigono verso la spiaggia, lontano dalla casa e
dalla festa, verso sud.
Il più lontano possibile dall'inseguitore.
Hanno bisogno di aiuto, devono trovare un telefono.
Quando a poco a poco il bosco si apre lasciando intravedere
il mare, ricominciano a correre. Tra gli alberi, a circa un chi-
lometro di distanza, scorgono una casa, forse è ancora più vi-
cina. Si sente il rombo di un elicottero, sembra che si stia allon-
tanando.
Björn barcolla e Penelope, vedendolo in difficoltà, teme che
non abbia più la forza di correre.
Dietro di loro un ramo scricchiola, come se si spezzasse sotto
il peso di una persona.
Penelope inizia a correre a perdifiato nel bosco.
Quando gli alberi si diradano, vede di nuovo la casa, è a un
centinaio di metri da lei. Le finestre sono illuminate e la luce si
riflette sulla carrozzeria rossa di una Ford parcheggiata lì vicino.
Una lepre corre via sul muschio del sottobosco.
Ansanti e timorosi, Björn e Penelope avanzano fino al sen-
tiero.
Poi si fermano per guardarsi intorno, i polpacci bruciano dal
dolore. Salgono i gradini esterni, aprono la porta ed entrano.
« C'è qualcuno? Abbiamo bisogno di aiuto », grida Penelope.
La casa è calda dopo la giornata di sole. Björn zoppica e i
suoi piedi nudi lasciano impronte di sangue sul pavimento del-
l'ingresso.
Penelope passa rapidamente di stanza in stanza, ma la casa è
vuota. I proprietari sono sicuramente rimasti a dormire dai vi-
cini dopo la festa, pensa, e si avvicina alla finestra per guardare
fuori, nascondendosi dietro le tende. Nel bosco non si vede
nessuno e neppure sul prato e sul vialetto d'accesso. Forse l'in-
seguitore ha perso le loro tracce, forse li sta ancora aspettando
vicino all'altra casa. Penelope torna nell'ingresso, vede Björn
seduto sul pavimento che fissa i suoi piedi feriti.
« Devi trovare un paio di scarpe », gli dice.
Lui la guarda dal basso con sguardo assente, quasi parlasse
un'altra lingua.
« Dobbiamo andarcene, e in fretta. Devi trovare qualcosa da
metterti ai piedi », gli ripete.
Björn rovista nell'armadio dell'ingresso, tira fuori sandali,
stivali di gomma e borse vecchie.
Penelope evita di passare davanti alle finestre e si sposta in
fretta alla ricerca di un telefono, guarda sulla mensola dell'in-
gresso, nella valigetta ventiquattrore appoggiata sul divano, nel
centrotavola sul tavolino del salotto, e tra le chiavi e le carte del
bancone della cucina. Nulla.
Poi sente un rumore, viene da fuori.
Forse non è niente, pensa.
Dalla finestra entra il primo sole del mattino.
Carponi, rapidissima, Penelope si dirige in camera da letto,
apre i cassetti di un comò e vede tra la biancheria una cornice
con una foto di famiglia. Ritrae un uomo, una donna e due
adolescenti, l'immagine sembra scattata in uno studio fotogra-
fico. Gli altri cassetti sono vuoti. Penelope apre l'armadio, to-
glie dai portabiti i pochi vestiti, prende una felpa con cappuc-
cio, probabilmente di uno dei due ragazzi nella foto, e un ma-
glione fatto a mano.
Sente l'acqua scorrere dal rubinetto della cucina e corre lì. E
Björn che sta bevendo chino sul lavandino. Si è messo un paio
di vecchie scarpe da ginnastica, di qualche numero più grandi.
Dobbiamo trovare aiuto, pensa Penelope. Non possiamo
stare qui. Da qualche parte deve pur esserci qualcuno.
Mentre Penelope passa a Björn il maglione fatto a mano, si
sente bussare alla porta. Björn sorride sorpreso, si infila il pul-
lover e mormora che finalmente hanno un po' di fortuna. Pe-
nelope va verso l'ingresso, si sposta i capelli dal viso. E quasi
arrivata alla porta, quando vede la sagoma attraverso il vetro
smerigliato.
Si ferma di colpo e fissa quell'ombra. All'improvviso non
riesce più ad allungare la mano per aprire. Riconosce quella fi-
gura, la linea della testa e delle spalle.
Le manca l'aria.
Lentamente indietreggia verso la cucina, un tremito la scuo-
te, vorrebbe correre, il suo corpo vuole scappare. Fissa il vetro,
il volto indistinto, il mento appuntito. All'improvviso avverte
un capogiro, cammina all'indietro, inciampa sulle borse e gli
stivali, allunga la mano per appoggiarsi al muro, fa scorrere
le dita sulla tappezzeria e arriva a toccare lo specchio dell'in-
gresso.
Björn è al suo fianco, ha in mano un coltello da cucina, uno
di quelli per affettare la carne, a lama larga. E pallido e fissa il
vetro della porta con la bocca semiaperta.
Penelope sbatte contro il tavolo mentre continua a cammi-
nare a passo di gambero, e in quel momento vede la maniglia
della porta abbassarsi. Corre in bagno, apre i rubinetti e grida:
« Avanti! La porta è aperta! »
Björn ha un sussulto, sente il cuore rimbombargli in testa,
ma tiene il coltello davanti a sé, è pronto a difendersi, ad attac-
care, quando vede che lo sconosciuto lascia andare la maniglia
della porta. La sagoma sparisce dal vetro e, qualche secondo
dopo, si sentono dei passi sul vialetto. Björn guarda a destra.
Penelope esce dal bagno e indica la finestra del salotto. Corro-
no in cucina e sentono dei passi sul pavimento in legno della
terrazza. Poi dietro alla finestra e vicino alla porta della veran-
da. Penelope si chiede se lo sconosciuto abbia avuto modo di
scorgere le scarpe vicino all'ingresso e le tracce di sangue di
Björn sul pavimento. Il parquet scricchiola di nuovo all'ester-
no, questa volta il rumore proviene dalla scala sul retro. Evi-
dentemente sta facendo il giro della casa, è arrivato alla finestra
della cucina. Björn e Penelope strisciano sul pavimento e si ac-
cucciano contro la parete, proprio sotto la finestra. Cercano di
stare immobili, di respirare senza farsi sentire. Ma eccolo di
nuovo, ha raggiunto la finestra, armeggia sul davanzale e sta
guardando dentro.
Penelope lo vede nel riflesso della finestra che si staglia con-
tro lo sportello del forno. In quel momento potrebbe incrocia-
re i suoi occhi, se solo lo sconosciuto spostasse lo sguardo sullo
sportello del forno. Fra poco capirà che si sono nascosti lì sotto.
Ma il viso sparisce dalla finestra. Björn e Penelope sentono
di nuovo i passi sul parquet della terrazza e poi sul vialetto.
L'uomo è davanti alla casa. Quando la porta d'ingresso si apre,
Björn si tuffa verso quella della cucina, getta il coltello, gira la
chiave nella toppa, spinge la porta e si fionda fuori.
Penelope lo segue nell'aria fresca del mattino. Corrono sul
prato, in direzione del bosco. È ancora buio, ma la prima luce
dell'alba inizia a filtrare tra le cime degli alberi.
Penelope è stretta in una morsa di angoscia paralizzante, ep-
pure continua a correre. Si fa largo fra i grossi rami, corre e salta
per evitare i cespugli e il pietrisco. Sente il respiro affannoso di
Björn alle sue spalle. E sa che dietro di loro c'è senz'altro lo sco-
nosciuto, che li insegue come un'ombra implacabile e assassina.
Se li raggiunge, la morte è sicura. Penelope ricorda di aver letto
qualcosa a proposito di una donna del Ruanda, sopravvissuta al
genocidio dei tutsi, che si era nascosta nella palude per non farsi
prendere dagli hutu correndo ogni giorno a perdifiato in tutte le
direzioni. Aveva corso ininterrottamente per mesi. L'avevano in-
seguita con i machete. Abbiamo imitato le antilopi in fuga dai
predatori, raccontava la donna nel libro. Correvamo, prendeva-
mo sentieri impensati, ci separavamo e cambiavamo continua-
mente direzione per confondere i nostri inseguitori.
Penelope sa che scappare e basta non salverà lei e Björn.
Corrono alla disperata, senza un piano di fuga, facendo il gioco
dell'inseguitore. Vogliono salvare la pelle, hanno bisogno di
aiuto per chiamare la polizia. E l'inseguitore lo sa; sa che si di-
rigeranno verso la costa in cerca di un centro abitato.
Penelope inciampa in un ramo caduto per terra e si strappa i
pantaloni della tuta. Barcolla per qualche passo, ma riesce a
proseguire, la gamba stretta in una specie di laccio rovente.
Non c'è tregua. Penelope sente in bocca il sapore del sangue,
Björn cade su un cespuglio. Poi, in prossimità di un tronco ca-
vo pieno d'acqua, fanno uno scarto e cambiano direzione.
Mentre corre al fianco di Björn, Penelope ha un ricordo im-
provviso e spiacevole. Le torna in mente un altro tipo di paura,
simile a quella che prova adesso. Ripensa ai giorni trascorsi in
Darfur, agli occhi della gente, alla differenza tra gli sguardi di
chi era annichilito dal trauma e chi invece continuava a lottare
senza cedere mai. Non può dimenticare i bambini che una not-
te sono piombati a Kubbum con le armi in mano. Non può
dimenticare la sua paura.






21.
La Sapo.

L'ufficio principale della Sàpo, l'intelligence svedese, è al terzo
piano del grande palazzo della questura, il cui ingresso si trova
in Polhemsgatan. Verner Zandén è il responsabile del diparti-
mento misure precauzionali. E un uomo alto con un naso ap-
puntito, ha piccoli occhi neri e una voce molto profonda, da
basso. E seduto a gambe larghe su una sedia dietro alla sua scri-
vania e alza la mano per invitare alla calma il suo interlocutore.
Una luce pallida entra dalla finestrella che guarda sul giardino.
Nell'aria ristagna odore di polvere e di lampadina surriscaldata.
Nella stanza c'è anche Saga Bauer. La donna è commissario del
nucleo antiterrorismo. Ha solo venticinque anni e porta un na-
stro verde, giallo e rosso intrecciato ai lunghi capelli biondi.
Sembra una Huldra, la ninfa dei boschi che appare nella radura
al centro di un fascio di luce. Saga Bauer ha una pistola di gros-
so calibro nella fondina ascellare, indossa una felpa aperta con
cappuccio e sul davanti la scritta Narva, il nome della palestra
in cui tira di boxe.
« Ho seguito il caso per più di un anno. Ho indagato giorno
e notte...» ribatte Saga.
« Ma non è questo il punto », la interrompe Verner Zandén
sorridendo.
« Per favore, per favore... non puoi passarmi sopra un'altra
volta. »
« Passarti sopra? Un tecnico della polizia criminale è ferito
gravemente, un commissario ha subito un agguato, l'apparta-
mento avrebbe potuto esplodere e... »
« E quindi adesso devo andare là... »
« Ho già mandato Gòran Stone. »
« Gòran Stone? Lavoro qui da tre anni e non ho mai potuto
seguire fino in fondo un'indagine. Questa è la mia specialità,
Gòran non sa niente di... »
« Ma è una buona talpa. »
Saga conta fino a dieci prima di rispondere: « La colpa è an-
che mia, ho trovato il collegamento tra... »
Verner all'improvviso si fa serio: « La faccenda è diventata
pericolosa e io non intendo cambiare parere ».
Saga arrossisce, abbassa lo sguardo e cerca di parlare con cal-
ma.
« Ce la posso fare, mi sono specializzata proprio per... »
« Sì, certo, ma io la penso diversamente. »
Saga tira su con il naso, fa un respiro e appoggia i piedi sul
cestino della carta sotto la scrivania.
« Sai bene che non sono arrivata fin qui grazie alla legge sulle
pari opportunità», gli dice lentamente. «Ero la migliore del
mio gruppo in tutte le prove, ero il miglior tiratore scelto,
ho analizzato duecentodieci... »
« Sono solo preoccupato per te », le risponde Verner som-
messamente, mentre il suo sguardo incrocia gli occhi azzurri
della donna.
« Ma non sono una bambola, né una principessa o una fari-
na. »
«Ma sei così... così...»
Verner arrossisce improvvisamente e alza le mani in segno di
rinuncia. « Va bene, cazzo, allora facciamo che tu segui le inda-
gini preliminari, però insieme con Gòran Stone, che avrà la re-
sponsabilità dell'inchiesta. »
« Grazie », risponde Saga con un sorrisetto.
« Ma non è un gioco, ricordatelo », le dice con la sua voce da
basso. « La sorella di Penelope Fernandez è morta, assassinata, e
Penelope è scomparsa... »
« I gruppi di estrema sinistra sono in fermento. Stiamo cer-
cando di capire se dietro al furto di esplosivi a Vaxholm ci sia il
Fronte Rivoluzionario », dice Saga.
«Naturalmente. L'importante è capire se ci sono minacce
immediate alla sicurezza », chiarisce Verner.
« Le cose si stanno muovendo proprio ora », continua Saga
infervorata. « Ho sentito Dante Larsson, dei servizi di sicurezza.
Dice che un attentato potrebbe avvenire già durante l'estate. »
« Però adesso ci concentriamo su Penelope Fernandez », sor-
ride Verner.
« Certo, certo », ribatte subito Saga.
Poi annuisce e lascia passare qualche istante prima di porre
la sua domanda: « Porterò a termine questa indagine? Per me è
importante saperlo, perché...»
« Finché saremo noi a tenere le redini non ci saranno proble-
mi. Ma non abbiamo idea di come andrà a finire questa storia.
Non sappiamo neanche da che parte cominciare. »






22.
Il fatto incomprensibile.

In Rekylgatan, a Vasteràs, si trova un palazzo bianco molto alto
e luminoso. Nel quartiere ci sono una scuola, la Lillhagsskola,
un campo di calcio e uno di tennis.
Dal portone del civico numero 11 esce un ragazzo con in
mano un casco. Si chiama Stefan Bergkvist e ha quasi diciasset-
te anni; frequenta l'istituto tecnico industriale e vive insieme
con sua madre e il compagno di lei.
Ha lunghi capelli biondi e un piercing al labbro inferiore,
indossa una T-shirt nera e jeans a vita bassa con l'orlo sfilaccia-
to che gli arriva sotto le scarpe da ginnastica.
Stefan si trascina senza fretta fino al parcheggio, appende il
casco al manubrio della sua moto da cross, accende il motore e
si avvia lentamente verso il vialetto pedonale intorno alla casa,
poi prosegue lungo i doppi binari della ferrovia, sotto il viadot-
to Norrleden, nella zona industriale, e si ferma vicino alla ba-
racca di un cantiere ricoperta di graffiti color blu e argento.
Stefan e i suoi amici si incontrano lì, dove fanno gare di mo-
tocross sulla pista che hanno delineato lungo l'argine della fer-
rovia, seguendo i binari morti, e che torna indietro in Termi-
nalvàgen.
Hanno iniziato ad andare lì quattro anni prima, quando
hanno trovato le chiavi della baracca appese a un chiodo, sul
retro, tra i cardi. La baracca era rimasta inutilizzata per quasi
dieci anni, dopo che i lavori del cantiere erano terminati.
Stefan mette la moto sul cavalletto, poi apre il lucchetto della
baracca, abbassa il chiavistello di acciaio e schiude la porta di le-
gno. Una volta dentro, richiude la porta dietro di sé, controlla
l'ora sul suo cellulare e vede una chiamata persa di sua mamma.
Non sa di essere osservato da un tizio sulla sessantina che in-
dossa una felpa grigia e dei pantaloni beige. L'uomo si è messo
dietro a un cassonetto dei rifiuti che si trova vicino a un capan-
none industriale dall'altra parte dei binari.
Stefan entra nel cucinotto, prende un sacchetto di patatine
dal ripiano dello scolapiatti e mangia le ultime briciole.
La luce entra nel gabbiotto attraverso i vetri sporchi di due
finestre con le inferriate.
Stefan aspetta i suoi amici, e nel frattempo sfoglia un muc-
chio di vecchie riviste abbandonate da qualcuno nella baracca,
sul ripiano della scrivania. Sulla prima pagina di Lektyr cam-
peggia il titolo « Sogna di essere pagata per farsi leccare! » con
sotto una giovane donna a seno scoperto.
Intanto l'uomo con la felpa lascia lentamente il suo nascon-
diglio, oltrepassa l'alto pilone di una capriata con i fili della lu-
ce sospesi e supera l'argine scuro dei doppi binari. Arriva vicino
alla moto di Stefan, alza il chiavistello della baracca e chiude la
porta.
L'uomo si guarda intorno, poi appoggia la motocicletta a
terra e la spinge con il piede in modo da bloccare bene l'ingres-
so. Stefan continua a sfogliare la vecchia rivista, guarda le im-
magini sbiadite delle donne, il set fotografico è ambientato in
un carcere. Una ragazza bionda sta a gambe aperte davanti a
una guardia carceraria, in una cella. Stefan fìssa la foto, poi sus-
sulta quando sente baccano fuori dalla baracca. C'è qualcuno.
Stefan ripone la rivista.
L'uomo con la felpa prende la tanica di benzina che i ragazzi
hanno nascosto tra i cespugli vicino alla baracca e inizia a svuo-
tarla cospargendo il terreno circostante. E ormai sul retro,
quando sente le prime urla provenire dall'interno. Il ragazzo ti-
ra calci alla porta e cerca di abbatterla, i suoi passi rimbombano
sul pavimento. Poi il suo viso angosciato si staglia dietro il ve-
tro sporco della finestra.
« Apri la porta! » grida in preda al panico.
L'uomo con la felpa gira intorno alla baracca: la tanica ora è
vuota.
« Cosa fai? » grida il ragazzo.
Poi si lancia contro la porta e cerca di buttarla giù a calci.
Niente da fare. A quel punto il ragazzo chiama la madre al te-
lefono, ma il cellulare è spento. Il cuore gli batte forte mentre
guarda fuori dalla finestra ingrigita, spostandosi da un vetro al-
l'altro.
« Ma sei pazzo? »
Poi arriva l'odore penetrante della benzina e allora il terrore
lo	assale e gli stringe lo stomaco.
« Ehi, lo so che sei ancora lì! » grida con voce stridula.
L'uomo tira fuori dalla tasca una scatola di fiammiferi.
« Cosa vuoi? Ti prego, dimmi solo cosa vuoi... Perché mi fai
questo? Cosa ti ho fatto? »
« Tu non hai fatto niente, ma io devo dare vita a un incu-
bo », dice l'uomo con voce posata, accendendo un fiammifero.
« Fammi uscire! » grida il ragazzo.
L'uomo getta il fiammifero nell'erba umida. L'aria soffia co-
me vento in poppa. Le fiamme azzurrognole si levano con for-
za, tanto che l'uomo è costretto a retrocedere di qualche passo.
Il	ragazzo chiede aiuto. Il fuoco avvolge la baracca. L'uomo si
allontana camminando all'indietro, sente il calore sul viso e le
grida di terrore.
La baracca va subito in fumo, i vetri delle finestre scoppiano
per il calore.
Il ragazzo strilla quando i capelli prendono fuoco.
L'uomo prosegue sui binari e intanto osserva la baracca che
brucia come una torcia.
Qualche minuto dopo, arriva un treno merci proveniente da
nord. La locomotiva procede lentamente, sferraglia, fischia; la
fila di vagoni scuri oltrepassa le fiamme mentre l'uomo con la
felpa grigia si eclissa lungo Stenbygatan.






23.
I tecnici della scientifica.

Sebbene sia domenica Carlos Eliasson, il capo della polizia cri-
minale, è in ufficio. La sua crescente riservatezza fa sì che riceva
i suoi collaboratori, a parte le riunioni programmate, con sem-
pre maggiore riluttanza. La porta è chiusa, la spia rossa all'e-
sterno è accesa. Joona però bussa e contemporaneamente apre
la porta.
« Devo sapere se la polizia marittima ha trovato qualcosa »,
chiede.
Carlos appoggia un libro sulla scrivania e poi risponde con
calma:
« Tu ed Erixon siete stati aggrediti; è stata una brutta espe-
rienza, ora dovete prendervi cura di voi stessi senza affaticarvi
troppo ».
« Lo faremo », dice Joona.
« Le ricerche con l'elicottero sono concluse. »
Joona si irrigidisce.
« Concluse? Quali aree sono state... »
« Non lo so », lo interrompe Carlos.
« Chi è a capo delle ricerche? »
« La sezione criminale non ha nulla a che fare con questo ca-
so, è la polizia marittima che... » spiega Carlos.
« Ma sarebbe un bene per noi sapere se le nostre indagini ri-
guardano uno o tre omicidi », aggiunge Joona sarcastico.
« Joona, tu non stai conducendo nessuna indagine. Ho pas-
sato il caso a Jens Svanehjàlm. Mettiamo in piedi una squadra
con i nuclei operativi di sicurezza. Dalla sezione criminale vie-
ne Petter Näslund, dalla commissione omicidi Tommy Ko-
foed e... »
« E qual è il mio compito? »
« Di prenderti una settimana di riposo. »
« No. »
« Devi andare alla scuola di polizia e tenere qualche lezio-
ne. »
« No. »
« Non essere testardo. Questa ostinazione non è così affasci-
nante come credi... » dice Carlos.
« Me ne infischio. Perché Penelope... » dice Joona.
« Te ne infìschi? Sono io il capo della... » lo interrompe Car-
los.
« Penelope Fernandez e Björn Almskog forse sono ancora vi-
vi », continua Joona. « L'appartamento di Björn è andato a fuo-
co e quello di lei avrebbe fatto la stessa fine se non fossi arrivato
in tempo. Secondo me, l'assassino sta cercando qualcosa, deve
anche avere provato a far parlare Viola prima di annegarla... »
« Grazie mille », lo interrompe Carlos ad alta voce. « Grazie.
Le tue considerazioni sono molto interessanti, ma ci sono...
No, aspetta un momento, non mi interrompere. So che non
vuoi sentirtelo dire, ma ci sono tanti altri poliziotti oltre a te,
Joona. E per la maggior parte sono molto in gamba, credimi. »
« Sono d'accordo », dice Joona titubante e con voce ironica.
« E dovresti essere in pensiero per loro, Carlos. »
Joona guarda le macchie scure del sangue di Erixon sulle
maniche della sua camicia.
« Cosa intendi dire? »
«Mi sono imbattuto nell'assassino. E un professionista.
Qualche collega potrebbe lasciarci la pelle nel corso di questa
indagine. Mettilo in conto. »
« Siete stati presi alla sprovvista, capisco che la cosa vi abbia
scioccato... »
« Va bene », dice Joona secco.
« Tommy Kofoed sta coordinando i rilevamenti sulla scena
del crimine; ora telefono a Brittis, alla scuola di polizia, per co-
municargli che oggi passerai da lui e che la prossima settimana
terrai un ciclo di lezioni », conclude Carlos.


Mentre esce dal palazzo della questura, Joona è investito dal
caldo. Si toglie la giacca e nota nello stesso momento che qual-
cuno gli si è avvicinato alle spalle; è sbucato dall'ombra del par-
co e dalle macchine parcheggiate sulla strada. Joona si gira e
vede il volto della mamma di Penelope, Claudia Fernandez.
«Joona Linna», dice la donna con voce tesa.
« Claudia, come va? » le chiede lui con tono professionale.
La donna scuote la testa. Ha gli occhi rossi e il viso sofferente.
« La trovi, deve trovare mia figlia. » Poi gli consegna una pe-
sante busta.
Joona apre il plico; è pieno di soldi. Lo restituisce subito alla
donna, che però si ritrae.
« Per favore, li prenda. E tutto quello che ho, ma posso pro-
curarmene degli altri se vendo la casa. Le chiedo solo di trovare
mia figlia. »
« Claudia, non posso accettare questo denaro. »
Il suo viso tirato si torce in un'espressione di dolore.
« Per favore... »
« Stiamo già facendo tutto il possibile. »
Joona restituisce la busta a Claudia, che la prende in mano e
si incammina mormorando che andrà a casa ad aspettare vicino
al telefono. Poi però torna indietro, ferma Joona e gli spiega:
«Le ho detto di non farsi vedere a casa... adesso mia figlia
non vorrà più sentirmi ».
« Una discussione non è la fine del mondo, Claudia. »
« Ma come ho potuto parlarle in quel modo? Mi capisce? »
gli chiede premendosi i pugni sulla fronte. « Che razza di ma-
dre sono per parlare così a mia figlia? »
«A volte può capitare che... »
Joona non riesce a proseguire; all'improvviso ha la schiena
madida di sudore, mentre la testa si rifiuta di formulare pensieri.
« Non ce la faccio, non ne posso più », dice Claudia a bassa
voce.
Joona prende le mani della donna e le ripete che farà tutto il
possibile.
« Sua figlia tornerà da lei », le bisbiglia.
La donna annuisce, poi ognuno va per la propria strada.
Joona si affretta lungo Bergsgatan e alza gli occhi al cielo men-
tre si avvia alla macchina. Il sole è velato dalla foschia, la gior-
nata si fa sempre più soffocante. Poco più di un anno prima era
in ospedale a tenere la mano di sua madre. Parlavano come
sempre in finlandese. Le diceva che, non appena si fosse ripre-
sa, sarebbero andati insieme in Carelia. Sua madre era nata là,
in un piccolo villaggio che, a differenza di molti altri, rasi al
suolo, era stato risparmiato dall'artiglieria dell'Armata rossa
durante la seconda guerra mondiale. La madre gli aveva rispo-
sto che lui in Carelia doveva andarci in compagnia della donna
che lo stava aspettando da fin troppo tempo.
Joona compra una bottiglia di aranciata San Pellegrino al
bar Il Caffè prima di salire in macchina. Il volante è infuocato,
il sedile gli cuoce la schiena. Invece di dirigersi verso la scuola
di polizia però, torna in Sankt Paulsgatan 3, nell'appartamento
di Penelope. Pensa all'uomo che ha incontrato là dentro, a co-
me si muoveva con rapidità e precisione, sembrava che avesse
fatto del coltello un'arte.
Il portone è circondato dal nastro blu e bianco con la scritta
« Polizia, vietato l'accesso ».
Joona si presenta al poliziotto in divisa e lo saluta con una
stretta di mano. Si sono già incontrati in precedenza, ma non
hanno mai lavorato insieme.
« Fa caldo oggi », dice Joona.
« Direi », gli risponde il poliziotto.
« Quanti tecnici ci sono sul posto? » gli chiede facendo cen-
no con il capo in direzione delle scale.
«Uno dei nostri e tre della Sàpo. Vogliono identificare al
più presto le tracce di DNA », gli risponde prontamente il col-
lega.
« Non ne troveranno », dice Joona, quasi parlando a se stes-
so, poi inizia a salire.
Davanti alla porta dell'appartamento al terzo piano c'è Mel-
ker Janos, un poliziotto più anziano. Joona si ricorda di lui dai
tempi dell'addestramento: un superiore isterico e antipatico. A
quei tempi Melker stava facendo carriera, ma poi un tormen-
tato divorzio e l'abuso di alcol lo avevano fatto precipitare nel-
l'abisso. Ora gli toccava fare la ronda. Appena vede Joona, lo
saluta con poche parole e gli apre la porta con un gesto affet-
tatamente servile.
« Grazie », dice Joona, senza aspettarsi una risposta.
Oltrepassata la soglia, incoccia in Tommy Kofoed, il tecnico
della scientifica che coordina le indagini. Kofoed è chinato, sul
volto un'espressione accigliata. Non arriva neanche al petto di
Joona. Quando i loro sguardi si incontrano, il collega gli sor-
ride con la bocca aperta come un bambino.
«Joona, che bello vederti. Credevo che fossi andato alla
scuola di polizia. »
« Ho sbagliato strada. »
« Ah, bene. »
« Avete trovato qualcosa? »
« L'anticamera è piena di impronte. »
« Non ne dubito: sono quelle delle mie scarpe », dice Joona
stringendogli la mano.
«Ci sono anche quelle dell'aggressore», aggiunge Kofoed
con un sorriso ancora più aperto. «Abbiamo trovato un sacco
di impronte belle chiare e distinte. Si muoveva con grande agi-
lità, vero? »
« Direi proprio di sì », risponde Joona secco.
Sul pavimento dell'ingresso è sistemata una pedana per evi-
tare che le impronte siano contaminate prima dei rilevamenti.
Su un treppiede c'è una macchina fotografica con l'obiettivo
rivolto verso il pavimento. In un angolo spicca una potente
lampada con lo schermo in alluminio e il filo arrotolato intor-
no allo stelo. I tecnici hanno utilizzato una luce radente sul pa-
vimento e con il rilevatore elettrostatico sono riusciti a rilevare
le impronte delle suole. Si notano tutte quelle dell'aggressore,
dalla cucina fino all'ingresso.
Joona apprezza lo scrupolo, ma sa che si rivelerà inutile, vi-
sto che, molto probabilmente, scarpe, guanti e vestiti del killer
sono già stati distrutti, bruciati.
« Come si muoveva? » chiede Kofoed indicando le impronte.
« Là, là... di sbieco fino a lì e poi non ce ne sono più fino a qui e
qui. »
« Ti sei perso un'impronta », sorride Joona.
« Maledizione. Quale? »
« Quella là », indica Joona.
« Dove? »
« Sulla parete. »
Circa settanta centimetri sopra al pavimento si vede una leg-
gera impronta di scarpa sulla tappezzeria grigio chiaro. Tommy
Kofoed chiama un tecnico pregandolo di fare un rilievo di ge-
latina.
« Si può camminare sul pavimento adesso? » chiede Joona.
« Sì, basta che non ti metti a camminare sui muri », sbuffa
Kofoed.






24.
Qualcosa.

In cucina c'è un uomo in jeans e maglione azzurro con le toppe
di pelle sui gomiti. Si liscia i baffi biondi, parla a voce alta e
indica il forno a microonde. Joona entra e vede un tecnico
in felpa e guanti che ripone la bomboletta spray ammaccata
in un sacchetto di carta, ripiega due volte l'apertura, poi lo
chiude con il nastro adesivo e lo cataloga.
« Sei Joona Linna, vero? » gli chiede l'uomo con i baffi bion-
di. « Se sei bravo come dicono, dovresti lavorare con noi. »
Si stringono la mano.
« Gòran Stone della Sàpo », dice l'uomo compiaciuto.
« Sei tu che conduci le indagini? »
«Sì, sono io... ma formalmente è Saga Bauer... per motivi
statistici », ridacchia Gòran.
« Ho conosciuto Saga Bauer. Mi sembra tranquillamente in
grado di... »
« Davvero? » sghignazza Gòran, poi si mette la mano davanti
alla bocca.
Joona guarda dalla finestra, pensa alla barca che è stata tro-
vata alla deriva e cerca di capire perché sia stato assoldato un
killer. Sa che le indagini si trovano in una fase troppo prema-
tura per trarre conclusioni di sorta, ma nel contempo sa anche
che non bisogna mai procedere senza formulare un'ipotesi.
Molto probabilmente, il killer era sulle tracce di Penelope. E
probabilmente non aveva nessuna intenzione di uccidere Viola,
visto che non poteva prevedere che la ragazza si trovasse a bor-
do — la sua presenza sulla barca si deve solo a una triste coin-
cidenza, dice tra sé Joona, lasciando la cucina per andare in ca-
mera da letto.
Il letto è rifatto, il copriletto color panna ben teso. Saga
Bauer, della Säpo, è di fronte a un pc portatile poggiato sul da-
vanzale interno della finestra e nel frattempo parla al dittafono.
Joona ricorda di averla vista a un seminario sull'antiterrorismo.
Joona si siede sul letto e cerca di rimettere insieme le idee.
Viola, Penelope e Björn. I tre non potevano trovarsi tutti insie-
me sulla barca quando Viola è stata assassinata. Altrimenti l'as-
sassino non avrebbe ucciso la persona sbagliata. Se fosse salito a
bordo al largo, li avrebbe uccisi tutti e tre, disponendoli in bella
posa sui rispettivi letti e affondando successivamente la barca.
L'errore quindi esclude la presenza di Penelope sulla barca. De-
ve averli raggiunti altrove.
Joona si alza, esce dalla camera da letto e va in salotto. Si
guarda intorno, posa lo sguardo sul televisore appeso al muro,
sul divano con il plaid rosso, sul tavolo moderno con una pila
di riviste Ordfront e di giornali Exit. Va alla libreria, che ricopre
un'intera parete, si ferma e pensa alla barca e ai cavi nella sala
motori, che avrebbero prodotto gli archi voltaici nel giro di
qualche minuto, all'imbottitura del cuscino pronta a prendere
fuoco e poi al combustibile. Però la barca non è affondata. Il
motore probabilmente è rimasto acceso solo per poco tempo.
Non possono essere tutte coincidenze.
L'appartamento di Björn devastato dal fuoco; lo stesso gior-
no Viola viene uccisa; e se la barca non fosse stata abbandonata,
sarebbe saltata in aria.
Poi l'assassino tenta di provocare un'esplosione nell'apparta-
mento di Penelope.
L'appartamento di Björn, la barca, l'appartamento di Pene-
lope.
Il killer cerca qualcosa che appartiene a Björn e Penelope.
Prima ha perquisito la casa di Björn, inutilmente; allora, dopo
aver appiccato il fuoco all'appartamento, ha proseguito le ricer-
che sulla barca; niente anche lì. Ha interrogato Viola, che non
sapeva niente, l'ha uccisa e si è recato a casa di Penelope.
Joona prende un paio di guanti di lattice da una scatola e si
mette davanti alla libreria a osservare il sottile strato di polvere
posato davanti ai libri. Nota che, in prossimità di alcuni dorsi,
non c'è traccia di polvere. Qualcuno, di recente, ha tirato fuori
quei libri dagli scaffali.
« Non ti voglio qui. E la mia indagine », dice Saga Bauer alle
sue spalle.
« Me ne vado subito, mi basta controllare una cosa », rispon-
de Joona con calma.
« Cinque minuti » gli dice.
Joona si volta: « Potete fotografare i libri? »
« Già fatto. »
« Di lato, in modo da inquadrare la linea della polvere », ag-
giunge Joona impassibile.
Saga intuisce tutto al volo, fa una smorfia, strappa una mac-
china fotografica dalle mani di un tecnico e fa una serie di scatti
di tutti i ripiani. A quel punto, dice a Joona di controllare i li-
bri sui cinque scaffali più in basso.
Joona tira fuori Il capitale di Karl Marx, lo apre, lo sfoglia,
vede che è pieno di sottolineature e annotazioni ai margini.
Sbircia nello spazio lasciato dal libro, ma non vede niente. Ri-
mette a posto Il capitale. Il suo sguardo si posa su una biografìa
di Ulrike Meinhof, su un'antologia sgualcita riguardante il
pensiero femminile e la politica e su una raccolta di opere di
Bertolt Brecht.
Vicino all'ultimo ripiano in basso Joona scorge all'improv-
viso tre libri che sono stati chiaramente consultati di recente
perché davanti non hanno neanche un granello di polvere.
Come antilopi, una testimonianza del genocidio in Ruanda;
Cien sonetos de amor di Pablo Neruda e un saggio dal titolo le
radici ideologiche degli studi svedesi sulla razza.
Joona li sfoglia uno dopo l'altro; quando apre le radici ideo-
logiche degli studi svedesi sulla razza, una fotografia cade a terra.
La raccoglie. È un'immagine in bianco e nero di una ragazzina
con un'espressione seria e lunghe trecce. La riconosce subito:
Claudia Fernandez. Non può avere più di quindici anni e as-
somiglia in modo straordinario alle sue figlie.
Ma chi può aver messo un ritratto di Claudia Fernandez in
un libro sulla razza? pensa Joona tra sé e gira la foto.
Sul retro, c'è una frase scritta a matita: No estés lejos de mi un
solo dia.
E il verso di una poesia: Non star lontana da me un solo giorno.
Joona afferra la raccolta di poesie di Neruda, la sfoglia e tro-
va subito il passo:
No estés lejos de mi un solo dia, porque còmo, porque, no sé de-
cirlo, es largo el dia, y te estaré esperando como en las estaciones
cuando en alguna parte se durmieron los trenes.
Questa fotografia dovrebbe trovarsi nel libro di Neruda.
E quello il posto giusto, pensa Joona. L'assassino ha frugato
nei libri e la foto è scivolata fuori.
Lui ha osservato la polvere sul ripiano come ho fatto io, poi
ha sfogliato i libri che erano stati spostati nelle ultime settima-
ne, e all'improvviso si è accorto della foto scivolata fuori. L'ha
raccolta e l'ha rimessa a posto, ma nel libro sbagliato.
Joona chiude gli occhi.
E andata per forza così, pensa.
Il killer ha rimesso a posto i libri.
Sapeva cosa cercare, qualcosa che può stare tra le pagine di
un libro.
Ma che cosa?
Una lettera o un testamento, una fotografia o una confessio-
ne. Forse un cd o un dvd, una memory card o una sim.






25.
La bambina sulle scale.

Joona esce dal salotto e va a dare un'occhiata in bagno, che i
tecnici della scientifica stanno fotografando nei dettagli. Poi at-
traversa l'anticamera, esce dalla porta e si ferma sul pianerotto-
lo davanti alla fitta grata del vano ascensore.
In piedi vicino all'ascensore c'è un agente. Joona bussa alla
porta dell'appartamento accanto a quello di Penelope, poi resta
in attesa. Si sentono dei passi all'interno. Una donna grassoccia
sulla sessantina socchiude la porta e guarda fuori.
« Sì? »
« Buongiorno, mi chiamo Joona Linna, sono un commissa-
rio della omicidi e... »
« Ma ho già detto che non l'ho visto in faccia », lo interrompe.
« La polizia è già stata da lei? Non lo sapevo. »
La donna apre la porta e due gatti, che stavano sdraiati sul
tavolino del telefono, saltano giù, corrono sul pavimento e spa-
riscono in fondo a una stanza.
«Aveva una maschera da Dracula sulla faccia», dice la don-
na con calma, come se avesse già raccontato la storia un'infinità
di volte.
« Chi? »
« Ma come chi! » brontola lei ed entra in casa.
Dopo un istante torna con un ritaglio di giornale ingiallito.
Joona scorre rapidamente l'articolo, risalente a una ventina
di anni prima, su un esibizionista che si travestiva da Dracula e
molestava le donne di Sòdermalm.
« Non aveva neanche una foglia di fico là in basso... »
« Ma signora... »
« Non che io abbia guardato », prosegue la donna. « Ma vi
ho già raccontato tutto. »
Joona la guarda e sorride.
« In realtà volevo chiederle tutt'altro. »
La donna spalanca gli occhi.
« Perché non me lo ha detto subito? »
« Lei conosce Penelope Fernandez, la sua vicina che... »
« Per me è come una nipotina », lo interrompe. « Così a mo-
do, gentile, dolce e... »
Tace di colpo e gli domanda a bassa voce: « E morta? »
« Perché me lo chiede? »
« Perché lei è un poliziotto, è qui, mi fa strane domande... »
« Penelope ha ricevuto visite insolite negli ultimi giorni? »
«Non è che solo perché sono vecchia mi metto a spiare e
prendere nota. »
« No, certo, ma pensavo che forse poteva aver visto qualco-
sa. »
« Ma non è così. »
« E successo nient'altro? Qualcosa di diverso dal solito? »
« Assolutamente no. La ragazza è brava e gentile. »
Joona la ringrazia e le dice che forse tornerà per farle ulterio-
ri domande. Poi si sposta per permetterle di chiudere la porta.
Non ci sono altri appartamenti al terzo piano, così inizia a
salire le scale. A metà rampa vede una bambina seduta. Potreb-
be avere circa otto anni, e con i capelli corti, i jeans e la magliet-
ta sciupata di Helly-Hansen sembra un maschietto. Tiene in
braccio un sacchetto di plastica con dentro una bottiglia di ac-
qua dall'etichetta un po' scollata e mezzo filone di pane.
Joona si ferma davanti alla bambina, che lo fissa con sguardo
impaurito.
« Ciao. Come ti chiami? »
« Mia. »
« Io sono Joona. »
La bimba ha tracce di sporco sotto il mento e sul collo mi-
nuto.
« Hai la pistola? » gli chiede.
« Perché me lo domandi? »
« Hai detto a Ella che sei un poliziotto. »
« E vero, sono un commissario. »
« Hai la pistola? »
« Sì, ce l'ho. Vuoi provare a sparare? »
La piccola lo guarda stupita.
« Stai scherzando. »
« Sì », sorride Joona.
La bimba scoppia a ridere.
« Perché stai seduta sulle scale? »
« Mi piace stare qui, perché si possono sentire tante cose. »
Joona le siede accanto.
« Cosa hai sentito? » le chiede con calma e indifferenza.
«Adesso ho sentito che sei un poliziotto e che Ella ti ha
mentito. »
« Su cosa? »
« Ha detto che a lei piace Penelope », dice Mia.
« Non le piace? »
« Di solito le mette la cacca dei gatti nella casella della po-
sta. »
« Perché lo fa? »
La bambina alza le spalle e stringe il sacchetto.
« Non lo so. »
« Invece tu cosa pensi di Penelope? »
« In genere mi saluta. »
« Ma non la conosci? »
« No. »
Joona si guarda intorno.
« Abiti qui sulle scale? »
La piccola gli risponde sorridendo: « No, abito al primo pia-
no con la mia mamma».
« Però passi il tempo sulle scale. »
Mia si stringe nelle spalle.
« Mi capita. »
« Dormi qui? »
« A volte. »
« Venerdì scorso », dice Joona lentamente. « Al mattino pre-
sto Penelope è uscita di casa e ha preso un taxi. »
«Lo so. E stata sfortunata», dice in fretta la piccola. «Se
usciva un attimo dopo, incontrava Björn. Lui è arrivato subito
dopo che se n'era andata. Io gliel'ho detto che Penelope era ap-
pena uscita. »
« E lui cosa ti ha risposto? »
« Che non aveva importanza, che doveva solo prendere una
cosa. »
« Prendere una cosa? »
Mia annuisce.
« Di solito mi dà il suo cellulare e mi fa fare un gioco, ma
aveva troppa fretta, è entrato in casa e poi è uscito subito, ha
chiuso la porta ed è corso giù per le scale. »
« Hai visto cosa ha preso? »
« No. »
« E poi cosa è successo? »
« Niente, alle nove meno un quarto sono andata a scuola. »
« E dopo che sei tornata da scuola, alla sera, è successo qual-
cosa? »
Mia alza le spalle.
« La mamma era fuori, così sono stata in casa a mangiare la
pasta e a guardare la tv. »
« E ieri? »
« Anche ieri era fuori, così sono rimasta in casa. »
«Allora non hai visto chi è entrato e uscito. »
« No. »
Joona tira fuori il suo biglietto da visita e ci scrive sopra un
numero di telefono.
« Mia, guarda qua », le dice. « Questi sono due numeri di te-
lefono molto importanti. Uno è il mio. »
Le indica il numero stampato sul biglietto da visita con lo
stemma della polizia.
« Telefonami se hai bisogno di aiuto, se qualcuno fa lo sce-
mo con te. E l'altro numero, quello che ti ho scritto qui, 0200
230 230, è il numero del Telefono Azzurro. Puoi chiamare
quando vuoi e parlare di qualsiasi cosa. »
« Va bene », sussurra Mia, e prende il biglietto da visita.
« Non buttare via il biglietto appena me ne vado », dice Joo-
na. « Perché anche se non vuoi chiamare adesso, forse vorrai
farlo un'altra volta. »
« Björn teneva la mano così quando se n'è andato », dice Mia
e mette la mano sullo stomaco.
« Come se avesse male? »
« Sì. »






26.
Una manata.

Joona bussa anche alle altre porte, ma riesce solo a scoprire che
Penelope era una vicina abbastanza riservata, quasi timida e che
partecipava alle assemblee di condominio e persino a tutte le
giornate di pulizie organizzate dai condomini per conoscersi
meglio. Poi Joona torna al terzo piano.
La porta dell'appartamento di Penelope è aperta. Un tecnico
della scientifica ha appena smontato la serratura e riposto il ci-
lindro in un sacchetto di carta.
Joona entra e osserva il lavoro della scientifica. Gli è sempre
piaciuto farlo, guardare i tecnici che fotografano ogni dettaglio,
rilevano le impronte e catalogano meticolosamente tutti i re-
perti. L'esame della scena del crimine è un procedimento a
strati. Le contaminazioni sono inevitabili: l'importante è ope-
rare con gradualità e sistematicità, per evitare che vadano perse
tracce significative.
Joona fa scorrere lo sguardo nell'appartamento ben tenuto
di Penelope Fernandez. Cosa è venuto a fare Björn Almskog
qui? E entrato non appena Penelope se n'è andata. Sembra
quasi che si sia nascosto fuori dal portone ad aspettare che
lei uscisse.
Forse si è trattato di una coincidenza, ma può anche essere
che non la volesse incontrare.
Björn è corso dentro, ha incontrato la bambina seduta sulle
scale, ma non ha avuto tempo di parlarle, le ha spiegato che
doveva prendere qualcosa e si è fermato solo qualche minuto
nell'appartamento.
Con ogni probabilità ha portato via qualcosa. Forse le chiavi
della barca, dimenticate nell'appartamento, oppure qualcos'al-
tro.
Magari, invece, ha lasciato lì qualcosa. O forse si è limitato a
guardare l'agenda per annotare un numero di telefono. Chissà.
Joona va in cucina e si guarda intorno.
« Avete controllato nel frigorifero? »
Un giovane agente col pizzetto lo guarda. « Hai fame? » gli
chiede con accento del Nord.
« E un posto perfetto per nascondere le cose », risponde Joo-
na bruscamente.
« Non abbiamo ancora finito », dice il giovane.
Joona ritorna in salotto e nota che Saga continua a parlare al
dittafono in un angolo.
Tommy Kofoed sta osservando una pellicola adesiva su cui
sono rimaste attaccate delle fibre.
« Trovato niente di strano? » chiede Joona.
«Strano? Sì, un'impronta di scarpa sul muro...»
« Altro? »
« Se salterà fuori qualcosa, lo sapremo solo dopo le analisi
nel laboratorio di Linkòping. »
« Tra una settimana? » chiede Joona.
« Quasi impossibile, anche lavorando giorno e notte », ri-
sponde il giovane alzando le spalle. « Per non parlare della fac-
cenda del coltello. Dobbiamo ricostruire la dinamica, capire
che tipo di arma ha usato. »
« Fregatene », mormora Joona.
Kofoed scoppia a ridere, quasi fosse una battuta, poi però
torna serio: « Sei riuscito a vedere il coltello, era d'acciaio? »
«No, la lama era più chiara, forse una lega di carburo di
tungsteno, come alcuni coltelli da cucina. Ma così non andia-
mo da nessuna parte. »
« Cosa? »
« L'esame della scena del crimine servirà a ben poco », ri-
sponde Joona. « Non troverete tracce di DNA e neanche im-
pronte digitali che conducano alla persona che stiamo cercan-
do. »
« Allora cosa dovremmo fare secondo te? »
« L'assassino è venuto qui per cercare qualcosa, ma è stato
interrotto e se n'è andato a mani vuote. »
« Stai dicendo che quello che cercava è ancora qui? »
« E molto probabile. »
« Ma tu che idea ti sei fatto? Cosa stava cercando l'assassi-
no? »
« Qualcosa che può stare in un libro. »
Joona fissa per un attimo con i suoi occhi color acciaio gli
occhi castani di Kofoed. Gòran Stone della Sàpo sta fotogra-
fando la porta del bagno da entrambi i lati; l'obiettivo è pun-
tato sullo stipite e sui cardini. Poi Gòran si siede sul pavimento
per fotografare il soffitto bianco del bagno. Proprio mentre
Joona sta per entrare per chiedergli di fare qualche scatto alle
riviste sul tavolino, il lampo di un flash illumina l'ambiente.
Joona si ferma, abbagliato, vede tutto nero. Solo quattro pun-
tini bianchi brillano nella nebbia; ed ecco apparire l'impronta
azzurra di una mano, lucida come l'olio. Joona si guarda attor-
no, non capisce da dove sbuca quell'impronta.
« Gòran », grida dalla porta di vetro dell'ingresso. « Scatta
un'altra foto! »
Nell'appartamento non vola una mosca. Il ragazzo con l'ac-
cento del Nord tira fuori la testa dalla cucina, l'uomo piazzato
vicino alla porta di ingresso guarda Joona con curiosità. Tom-
my Kofoed si toglie la mascherina grattandosi il collo. Gòran
Stone rimane seduto a terra con un'espressione interrogativa
sul viso.
« Fai come prima », gli dice Joona. « Fotografa ancora il sof-
fitto del bagno. »
Gòran Stone fa spallucce, alza la macchina fotografica e scat-
ta un'altra foto al soffitto del bagno. Flash. Le pupille gli si re-
stringono e Joona sente le lacrime uscire dai canali oculari.
Chiude gli occhi e vede ancora un quadrato nero. Capisce
che si tratta del vetro della porta, che con l'abbaglio del flash si
è trasformato in un negativo.
In mezzo al vetro quadrato si vedono quattro macchioline
bianche e l'impronta azzurra di una mano.
Sapeva di averla vista.
Joona aspetta di recuperare la vista e poi si avvicina subito
alla porta di vetro. I segni di quattro pezzetti di scotch traspa-
rente circoscrivono gli angoli di un rettangolo e al centro sul
vetro c'è l'impronta di una mano.
Tommy Kofoed raggiunge Joona e gli si mette di fianco.
« L'impronta di una mano », dice.
« Puoi prelevarla? »
« Gòran », dice Kofoed. « Vieni a fare una foto. »
Gòran Stone si alza da terra e canticchiando arriva con la
macchina fotografica. Flash.
« Sì, qualcuno è stato qua e ha lasciato una manata sul ve-
tro », dice compiaciuto.
Si sposta per fare in modo che Tommy Kofoed possa prele-
vare l'impronta con l'estere ciano-acrilico che lega il sale e l'u-
midità e poi con il fluorescente Basic Yellow 40.
Gòran attende che Tommy abbia finito e poi fa altri due
scatti.
«Adesso ti abbiamo preso», sussurra Kofoed all'impronta e
la preleva con cautela con un foglio di plastica.
« Riesci a controllarla subito? » chiede Joona.
Tommy Kofoed prende con sé l'impronta e va in cucina.
Joona invece rimane davanti alla porta e osserva i quattro pez-
zetti di nastro adesivo sul vetro. La persona che ha lasciato l'im-
pronta ha strappato in fretta e furia un foglio dal vetro della
porta, ma gli angoli sono rimasti attaccati.
Joona osserva più da vicino. Non si tratta di un foglio co-
mune, ma di carta fotografica.
C'era una foto attaccata al vetro. E chi è venuto a prenderla
aveva fretta, evidentemente, perché non l'ha staccata con cura,
l'ha strappata. E si è appoggiato con la mano.
« Björn », dice Joona a bassa voce.
Björn è venuto qui a prendere la stessa fotografìa. Non si te-
neva la mano sullo stomaco per via di chissà quale malanno,
ma perché nascondeva la foto sotto la giacca.
Joona inclina la testa di lato per riuscire a vedere in contro-
luce l'impronta sul vetro, le linee sottili del palmo.
I dermatoglifi delle persone non cambiano mai, a differenza
del DNA non invecchiano, neanche i gemelli monozigoti han-
no le stesse impronte digitali.
Joona sente dei passi veloci dietro di sé e si volta.
« Adesso ne ho abbastanza! » grida Saga Bauer. « Questa è la
mia indagine. E tu non dovresti neanche essere qui! »
«Volevo solo... »
« Chiudi il becco », lo interrompe. « Ho parlato chiaro a Pet-
ter Näslund. Non hai niente a che fare con questo caso, non
devi stare qui, non hai il permesso. »
« Lo so, me ne vado subito », dice Joona mentre riguarda an-
cora il vetro.
« Joona Linna », dice Saga con tono glaciale. « Non puoi ve-
nire qui e toccare potenziali prove... »
«C'era una fotografia sul vetro», le risponde tranquillo.
« Qualcuno l'ha strappata, ma si è appoggiato al vetro lasciando
un'impronta. »
Saga lo guarda in tralice e Joona nota che ha una sottile ci-
catrice bianca sul sopracciglio sinistro.
«Sono perfettamente in grado di occuparmi di questa in-
chiesta da sola », gli risponde decisa.
«L'impronta con ogni probabilità è di Björn Almskog», le
dice Joona.
« Tu sei nel posto sbagliato, Joona » replica Saga.
Lui la ignora e si dirige in cucina.
« E la mia indagine », gli grida lei.
I tecnici hanno installato una piccola postazione di lavoro in
mezzo alla stanza. Due sedie e un'asse su cui hanno messo i
computer, lo scanner e la stampante. Tommy Kofoed è in pie-
di alle spalle di Göran Stone che sta collegando la macchina
fotografica al computer. Hanno caricato l'impronta della mano
e stanno per fare il primo confronto delle impronte digitali.
Saga segue Joona.
« Cosa vedete? » chiede Joona senza preoccuparsi di Saga.
« Non ditegli niente », intima lei con tono concitato.
Tommy Kofoed alza lo sguardo.
« Saga, non essere ridicola », le dice e poi si volta verso Joo-
na. « Non siamo fortunati questa volta, l'impronta è di Björn
Almskog, il ragazzo di Penelope. »
« E schedato, è nel registro degli indagati », aggiunge Göran
Stone.
« Di cosa è accusato? » chiede Joona.
« Di rissa e resistenza a pubblico ufficiale », risponde Göran.
« Uno di quelli della peggior specie », scherza Kofoed. « Ha
partecipato di sicuro a qualche manifestazione. »
« Divertente », dice Göran Stone ironico. « Ma non tutti
quelli che rimangono coinvolti in una rissa fanno parte di
gruppi di estrema sinistra e si mettono a boicottare... »
« Parla per te », lo interrompe Kofoed.
« E la squadra di soccorso parli per sé », sghignazza Göran.
« Cosa? » chiede Joona. « Di cosa parli? Non sono aggiornato
sulle ricerche di Björn e Penelope. Cos'è successo? »






27.
Gli estremisti.

Il capo della polizia criminale Carlos Eliasson sussulta rove-
sciando l'intero contenuto di un sacco di mangime per pesci
nell'acquario quando Joona Linna entra nel suo ufficio e sbatte
la porta.
« Perché non è stata organizzata una squadra di soccorso? »
chiede a voce alta. « E in gioco la vita di due persone, e non
dirmi che non possiamo mandare delle barche. »
« La polizia marittima fa le sue valutazioni, lo sai molto bene »,
risponde Carlos. « Hanno sorvolato la zona con gli elicotteri e
tutti concordano sul fatto che Penelope Fernandez e Björn Alm-
skog sono morti o non vogliono essere trovati... nessuna delle
due alternative prevede l'invio di un gruppo di soccorritori. »
« Quei due hanno qualcosa. E secondo me l'assassino vuole
quel qualcosa. »
«Non ha senso tirare a indovinare... Non sappiamo come
sono andate le cose, Joona. La Säpo pensa che quei due siano
morti, ma potrebbero benissimo essere su un treno per Amster-
dam in questo momento e... »
« Piantala », lo interrompe Joona con impeto. « Non puoi
dare ascolto alla Säpo per quanto riguarda... »
« Il caso è di loro competenza. »
« Perché? Perché è di loro competenza? Anche se Björn Alm-
skog è stato accusato di rissa, questo non significa niente, asso-
lutamente niente. »
« Ho parlato con Verner Zandén e ha detto subito che Pe-
nelope Fernandez è collegata ai gruppi di estrema sinistra. »
« Forse lo è, ma sono sicuro che questo omicidio riguarda
tutt'altra faccenda », dice Joona ostinato.
« Certo! Certo, tu sei sicuro di questo », grida Carlos.
« Il tizio in cui mi sono imbattuto nell'appartamento di Pe-
nelope era un professionista e non uno qualunque che... »
« La Säpo ritiene che Penelope e Björn stessero pianificando
un attentato. »
« Penelope Fernandez sarebbe una terrorista? » chiede Joona
sbalordito. « Se avessi letto i suoi articoli, sapresti... E una pa-
cifista e prende le distanze da... »
«Ieri», lo interrompe Carlos. «Ieri la Säpo ha preso un
membro delle Brigate, che era entrato nell'appartamento di Pe-
nelope. »
« Non so neanche cosa siano le Brigate. »
«E un'organizzazione di sinistra... Sono affini a quelli di
Azione Antifascista e del Fronte Rivoluzionario, ma agiscono
per conto proprio... Sono ideologicamente affini alla Rote Ar-
mee Fraktion e vorrebbero operare con l'efficienza leggendaria
del Mossad. »
«Questa faccenda non mi quadra», dice Joona.
« Non vuoi che ti quadri, ma questo è un altro discorso »,
dice Carlos. «A tempo debito organizzeremo una squadra di
soccorso e studieremo il flusso delle correnti per capire come
ha fatto la barca ad andare alla deriva; a quel punto inizieremo
a dragare e magari andare giù con i sommozzatori. »
« Bene », sussurra Joona.
« Rimane da capire perché sono stati uccisi... o perché si na-
scondono. »
Joona apre la porta che dà sul corridoio, ma si ferma e vol-
tandosi verso Carlos gli dice; « Cosa è successo al tizio delle Bri-
gate che stava andando a far visita a Penelope? »
« E stato rilasciato », risponde Carlos.
« Sono riusciti a sapere cosa ci faceva là? » chiede Joona.
« Andava a farle visita. »
« Una visita », sospira Joona. « E tutto quello che la Sàpo è
riuscita a sapere? »
«Non puoi metterti a indagare sulle Brigate», dice Carlos
all'improvviso con voce agitata. « Posso sperare che tu capisca? »
Joona lascia la stanza e appena è nel corridoio prende il cel-
lulare. Sente Carlos gridargli che è un ordine, che non ha il per-
messo di entrare nella sfera di competenze delle forze di sicu-
rezza. Joona prosegue, in rubrica cerca il numero di Nathan
Pollock, lo seleziona, lo chiama e poi aspetta.
«Pronto, Pollock», risponde Nathan.
« Cosa sai delle Brigate? » chiede Joona, e in quel momento
si aprono le porte dell'ascensore.
« La Sàpo per parecchi anni ha cercato di infiltrarsi e di fare
una mappatura dei gruppi militanti di sinistra presenti a Stoc-
colma, Goteborg e Malmò. Non so se le Brigate siano davvero
pericolose, ma la Sàpo crede che abbiano armi ed esplosivi.
Molti degli attivisti hanno alle spalle anni di galera e sono stati
condannati per atti violenti. »
L'ascensore comincia a scendere con un rumore sordo.
« Ho saputo che la Sàpo ha fermato una persona, diretta-
mente connessa alle Brigate, che è entrata nell'appartamento
di Penelope. »
« Si chiama Daniel Marklund, appartiene alla cerchia più
stretta delle Brigate », risponde Nathan.
« Cosa sai di lui? »
« Non molto », risponde Pollock. « E stato condannato con
la condizionale per atti vandalici e reati informatici. »
« Cosa ci faceva da Penelope? » chiede Joona.
L'ascensore si ferma e le porte si aprono.
« Era disarmato », riferisce Nathan. « Ha chiesto la consu-
lenza di un legale durante l'interrogatorio preliminare, in gene-
rale non ha risposto alle domande ed è stato rilasciato il giorno
stesso.»
« Quindi non sappiamo niente? »
« No. »
« Dove posso trovarlo? »
« Non ha una residenza », spiega Nathan. « Secondo la Sàpo,
vive insieme con la cerchia più stretta nel covo delle Brigate,
che si trova vicino alla stazione della metropolitana di Zinken-
sdamm.






28.
Le Brigate.

Dirigendosi a grandi passi nel garage sotterraneo sotto il parco
del municipio, Joona Linna pensa a Disa. Ha voglia di vederla.
Desidera toccare le sue esili braccia, sentire il profumo dei suoi
capelli morbidi. Joona Linna si sente in pace col mondo quan-
do la sente parlare dei suoi ritrovamenti archeologici, di fram-
menti di ossa che non hanno nulla a che fare con il crimine,
miseri resti di persone vissute in epoche molto lontane.
Joona vuole parlare con Disa, è da un po' che ne ha voglia,
ma ha avuto troppo da fare. Prosegue verso il garage e si fa stra-
da tra le auto parcheggiate; poi percepisce un movimento die-
tro a un pilone di cemento. Qualcuno lo sta aspettando, vicino
alla sua Volvo. Intravede una sagoma, in parte nascosta da un
furgoncino. Non si sente altro che il ronzio dei ventilatori.
« Sei un fulmine », chiosa Joona.
« Teletrasporto », ribatte Pollock.
Joona si ferma, chiude gli occhi e si massaggia le tempie.
« Mal di testa? » gli chiede Pollock.
« Ho dormito poco. »
Salgono in macchina e chiudono le portiere; Joona accende
il motore, mentre dalle casse dello stereo scivolano nell'abitaco-
lo le note di un tango di Astor Piazzolla. Pollock alza il volume;
le voci di due violini sembrano intrecciarsi.
« Io non ti ho detto niente, naturalmente », comincia Na-
than.
« Naturalmente », gli fa eco Joona.
« Ho appena saputo che la Sàpo ha in mente di fare un'in-
cursione nei locali delle Brigate, col pretesto della visitina di
Daniel Marklund a casa di Penelope. »
« Non va bene. Devo parlare con quella gente prima dell'in-
cursione. »
«Allora non perdiamo tempo», dice Nathan.
Joona innesta la retro, gira la macchina e imbocca lo scivolo
del garage.
«Perché tanta urgenza?» chiede Joona e gira a destra in
Kungsholmsgatan.
« Credo che ci stiano andando ora. »
« Mostrami l'ingresso del covo delle Brigate e poi torna in-
dietro in questura facendo finta di niente », dice Joona.
« Qual è il tuo piano? »
« Piano? »
Nathan non riesce a trattenere una risata.
« Voglio solo chiedere a Daniel Marklund cosa ci faceva nel-
l'appartamento di Penelope», spiega Joona. «Magari lui sa
qualcosa che noi non sappiamo. »
«Ma... »
« Non ti sembra una strana coincidenza il fatto che le Brigate
cerchino di entrare nel suo appartamento proprio in questo
frangente? La Sàpo è convinta che l'estrema sinistra stia pro-
grammando un attentato, però... »
« Sono stati addestrati per questo, il loro lavoro è vedere at-
tentati ovunque », sorride Pollock.
«In ogni caso farò due chiacchiere con Daniel Marklund
prima che qualcuno dei nostri colleghi lo arresti. »
«Anche se riesci ad arrivare dai ragazzi delle Brigate prima
della Sàpo, non è detto che quelli poi abbiano tutta questa vo-
glia di parlare con te. »






29.
Corpi speciali.

Saga Bauer infila tredici cartucce nel caricatore, che inserisce
nella sua pistola nera, una Glock 21 calibro 45.
Uno dei corpi speciali della Sàpo assalterà il covo delle Bri-
gate a Sòdermalm.
Saga Bauer è in compagnia di tre colleghi, in un minibus, in
Hornsgatan, davanti alla Folkopera. Tutti e quattro indossano
abiti civili e nel giro di quindici minuti entreranno nel Fast
Food Nagham in attesa dell'arrivo dei colleghi del corpo spe-
ciale.
Nel corso dell'ultimo mese, a Stoccolma, la Sàpo ha notato
uno strano fermento in tutti i gruppi della sinistra estrema. Po-
trebbe trattarsi di una semplice coincidenza, ma gli analisti
pensano che ci sia dietro una strategia comune. Le probabilità
che stiano preparando un attentato sono alte, soprattutto dopo
il furto di un ingente quantitativo di esplosivo da una base mi-
litare nei pressi di Vaxholm.
Ritengono che ci sia un collegamento tra tali manovre, l'uc-
cisione di Viola Fernandez e il tentato incendio dell'apparta-
mento di Penelope Fernandez.
Le Brigate sono considerate il gruppo più pericoloso e ag-
guerrito. Daniel Marklund fa parte del direttivo. E stato ferma-
to quando è entrato nell'appartamento di Penelope Fernandez
e secondo gli analisti potrebbe benissimo essere la stessa perso-
na che ha aggredito il commissario Joona Linna e il suo collega.
Gòran Stone sorride mentre si infila il giubbotto antiproiet-
tile.
«Adesso andiamo a prendere quei vigliacchi bastardi.»
Anders Westlung ride, ma non riesce a nascondere la tensione:
« Cazzo, spero proprio che facciano resistenza, così finalmente
potrò castrare uno di questi sporchi comunisti. »
Saga Bauer pensa al momento in cui Daniel Marklund è sta-
to preso nell'appartamento di Penelope Fernandez. Il capo di
Saga Bauer, Verner Zandén, aveva deciso che sarebbe stato Gò-
ran Stone a condurre l'interrogatorio. Gòran era partito subito
in quarta, cercando di far saltare i nervi a Marklund, ma il ra-
gazzo si era limitato a chiedere l'assistenza di un legale tenendo
la bocca chiusa per tutto il tempo.
In quel momento si aprono le porte del furgone ed entra
Roland Eriksson con una lattina di Coca-Cola e un sacchetto
di cioccolatini alla banana, poi si mette seduto.
« Cazzo, se vedo un'arma sparo », dice Roland, nervosissimo.
« Succede tutto sempre in fretta, troppo in fretta. Meglio spa-
rare per primi... »
« Procederemo come concordato », lo interrompe Gòran
Stone. « Ma certo, se scoppia uno scontro a fuoco non mirere-
mo alle gambe... »
« Io gli sparo subito in bocca », sbotta Roland.
« Calmati », ribatte Gòran.
« La faccia di mio fratello... »
« Lo sappiamo, Roland, cazzo », lo interrompe Anders, che
inizia a preoccuparsi.
« Una molotov in faccia », continua Roland. « Dopo undici
operazioni finalmente può... »
« Hai finito? »
« Sì, ho finito. »
« Sicuro? »
« Tranquillo. »
Roland guarda fuori dal finestrino e gratta con l'unghia del
pollice il coperchio di una scatola di tabacco.
Saga Bauer apre la porta e fa entrare un po' d'aria. Non ha
dubbi: l'irruzione va fatta. Non c'è tempo da perdere. Però non
le è chiaro il collegamento con Penelope Fernandez, quale pos-
sa essere il suo rapporto con la sinistra estrema e, soprattutto, il
movente dell'assassinio di sua sorella. Troppi punti interroga-
tivi. Bisognerebbe interrogare Daniel Marklund prima dell'ir-
ruzione, guardarlo negli occhi e fargli domande dirette e preci-
se. Saga Bauer ha provato a spiegarlo al suo capo, facendogli
presente che, dopo il blitz, potrebbero ritrovarsi senza nessuno
da interrogare.
E ancora la mia indagine, pensa Saga, mentre scende dal fur-
gone incamminandosi nell'aria soffocante della strada.
« I corpi speciali entrano qui, qui e qui », ripete Gòran Stone
indicando le piantine dell'edifìcio. « Noi invece siamo qui e sa-
remo costretti a entrare dal teatro... »
« Dove cazzo è andata Saga Bauer? » chiede Roland.
« Secondo me se la sta facendo sotto e ha le sue cose », ridac-
chia Anders.






30.
Il dolore.

Joona Linna e Nathan Pollock parcheggiano in Hornsgatan, e
scoccano una rapida occhiata alla foto di Daniel Marklund;
stampata in bassa definizione dal pc, è sgranata e di pessima
qualità. I due scendono dalla macchina, percorrono la strada
affollata ed entrano nella porta del piccolo teatro.
Teater Tribunalen è il nome di una piccola compagnia tea-
trale - a prezzi popolari - che è riuscita a mettere in scena di
tutto, dall'Orestea al Manifesto del partito comunista.
Joona e Nathan scendono in fretta le scale strette e si dirigo-
no verso la cassa del teatro, che sta sullo stesso bancone del bar.
Una mora con i capelli tinti e un orecchino al naso abbozza un
sorriso. I due contraccambiano, ma proseguono senza dire
nemmeno una parola.
« Cercate qualcuno? » grida la donna quando li vede salire la
scala di metallo.
« Sì », risponde Pollock, con un sibilo.
Poi i due poliziotti varcano l'ingresso di un ufficio disordi-
nato e spoglio: in fondo alla stanza, una fotocopiatrice, una
scrivania e una bacheca su cui campeggiano ritagli di giornale.
Un uomo magro, con i capelli arruffati e una sigaretta spenta a
un lato della bocca siede davanti al pc.
« Ciao Richard », esordisce Pollock.
« Chi sei? » chiede l'uomo distrattamente, girandosi dalla lo-
ro parte, per poi tornare a fissare il monitor.
I due si dirigono nei camerini degli attori, pieni di eleganti
abiti di scena appesi ovunque, poi oltrepassano la toeletta del
trucco e il bagno.
Su un tavolo c'è un vaso con un mazzo di rose.
Pollock si guarda intorno e poi indica una porta di acciaio
con sopra il cartello «Centralina elettrica».
« Qui dentro », dice Pollock.
« Nella centralina elettrica di un teatro? »
Pollock non risponde, ma forza la serratura. Nello stanzino
si vedono solo i contatori elettrici, e un sacco di scatoloni di
cartone. La lampadina appesa al soffitto è bruciata, ma Joona
procede ugualmente scavalcando gli scatoloni. Dopo aver cal-
pestato una serie di sacchi di carta pieni di vestiti vecchi, dietro
un groviglio di cavi, trova un'altra porta. Joona la apre e i due
si inoltrano in un brutto corridoio con pareti spoglie. Nathan
Pollock lo segue a ruota. Manca l'aria. C'è odore di spazzatura
e di muffa. Una musica risuona in lontananza. Sul pavimento,
un volantino con il ritratto di Che Guevara con una miccia ac-
cesa sopra la testa.
« E da un paio d'anni che questi fanno base in questo postac-
cio », sussurra Pollock.
« Avrei dovuto portarmi qualche biscotto », mormora fra sé
Joona.
«Joona, piedi di piombo, mi raccomando.»
« Mi sto solo chiedendo se avrò il privilegio di incontrare
Daniel Marklund. »
« Lo troverai. Raramente, si muove da qui. »
« Grazie di tutto, Nathan. »
« Forse è meglio che venga con te, sai? » dice Pollock. « Ti
resta poco tempo, poi la Sàpo farà irruzione e scoppieranno i
fuochi d'artificio. »
Joona strizza gli occhi grigi, poi ribatte sommessamente: « E
una semplice visita di cortesia, la mia».
Nathan torna sui suoi passi e se ne va, tossendo piano men-
tre chiude le porte dietro di sé. Joona lascia passare un istante,
ormai è rimasto solo. Estrae la pistola, controlla il caricatore e
reinfila l'arma nella fondina. Poi prosegue verso la porta di me-
tallo che vede in fondo al corridoio. E chiusa, e per forzarla
Joona impiega un paio di preziosi minuti.
Qualcuno ha inciso nel blu della porta la scritta « Brigate » in
caratteri molto piccoli.
Joona abbassa la maniglia, apre la porta con prudenza e vie-
ne assordato da musica a tutto volume. E Machine Gun di Jimi
Hendrix. La musica copre qualsiasi suono, la chitarra, a tratti, è
onirica, fluttuante.
Joona chiude la porta ed entra a grandi passi in un locale
pieno di cianfrusaglie. Mucchi di libri e vecchie riviste sono
impilati fino al soffitto.
La stanza è quasi completamente al buio, ma Joona intuisce
subito che la disposizione delle pile di carta disegna un labirin-
to che conduce ad altre porte.
Scorge una luce fioca più in là e procede; il corridoio ora si
biforca. Joona si dirige verso destra, ma poi si volta di scatto.
Forse ha visto qualcosa, un movimento rapido. Con la coda
dell'occhio ha scorto un'ombra.
Ma non è sicuro di averla vista davvero.
Prosegue, però poi si ferma di colpo per cercare di mettere a
fuoco la situazione. Dal soffitto pende una lampadina. All'im-
provviso, sulle note della musica, irrompe un urlo; c'è qualcu-
no che grida al di là delle pareti sottili. Joona si gira, torna in-
dietro e scorge uno stretto passaggio, proprio in corrisponden-
za di un mucchio di riviste cadute a terra.
Joona inizia ad avere mal di testa. Si sente debole. Avrebbe
bisogno di mangiare qualcosa, ma non si è portato dietro nien-
te; e dire che basterebbe un pezzo di cioccolato fondente.
Districandosi a fatica fra le riviste sparpagliate a terra, Joona
arriva a una scala a chiocciola che conduce al piano di sotto.
Nell'aria c'è un odore dolciastro. Joona si aggrappa al corrima-
no, cerca di scendere furtivamente, il più veloce possibile, ma
sui gradini di metallo, inevitabilmente, si sentono i passi. Arri-
vato in fondo alla scala, davanti a un tendone di velluto, Joona
impugna la pistola.
In quel punto, il volume della musica sembra più basso.
Ora una luce rossa che filtra da una fessura del tendaggio lo
avvolge; c'è odore di marijuana e sudore insieme. Joona strizza
gli occhi, ma non si vede granché. In un angolo troneggia un pa-
gliaccio di plastica con una lampadina rossa al posto del naso.
Esita solo un istante, poi irrompe nel locale, spostando il tendo-
ne scuro di velluto. Le pulsazioni accelerano e il dolore alla testa
si fa più intenso mentre Joona si guarda intorno. Sul pavimento
ci sono un fucile a doppia canna e una scatola piena di munizio-
ni: solidi, robusti pallettoni di quelli che lasciano fori di uscita
impressionanti. Un uomo nudo è seduto su una sedia da ufficio.
Fuma con gli occhi chiusi. Non è Daniel Marklund, però. Una
bionda col seno scoperto è seduta su un materasso, ha la schiena
appoggiata al muro e una coperta militare sui fianchi. Incrocia lo
sguardo di Joona, gli manda un bacio e beve un sorso di birra da
una lattina, incurante del tutto.
Si sente un altro grido uscire da una porta.
Senza mai staccare lo sguardo dai due, Joona raccoglie il fu-
cile, rivolge la bocca a terra e, facendo leva sulla canna, la piega.
La donna posa la lattina e si gratta l'ascella con aria assente.
Joona appoggia con cautela il fucile sul pavimento, attraver-
sa la stanza, oltrepassa la bionda ed entra in un passaggio dal
soffitto basso ricoperto da una rete a maglia larga che trattiene
una lana di vetro gialla. Nell'aria c'è puzza di sigaro. La luce di
una lampada alogena lo investe. Joona si fa schermo con la ma-
no. In fondo, si vedono teloni di plastica. Joona ha perduto il
controllo della situazione, non capisce. Avverte solo dei movi-
menti e sente una voce angosciata e impaurita. Qualcuno sta
urlando, proprio lì vicino: un grido lacerante, seguito da un re-
spiro convulso. Joona sguscia via, oltrepassa la lampada e final-
mente vede la stanza dietro i teloni di plastica.
La stanza è invasa dal fumo che fluttua lentamente nell'aria
immobile.
Una donna robusta e tarchiata con passamontagna, jeans ne-
ri e T-shirt scura è in piedi di fronte a un ragazzo in mutande e
calzini con la testa rasata e le parole «White Power» tatuate
sulla fronte. Si è morso la lingua e il sangue gli cola sul mento,
sulla gola e sulla pancia imponente.
« Per favore », mormora scuotendo la testa.
La donna ha in mano un sigaro acceso. All'improvviso si av-
vicina all'uomo e preme la brace contro il tatuaggio. L'uomo
grida disperato. La grossa pancia e il petto cadente iniziano a
tremare. Si piscia addosso e la macchia scura si allarga sulle mu-
tande blu, poi il liquido scende lungo le sue gambe.
Pistola in pugno, Joona si avvicina alla fessura tra i teloni di
plastica e controlla se nella stanza ci siano altre persone. Non
vede nessuno e sta per gridare « Polizia! », quando vede la sua
mano mollare la presa sulla pistola.
L'arma cade rumorosamente a terra, vicino al tendone. Joo-
na fissa smarrito la propria mano tremante, poi giunge il dolo-
re. Come un colpo secco in fronte. La vista gli si offusca. Non
riesce a trattenere un gemito ed è costretto ad appoggiarsi alla
parete con una mano, sente che sta per perdere conoscenza ma
riesce ancora a sentire le voci.
«Bastardo!» grida la donna con il sigaro. «Che cazzo hai
combinato? »
« Non mi ricordo. »
« Rispondi! »
« Ho fatto il bastardo con un ragazzo. »
«Cosa significa 'ho fatto il bastardo'?»
« Gli ho bruciato un occhio. »
« Con una sigaretta. Era un ragazzino di dieci anni... »
« Sì, ma... »
« Perché? Cosa ti aveva fatto? »
« Lo abbiamo seguito dalla sinagoga giù fino a... »
Joona, come un automa, stacca dal muro un pesante estin-
tore. Sta per perdere i sensi. La stanza svanisce. Restano solo il
dolore alla testa e un forte, martellante suono nelle orecchie.






31.
Il messaggio.

Joona si appoggia alla parete, sbatte gli occhi per cercare di re-
cuperare la vista e nota che c'è una persona vicino a lui; è sbu-
cata dalla stanza in cui si trovano i due giovani. Sente una ma-
no sulla schiena e percepisce un viso attraverso le scure ombre
del dolore alla testa.
« Cos'è successo? » gli chiede Saga Bauer piano. « Sei ferito? »
Joona non riesce a parlare, la testa gli fa troppo male. Un
trapano gliela sta perforando: il cranio, la corteccia cerebrale fi-
no al viscoso liquido cerebrospinale.
Si piega sulle ginocchia.
« Devi uscire da qui », dice Saga.
Joona sente che la mano della collega gli solleva il viso, ma
non riesce a vedere niente. E fradicio di sudore, che gli scende
dalle ascelle, dal collo e dalla schiena. Il viso, i capelli e la fronte
grondano.
Saga fruga nelle sue tasche alla ricerca di un eventuale farma-
co, pensando che Joona sia vittima di un attacco di epilessia.
Joona intuisce che gli ha preso il portafoglio per cercare il tes-
serino con la candela stilizzata dei malati di epilessia.
Poi la morsa di dolore si allenta, Joona si passa la lingua sulle
labbra e alza lo sguardo. Ha le mascelle serrate, ma tutto il cor-
po è teso come una corda di violino.
«Non dovete fare irruzione subito», le sussurra. «Devo...»
« Cosa cazzo è successo? »
« Niente », risponde Joona e raccoglie la pistola da terra.
Si rialza e varca con passo malfermo ma rapido i teloni di
plastica. La stanza è vuota. Sulla parete di fronte balugina la
spia dell'uscita di sicurezza. Saga si porta al fianco di Joona lan-
ciandogli uno sguardo interrogativo. Joona apre la porta di si-
curezza e vede una mezza rampa di scale molto ripida che con-
duce a un'altra porta di acciaio che dà verso la strada.
« Perkele», mormora.
« Mi vuoi dire cosa è successo o no? » strepita Saga, furente.
Joona non se la sente di pensare alla sua malattia, né di ri-
pensare a quel che è accaduto tanti anni prima; il suo cuore a
volte impazzisce e Joona, in pochi minuti, è tramortito da un
dolore lancinante. Secondo il suo medico curante, tutto dipen-
de da una forma di emicrania che si scatena per via di una di-
sfunzione organica.
Solo le pastiglie di Topiramato - un medicinale anticonvul-
sivo - sembrano essergli di aiuto. Joona deve assumerle con re-
golarità, ma quando è sotto pressione sul lavoro smette di pren-
derle, per evitarne gli effetti collaterali, che lo fiaccano fisica-
mente e mentalmente. Sa che è rischioso; può fare a meno delle
medicine per settimane senza avere un attacco di emicrania.
Ma sa anche, e ne ha appena avuto la prova, che un attacco
può arrivare pochi giorni dopo la sospensione dei farmaci.
« Stavano torturando un ragazzo, penso una specie di neona-
zista, ma... »
« Torturando? »
« Sì, con un sigaro », risponde Joona, imboccando il corri-
doio per tornare indietro.
« Adesso mi dici come sono andati i fatti? »
«Non sono riuscito a... »
«Joona, ascoltami», lo interrompe lei. «Forse non dovresti,
voglio dire... non dovresti essere operativo se non stai bene. »
Saga si passa le mani sul viso.
« Che situazione di merda », sussurra poi.
Joona entra nella stanza con il pupazzo a forma di clown e
sente che Saga lo segue da vicino.
« Joona, mi dici almeno cosa ci fai qui? » gli chiede standogli
alle spalle. « I corpi speciali faranno irruzione da un momento
all'altro. E se ti trovano qui armato ti sparano, lo sai, no? In
ogni caso, faranno l'inferno coi lacrimogeni e... »
« Devo parlare con Daniel Marklund », la interrompe Joona.
« Non dovresti neanche sapere di lui », dice Saga, mentre lo
segue su per la scala a chiocciola. « Chi te ne ha parlato? »
Joona imbocca uno dei passaggi, ma si ferma quando Saga
con un gesto gli indica un'altra direzione. La segue, vede che
inizia a correre, estrae allora la pistola, svolta l'angolo e la sente
gridare qualcosa.
Saga si è fermata sulla porta di una stanza in cui ci sono cin-
que computer. In un angolo c'è un giovane con la barba e i ca-
pelli sporchi. È Daniel Marklund. Ha le labbra umide e tremo-
lanti. Tiene in mano un coltello.
« Siamo della polizia: metti subito giù quel coltello », dice
Saga con calma mostrando il suo distintivo.
Il ragazzo scuote la testa e fende l'aria con la lama, volteg-
giandola in diverse direzioni.
« Dobbiamo parlare con te », dice Joona rimettendo la pisto-
la nella fondina.
« Parla allora », dice Daniel con voce tesa.
Joona gli si avvicina e incrocia il suo sguardo nervoso. Sa di
avere puntato contro un coltello con la lama molto affilata.
« Daniel, mi sa che non te la cavi molto bene con le lame »,
dice Joona sorridendo.
Avverte l'odore del grasso sparso sulla lama lucida. Daniel
Marklund rotea ancora il coltello e con uno sguardo concentra-
to risponde: «Non sono solo i finlandesi a esser bravi a...»
A Joona basta uno scatto: afferra il giovane al polso e con un
movimento leggero gli fa scivolare via il coltello che poi posa
sulla scrivania.
Cala il silenzio, i due si guardano e poi Daniel Marklund si
stringe nelle spalle.
« Me la cavo meglio con i computer », dice scuotendo la testa.
« Fra poco verremo interrotti », dice Joona. « Raccontami so-
lamente cosa ci facevi in casa di Penelope Fernandez. »
« Ero andato a trovarla. »
« Daniel », dice Joona serio. « Questo giochetto con il coltel-
lo ti garantisce un lungo soggiorno in carcere, però io ho affari
più urgenti da sbrigare; per cui, non farmi perdere tempo e
dimmi quello che sai. »
« Penelope fa parte delle Brigate? » chiede Saga.
« Penelope Fernandez? » sorride Daniel Marklund. « Lei ci
sta facendo la guerra. »
« Allora cosa avete a che fare con lei? » domanda Joona.
« Cosa vuol dire che vi sta facendo la guerra? » chiede Saga.
« C'è una lotta di potere tra... »
« Ma la Sapo non sa mai niente? » domanda Daniel con un
sorriso sghembo. « Penelope Fernandez è una vera pacifista,
ammette solo metodi di lotta democratici e non violenti. A
lei non piacciono i nostri metodi... ma a noi piace lei. »
Sistema due sedie davanti a un computer.
« Vi piace? »
« Massimo rispetto a lei. »
«Ma allora perché...» chiede Saga stupita.
« Li ha tutti contro... intendo dire, lanciando il suo nome in
Google, si trovano un sacco di menzogne sul suo conto... e ora
qualcuno ha oltrepassato i limiti. »
« In che senso, 'oltrepassato i limiti'? »
Daniel rivolge loro uno sguardo indagatore.
« Lo sapete, vero, che è scomparsa? »
« Sì », risponde Saga.
« Bene. Però io, per colpa di qualcuno, non mi fido dei po-
liziotti, che peraltro non mi sembra che stiano facendo tanti
sforzi per trovarla. E per questo che sono andato da lei. Volevo
dare un'occhiata al suo pc. Insomma, i movimenti neonazisti
svedesi in aprile hanno emesso un comunicato annunciando
il rapimento di Penelope Fernandez, la puttana comunista,
per farle fare la fine che merita una puttana. Date un'occhiata
qui... »
Daniel Marklund digita qualcosa sulla tastiera di uno dei
computer e poi gira il monitor verso Joona.
« Ecco la chat del gruppo neonazista Ariska bròdraskapet. »
Joona scorre velocemente il testo di una chat agghiacciante
in cui i membri di Ariska raccontano come uccideranno Pene-
lope.
« Questi galantuomini non hanno niente a che fare con la
scomparsa di Penelope », dice Joona.
« Non c'entrano niente? Allora chi c'è di mezzo? Quelli di
Nordiska fòrbundet? » chiede Daniel. « Allora forse siamo an-
cora in tempo. »
« In tempo per cosa? » chiede Joona.
« Ho intercettato un messaggio sulla segreteria telefonica
della mamma di Penelope. Ecco perché volevo dare un'occhia-
ta al pc di Penelope. Ma forse siamo ancora in tempo... »
« Cosa diceva il messaggio? » lo interrompe Joona.
« Penelope ha cercato di chiamare sua mamma ieri matti-
na », risponde il ragazzo grattandosi nervosamente i capelli ar-
ruffati.
« Penelope? »
« Sì. »
« Cosa diceva il messaggio? » chiede Saga.
« Quelli della Sàpo non sono i soli a sapere come ascoltare le
telefonate», dice Daniel con un sorrisetto.
« Cosa ha detto Penelope? » domanda Joona a voce alta.
« Che qualcuno la sta inseguendo », risponde subito Daniel.
« Dimmi esattamente cosa diceva il messaggio », ordina
Joona.
Daniel lancia uno sguardo a Saga Bauer e poi chiede:
« Quanto tempo ci resta prima dell'irruzione? »
Saga guarda l'orologio: « Dai tre ai cinque minuti », risponde.
«Allora facciamo in tempo ad ascoltarlo», dice Daniel pre-
mendo rapidamente i tasti su un altro computer. Dalle casse si
diffonde un suono, prima un brusio poi la voce della segreteria
telefonica di Claudia Fernandez.
Si sentono tre bip in sequenza, poi una sottile voce di donna
sovrastata dalle interferenze. In sottofondo, tra i disturbi della
linea, si distingue una voce sottile. Dopo pochi secondi si sente
un uomo dire: « Vai a lavorare! » e poi un clic e il silenzio.
« Scusate, devo mettere qualche filtro », bisbiglia Daniel.
« Il tempo passa », sussurra Saga.
Daniel digita qualcosa sul computer, regola un controllo,
osserva le curve dei suoni, cambia qualche parametro e fa ripar-
tire la registrazione.
« Questa è la segreteria di Claudia; non posso rispondere in
questo momento, lasciate un messaggio e sarete richiamati al
più presto ».
I tre bip si sentono molto più chiaramente e le interferenze
ora producono solo un lieve tintinnio metallico.
All'improvviso si sente, chiara e distinta, la voce di Penelope
Fernandez: « Mamma, ho bisogno di aiuto, sono inseguita da... »
«Vai a lavorare! » dice un uomo, poi piomba il silenzio.






32.
Un autentico lavoro di indagine poliziesca.

Saga Bauer guarda l'ora e poi dice che devono andare. Daniel
Marklund bisbiglia scherzando che rimane sulle barricate, ma i
suoi occhi sono pieni di paura.
« Stanno per fare irruzione. Fanno sul serio. Lascia stare il
coltello, non opporre resistenza, arrenditi subito, non fare mo-
vimenti inconsulti », dice Saga concitatamente prima che lei e
Joona escano dal piccolo ufficio.
Daniel Marklund è ancora seduto alla sua scrivania, li guar-
da, poi prende il coltello-baionetta e lo getta nel cestino della
carta.
Joona e Saga lasciano il labirinto di locali delle Brigate e ri-
salgono in Hornsgatan. Saga raggiunge il gruppo dei colleghi
in borghese. Gòran Stone è al Fast Food Nagham e mangia pa-
tatine fritte in silenzio. Tutti hanno gli occhi spalancati e lo
sguardo vuoto in attesa degli ordini della divisione operativa.
Due minuti dopo, quindici agenti dei corpi speciali equi-
paggiati di tutto punto saltano fuori da un furgoncino nero.
Il gruppo forza le entrate e contemporaneamente lancia una
selva di lacrimogeni nei locali. Cinque giovani, tra i quali Da-
niel Marklund, vengono trovati seduti sul pavimento con le
mani sopra la testa. Sono trascinati in strada, con le mani die-
tro la schiena, legate da manette di nylon.
All'interno dei locali le forze di polizia hanno sequestrato
una vecchia pistola militare Colt, un fucile a pompa con la can-
na deformata, una scatola di pallettoni, quattro coltelli e due
shuriken. Evidentemente, le Brigate non sono la più pericolosa
banda armata svedese.
Mentre percorre in auto Sòder Màlarstrand, Joona compone
il numero del capo della polizia criminale. Dopo appena due
squilli Carlos risponde schiacciando il tasto del viva voce con
una penna. « Come vanno le cose alla scuola di polizia, Joona? »
« Non ci sono andato. »
« Lo so, e infatti... »
« Penelope Fernandez è ancora viva », lo interrompe. « E in-
seguita e sta scappando. »
« Chi lo dice? »
« Ha lasciato un messaggio nella segreteria telefonica di sua
madre. »
Cala il silenzio, poi Carlos prende fiato.
« Ok, è viva, bene... Cosa sappiamo di più? È viva ma... »
« Sappiamo che era viva trenta ore fa quando ha telefonato, e
che qualcuno la sta inseguendo », dice Joona.
« Chi la insegue? »
«Non ha fatto in tempo a dirlo, ma... è lo stesso uomo che
ho incontrato io, perciò dobbiamo sbrigarci, dobbiamo corre-
re », dice Joona.
« Pensi che si tratti di un killer? »
« Sono sicuro che la persona che ha aggredito me ed Erixon è
un professionista, un grob. »
« Un grob? »
« Sì, è un termine serbo per dire un duro. Si fanno pagare
parecchio, in genere lavorano da soli, ma fanno quello per
cui sono pagati. »
« Mi sembra del tutto inverosimile. »
« Ti dico che ho ragione », risponde Joona deciso.
« Lo dici sempre, ma se si trattasse davvero di un killer, al-
lora Penelope non gli sarebbe sfuggita così a lungo... sono pas-
sati quasi due giorni », dice Carlos.
« Se è viva dipende dal fatto che le priorità del killer sono
altre.»
« Sei ancora convinto che cerchi qualcosa? »
« Sì », risponde Joona.
« Cosa? »
« Non sono sicuro, ma forse una fotografia... »
« Cosa te lo fa credere? »
« E la mia ipotesi migliore, al momento... »
Joona riferisce rapidamente dei libri tolti di recente dallo
scaffale della libreria, della foto con la citazione della poesia
di Neruda, della breve visita di Björn, della mano sullo stoma-
co, dell'impronta sul vetro della porta, dei pezzetti di scotch e
degli angoli della fotografia.
« Pensi che l'assassino stesse cercando la fotografia che Björn
ha portato via? »
« Penso che l'assassino abbia cominciato le ricerche nell'ap-
partamento di Björn; non avendo trovato niente, ha sparso la
benzina e poi ha messo al massimo il ferro da stiro della vicina.
L'allarme alla caserma dei pompieri è arrivato alle 11.05; ma il
loro intervento non è riuscito a impedire che l'appartamento di
Björn andasse completamente distrutto. »
« La stessa sera è stata uccisa Viola. »
« Probabilmente il killer ha immaginato che Björn avesse
portato con sé la fotografìa sulla barca, così li ha seguiti, è salito
a bordo, ha affogato Viola, ha frugato ovunque e, di nuovo,
non avendo trovato nulla, ha deciso di affondare la barca riser-
vandole un trattamento simile a quello della casa di Björn. Poi
però gli è venuto un dubbio: forse non aveva cercato nel posto
giusto. Così ha lasciato l'arcipelago, è tornato a Stoccolma e ha
iniziato a frugare nell'appartamento di Penelope... »
« Però la fotografia non l'ha trovata, giusto? » chiede Carlos.
« Björn ce l'ha con sé oppure l'ha nascosta in casa di qualche
amico o in una cassetta di sicurezza o da qualche altra parte. »
Cala il silenzio. Joona sente il respiro pesante di Carlos.
« Ma se la fotografia la troviamo noi, questa storia finirà, o
no? »
« Sì », risponde Joona.
« Quindi: noi troviamo la foto e la passiamo alla scientifica. I
tecnici la esaminano e scoprono cosa c'è sotto. A quel punto,
fine dei segreti, fine degli omicidi. »
« Speriamo che sia così semplice. »
« Joona, io... non posso togliere l'inchiesta preliminare a Pet-
ter, ma intanto è meglio se... »
« Se vado alla scuola di polizia a fare la mia lezione », lo in-
terrompe Joona.
« Bravo. Mi basta. Non voglio sapere altro », conclude Car-
los col sorriso sulle labbra.
Mentre si dirige verso Kungsholmen, Joona ascolta la segre-
teria telefonica del cellulare e sente alcuni messaggi di Erixon.
Nel primo gli comunica che può lavorare benissimo anche dal-
l'ospedale, tredici minuti dopo gli chiede di partecipare attiva-
mente alle indagini e venti minuti dopo grida che sta impaz-
zendo a starsene con le mani in mano. Joona lo chiama e dopo
appena due squilli sente la voce stanca di Erixon mormorare:
« Cra-cra... »
« E troppo tardi? Sei già impazzito? » chiede Joona.
Erixon risponde solo con il suono del singhiozzo.
« Non so quanto tu sia lucido, ma dobbiamo muoverci rapi-
damente. Ieri mattina Penelope Fernandez ha lasciato un mes-
saggio sulla segreteria telefonica di sua madre. »
« Ieri? » ripete Erixon.
« Ha detto che qualcuno la insegue. »
« Stai venendo qui? » chiede Erixon.
Joona sente Erixon respirare affannosamente dal naso men-
tre lui gli racconta che Penelope e Björn non hanno dormito
insieme la notte di venerdì. Lei ha chiamato un taxi che alle
6.40 l'ha portata agli studi televisivi, dove doveva partecipare
a un dibattito. Alle 6.43 o giù di lì, comunque subito dopo
che il taxi aveva lasciato Sankt Paulsgatan, Björn è entrato nel-
l'appartamento. Joona racconta a Erixon della manata sul vetro
della porta, dei pezzi di scotch e degli angoli strappati. Sicura-
mente Björn si era appostato davanti alla casa di Penelope per
vederla uscire, in modo da entrare e prendere la fotografia a sua
insaputa il più in fretta possibile.
« E penso che la persona che ci ha aggredito sia un killer e
che cercasse la fotografia quando lo abbiamo sorpreso », prose-
gue Joona.
« Forse », sussurra Erixon.
« Voleva solo andarsene dall'appartamento. Non aveva alcun
motivo di ucciderci », soggiunge Joona.
«Altrimenti saremmo già morti», chiosa Erixon.
Si sente gracchiare nel telefono: Erixon sta dicendo a qual-
cuno che vuole essere lasciato in pace. Joona sente una donna
ripetere che è l'ora della fisioterapia e Erixon brontolare che si
tratta di una conversazione privata.
« Possiamo dedurre che il killer non ha trovato la fotogra-
fia », prosegue Joona. « Perché se l'avesse trovata sulla barca,
non sarebbe andato a frugare in casa di Penelope. »
« E lì non c'era perché l'aveva presa Björn. »
« Giusto. E il tentativo di far saltare in aria l'appartamento
dimostra che al killer non interessa la fotografia in quanto tale:
vuole solo distruggerla. »
« Ma perché era appesa alla porta a vetri in casa di Penelope
se era tanto importante? » chiede Erixon.
« Posso fare solo ipotesi », dice Joona. « La più probabile è
che Björn e Penelope abbiano piazzato in bella mostra quella
fotografia senza sapere che l'immagine rappresenta un docu-
mento molto importante. »
« E così, deve essere così », dice Erixon elettrizzato.
« Non pensavano che la foto andasse nascosta, o che potesse
spingere qualcuno a commettere un omicidio. »
« Però all'improvviso Björn cambia opinione. »
« Forse è venuto a sapere qualcosa, forse capisce che è peri-
colosa e perciò la prende », dice Joona. « C'è ancora molto che
non sappiamo e l'unico modo per ottenere le risposte è svolgere
un autentico lavoro di indagine poliziesca. »
« Esatto! » risponde Erixon quasi urlando.
« Puoi rintracciare tutte le telefonate dell'ultima settimana,
gli sms, gli estratti conto e tutto il resto? Scontrini fiscali, bi-
glietti dell'autobus, incontri, attività, orari di lavoro...»
« Sì, maledizione. »
« No, lascia stare, dimentica quello che ti ho detto. »
« Dimentica? Cosa devo dimenticare? »
« La fisioterapia », dice Joona sorridendo. « Devi fare la fisio-
terapia. »
« Hai voglia di scherzare? » chiede Erixon con ritrovata indi-
gnazione. «Fisioterapia? Cosa cazzo sarebbe? Disoccupazione
occulta? »
« Lo sai che hai bisogno di riposo », lo provoca Joona. « C'è
un altro tecnico che... »
« Sto dando fuori di testa a stare chiuso qua dentro. »
« Ma se ti hanno messo in malattia da sole sei ore. »
« Finirò per arrampicarmi sui muri », mugola Erixon.






33.
Ricerche a tappeto.

Joona si dirige in macchina verso Gustavberg. Un cane bianco
è accovacciato tranquillo vicino al bordo della strada e osserva
beato le auto che passano. Joona pensa che deve telefonare a
Disa, ma invece compone il numero di Anja.
« Ho bisogno dell'indirizzo di Claudia Fernandez. »
« Mariagatan 5. Non lontano dalla vecchia fabbrica di por-
cellane », dice immediatamente.
« Grazie », risponde Joona.
Anja è ancora in linea.
« Io aspetto », gli dice in tono evasivo.
« Che cosa aspetti? » le chiede dolcemente.
« Che tu mi dica che andiamo con la Silja Galaxy a Àbo, do-
ve affittiamo una casetta vicino al mare con sauna in legno. »
« Sembra bello », dice Joona gentile.
E un'afosa giornata d'estate, c'è foschia e l'aria è molto sof-
focante, quando Joona parcheggia davanti alla casa di Claudia
Fernandez. Scende dall'auto, sente il profumo pungente di bos-
so e di ribes, e per un attimo si ferma rapito da un ricordo. Sul
suo viso è apparsa un'espressione rilassata mentre suona alla
porta su cui si trova una targhetta in legno con inciso a caratteri
infantili Fernandez.
Il campanello risuona nell'appartamento con un segnale me-
lodioso. Aspetta. Dopo un attimo sente dei passi tranquilli.
Claudia apre la porta con aria preoccupata. Quando vede
Joona fa un passo indietro nell'ingresso. Una giacca si stacca
dall'appendiabiti e cade.
«No. Non mi dica che Penny...» sussurra.
« Claudia, tranquilla, nessun pericolo », dice in fretta Joona.
La donna non riesce a reggersi in piedi e quasi crolla a terra
tra le scarpe sistemate sotto l'appendiabiti; respira come un ani-
male in trappola.
« Cosa è successo? » chiede con voce sgomenta.
«Ieri mattina Penelope ha cercato di mettersi in contatto
con lei via telefono. Sappiamo solo questo. »
« E viva? » chiede Claudia.
« Sì, lo è », risponde Joona.
« Ti ringrazio, Signore, ti ringrazio », sussurra.
« Abbiamo intercettato un messaggio sulla sua segreteria te-
lefonica. »
« Sulla mia... No! » dice Claudia, rialzandosi.
« L'audio è disturbatissimo; ci vuole un'attrezzatura speciale
per sentire la voce di Penelope », spiega Joona.
« La sola cosa che ho capito... è la voce di un uomo che mi
dice di trovarmi un lavoro. »
« Sì, proprio così. Penelope parla prima, ma non si sente »,
dice Joona.
« Che cosa dice? »
« Dice che ha bisogno di aiuto. La polizia marittima sta per
organizzare una serie di ricerche a tappeto. »
«Ma controllate le telefonate, può essere...»
« Claudia, ho bisogno di farle alcune domande », dice Joona.
« Cosa deve chiedermi? »
« Possiamo sederci? »
Attraversano l'ingresso e vanno in cucina.
« Joona Linna, posso chiederle prima io una cosa? »
« Mi dica, ma non so se sarò in grado di risponderle. »
Claudia Fernandez porta le tazze di caffè. Le trema legger-
mente la mano. Si siede di fronte a lui e poi lo guarda a lungo.
« Lei ha famiglia? » gli chiede.
Cade il silenzio nella cucina luminosa dalle pareti gialle.
« Si ricorda quando è stata l'ultima volta che si è recata a casa
di Penelope? » chiede Joona dopo un attimo.
« La settimana scorsa, martedì. Mi ha aiutato a sistemare un
paio di jeans di Viola. »
Joona annuisce e vede la bocca di Claudia tremare nel ten-
tativo di trattenere il pianto.
« Pensi con attenzione, Claudia », le dice e si piega in avanti.
« C'era una fotografìa sulla porta a vetri? »
« Sì. »
« Cosa raffigurava? » chiede Joona, cercando di mantenere
un tono pacato.
«Non lo so, non ho guardato.»
« Però si ricorda che c'era una foto appesa, ne è sicura? »
« Sì », annuisce Claudia.
« C'erano delle persone sulla foto? »
« Non lo so, credo che la foto avesse a che fare col lavoro di
Penny. »
« La fotografia era in interno o in esterni? »
« Non ne ho idea. »
« Cerchi di vederla con il suo occhio interno. »
Claudia chiude gli occhi, ma poi scuote la testa.
« Non ci riesco. »
« Ci provi, è importante. »
Lei abbassa lo sguardo, ci pensa e scuote di nuovo la testa.
« Mi ricordo solamente di aver pensato che era strano ap-
pendere una fotografìa sulla porta, mi sembrava fuori posto. »
« Perché ha pensato che fosse attinente al lavoro di sua fi-
glia? »
« Non lo so », mormora Claudia.
Joona si scusa quando gli squilla il telefono nella tasca della
giacca, lo prende e vede che si tratta di Carlos.
« Sì. »
« Ho appena parlato con Lance, della polizia marittima di
Dalarò. Lui dice che organizzerà le ricerche a tappeto domani
mattina. Ci sono trecento uomini e quasi cinquanta barche. »
« Bene », dice Joona e vede Claudia andare nell'ingresso.
« Ho anche telefonato a Erixon per sentire come stava », dice
Carlos.
« Sembra che si stia riprendendo », dice Joona impassibile.
«Joona, non voglio sapere cosa state facendo... ma Erixon
mi ha detto che avrei dovuto ammettere che avevi ragione. »
Finita la conversazione, Joona va nell'ingresso e vede che
Claudia si è messa una giacca e un paio di stivali di gomma.
«Voglio contribuire alle ricerche, già da stanotte...»
Apre la porta.
« Claudia, lasci fare alla polizia il suo mestiere. »
« Mia figlia mi ha chiamato e ha bisogno di aiuto. »
« Capisco che è terribile rimanere in casa ad aspettare... »
« Per favore, mi porti con lei. La prego. Non sarò di intral-
cio, posso cucinare e rispondere al telefono, ci pensi. »
« Non c'è qualcuno che possa farle compagnia? Un parente
o un amico o... »
« Non voglio nessuno qui, voglio solo Penny », lo interrom-
pe Claudia.






34.
L'internet cafe Dreambow.

Erixon tiene sulle gambe una cartina e una grande busta che gli
è stata recapitata nella sua stanza di ospedale. In mano invece
ha un miniventilatore ronzante che tiene davanti al viso, men-
tre Joona spinge la sedia a rotelle attraverso i corridoi dell'ospe-
dale.
Il suo tendine di Achille è stato ricucito e, invece del gesso,
gli hanno messo un tutore a stivaletto che gli blocca il piede
tenendo le dita rivolte in giù. Erixon aveva brontolato che se
volevano vederlo danzare il Lago dei cigni avrebbero dovuto
dargli una scarpetta a punta anche per l'altro piede.
Joona saluta con un cenno del capo due vecchie signore che si
tengono per mano sedute sul divanetto di fronte. Ridacchiano,
si sussurrano qualcosa e poi lo indicano come due scolarette.
« Lo stesso giorno che sono usciti in barca », racconta Eri-
xon, « Björn ha comprato una busta e due francobolli alla fer-
mata della metropolitana di Centralen. C'era uno scontrino del
tabaccaio nel suo portafoglio, che abbiamo ritrovato sulla bar-
ca; mi sono messo in contatto con la società che gestisce la se-
curity in metropolitana e mi sono fatto inviare via email il fil-
mato registrato dalle telecamere. Di sicuro, la busta e i franco-
bolli servivano per spedire la famosa foto. »
« Sì. Ma il punto è: a chi l'ha spedita? » chiede Joona.
« Dal filmato non si riesce a vedere cosa scrive sulla busta. »
« Magari spedisce la lettera a se stesso. »
« Ma il suo appartamento è distrutto, non è rimasta in piedi
neanche una porta », dice Erixon.
« Chiama le poste. »
Appena entrati in ascensore, Erixon inizia a fare una specie
di strano movimento con le braccia come se nuotasse. Joona lo
guarda impassibile senza fargli domande.
«Jasmin dice che mi fa bene», spiega Erixon.
« Jasmin? »
« La mia fisioterapista... sembra un'acciughina, ma è davvero
in gamba: Stai zitto, siediti, diritto, smettila di lamentarti. Mi
chiama addirittura 'bisteccone' », sorride Erixon timidamente.
« Bisogna aver studiato tanto e saperla molto lunga per fare la
fisioterapista, non te n'eri mai accorto? »
Escono dall'ascensore ed entrano in una stanzetta adibita a
cappella, che ha una semplice croce di legno su un treppiede
alto circa un metro. Sulla parete è sistemato un drappo con
la figura di Cristo su sfondo chiaro.
Joona esce in corridoio, apre un ripostiglio dal quale prende
un supporto per le lavagne a fogli e dei pennarelli. Quando tor-
na nella cappella vede Erixon che, con noncuranza, tira giù il
drappo e lo mette sopra la croce che poi sposta in un angolo.
« Sappiamo che la fotografìa è di vitale importanza per qual-
cuno », comincia Joona.
« Sì, ma perché? »
Erixon appende sul muro con delle puntine da disegno la
stampata dell'estratto conto di Bjòrn Almskog, la lista delle te-
lefonate, le copie dei biglietti dell'autobus, lo scontrino trovato
nel portafoglio e la trascrizione dei messaggi vocali.
« La fotografia rivela qualcosa che qualcuno vuole tenere oc-
cultato. Informazioni scottanti, magari segreti aziendali, mate-
riale confidenziale », dice Joona e inizia a segnare i vari orari sul
foglio della lavagna.
« E così », conferma Erixon.
« Ora cerchiamo di trovare questa fotografìa, in modo da
chiudere questa faccenda », dice Joona.
Con un pennarello scrive sul blocco:
6.40. Penelope si fa venire a prendere da un taxi.
6.43 circa. Björn arriva a casa di Penelope.
6.48 circa Björn lascia la casa di Penelope.
7.07 Björn spedisce la fotografia dalla tabaccheria di Cen-
tralen.
Erixon si spinge avanti sulla sedia a rotelle e guarda gli appunti
scartando, nel frattempo, un cioccolatino.
« Penelope Fernandez lascia gli studi televisivi e cinque mi-
nuti dopo telefona a Björn », dice indicando la lista delle tele-
fonate fatte. « Il suo biglietto dell'autobus è stato timbrato alle
10.30. La sorella Viola chiama Penelope alle 10.45. A quell'ora
probabilmente Penelope è già insieme a Björn sulla barca a
Langholmen. »
« Ma cosa fa Björn? »
« Ci informeremo a suo tempo », dice Erixon soddisfatto e si
pulisce le dita con un fazzoletto bianco.
Si sposta vicino al muro e indica i biglietti dei mezzi pubblici.
« Björn lascia l'appartamento di Penelope con la fotografia.
Prende immediatamente la metropolitana e poi già alle 7.07
compra la busta e i due francobolli alla stazione della metropo-
litana di Centralen. »
« E imbuca la lettera », prosegue Joona.
Erixon si schiarisce la voce e prosegue: « Il riferimento suc-
cessivo è una transazione effettuata con la sua carta di credito,
alle 7.35, venti corone all'internet café Dreambow in Vattuga-
tan ».
«Alle 7.35 », dice Joona e trascrive gli eventi in ordine cro-
nologico.
« Dove cavolo si trova Vattugatan? »
« E una viuzza vicino ai vecchi quartieri di Klarakvarteren. »
Erixon annuisce e poi prosegue: « Suppongo che Björn Alm-
skog continui con lo stesso biglietto fino a Fridhemsplan, visto
che dopo abbiamo una telefonata verso l'appartamento di Pon-
tonjärgatan 47. E una telefonata senza risposta a suo padre,
Greger Almskog ».
« Allora sarà bene mettersi in contatto con lui per fargli qual-
che domanda.. »
« Il riferimento successivo è un altro timbro sul biglietto, alle
9.00. Probabilmente ha preso l'autobus 4 da Fridhemsplan fi-
no a Högalidsgatan, a Södermalm, per raggiungere la barca a
Làngholmen. »
Joona riempie il foglio con gli ultimi orari, lo sposta e osser-
va lo schema della mattina.
« Björn ha fretta di prendere la fotografia », dice. « Ma non
vuole incontrare Penelope al mattino, così aspetta che lei se ne
vada via in taxi, poi si precipita dentro, prende la foto dalla
porta a vetro, lascia l'appartamento e va alla tabaccheria a Cen-
tralen.
« Voglio guardare la registrazione del filmato della telecame-
ra. »
« Dopo essere stato in tabaccheria, Björn va all'internet café
che si trova lì vicino », prosegue Erixon. « Ci resta circa mezz'o-
ra e poi va... »
« Ecco, ci siamo », lo interrompe Joona e si avvia alla porta.
« Cosa? »
« Björn e Penelope hanno entrambi la connessione a internet
in casa. »
« Perciò perché andare in un internet café? » chiede Erixon.
« Vado là », dice Joona e lascia la stanza.






35.
Materiale eliminato.

Il commissario Joona Linna svolta in Vattugatan da Brunke-
bergstorg dietro al teatro Comunale. Parcheggia la macchina,
entra in fretta dall'anonima porta di metallo e scende veloce
la scala che conduce a un passaggio di cemento.
C'è molta calma al Dreambow Café. Il pavimento è lavato
di fresco, il locale profuma di limone e plastica. Sedie lucide di
plexiglas sono sistemate davanti a piccole scrivanie. Sugli scher-
mi le successioni dei vari screen saver.
Un uomo grassottello con una barbetta nera appuntita si
sporge sopra l'alto bancone mentre sorseggia il caffè da una taz-
za con la scritta « Lennart significa leone ». Indossa jeans a vita
bassa, di quelli larghi sul sedere, e la stringa di una delle sue
Reebok è slacciata e a penzoloni.
« Ho bisogno di un computer », dice Joona prima ancora di
giungere al bancone.
« Si metta in coda », gli dice scherzosamente l'uomo, indi-
cando con un ampio gesto le postazioni vuote nel locale.
« Vorrei una postazione in particolare », continua Joona, con
un baluginio negli occhi. « Un mio amico è stato qua venerdì
scorso e vorrei lo stesso pc che ha usato lui. »
« Non so se posso... »
Tace quando Joona si abbassa sulle ginocchia e gli allaccia la
scarpa.
« E importante. »
« Guardo i registri dei clienti di venerdì. Come si chiama il
suo amico? » chiede l'uomo arrossendo.
« Björn Almskog », risponde Joona e si rialza.
« Era al numero cinque, laggiù nell'angolo. Ho bisogno di
vedere i suoi documenti », dice.
Joona gli mostra il distintivo della polizia e l'uomo va subito
nel pallone; la mano non è tanto ferma, mentre scrive il nome e
i dati di Joona nel registro.
« Può iniziare a navigare. »
« Grazie », risponde Joona e va al computer.
Prende il cellulare e chiama Johan Jönson, un giovane della
criminale specializzato in frodi informatiche.
« Aspettate un attimo », si sente una voce roca quasi soffoca-
ta. «Ho ingoiato un pezzetto di fazzoletto di carta. Mi sono
soffiato il naso e nello stesso tempo ho respirato per soffiare...
no, non riesco a spiegarmi. Con chi parlo? »
« Joona Linna, commissario della criminale. »
« Che cavolo, ciao Joona, che bello sentirti! »
« Mi sembra che tu stia già meglio. »
« Si, l'ho mandato giù ora. »
« Ho bisogno di vedere cosa ha fatto un ragazzo su un com-
puter venerdì scorso. »
« Say no more/»
« Ho fretta, sono in un internet café. »
« E hai accesso allo stesso computer? »
« Ci sono davanti. »
« Questo semplifica le cose. Potresti provare a entrare nella
cronologia, ma sarà stata eliminata... però sull'hard disk c'è tut-
to. Bisogna solo far girare un programmino che ho appena
messo a punto... »
« Vediamoci fra un quarto d'ora nella cappella dell'ospedale
Sankt Göran », conclude Joona; poi stacca la torretta del pc, se
la mette sotto al braccio e si avvia alla porta.
L'uomo con la tazza di caffè lo guarda basito e cerca di pa-
rarsi davanti a lui.
«Il computer, non può...»
« È sotto sequestro », dice Joona con tono cortese.
« Sì, ma perché? »
L'uomo rimane fermo a guardarlo, il suo volto si fa pallido
all'improvviso.
Joona gli fa ciao con la mano ed esce alla luce del sole.






36.
Il collegamento..

Il parcheggio davanti all'ospedale Sankt Gòran è rovente e l'a-
ria è terribilmente afosa.
Erixon gira per la cappella alla guida della sua sedia a rotelle.
Ha predisposto lì una postazione e tre telefoni stanno suonan-
do ininterrottamente quando arriva Joona con in mano la tor-
retta del computer, che posa su una sedia. Johan Jònson è già
seduto su un divanetto. Ha venticinque anni, indossa una tuta
nera e larga. Ha la testa rasata, le sopracciglia folte che quasi si
uniscono sopra all'attaccatura del naso. Si alza, si avvicina a
Joona, lo guarda timidamente, gli stringe la mano e si toglie
lo zainetto del pc dalla schiena.
« Et saa peittàa », dice nell'estrarre il suo portatile sottile.
Erixon prende una bottiglia di Fanta e versa la bibita per
tutti in fragili bicchieri di carta.
« Di solito metto l'hard disk nel frigo per qualche ora se ini-
zia a perdere colpi », dice Johan. « Bisogna solo connettersi in
ATA/SATA. Ognuno ha il suo modo di lavorare, per carità. Ho
un compagno alla Ibas che preferisce connettersi in remoto at-
traverso una linea telefonica criptata, ma secondo me così si fa
troppa fatica. Riesce a recuperare la maggior parte dei dati, ma
io non voglio la maggior parte, li voglio tutti, è roba mia, ogni
briciola e per questo bisogna usare un programma che si chia-
ma Hangar 18... »
Getta la testa all'indietro e si mette a ridere come uno scien-
ziato pazzo. «Hangar 18, capito? Come la canzone dei Mega-
deth... »
« Come l'edificio principale dell'Area 51, casomai » mormo-
ra Joona.
Johan Jönson lo guarda stupito, poi prosegue: « L'ho creato
io, questo gioiellino di programma. Funziona come un aspira-
polvere digitale, porta a casa tutto e lo indicizza secondo la cro-
nologia; è preciso fino al nanosecondo ».
Si siede sulla balaustra e connette i computer. Poi inizia a
scrivere una serie di comandi quasi sfiorando i tasti a ritmo fre-
netico, legge qualcosa sullo schermo, scrolla in giù, legge anco-
ra e digita nuovi comandi.
« Ti ci vorrà molto? » chiede Joona dopo un momento.
« Non lo so. Non più di un mese. » Risponde piano parlan-
do quasi con se stesso, digita un altro comando e osserva le cifre
che a mano a mano appaiono sullo schermo.
« Scherzo », dice poi.
« L'avevo capito », risponde Joona paziente.
« Tra un quarto d'ora, sapremo quello che si può recupera-
re », dice Jönson e guarda i fogli su cui Joona ha scritto le date e
gli orari della visita di Björn Almskog all'internet café.
« La cronologia è stata eliminata in successione, è una proce-
dura abbastanza laboriosa e non particolarmente efficiente...
Per nostra fortuna. »
Sullo schermo, che in quel momento riflette il bagliore della
luce solare, passano frammenti di immagini. Johan Jönson di-
strattamente si mette un po' di tabacco da masticare sotto il
labbro, si asciuga le dita sui pantaloni e guarda lo schermo
con gli occhi socchiusi.
« Qui è tutto ripulito », dice fiacco. « Ma non si può elimi-
nare tutto, non ci sono segreti... Hangar 18 è capace di trovare
dati che neanche esistono. »
Il computer inizia a emettere dei segnali sonori e Johan scri-
ve qualcosa, poi scorre una lunga tabella di cifre. Digita ancora
qualcosa e il segnale cessa di colpo.
« Cosa succede? »
« Non molto. È solo che con tutte le protezioni che ci met-
tono oggi, ci vuole un po' più di tempo e fatica. »
Scuote la testa e sputa il bolo di tabacco.
« Devo ancora imbattermi in un sistema di crittografìa che
resista a... Oh, chiudi il becco », dice interrompendo il proprio
fiume di parole.
Joona gli si avvicina, e guarda da sopra la sua spalla.
« Cosa abbiamo qui, cosa abbiamo qui? » sussurra Jönson
canticchiando. Si appoggia alla sedia e si gratta la testa, poi scri-
ve qualcosa con una mano sola, preme Invio e sorride soddi-
sfatto.
« Ecco qua », dice.
Joona ed Erixon fissano lo schermo.
« Datemi un secondo... Non è così facile, si vedono solo dei
piccoli pezzi e frammenti... »
Con la mano fa ombra allo schermo e aspetta. Poco alla vol-
ta appaiono lettere e frammenti di immagini da internet.
« Guarda, adesso apro la porta lentamente... adesso vedremo
cosa stava combinando Björn Almskog. »
Erixon ha messo il fermo alla sedia a rotelle e si è allungato
in avanti per riuscire a vedere lo schermo.
« Sono solo poche righe, cazzo », dice.
« Guarda nell'angolo. »
In basso a sinistra dello schermo si vede una bandierina co-
lorata.
« Ha usato Windows, molto originale... » commenta Erixon.
« Hotmail », dice Joona.
« L'accesso », risponde Johan Jönson.
« Inizia a diventare interessante », dice Erixon.
« Riesci a vedere il nome? »
«Non funziona così... si deve risalire la cronologia, prima»,
risponde Johan Jönson e scrolla in giù.
« Cos'è questo? » indica Joona.
« Siamo nella sua pagina di posta via web », risponde.
« Ha spedito qualcosa? » chiede Joona con voce tesa.
Sullo schermo ci sono frammenti di pubblicità per viaggi
low cost a Milano, New York, Londra, Parigi. Nell'angolo in
basso compaiono dei numeri in grigio chiaro, è un orario
07.44.42 pm.
« Qui c'è qualcosa », dice Johan Jönson.
Sul computer appare il frammento:
fia	dimentichi di me
«Una letterina a una ex...» sogghigna Erixon.
Tace subito. Johan Jönson scrolla con attenzione e poi si fer-
ma di botto. Si allontana dal computer con un grande sorriso.
Joona si mette al suo posto, socchiude gli occhi per il sole, e
legge quello che c'è sullo schermo:
Carl Palmer
le ho invi f grafi	dimentichi di me
Joona si sente rizzare i capelli in testa. Un brivido gli corre lungo
le braccia e la schiena. Palmcrona, pensa mentre trascrive i fram-
menti che vede sullo schermo del computer, poi si passa la mano
in testa e va alla finestra. Cerca di pensare con lucidità e di respi-
rare con calma. Ha ancora un leggero mal di testa. Erixon con-
tinua a fissare lo schermo e di tanto in tanto impreca da solo.
« Sei sicuro che sia stato Björn Almskog a scrivere tutto que-
sto? » chiede Joona.
« Senza dubbi », risponde Johan Jönson.
« Completamente sicuro? »
« Se c'era lui seduto a quel computer a quell'ora, allora è sta-
to lui a scrivere quella mail. »
« Quindi è la sua mail », riconferma Joona con la mente già
da un'altra parte.
« Al diavolo tutto! » mormora Erixon.
Johan Jönson osserva i frammenti che fanno parte del cam-
po indirizzo « crona@isp.se » e beve la Fanta. Erixon appoggia
la schiena sulla sedia a rotelle e chiude gli occhi un attimo.
« Palmcrona », dice Joona con voce assorta e concentrata.
« Cazzo, è assurdo! » esclama Erixon. « Che diavolo ha a che
fare Carl Palmcrona con tutto questo? »
Joona va verso la porta, pensieroso. Non dice nulla mentre
lascia la cappella e i due colleghi, scende le scale ed esce dall'o-
spedale. Prosegue verso il parcheggio e a grandi passi si dirige
in pieno sole verso la sua auto nera.






37.
Unità di cooperazione.

Joona Linna si affretta lungo i corridoi che lo portano dal capo
della sezione criminale per raccontargli della mail che Björn
Almskog ha spedito a Carl Palmcrona. La porta è socchiusa.
Strano. Carlos Eliasson guarda fuori dalla finestra e si siede alla
scrivania.
« E ancora qui », dice.
« Chi? »
« La madre della ragazza. »
« Claudia? » chiede Joona e va alla finestra.
« È lì da un'ora. »
Joona guarda fuori, ma non riesce a vederla. Un papà con
un vestito blu scuro e una corona in testa sta camminando
con la sua bambina che indossa un vestito rosa da principessa.
Ma poi, quasi vicino all'entrata principale del palazzo della
questura, Joona vede una donna curva su se stessa accanto a un
camioncino Mazda tutto sporco. E Claudia Fernandez. È in
piedi, ferma, con lo sguardo rivolto all'atrio della questura.
« Sono andato a chiederle se aspettava qualcuno in partico-
lare, ho pensato che magari ti fossi dimenticato che dovevi in-
contrarla... »
« No », dice Joona piano.
« Ha detto che aspettava sua figlia Penelope. »
«Carlos, dobbiamo parlare...»
Prima che Joona inizi a raccontare della mail di Björn Alm-
skog, bussano piano alla porta ed entra Verner Zandén, il capo
della Säpo.
« Piacere », dice l'uomo alto stringendo la mano a Carlos.
« Benvenuto, si accomodi. »
Verner saluta Joona e poi si guarda intorno e alle spalle.
« Dove cazzo è andata Saga? » chiede con la sua voce da basso.
Saga entra lentamente proprio in quel momento. La sua fi-
gura eterea e chiara sembra quasi rispecchiare il riflesso argen-
teo proveniente dall'acquario.
«Ah, ecco», sorride.
Carlos si volta verso Saga, senza sapere bene cosa fare. Si
chiede se sia sconveniente stringere la mano a una fatina. Sce-
glie di fare un passo indietro e allungare il braccio per farle il
gesto di entrare.
« Entra pure nella casetta del bosco », dice con una voce stra-
namente stridula.
« Grazie », risponde Saga.
« Hai già incontrato Joona Linna. »
Saga rimane in piedi, ha lucidi capelli di media lunghezza,
ma gli occhi sono duri, e le mandibole serrate. La cicatrice che
ha sul sopracciglio è bianca come gesso e le brilla sul viso.
« Faccia come se fosse a casa sua », grida Carlos, riuscendo
quasi a sembrare gioviale.
Saga si siede rigida sulla sedia vicino a Joona. Carlos mette
sulla scrivania un manuale dal titolo Strategie per le unità di coo-
perazione. Verner allunga timidamente la mano come uno sco-
laretto, prima di far echeggiare la sua voce profonda nella stanza.
« Formalmente l'indagine è, nel suo complesso, di compe-
tenza della Sàpo », dice. « Ma senza la divisione criminale e Joo-
na Linna non avremmo avuto nessun risultato in questa inchie-
sta. »
Verner indica il manuale e il viso di Saga Bauer si infiamma.
« Forse non si tratta di un vero e proprio successo », mormo-
ra Saga.
« Cosa? » chiede Verner a voce alta.
«Joona ha trovato solamente l'impronta di una mano e i re-
sti di una fotografia. »
« E tu... insieme con lui hai saputo che Penelope Fernandez
è viva ed è inseguita. Non dico che è stato solo merito suo,
ma... »
« Questo è maledettamente ingiusto », grida Saga e sbatte a
terra tutte le carte. « Come cazzo potete star lì seduti a lodarlo,
non doveva neanche stare lì, non avrebbe neanche dovuto sa-
pere di Daniel Marklund... »
« Ma era lì, e lo sapeva », interrompe Verner.
« Maledizione, tutto il materiale è strettamente confidenzia-
le », continua Saga a voce alta.
« Saga, nemmeno tu dovresti essere qui! » dice Verner severo.
« No, ma se non ci fossi stata io tutto sarebbe... »
Tace di colpo.
« Possiamo proseguire? » chiede Verner.
Saga guarda per un attimo il suo capo, poi si rivolge a Carlos
e dice: « Mi scusi, mi spiace di aver perso il controllo ».
Si china e inizia a raccogliere i fogli che aveva scaraventato a
terra. Ha la fronte corrucciata per la rabbia e le sono apparse
alcune macchie rosse. Carlos la prega di lasciarli dove sono,
ma Saga li raccoglie tutti, li mette in ordine e li posa nuova-
mente sulla scrivania.
« Mi dispiace davvero tanto », ripete.
Carlos si schiarisce la voce e si rivolge a lei con riguardo:
« Speriamo dunque che il contributo di Joona Linna, o come
vogliamo chiamarlo, possa permettergli di far parte dell'inchie-
sta ».
« Mettiamo in chiaro una cosa, per favore », dice Saga al suo
capo. « Non voglio oppormi, ma non capisco perché dobbiamo
fare entrare Joona nella nostra inchiesta, non abbiamo bisogno
di lui. Parlate di successo, ma non penso che... »
« Sono d'accordo con Saga. Sono sicuro che avreste trovato
anche voi sia l'impronta della mano sia gli angoli della fotogra-
fìa senza il mio aiuto », dice Joona con calma.
« Forse », chiosa Verner.
« Posso andare ora? » chiede educatamente Saga al suo capo e
si alza.
« Quello che non sapete », continua Joona fermamente. « E
che Bjòrn Almskog ha contattato in segreto Carl Palmcrona lo
stesso giorno in cui Viola veniva uccisa. »
Nella stanza cala il silenzio. Saga si risiede disciplinatamente.
Verner si allunga in avanti, si concentra, si schiarisce la voce e
poi: « Sta dicendo che le morti di Carl Palmcrona e di Viola
Fernandez sarebbero in qualche modo collegate? » chiede con
la sua voce di basso profonda e vibrante.
« Joona? » chiede Carlos per avere una risposta.
« Sì, le due morti sono collegate », conferma Joona.
« Abbiamo a che fare con qualcosa di più grosso del previsto.
Davvero grosso...» quasi sussurra Verner.
«Be', buon lavoro allora», dice Carlos con un sorriso ina-
spettato.
Saga ha incrociato le braccia, tiene lo sguardo rivolto a terra
e le macchie rosse cominciano ad apparire nuovamente sulla
sua fronte.
«Joona», dice Carlos e si schiarisce la voce con cura. « Non
posso calpestare Petter, che continua a condurre la nostra inda-
gine, ma posso darti in prestito alla Sàpo. »
« Cosa ne dici, Saga? » chiede Joona.
« È perfetto », risponde Saga in fretta. Poi sottolinea: « Le in-
dagini, però, le conduco io ».
Si alza e lascia la stanza.
Verner si scusa e la segue.
Gli occhi grigi di Joona brillano come il ghiaccio. Carlos ri-
mane seduto, si schiarisce la voce e dice: « E giovane e devi cer-
care... voglio dire, cerca di essere gentile, di prenderti cura di lei ».
« Penso che sia in grado di farlo da sola », risponde Joona
secco.






38.
Saga Bauer.

Saga Bauer sta pensando a Carl Palmcrona e riesce a spostare la
testa solo di poco. Vede il colpo arrivare troppo tardi, di lato.
Un gancio basso che le passa sopra la spalla sinistra e la colpisce
all'orecchio e alla guancia. Barcolla. Il casco le si mette di tra-
verso, non vede quasi niente ma capisce che sta arrivando un
altro colpo, perciò abbassa il mento e si protegge la testa con
entrambe le mani. La botta è pesante ed è seguita da un colpo
alle costole. Saga inciampa all'indietro e rimbalza sulle corde.
Poi si sposta di lato, al centro del ring e studia il suo avversario:
Svetlana Krantz di Falkòping, una donna possente di quaran-
t'anni, con spalle spioventi e l'emblema Guns N'Roses tatuato
sull'omero. Svetlana respira con la bocca aperta, si sposta con
passi pesanti, vuole il KO.
Saga saltella all'indietro, volteggiando come una foglia d'au-
tunno che man mano si avvicina alla terra. E così facile tirare di
boxe, pensa, e all'improvviso il cuore le si riempie di felicità.
Saga Bauer si ferma e sorride, per quanto sia possibile senza ri-
schiare di perdere il paradenti. Sa di essere superiore, ma all'i-
nizio del combattimento non aveva intenzione di strafare. Vo-
leva solo vincere ai punti. Poi, però, aveva cambiato parere sen-
tendo il ragazzo di Svetlana gridarle di spaccare la faccia a quel-
la piccola fìghetta bionda presuntuosa.
Svetlana si muove bene sul ring e ha un destro micidiale,
con il quale intende abbattere Saga senza inutili ed elaborate
schermaglie, sfondando direttamente la sua guardia tempestan-
dola di ganci al volto. Ma Saga Bauer non è affatto allo stremo,
anzi, è molto concentrata. Accenna una danza da ferma, atten-
de la precipitosa avversaria, alza il guantone davanti al viso qua-
si volesse solo difendersi, poi però, con un guizzante movimen-
to spalla-piede, sguscia fuori dalla linea d'attacco dell'avversa-
ria, si sposta di lato e, con tutta la forza che ha in corpo, affon-
da un colpo nel plesso solare di Svetlana.
Sente il bordo del corpetto di Svetlana attraverso il suo
guantone, quando il corpo di lei si china in avanti. Il suo colpo
successivo va a vuoto, ma il terzo è perfetto, un montante, drit-
to sulla mascella e molto forte.
La testa di Svetlana si rovescia all'indietro. Sudore e muco
nasale zampillano da tutte le parti. Il paradenti blu scuro on-
deggia. Le ginocchia di Svetlana si piegano e lei cade a terra
con un tonfo, si gira e rimane stesa per un lungo attimo, im-
mobile, prima di rialzarsi.
Ora Saga Bauer è nello spogliatoio, sente che il suo corpo si
sta lentamente rilassando. Ha uno strano sapore in bocca, un
misto di sangue e adesivo. Ha dovuto usare i denti per togliersi
la garza adesiva intorno all'allacciatura dei guantoni. Lo spor-
tello dell'armadietto in cui tiene i suoi vestiti è aperto, il luc-
chetto sulla panca. Si guarda allo specchio e si asciuga in fretta
qualche lacrima. Il naso le duole e pulsa dopo il colpo che ha
ricevuto dall'avversaria. Pensava ad altro all'inizio del match,
alla conversazione con il suo capo e con quello della sezione cri-
minale, ma soprattutto alla decisione che lei e Joona dovranno
collaborare.
Sullo sportello dell'armadietto c'è un adesivo con la scritta
«Sòdertàlje Rockets» e l'immagine di un missile che sembra
uno squalo feroce.
Le tremano le mani quando si toglie i pantaloncini, il so-
spensorio, le mutandine, la canottiera nera e il paraseno.
Tremando entra nelle docce e si sistema in un box. Lascia
che l'acqua le scorra sul collo e la schiena. Cerca di non pensare
a Joona e sputa la saliva mista a sangue nel tubo di scarico.
Quando torna negli spogliatoi si ritrova in mezzo a una ven-
tina di donne. Sono tornate dalla lezione di kickboxing. Saga
non si rende conto che le altre donne, quando la vedono entra-
re, spalancano gli occhi per l'ammirazione e l'invidia. Saga
Bauer è molto bella, di una bellezza che commuove, toglie il
fiato. Forse è la parentela con il narratore John Bauer che porta
a pensare a una fata o a un elfo. Il suo viso è grazioso e propor-
zionato, completamente struccato, gli occhi sono grandi, azzur-
ri come un cielo estivo. Saga Bauer è alta un metro e settanta ed
è esile, nonostante i muscoli. Ora, senza guantoni e paradenti,
sembra più una ballerina classica che un pugile di prim'ordine
e un commissario della Sàpo.
John Bauer, autore di saghe immortali e grande pittore del
fantastico, aveva due fratelli, Hjalmar ed Ernst. Quest'ultimo,
il minore, altri non è che il bisnonno di Saga. Suo nonno le
aveva raccontato di suo padre e dell'immenso dolore che aveva
provato quando, in una notte di novembre, il suo caro fratel-
lone John era annegato insieme con la moglie Esther e il figlio-
letto, nel lago Vattern, a poche centinaia di metri dal porto di
Hàstholmen.
Tre generazioni dopo, i quadri di John Bauer avevano tro-
vato un'incredibile corrispondenza nella realtà. Saga infatti ri-
corda a tutti la principessa Tuvstarr, che fronteggia i grandi e
tenebrosi troll senza nessuna paura.
Saga sa di essere una brava e arguta investigatrice, anche se
non ha mai portato a termine un'indagine da sola. E abituata a
vedersi togliere il lavoro, a essere messa da parte dopo molte
settimane di indagini, è abituata ai soprusi dei superiori.
Ci ha fatto l'abitudine, certo; però non vuol dire che le piac-
cia.
Saga Bauer ha frequentato la scuola di polizia conseguendo
ottimi risultati, poi si è specializzata in antiterrorismo all'inter-
no della Sàpo, è diventata commissario e si dedica a compiti sia
investigativi sia operativi. Sa di doversi mantenere costante-
mente allenata. Ogni giorno corre, disputa incontri di boxe
ogni tre giorni e passa nove ore alla settimana al poligono, dove
si esercita con la sua Glock 21 e con il fucile di precisione.
Saga vive con Stefan Johansson, che suona il piano nei Reb
Bop Label, un gruppo jazz che ha pubblicato ben sette album
con la casa discografica ACT Music. La band ha già ricevuto
un Grammy per l'album A Year Without Esbjdrn. Quando tor-
na a casa dal lavoro o dagli allenamenti, Saga si sdraia sul di-
vano, mangia subito qualcosa di dolce e si mette a guardare un
film senza audio, perché preferisce ascoltare la musica di Ste-
fan, che suona il piano per ore e ore, senza fine.
Saga esce dalla palestra e vede che la sua avversaria la sta
aspettando vicino a un pilone di cemento.
«Volevo ringraziarti per il match e farti le mie congratula-
zioni », dice Svetlana.
Saga si ferma.
« Grazie a te. »
Svedana arrossisce leggermente. « Sei bravissima. »
« Anche tu. »
Svetlana abbassa lo sguardo e sorride. Ci sono delle cartacce
tra le siepi del parcheggio di fronte all'entrata.
« Prendi il treno? » chiede Saga.
« Sì, devo avviarmi. »
Svetlana prende la sua sacca, ma si ferma di nuovo, vuole
dire a Saga qualcos'altro, però esita.
«Saga... ti chiedo scusa per il mio ragazzo», dice alla fine.
«Non so se hai sentito quello che ha gridato. In ogni caso è
l'ultima volta che gli permetto di venire a vedermi. »
Svetlana si schiarisce la voce e poi si avvia.
« Aspetta. Posso darti un passaggio alla stazione, se vuoi »,
dice Saga.






39.
Molto lontano.

Penelope corre in diagonale su per il pendio, scivola sui sassi
sparsi, cade, mette avanti le mani, prende una storta alla schie-
na e alla spalla, si ferisce e barcolla. E senza fiato, tossisce e si
guarda indietro, giù tra gli alberi, nel buio fra i rami, terroriz-
zata al pensiero di scorgere di nuovo l'inseguitore.
Björn la raggiunge, il sudore gli scende dalle guance, gli occhi
sono rossi e sbarrati, le mormora qualcosa e l'aiuta a rialzarsi.
« Non possiamo fermarci », le sussurra.
È da tanto che non sanno più dove sia l'inseguitore, se sia
vicino o se abbia perso le loro tracce. Non molte ore prima era-
no a terra sul pavimento della cucina, mentre lui guardava den-
tro dalla finestra.
Adesso stanno correndo in un boschetto di pini, sentono il
profumo della resina e riprendono a correre mano nella mano.
Si sente un crepitio nel bosco e Björn geme per la paura, fa
un passo di lato e gli cade un ramo in testa.
« Non so per quanto riuscirò a reggere », ansima.
« Non pensarci », dice Penelope.
Avanzano di poco. I piedi e le ginocchia fanno troppo male.
Procedono nella fitta boscaglia e sulle foglie fruscianti, poi giù
in un fossato, allungano il passo sulle erbacce e arrivano a un
sentiero. Björn si guarda attorno, le sussurra di seguirlo e poi
iniziano a correre verso sud, nella direzione di un fitto gruppo
di case a Skinnardal. Non può essere tanto distante da dove si
trovano loro in quel momento. Penelope fa qualche passo bar-
collando e poi lo segue. Una striscia di ghiaia con qualche filo
d'erba che sbuca qua e là corre lungo la carreggiata. La strada
gira intorno a un boschetto di betulle. Corrono uno di fianco
all'altra e quando hanno superato i tronchi chiari vedono al-
l'improvviso due persone. Una ragazza di vent'anni con la gon-
nellina da tennis e un ragazzo su una motocicletta rossa. Pene-
lope tira su la lampo della felpa e cerca di riprendere fiato e cal-
mare il battito facendo lunghi respiri dal naso.
« Buongiorno », dice Penelope.
Entrambi si voltano a guardarla perplessi. Sia lei che Björn
sono insanguinati e sporchi.
« Scusate, abbiamo fatto un incidente », dice in fretta Pene-
lope tra un respiro e l'altro. «Abbiamo bisogno di un telefo-
no. »
Una farfalla svolazza tra gli spinaci selvatici e le felci del fos-
sato.
«Ok», dice il giovane, allungandole il cellulare.
« Grazie », dice Björn e poi guarda lontano lungo la strada e
il bosco.
« Cosa vi è successo? » chiede il giovane.
Penelope non sa cosa rispondere, deglutisce e le lacrime ini-
ziano a scenderle sulle guance sporche.
« Un incidente », risponde Björn.
« Ma io la conosco, questa », dice la ragazza con il gonnellino
da tennis al suo ragazzo. « L'abbiamo vista in televisione. »
« Chi? »
« Quella che diceva cazzate sulle esportazioni svedesi. »
Penelope cerca di sorriderle e intanto compone il numero di
sua mamma. Le tremano troppo le mani così sbaglia, si inter-
rompe e ricomincia. La ragazza bisbiglia qualcosa nell'orecchio
del suo fidanzato.
Si sente un crepitio provenire dal bosco e Penelope pensa al-
l'improvviso di vedere qualcuno tra gli alberi. Prima di rendersi
conto di essersi sbagliata, pensa che l'inseguitore riuscirà a
prenderli, e che ha seguito le loro tracce dalla casa. Le trema
così tanto la mano quando si porta il telefono all'orecchio, che
ha paura di farlo cadere.
« Si può sapere una cosa? », dice la ragazza a Penelope con
voce tesa. « Pensa davvero che quelli che lavorano tutto il gior-
no, magari sessanta ore alla settimana, debbano pagare per
quelli che non hanno voglia di andare a lavorare e che si limi-
tano a fare i chiacchieroni in televisione? »
Penelope non capisce dove vuole andare a parare la ragazza,
non capisce perché sia così arrabbiata, e quindi non riesce a
concentrarsi sulla domanda, non riesce a capire cosa c'entra
tutto questo. I pensieri continuano a vorticarle in testa; getta
uno sguardo tra gli alberi e nel frattempo sente il segnale di-
sturbato di libero, in lontananza.
« Perché non andate tutti a lavorare? » chiede la ragazza con
voce irritata.
Penelope guarda Bjòrn, spera che possa aiutarla, che dica
qualcosa di intelligente. Fa un respiro quando sente la voce re-
gistrata della madre nella segreteria telefonica: « Questa è la se-
greteria di Claudia; non posso rispondere in questo momento,
lasciate un messaggio e sarete richiamati al più presto ».
Le scendono le lacrime sulle guance, le ginocchia stanno per
cedere, è terribilmente stanca. Alza la mano verso la ragazza per
farle segno di non parlare mentre lascia il messaggio.
«I telefoni, noi, ce li siamo comprati coi soldi guadagnati
lavorando, lo sai? » sbotta la ragazza. « Perché non ci provi an-
che tu a farlo, eh? »
Penelope sente la linea gracchiare, è disturbata. Si sposta, ma
è solo peggio. Balbetta, poi si azzittisce e quando inizia a lascia-
re il messaggio non sa nemmeno più se la linea funziona oppu-
re no.
«Mamma, ho bisogno di aiuto, sono inseguita da...»
All'improvviso la ragazza inizia a imprecare, le strappa il te-
lefono dalle mani e lo passa al suo fidanzato.
« Vai a lavorare! » urla lui.
Penelope barcolla, guarda confusa la giovane coppia, vede la
ragazza che sale sulla motocicletta dietro al fidanzato abbrac-
ciandolo alla vita.
«Vi prego, noi abbiamo davvero bisogno di... » supplica Pe-
nelope.
La sua voce è coperta dal rumore della motocicletta, la ruota
posteriore slitta alzando la ghiaia prima di partire. « Aspettate! »
urla Björn. Iniziano a correre dietro alla coppia, ma la moto
scompare verso Skinnardal.
« Björn! » grida Penelope fermandosi.
« Corri! » le fa eco lui.
Lei è senza fiato, guarda indietro sulla strada e pensa che
hanno commesso un errore. Lui si ferma, la guarda, respira af-
fannosamente, si appoggia sulle cosce un momento e poi inizia
a camminare.
«Aspetta, lui sa come ragioniamo. Dobbiamo fare qualco-
s'altro », dice Penelope seria.
Björn cammina ancora più lentamente, si volta a guardarla,
ma continua a proseguire all'indietro.
« Dobbiamo cercare aiuto », suggerisce.
« Non ora. »
Björn torna da lei e la afferra alle spalle.
« Penny, ci vorranno non più di dieci minuti per arrivare alla
casa più vicina, ce la puoi fare, ti aiuto io... »
« Dobbiamo tornare nel bosco. Dobbiamo fare così. Dammi
retta. »
Lei si toglie il nastro dai capelli e lo getta un po' in avanti
sulla strada; poi si gira e punta decisa verso il bosco, lontano
dal gruppo di case.
Björn dà un'occhiata alla strada e poi la segue, scavalca un
fosso e prosegue nel bosco. Penelope lo sente alle sue spalle.
Lui la raggiunge e le prende la mano.
Corrono uno di fianco all'altra, non molto forte, ma a ogni
minuto si allontanano dalla strada, lontano da ogni possibile
soccorso.
Il loro percorso è all'improvviso interrotto da una falda d'ac-
qua. Ansimando, la guadano per circa quaranta metri, immersi
fino alle cosce. La superano e ricominciano a correre attraverso
il bosco con le scarpe fradice.
Dopo dieci minuti Penelope rallenta, si ferma, prende fiato,
alza lo sguardo e controlla intorno a sé. Per la prima volta non
sente la presenza del loro inseguitore. Björn si passa la mano
sulla bocca e si avvicina a lei.
« Quando eravamo nella casa, perché hai gridato che poteva
entrare? » le chiede.
« Perché altrimenti avrebbe aperto la porta e sarebbe entrato.
Era l'unica cosa che non aveva calcolato. »
« Ma... »
«E sempre stato un passo avanti. Abbiamo sempre avuto
paura e lui sa come si comportano le persone spaventate. »
« Non gli gridano certo di entrare », dice Björn e il suo viso
si apre in un sorriso stanco.
« Già. Ecco perché non possiamo proseguire verso Skinnar-
dal, ma dobbiamo cambiare direzione di continuo, correre a
lungo nel bosco, verso il nulla. »
« Sì. »
Penelope guarda il viso stremato di Björn, ha le labbra bian-
che e screpolate.
« Dobbiamo fare così. Pensare in modo diverso. Credo che...
invece di cercare di allontanarci da questa isola per raggiungere
la terraferma, sia bene restare nell'arcipelago, lontano dalla co-
sta. »
« E vero. Nessuno lo farebbe. »
«Ce la fai a proseguire ancora un po'?» gli chiede piano.
Lui annuisce e iniziano a correre inoltrandosi sempre più nel
bosco, lontano da strade, case, persone.






40.
Il successore.

Axel Riessen si toglie i gemelli dai polsini inamidati della cami-
cia e li posa sulla cassettiera nello svuotatasche di bronzo. Li ha
ereditati da suo nonno paterno, l'ammiraglio Riessen, ma il
soggetto è civile, una decorazione composta da due foglie di
palma incrociate.
Axel Riessen si guarda allo specchio vicino alla porta del
guardaroba. Si slaccia la cravatta, poi va dall'altra parte della
stanza e si siede sul bordo del letto. Sente un rumore provenire
dai caloriferi e gli sembra di distinguere i frammenti di alcune
note attraverso le pareti.
La musica proviene dall'appartamento di suo fratello mino-
re. Un violino solo, pensa, e nella sua fantasia mette subito in-
sieme i frammenti di quelle note. Dentro di sé sente la prima
sonata in sol minore per violino di Bach, il movimento intro-
duttivo, l'adagio, ma molto più lento delle consuete interpreta-
zioni. Axel non sente solo le note della partitura, ma si delizia
anche di ogni sibilante suono armonico e del colpo involonta-
rio sul bordo del violino.
Le sue dita tremano fino a quando la musica cambia tempo.
Ha nostalgia di tenere un violino tra le mani. E da tanto, trop-
po tempo che le sue dita non vibrano insieme con la musica,
non scorrono sulle corde, non eseguono nessuna nota sulla ta-
stiera.
La musica nella testa di Axel si interrompe quando suona il
telefono. Si alza dal letto e si sfrega gli occhi. E molto stanco,
non ha quasi dormito nell'ultima settimana.
Sul display vede un numero proveniente da un gabinetto di
governo. Axel si schiarisce la voce prima di rispondere con cal-
ma: « Pronto, Axel Riessen ».
«Sono Jòrgen Griinlicht, il presidente della commissione
governativa per gli affari esteri, come forse sa. »
« Buonasera. »
« Mi scusi se la chiamo così tardi. »
« Ero ancora sveglio, non si preoccupi. »
« Mi hanno detto che forse l'avrei trovata ancora in piedi »,
dice Griinlicht indugiando un attimo prima di continuare.
«Abbiamo appena finito una riunione straordinaria di gover-
no, durante la quale abbiamo preso la decisione di proporle
l'incarico di direttore generale dell'ACPS, l'Autorità di control-
lo per i prodotti strategici. »
« Capisco. »
Per un momento rimangono entrambi in silenzio, poi
Griinlicht aggiunge in fretta: « Presumo che sappia cosa è suc-
cesso a Carl Palmcrona».
« Sì, l'ho letto sul giornale. »
Griinlicht si schiarisce la voce e poi dice qualcosa che Axel
non riesce a sentire fino a quando non parla più forte.
« È un'offerta molto vantaggiosa. E se accetta la nostra pro-
posta dovrebbe iniziare immediatamente. »
« Devo concludere il mio incarico all'ONU », risponde Axel.
« È un problema? » chiede Griinlicht con una certa inquietu-
dine nella voce.
« No. »
«Potrà naturalmente esaminare le condizioni, ma... non c'è
nulla di cui non possiamo discutere », dice Griinlicht. « Come
comprenderà per noi sarebbe un piacere averla a bordo, non è
un segreto. »
« Mi lasci considerare la proposta. »
« Possiamo incontrarci domani mattina? »
« C'è qualcosa che richiede urgenza? »
« Di solito facciamo le cose con più calma, ma visto quanto è
accaduto... Inoltre abbiamo ricevuto sollecitazioni dal ministro
del Commercio, in merito a una faccenda che si è già protratta
un po' troppo. »
« Di cosa si tratta? »
«Niente di particolare... si tratta di un'autorizzazione per
l'esportazione. L'esame preliminare era positivo, il Comitato
di controllo ha fatto la sua valutazione, il fascicolo è pronto,
ma Palmcrona non ha fatto in tempo a firmarlo. »
« E doveva farlo? » chiede Axel.
« Solo il direttore generale può approvare l'esportazione di
materiali e prodotti strategici », spiega Griinlicht.
« Ma anche il governo può ben approvare certe questioni. »
« Solo se il direttore generale dell'ACPS decide di affidare la
questione al governo. »
« Capisco. Le farò sapere presto. »
Per undici anni Axel Riessen ha lavorato come ispettore per i
materiali bellici per il ministero degli Esteri, prima di essere in-
gaggiato dall'UNODA, il Comitato dell'ONU per gli Affari
del Disarmo. Ora è una specie di senior advisor della Division
of Analysis and Assessment. Axel ha solo cinquantun anni, e i
suoi capelli brizzolati sono ancora folti. Ha lineamenti regolari
e delicati. E abbronzato dopo le vacanze trascorse a Kapstaden,
dove ha noleggiato una barca a vela e si è diretto lungo le sco-
gliere.
Axel va in biblioteca, si siede in poltrona, chiude gli occhi
stanchi e inizia a pensare alla morte di Carl Palmcrona, al tra-
filetto apparso sul Dagens Nyheter. Era difficile capire cos'era
successo, ma il testo alludeva a qualcosa di inaspettato. Non
era malato, altrimenti l'avrebbe detto. Axel pensa ai loro nume-
rosi incontri nel corso degli anni. Entrambi si erano serviti del-
le reciproche competenze in occasione della stesura dei decreti
legge che avevano portato il parlamento ad approvare la crea-
zione di un'unica autorità che riunisse la commissione dei ma-
teriali bellici e la cancelleria del governo per il controllo sul-
l'esportazione di materiali strategici. Era nata così la Commis-
sione per i prodotti strategici.
E adesso Palmcrona è morto. Axel vede davanti a sé quel-
l'uomo alto, pallido, con i capelli corti alla militare e un'aria
di solitudine.
All'improvviso viene colto dall'ansia. C'è troppo silenzio
nella stanza. Axel si alza e controlla l'appartamento, cerca di co-
gliere qualche rumore.
« Beverly? » grida piano « Beverly? »
Non risponde nessuno. L'angoscia lo assale. Si affretta tra le
stanze e scende nell'ingresso per mettersi la giacca e uscire su-
bito in cerca della ragazza, ma all'improvviso la sente cantic-
chiare. Arriva scalza, ha camminato sui tappeti della cucina.
Quando vede il suo viso agitato, spalanca gli occhi.
«Axel. Cosa c'è?» chiede con voce limpida.
« Ero solo in ansia. Pensavo che fossi uscita », mormora.
« Nel mondo pericoloso? » sorride lei.
« Ti dico sempre di non fidarti delle persone. »
« Non lo faccio, le guardo, guardo la loro luce. Se vedo che
sono circondati dalla luce, allora so che sono gentili », risponde
la ragazza.
Axel non sa cosa rispondere, dice solo di averle comprato
delle patatine fritte e una bottiglia di Fanta.
Beverly sembra non sentirlo. E lui cerca di leggerle in volto i
pensieri. Vuole capire se è irrequieta, depressa o taciturna.
« Pensi ancora che ci sposeremo? » gli chiede.
« Certo », le mente.
« Pensavo ai fiori, che mi ricordano il funerale della mamma
e la faccia del papà quando... »
« Non abbiamo bisogno dei fiori », dice Axel.
«Anche se i mughetti mi piacciono. »
«Anche a me», dice lui a bassa voce.
Beverly arrossisce di gioia e poi la sente fingere di sbadigliare
per fargli piacere.
«Ho tanto sonno. Vuoi dormire?» gli chiede mentre esce
dalla stanza.
« No », risponde Axel Riessen soprattutto a se stesso, ma poi
si alza e la segue.
Si avvia con la forte sensazione che una parte del suo corpo
cerchi di impedirglielo. Si sente pesante, incredibilmente lento
nei movimenti mentre la segue sul pavimento di marmo del
corridoio e poi su per le scale, attraverso i due saloni e nelle
stanze nelle quali è solito ritirarsi alla sera.
La ragazza è esile, piccolina di statura, non gli arriva neanche
al petto. I capelli hanno iniziato a ricrescerle dopo che la setti-
mana prima si era rasata a zero. Lo abbraccia forte e lui sente
che ha il respiro che profuma di caramella.






41.
Senza sonno.

Sono passati dieci mesi da quando Axel Riessen ha incontrato
per la prima volta Beverly Andersson. Tutta colpa dell'inson-
nia, a ripensarci. Axel Riessen aveva sempre avuto problemi a
prendere sonno, per via di un fatto avvenuto più di trent'anni
prima. Per condurre un'esistenza normale, doveva ormai ricor-
rere sistematicamente ai sonniferi, che gli procuravano un son-
no chimico senza sogni, e forse senza autentico riposo.
Ma almeno dormiva.
Era stato costretto ad aumentare continuamente il dosaggio
per mantenere l'effetto desiderato. Le pastiglie gli provocavano
un ronzio soporifero che sopraffaceva i pensieri. Axel adorava
la sua medicina e la mescolava con del costoso whisky d'annata.
Tuttavia, dopo più di vent'anni di consumo smodato, aveva
pagato il conto. Suo fratello l'aveva trovato riverso sul pavi-
mento dell'ingresso, svenuto e con il sangue che gli colava da
entrambe le narici.
All'ospedale Karolinska gli avevano diagnosticato una cirrosi
epatica.
Il danno biologico, ormai cronicizzato, era così esteso che,
subito dopo le analisi di rito, era stato messo in lista d'attesa
per il trapianto di fegato, ma, dal momento che il suo gruppo
sanguigno era 0 e la sua tipizzazione tessutale non aveva dato
esiti soddisfacenti, il numero dei possibili donatori si era subito
ridotto.
Suo fratello minore avrebbe potuto donargli una parte del
fegato, se non avesse avuto un'aritmia così grave da rendere l'o-
perazione rischiosissima.
La speranza di trovare un donatore compatibile era quasi
inesistente, eppure, se Axel si fosse astenuto dall'alcol e dall'as-
sunzione di sonniferi, non sarebbe morto. E, grazie a un dosag-
gio di medicinali costituito in parti eguali da Konakion, Inde-
rai e Spironolakton, l'attività epatica poteva essere tenuta sotto
controllo, tanto da consentire ad Axel una vita quasi normale.
Il problema era che il sonno era scomparso: non riusciva a
dormire più di qualche ora per notte. Era stato ricoverato in
una clinica del sonno a Goteborg, dove l'avevano sottoposto
a una polisonnografia, che aveva fornito una diagnosi della
sua insonnia. Tuttavia, dal momento che una cura a base di
medicinali era da escludersi, gli erano state solo consigliate al-
cune tecniche per addormentarsi, a base di meditazione e auto-
suggestione, il che non aveva prodotto nessun risultato utile.
Quattro mesi dopo il collasso epatico, Axel non aveva dor-
mito per nove giorni di fila e si era ritrovato sull'orlo dell'esau-
rimento nervoso.
A quel punto si era fatto ricoverare in una clinica psichiatrica.
E lì aveva incontrato Beverly, che all'epoca non aveva più di
quattordici anni.
Come al solito, Axel era sdraiato in camera sua e non riusci-
va a prendere sonno; erano circa le tre di notte e regnava un'o-
scurità totale. Poi Beverly aveva aperto la porta della camera di
Axel.
Beverly era un'anima inquieta, che si aggirava per i corridoi
della struttura nelle ore notturne.
Forse cercava solo qualcuno con cui parlare.
Axel era sdraiato lì, insonne e disperato, quando la ragazzina
aveva fatto ingresso in camera sua, rimanendo immobile da-
vanti a lui con indosso una lunga camicia da notte che toccava
il pavimento.
« Ho visto che c'era la luce accesa », aveva sussurrato. « La tua
emanazione è come un riflesso ».
Poi si era avvicinata e si era infilata nel suo letto. Axel era
ancora intontito per la mancanza di sonno, non sapeva quello
che faceva, ma l'aveva afferrata con forza, troppa forza, strin-
gendola a sé.
La ragazzina non aveva fiatato, si era limitata a starsene lì,
docile.
Axel si era aggrappato al suo piccolo corpo, premendole il
viso contro il collo e così, all'improvviso, si era addormentato.
Era precipitato nei sogni e nelle acque del sonno.
La prima volta si era trattato solo di pochi minuti, ma in se-
guito Beverly era tornata da lui ogni notte.
Axel la afferrava, la teneva stretta accanto a sé e si addormen-
tava, completamente madido di sudore.
La sua instabilità psichica era scomparsa, quasi come con-
densa evaporata da un vetro; e Beverly aveva smesso di vagare
per i corridoi.
Axel Riessen e Beverly Andersson avevano scelto in seguito
di lasciare insieme la clinica, stringendo un tacito e disperato
accordo. Così si poteva definire quello che era accaduto in se-
guito.
Sapevano bene che la vera natura della loro relazione doveva
restare segreta, sebbene il padre di Beverly le avesse accordato il
permesso di abitare in una sorta di dépendance dell'apparta-
mento di Axel Riessen, in attesa di avere una camera alla casa
dello studente.
Beverly Andersson ora ha quindici anni e soffre di un distur-
bo borderline.
Beverly non conosce misura quando si relaziona con le altre
persone. Non è capace di piantare dei paletti. Non ha istinto di
conservazione, almeno nell'accezione tipica del termine.
In passato le ragazze come Beverly venivano rinchiuse in
strutture per malati di mente e sottoposte a sterilizzazione coat-
ta oppure lobotomizzate, nel timore che sviluppassero una ses-
sualità sfrenata e turpe.
Di solito, le ragazzine come Beverly danno fiducia alle per-
sone sbagliate.
Beverly tuttavia ha avuto fortuna a incontrare Axel Riessen.
Axel se lo ripete sempre: non è un pedofilo, non sta cercando di
farle del male o di approfittare di lei per guadagnare dei soldi.
Ha bisogno di Beverly per dormire, per non soccombere: tutto
qui.
Beverly gli dice spesso che, quando sarà abbastanza grande,
si sposeranno.
Axel Riessen le lascia coltivare le sue fantasie matrimoniali
perché ciò la rende felice e la rassicura. Cerca di convincersi
che, in questo modo, la protegge dal mondo esterno, sebbene
naturalmente sappia che, al contempo, in qualche modo sta
abusando di lei. Si vergogna, ma senza riuscire a trovare una
via d'uscita, tale è la paura di ricadere nella grande insonnia.
Beverly entra nella stanza con uno spazzolino in bocca. Fa
un cenno con la testa verso i tre violini appesi alla parete.
« Perché non li suoni mai? » gli chiede.
« Non sono capace », risponde Axel con un sorriso.
« Li lasci appesi lì così? Dalli a qualcuno che suona, allora. »
« Ci tengo a quei violini. Me li ha dati Robert. »
« Non parli quasi mai di tuo fratello. »
« E una faccenda complicata... »
« Robert costruisce violini, nel suo laboratorio », soggiunge
Beverly.
« Sì, costruisce violini... e suona in un'orchestra da camera. »
« Non può venire a suonare al nostro matrimonio? » gli chie-
de lei, pulendosi gli angoli della bocca dal dentifricio.
Axel la guarda sperando che non colga la rigidità del suo vol-
to quando le risponde: « Che bella idea ».
Sente che la stanchezza sta arrivando come un'onda lunga,
fluendo sul suo corpo e nel suo cervello. Le passa davanti, entra
in camera e si lascia cadere sulla sponda del letto.
« Ho sonno... »
« Mi spiace davvero per te », dice Beverly con serietà.
Axel scuote la testa.
« Ho solo bisogno di dormire », dice e, all'improvviso, sente
di essere sul punto di scoppiare in lacrime.
Si alza e prende una camicia da notte di cotone rosa.
« Per piacere, Beverly, puoi metterti questa? »
« Come vuoi. »
Beverly si ferma e osserva il grande quadro a olio di Ernst
Billgren, che rappresenta una volpe vestita di tutto punto, se-
duta sulla poltrona di una casa altoborghese.
« Che quadro orribile. »
« Lo pensi davvero? »
Beverly annuisce e comincia a spogliarsi.
« Perché non vai a cambiarti in bagno? »
La ragazzina fa spallucce; poi, mentre lei si sfila la camicetta
rosa, Axel si alza per non vederla nuda. Si avvicina al dipinto
con la volpe, lo guarda, lo toglie e lo appoggia sul pavimento
con la tela rivolta verso la parete.
Durante il sonno il corpo di Axel è rigido e pesante, con il vol-
to corrugato e le mascelle serrate. Tiene la ragazzina stretta a sé.
All'improvviso si sveglia, la lascia andare e trattiene il respiro
come se stesse affogando. E sudato e il suo cuore batte forte
a causa dell'ansia. Accende l'abat-jour. Beverly dorme tranquil-
la come una bambina, con la bocca aperta e la fronte umida.
Axel torna a pensare a Carl Palmcrona. L'ultima volta si era-
no visti al circolo a Riddarhuset. Palmcrona era ubriaco, si era
comportato in maniera aggressiva, lamentandosi dei numerosi
embarghi promossi dalle Nazioni Unite e aveva concluso con
queste sconcertanti parole: Quando non c'è più niente da fare,
se vuoi evitare che il tuo incubo prenda vita, devi fare come Alger-
non.
Axel spegne di nuovo la luce, si rimette disteso e continua a
pensare alle parole di Palmcrona, « fare come Algernon ». Che
cosa intendeva dire? Qual era l'incubo a cui si riferiva? Aveva
detto davvero così?
Se vuoi evitare che il tuo incubo prenda vita.
La morte di Carl-Fredrik Algernon era ancora un mistero,
per tutti. Al momento del decesso, Algernon lavorava come
ispettore del materiale bellico al ministero degli Esteri. In gen-
naio aveva avuto un incontro con il direttore della Nobel Indu-
stries, Anders Carlberg; Algernon gli aveva detto che una delle
aziende del gruppo esportava illegalmente armi in alcuni paesi
del Golfo Persico. Lo stesso giorno Carl-Fredrik Algernon era
finito sotto un treno della metropolitana di Stoccolma, alla fer-
mata Centralen.
I	pensieri di Axel scivolano via veloci, girano intorno alle ac-
cuse di contrabbando d'armi e corruzione a carico della Bofors
fino a diventare sempre più confusi. Vede davanti a sé un uo-
mo in trench che cade all'indietro davanti a un treno della me-
tropolitana ancora in corsa.
L'uomo cade lentamente, mentre il suo impermeabile on-
deggia.
Il	respiro dolce di Beverly cattura Axel e lo tranquillizza. Si
gira verso di lei e mette le braccia intorno al suo piccolo corpo.
Beverly sospira quando la avvicina a sé.
Axel la tiene stretta e il sonno si condensa in formazioni si-
mili a nuvole, mentre i pensieri si diradano sempre più.
Axel passa il resto della notte dormendo un sonno leggero e
si sveglia alle cinque stringendo in una morsa convulsa i piccoli
avambracci di Beverly. I suoi capelli corti gli solleticano le lab-
bra. Axel desidera intensamente le sue pastiglie.







42.
L'Autorità per il controllo dei prodotti strategici.

Axel esce sulla terrazza, ambiente che condivide con suo fratel-
lo. Sono le sette del mattino. Alle otto Axel incontrerà Jòrgen
Griinlicht nell'ufficio di Carl Palmcrona, ovvero nella sede del-
l'Autorità per il controllo dei prodotti strategici.
L'aria è già calda, ma non ancora afosa. Suo fratello Robert
ha aperto le portefinestre del suo appartamento ed è seduto su
una sedia a sdraio. Non si è ancora fatto la barba, siede con le
braccia a penzoloni e fissa lo sguardo sulle fronde umide del-
l'albero di castagne. Indossa la sua vestaglia consunta di seta.
E lo stesso capo che loro padre portava ogni sabato mattina.
« Buongiorno », dice Robert.
Axel fa un cenno senza guardare suo fratello.
« Ho riparato un Fiorini per Charles Greendirk », gli spiega
Robert nel tentativo di intavolare una conversazione.
«Sarà sicuramente soddisfatto», gli risponde Axel a bassa
voce.
Robert alza lo sguardo verso di lui.
« Sei nervoso? »
« A dire la verità sì, un po' », risponde Axel. « Pare che cam-
bierò lavoro. »
« Mi sembra una buona notizia, no? » commenta distratta-
mente Robert.
Axel osserva il viso bonario di suo fratello, le rughe profon-
de, la testa calva. Pensa a come tutto avrebbe potuto essere di-
verso fra loro due.
« Come va con il cuore? » gli chiede. « Non si è ancora fer-
mato? »
Robert si tocca il petto con la mano prima di rispondere:
«Mah, non mi pare...»
« Bene. »
« E il tuo povero fegato? »
Axel scuote le spalle e fa per tornare indietro.
« Stasera suoneremo Schubert », dice Robert.
« Buon divertimento. »
« Pensavo che forse tu... »
Robert tace, guarda suo fratello e poi cambia argomento.
« La ragazzina che ha la camera lassù... »
«Sì... Beverly», dice Axel.
« Per quanto tempo starà qui? » gli chiede Robert stringendo
gli occhi quando rivolge lo sguardo verso di lui.
« Non so », risponde. « Le ho promesso che può stare qui fi-
no a quando avrà trovato una camera alla casa dello studente. »
« Certo, d'altra parte ti sei sempre occupato di api ferite e
rane che... »
« Beverly è una persona », lo interrompe Axel.
Apre l'alta portafinestra e vede il riflesso del proprio viso sci-
volare sulla superficie del vetro. Nascosto dietro la tenda, osser-
va poi suo fratello Robert che si alza dalla sedia a sdraio, si grat-
ta la pancia e scende le scale che portano dalla terrazza sul retro
al piccolo giardino, dove si trova l'atelier. Non appena Robert è
scomparso, Axel ritorna in camera sua e sveglia con cautela Be-
verly, che sta ancora dormendo con la bocca aperta.


L'Autorità per il controllo dei prodotti strategici è un ente sta-
tale istituito nel 1996. L'ACPS ha assunto il controllo di tutte
le questioni inerenti l'esportazione di armi e di prodotti strate-
gici.
Gli uffici dell'ACPS si trovano al quinto piano di un edifìcio
rosa salmone in Klarabergsviadukten 90.
Axel prende l'ascensore e, quando arriva sul pianerottolo,
nota che Jòrgen Griinlicht del ministero degli Esteri lo sta
già aspettando davanti alle grandi porte di vetro. Gli fa un cen-
no impaziente, sebbene manchino due minuti alle otto, poi
passa una scheda magnetica nel dispositivo, digita un codice
e fa entrare Axel. Griinlicht è un uomo alto con una vistosa vi-
tiligine in faccia: macchie bianche che brillano secondo un di-
segno irregolare sulla pelle rossiccia.
Si dirigono verso l'ufficio di Carl Palmcrona, una stanza
d'angolo con due enormi finestre con vista sul groviglio di stra-
de dirette a sud dietro la stazione centrale, oltre le quali si vede
il canale di Klara e la sagoma scura e spigolosa del municipio
della città.
Nonostante la collocazione esclusiva, c'è qualcosa di ascetico
nei locali dell'ACPS. I pavimenti sono coperti di linoleum, i
mobili semplici e neutri, in legno di pino e dipinti di bianco.
Come se ci si volesse ricordare che tutte le esportazioni di armi
sollevano dubbi morali, pensa Axel con un brivido.
È macabro trovarsi nell'ufficio di Palmcrona così a ridosso
della sua morte.
Axel nota che dall'impianto di illuminazione sul soffitto
proviene un suono acuto, come il tono disarmonico di un pia-
noforte. All'improvviso Axel si ricorda che una volta aveva sen-
tito lo stesso tono alto su un'incisione della prima sonata del
compositore John Cage.
Griinlicht chiude la porta e, quando invita Axel Riessen ad
accomodarsi, sembra teso, nonostante il sorriso amichevole.
« Siamo molto contenti che sia potuto venire così in fretta »,
dice porgendogli il portadocumenti con il contratto.
« Nessun problema », risponde Axel sorridendo.
« Si accomodi pure e lo legga », continua Griinlicht facendo
un gesto con la mano verso la scrivania.
Axel si siede sulla sedia rigida, appoggia il portadocumenti
sul ripiano e poi solleva lo sguardo.
« Pensavo di leggerlo con calma e farmi vivo la prossima set-
timana. »
« Si tratta di un contratto molto vantaggioso, ma l'offerta
non dura all'infinito », dice Griinlicht.
« Lo so, avete premura. »
« Il comitato direttivo ha scelto lei. Con la sua carriera, la sua
fama: non ci sono nomi migliori in giro. Ma allo stesso tempo
non possiamo lasciare ferma l'attività. »
Axel apre il portadocumenti e cerca di respingere dentro di
sé una sgradevole sensazione, il presentimento di essere attirato
in una trappola. C'è qualcosa di forzato nel modo di fare di
Griinlicht, qualcosa di enigmatico e insistente.
Se Axel firma quel contratto, diventerà direttore generale
dell'ACPS. Prenderebbe da solo tutte le decisioni riguardo alle
esportazioni svedesi di materiale bellico. Axel ha lavorato alle
Nazioni Unite per disarmare i focolai di guerra, diminuendo
il flusso di armi convenzionali. Come direttore generale del-
l'ACPS potrebbe proseguire il lavoro iniziato tanto tempo pri-
ma.
Legge attentamente il contratto: è davvero vantaggioso, qua-
si troppo. Diverse volte durante la lettura si trova ad arrossire.
« Benvenuto a bordo », gli dice Griinlicht porgendogli la
penna con un sorriso.
Axel lo ringrazia, appone la sua firma sul contratto e poi si
alza, volta le spalle a Griinlicht e guarda fuori dalla finestra. Ve-
de le tre corone sulla torre del municipio, quasi cancellate dalla
foschia del sole.
« La vista da qui non è male », mormora Griinlicht. « Co-
munque meglio di quella che ho io nel mio ufficio al ministero
degli Esteri. »
Axel si gira verso di lui.
«Al momento ci sono tre questioni urgenti da risolvere, il
Kenya innanzitutto. Si tratta di un grosso affare. Bisogna agire
il prima possibile, preferibilmente subito. Carl aveva già fatto
tutto il lavoro preparatorio, per cui...»
Tace, porge il documento ad Axel e poi lo guarda con una
strana luce negli occhi. Axel ha l'impressione che Griinlicht in
realtà abbia voglia di ficcargli una penna in mano e guidarla
sulla pagina.
« Sono certo che sarà un ottimo successore di Carl. »
Senza aspettare risposta, gli posa una mano sul braccio e poi
si allontana di gran carriera. Sulla porta, però, si gira e dice:
« La riunione con il gruppo di consulenti è fissata per oggi alle
quindici ».
Axel rimane in piedi, solo nella stanza. Un silenzio oppri-
mente cala intorno a lui. Si siede di nuovo alla scrivania e scor-
re il documento che Carl Palmcrona ha lasciato senza firma. Il
lavoro di preparazione è stato preciso e molto particolareggiato.
La questione riguarda l'esportazione di 1.025.000 unità di mu-
nizioni 5.56 X 45 al Kenya. Il Comitato di controllo sull'ex-
port ha votato una mozione positiva, la valutazione preventiva
di Palmcrona era stata sulla stessa linea; il titolare della com-
messa, Silencia Defence SpA, si presenta come un'azienda seria
e affidabile.
Ma l'affare può andare in porto solo se il direttore generale
dell'ACPS firma il permesso di esportazione.
Axel si sporge all'indietro e pensa alle parole enigmatiche di
Palmcrona su Algernon. Bisogna morire per evitare che il pro-
prio incubo prenda vita?






43.
Un computer clonato.

Gòran Stone sorride a Joona Linna ed estrae una busta dalla
borsa; poi la apre e rovescia nella mano piegata a coppa la chia-
ve. Saga Bauer è in piedi appena fuori dalla porta dell'ascensore
e tiene lo sguardo basso. Si trovano tutti e tre davanti all'appar-
tamento di Carl Palmcrona in Grevgatan 2.
« I nostri tecnici arrivano domani », dice Gòran.
« Sai dirmi a che ora? » chiede Joona.
« A che ora vengono, Saga? » chiede Gòran a sua volta.
« Mi sembra che... »
« Ti sembra? » la interrompe. « Tu devi sapere a che ora ar-
rivano. »
«Alle dieci », risponde la donna a bassa voce.
« E gli hai detto, vero, che voglio che comincino con i com-
puter e i telefoni? »
« Sì, gli ho detto... »
Quando il suo cellulare comincia a squillare, Gòran le fa
cenno con la mano di tacere. Prende la chiamata, scende alcuni
gradini della scala, si appoggia alla nicchia della finestra con i
vetri rosso scuro e comincia a parlare.
Joona guarda Saga e, a voce molto bassa, le chiede: « Ma non
dovresti condurle tu, le indagini preliminari? »
Saga scuote la testa.
« E successo qualcosa? » le chiede Joona.
« Non credo », risponde Saga stancamente. « Ma è sempre la
solita storia, questo non è nemmeno il campo di Gòran, non
ha mai lavorato con il controspionaggio. »
« E tu cosa pensi di fare? »
«Non c'è niente che...»
Saga ammutolisce non appena Gòran conclude la sua telefo-
nata e ritorna da loro. La donna allunga la mano per ricevere la
chiave dell'appartamento di Palmcrona.
« La chiave », dice.
« Cosa? »
« Sono io a dirigere le indagini preliminari. »
« Tu che ne dici? » chiede Gòran Stone a Joona ridendo.
« Gòran, non ce l'ho con te », gli risponde Joona. « Ma du-
rante una riunione con i nostri superiori ho accettato di lavo-
rare insieme a Saga Bauer... »
« Può stare qui con noi, certo », concede subito Gòran.
« In qualità di capo delle indagini preliminari », aggiunge Saga.
«Volete liberarvi di me o c'è sotto qualcos'altro?» chiede
Gòran con un sorriso stupefatto e offeso.
« Puoi stare qui con noi, se ti va », gli risponde Joona tran-
quillo.
Saga prende la chiave dalla mano di Gòran.
« Chiamo Verner », dice lui cominciando a scendere le scale.
Sentono i suoi passi sui gradini, lo sentono parlare al telefo-
no con il capo. La sua voce è sempre più agitata, fino a quando,
alla fine, urla: « Branco di sfigati! » così forte da rimbombare in
tutto il palazzo.
Saga si sforza di nascondere un sorriso, poi si ricompone e
infila la chiave nella serratura, dà due mandate e apre la porta
massiccia.
I sigilli erano stati rimossi dopo l'archiviazione del caso. Le
indagini preliminari si erano interrotte quando Nils Àhlén ave-
va consegnato la sua relazione: l'autopsia confermava punto per
punto l'ipotesi di Joona Linna in merito al suicidio. Carl Palm-
crona si era tolto la vita impiccandosi con un filo per stendere i
panni legato al gancio del lampadario di casa con un nodo
scorsoio. La scientifica non aveva fatto ulteriori rilievi, così co-
me non erano mai state eseguite le analisi sui reperti inviati al
laboratorio di Linköping.
Tuttavia, era stata ritrovata una lettera che Björn Almskog
aveva scritto a Carl Palmcrona il giorno prima di essere trovato
impiccato.
In quello stesso giorno, verso sera, Viola Fernandez era stata
uccisa sulla barca di Björn Almskog.
Björn era il collegamento fra le due morti. Due decessi che
sarebbero stati archiviati sotto le diciture « suicidio » e « morte
accidentale », apparentemente senza alcun nesso l'uno con l'al-
tro, se la barca fosse affondata in mare.
Saga e Joona entrano nell'appartamento e, nell'ingresso, tro-
vano la posta. Un profumo di pulito aleggia nell'aria. Passano
nelle stanze. I raggi del sole entrano dalle finestre, riverberan-
dosi sul tetto di ardesia della casa sull'altro lato di Grevgatan.
Dal bovindo lo sguardo può lanciarsi verso l'acqua luccicante
di Nybroviken.
I rilievi delle impronte dei tecnici della scientifica sono stati
rimossi e il pavimento sotto il lampadario nel salotto vuoto è
stato pulito.
I due camminano piano sul parquet scricchiolante. L'appar-
tamento di Palmcrona, stranamente, non sembra un luogo in
cui è avvenuto un suicidio: manca l'aura della morte. E non
sembra affatto un posto disabitato. Joona e Saga hanno con-
temporaneamente la stessa sensazione. Le grandi stanze, quasi
completamente spoglie, promanano una sorta di placida acco-
glienza.
« Viene ancora qui », dice all'improvviso Saga.
« Esatto », risponde Joona rapidamente e poi sorride. « La
governante è stata qui e ha pulito, cambiato l'aria, portato den-
tro la posta, rifatto i letti e tutto il resto. »
Entrambi pensano che non sia una cosa particolarmente
strana nei casi di decesso improvviso. Si cerca di negare che
la propria vita sia cambiata. Invece di accettare il nuovo corso
degli eventi, si mantengono le stesse abitudini.
Suonano alla porta. Saga ha un sussulto, poi però segue Joo-
na fino all'ingresso.
Un uomo con la testa rasata, con indosso una floscia tuta
nera, apre la porta.
«Joona mi ha detto di buttare via l'hamburger e di venire
qui subito. »
« Ti presento Johan Jònson, dell'unità informatica », spiega
Joona.
«Joona è molto bravo a guidare la macchina», dice Johan
con un accento finlandese volutamente esagerato. «La strada
può sbandare, Joona no. »
« Saga Bauer è commissario della Sàpo », dice Joona.
« Lavoriamo o stiamo qui a chiacchierare? » domanda Johan.
« Su, adesso la smetta », gli risponde Saga.
« Dobbiamo controllare il computer di Palmcrona », dice
Joona. « Quanto tempo ci vorrà? »
Si avviano verso la stanza adibita a studio.
« Verrà utilizzato come prova in tribunale? » chiede Johan
Jònson timidamente, con un sorriso.
« Sì », gli risponde Joona.
« Quindi volete che cloni il computer? » domanda Jònson.
« Quanto tempo ci vuole? » gli chiede a sua volta Joona.
« Giusto il tempo di raccontare qualche barzelletta alla si-
gnorina della Sapo», risponde Jònson senza muoversi di un
millimetro.
« Problemi? » dice Saga con irritazione.
« Lei è già impegnata? » le chiede Johan Jònson con un sor-
riso imbarazzato.
Saga lo guarda negli occhi e annuisce con durezza. Johan ab-
bassa lo sguardo, mormora qualcosa e poi scompare nello stu-
dio di Carl Palmcrona.
Joona chiede a Saga un paio di guanti protettivi, se li infila e
poi controlla la posta prendendo le buste dal portadocumenti.
Non c'è molto, solo alcune lettere dalla banca e del commer-
cialista, una della Cancelleria di Stato, il referto di uno specia-
lista della schiena di Sophiahemmet e il verbale dell'assemblea
condominiale di primavera.
I due tornano nella stanza da cui si diffondeva la musica
quando Palmcrona era stato trovato impiccato. Joona si siede
su uno dei divani Carl Malmsten e muove cautamente la mano
davanti alla spia blu dell'impianto stereo. Dagli altoparlanti
esce all'improvviso la musica di un violino. Un virtuoso sta ese-
guendo sul registro più alto un'impalpabile melodia. Un vir-
tuoso con la tempra di un equilibrista dalle movenze rapidissi-
me e rischiose.
Joona guarda l'orologio, lascia Saga vicino all'impianto ste-
reo ed esce dalla stanza. Johan Jònson è in cucina. Il suo sottile
pc portatile è sul tavolo.
« E andata bene? »
« Cosa? »
« Sei riuscito a clonare il computer di Palmcrona? »
« Certo: questo è un clone perfetto », risponde con aria quasi
risentita.
Joona gira intorno al tavolo e guarda lo schermo.
« Riesci a vedere le sue email? »
Johan Jònson avvia il programma client di posta.
« Voilà! » dice.
«Dobbiamo esaminare la sua corrispondenza dell'ultima
settimana », continua Joona.
« Cominciamo con la posta in arrivo? »
« Sì, cominciamo da lì. »
« Pensi che Saga sia attratta da me? » chiede Jònson all'im-
provviso.
« No », risponde Joona.
« L'amore non è bello se non è litigarello. »
«Prova a tirarle la treccia, allora», dice Joona indicando lo
schermo del computer.
Johan Jònson apre la posta in arrivo e sorride.
« Jackpot-voitto », esclama.
Joona vede tre email provenienti dall'indirizzo skunk@hot-
mail.com.
« Aprile », ordina Joona con voce piatta e calma.
Johan Jònson clicca sulla prima email e la lettera di Bjòrn
Almskog si staglia sullo schermo.
« Jesus Christ Superstar», mormora Johan facendosi da parte.






44.
Le email.

Joona legge la lettera, resta immobile per un istante, apre le al-
tre due missive, le legge due volte e poi va da Saga Bauer, che si
trova ancora nella stanza della musica.
« Avete trovato qualcosa? » gli chiede.
«Sì... il 2 giugno», comincia Joona. «Il computer di Carl
Palmcrona ha ricevuto due email ricattatorie scritte da Björn
Almskog e inviate da un indirizzo anonimo. »
« Quindi tutto ruota attorno a un ricatto », sospira Saga.
« Non ne sono del tutto convinto », risponde Joona, conti-
nuando il racconto degli ultimi giorni di Carl Palmcrona.
Assieme a Gerald James, del consiglio tecnico-scientifico,
Palmcrona aveva visitato la fabbrica di armi della Silencia De-
fence a Trollhättan. Con ogni probabilità aveva visto la lettera
di Björn Almskog solo a fine giornata, una volta tornato a casa,
dal momento che la sua risposta al ricattatore era stata inviata
alle 18.25. In quella lettera Palmcrona lo diffidava dal prose-
guire su quella linea. Il giorno dopo, all'ora di pranzo, Palm-
crona aveva però inviato una seconda lettera al ricattatore in
cui era evidente la sua rassegnazione. Dopodiché aveva assicu-
rato la corda al soffitto chiedendo alla governante di lasciarlo
da solo. Quando la donna se n'era andata, Palmcrona aveva ac-
ceso la musica, era entrato nel salottino, poi aveva appoggiato
una valigia per terra in posizione verticale, ci era salito sopra, si
era messo la corda intorno al collo e infine aveva fatto cadere la
base d'appoggio. Subito dopo la sua morte, la seconda lettera
di Björn Almskog aveva raggiunto il server di Palmcrona, men-
tre il giorno dopo era arrivata la terza.
Joona dispone sul tavolo le stampate, in ordine cronologico,
delle cinque email. Saga si mette accanto a lui e legge l'intera
corrispondenza.
La prima missiva di Björn Almskog risale a mercoledì 2 giu-
gno, ore 11.37:
Egregio Carl Palmcrona,
Le scrivo per informarla che sono entrato in possesso di
una curiosa fotografia. Lei è immortalato su un palco
mentre beve champagne assieme a Raphael Guidi. Dato
che so bene quanto questo documento possa essere
per lei fonte di imbarazzo, sono disposto a venderle la
fotografia in originale per un milione di corone. Non ap-
pena avrà depositato la somma sul mio conto, Iban
SV6718783844368728118188222, la foto le verrà spe-
dita e tutta la nostra corrispondenza sarà cancellata.
Cordiali saluti,
Skunk
L'email di risposta di Palmcrona è datata mercoledì 2 giugno,
ore 18.25:
Non so chi lei sia, ma di una cosa sono certo: non ha pro-
prio idea del tunnel in cui si è infilato.
Quindi la avverto: non prenda la faccenda alla leggera e,
cortesemente, mi invii al più presto la fotografia, prima
che gli eventi precipitino.
La successiva risposta di Palmcrona è di giovedì 3 giugno, ore
14.02.
È troppo tardi. Moriremo entrambi.
La seconda lettera di Björn Almskog è datata giovedì 3 giugno,
ore 16.02:
Va bene. Farò come dice lei.
La terza email di Björn Almskog è del 4 giugno, ore 07.45:
Egregio Carl Palmcrona,
Le ho inviato la fotografia. Si dimentichi di me.
Cordiali saluti,
Skunk
Dopo aver riletto tutte le email, Saga rivolge uno sguardo pre-
occupato a Joona; poi gli dice che, a suo parere, la corrispon-
denza è il fulcro dell'intera tragedia.
« Björn Almskog voleva vendere una fotografia compromet-
tente a Palmcrona. E evidente che Palmcrona sa che la fotogra-
fia esiste ed è altrettanto evidente che il contenuto della foto-
grafia è molto più esplosivo di quanto Björn avesse immagina-
to. Palmcrona risponde a Björn facendogli capire che non ha
alcuna intenzione di cedere al ricatto, perché la sola esistenza
della fotografia mette a rischio la vita di entrambi. »
« Secondo te allora cosa è successo? » le chiede Joona.
« Palmcrona aspetta una risposta, per email o per posta », di-
ce Saga. « Quando la risposta tarda ad arrivare, manda la sua
seconda email, in cui afferma che moriranno, entrambi. »
« E poi si impicca », continua Joona.
«Quando Björn arriva all'internet café e legge la seconda
email di Palmcrona, 'E troppo tardi. Moriremo entrambi', si
spaventa e cede le armi. »
« Senza sapere che Palmcrona è già morto. »
« Esatto. E già troppo tardi e tutto quello che Björn fa in se-
guito, in realtà, non serve a niente... »
« Sembra che agisca in preda al panico dopo la seconda
email di Palmcrona », afferma Joona. « Dismette ogni velleità
ricattatoria, sembra che voglia solo salvare la pelle. »
« Ma il problema è che la fotografia è incollata con lo scotch
alla porta di Penelope. »
« Quindi Björn può prenderla solo quando Penelope va in
taxi negli studi televisivi », continua Joona. « Probabilmente
Björn ha aspettato fuori, ha visto Penelope sul taxi, è entrato,
ha incrociato la ragazzina sulle scale, è corso nell'appartamento,
ha strappato la fotografia dal vetro della porta, poi si è fiondato
in metropolitana, ha spedito la fotografia a Palmcrona e gli ha
mandato un'email prima di andare al suo appartamento di
Pontonjärgatan 47, dove ha preso il suo bagaglio. Da lì è sal-
tato sull'autobus per Södermalm ed è salito in barca a Langhol-
men. »
« Cosa ti fa credere che questo sia qualcosa di più di un co-
mune ricatto? »
« L'appartamento di Björn è stato completamente devastato
da un incendio, che è scoppiato tre ore dopo che il proprietario
se n'era andato al mare », dice Joona. « I tecnici della scientifica
sono convinti che la causa accidentale dell'incendio sia da ri-
condurre a un ferro da stiro che la vicina avrebbe dimenticato
acceso nell'appartamento a fianco, ma...»
« Ho smesso di credere alle coincidenze in questa indagine »,
dice Saga.
« Pure io », aggiunge Joona con un sorriso.
Guardano di nuovo la corrispondenza e Joona indica en-
trambe le lettere di Palmcrona.
« Palmcrona deve aver parlato con qualcuno fra la prima e la
seconda email. »
« La prima contiene un avvertimento », dice Saga. « Nella se-
conda dice invece che è troppo tardi, che tutti e due sono de-
stinati a morire. »
« Palmcrona ha chiamato qualcuno subito dopo aver letto la
prima email di Björn. Doveva essere spaventato a morte, eppu-
re sperava ancora di potersela cavare grazie all'intervento di
qualcuno», dice Joona. «Solo quando capisce di non avere
scampo, scrive la sua seconda lettera, nella quale semplicemen-
te constata che per entrambi il destino è segnato. »
« Dobbiamo controllare i tabulati telefonici », conclude Saga.
« Se ne sta già occupando Erixon. »
« Altro? »
« Dobbiamo prendere informazioni sull'uomo citato da
Björn nella prima email », dice Joona.
« Raphael Guidi? »
« Lo conosci? »
« Tutti lo chiamano Raphael, sai, come l'arcangelo », rispon-
de Saga. « E un uomo d'affari italiano che fa da intermediario
in ogni tipo di compravendita di armi in Medio Oriente e in
Africa. »
« Traffico d'armi », chiosa Joona.
« Raphael è sulla piazza da trent'anni e si è costruito un pic-
colo impero, ma non penso che sia coinvolto. L'Interpol non
ha mai trovato nulla a suo carico, ci sono stati dei sospetti, ma
niente di più. »
« E così strano che Carl Palmcrona incontri Raphael? » chie-
de Joona.
« Al contrario », risponde lei. « Fa parte del suo lavoro, anche
se i brindisi a base di champagne dovrebbe evitarli. »
« Ma non ci si toglie la vita per un brindisi sbagliato, né si
commette un omicidio per lo stesso motivo », conclude Joona.
« No », conferma Saga con un sorriso.
« La fotografìa contiene qualcosa di più, qualcosa di molto
pericoloso. »
« Se Björn ha mandato la fotografia a Palmcrona, dovrem-
mo trovarla qui », dice Saga.
« Ho controllato la posta nel portadocumenti e... »
All'improvviso si blocca e Saga gli lancia un'occhiata.
« Che c'è? A cosa stai pensando? » gli chiede la donna.
« Ci sono solo lettere personali nel portadocumenti, nessuna
pubblicità, nessuna bolletta », dice. « Qualcuno ha intercettato
la posta e l'ha controllata prima che arrivasse qui. »






45.
Oltre l'autostrada.

La governante Edith Schwartz non ha il telefono. Abita a circa
settanta chilometri a nord di Stoccolma, nei paraggi di Knivsta.
Joona è seduto accanto a Saga, che guida lungo Sveavägen con
un ritmo dolce. All'altezza di Norrtull si lasciano alle spalle il
centro della città e imboccano l'autostrada subito dopo aver su-
perato lo svincolo per l'ospedale Karolinska.
«Le analisi effettuate sulla scena del crimine nell'apparta-
mento di Penelope sono pronte », gli sta dicendo Saga. « Ho
letto tutto il materiale e, da quanto emerge, Penelope non ha
alcun legame con i gruppi di estrema sinistra. Anzi: ha preso le
distanze da loro, è una pacifista dichiarata e mette in discussio-
ne i loro metodi. Lavora per Dabaser, a Medborgarplatsen, non
è iscritta a un partito, ma è stata fermata in concomitanza di
una manifestazione organizzata da Reclaim the City. »
Sfrecciano veloci sull'autostrada fiancheggiata, da una parte,
dalle cancellate nere del cimitero di Norra, che sembrano tre-
mare al loro passaggio, e, dall'altra, dalla vegetazione imponen-
te del parco di Haga.
« Ho dato una scorsa ai nostri archivi », dice Saga, flemma-
tica, ora. « Tutto quello che abbiamo sugli estremisti di destra e
di sinistra a Stoccolma... ci ho messo quasi tutta la notte. Il ma-
teriale naturalmente è top secret, ma resta il fatto che la Säpo
ha commesso un errore: Penelope e Björn non sono coinvolti
in nessun tipo di attentato. Nulla. Sono così candidi che fanno
quasi tenerezza. »
« Quindi hai accantonato questa pista? »
« La penso come te. Sono convinta che questa indagine non
c'entri nulla con la politica; si tratta di una faccenda che pro-
babilmente non c'entra nemmeno con la sicurezza nazionale »,
dice la donna. « Cioè: la morte di Palmcrona, l'incendio nel-
l'appartamento di Bjòrn, la morte di Viola e tutto il resto...
qui stiamo parlando d'altro. »
Cala il silenzio mentre Joona si rammenta della governante e
di quando l'aveva guardato negli occhi chiedendogli se avevano
già tirato giù Palmcrona.
« Cosa intende con 'tirato giù'? »
«Chiedo scusa, io sono solo la governante, credevo...»
Joona le aveva chiesto se aveva notato qualcosa di strano.
« Un cappio fissato al gancio del lampadario nel salottino »,
aveva risposto.
« Ha visto il cappio in precedenza? »
« Certo. »
Certo, pensa Joona e sposta lo sguardo sull'autostrada: sulla
destra c'è una parete di legno rosso antirumore che ripara una
zona residenziale e alcuni campi da calcio. La pronuncia secca
della parola « certo » da parte della governante si è impressa nel-
la mente di Joona e ora gli riecheggia continuamente in testa,
mentre ripensa all'espressione del volto della donna dopo che le
aveva spiegato che le sarebbe stato chiesto di recarsi alla stazio-
ne di polizia e di rilasciare una deposizione a un agente. Non
aveva fatto una piega. Si era limitata ad annuire.
Superano Rotebro, il luogo dove avevano ritrovato i resti
vecchi di dieci anni del corpo di Johan Samuelsson nel giardino
di Lydia Evers, quando stavano cercando Benjamin, il figlio di
Erik Maria Bark. Allora era inverno: adesso la natura fiorisce
intorno ai binari arrugginiti, intorno ai parcheggi, intorno alle
case a schiera e alle ville.
Joona telefona a Nathan Pollock della commissione omicidi
e, già dopo due squilli, Nathan risponde con la sua voce legger-
mente nasale: « Pronto ».
« Tu e Tommy Kofoed avevate controllato le impronte sotto
il corpo di Palmcrona? »
« L'indagine preliminare è stata sospesa », gli risponde Pol-
lock, e Joona sente che sta scrivendo al computer.
« Sì, ma adesso... »
« Lo so », lo interrompe Pollock. « Ho parlato con Carlos,
mi ha raccontato degli ultimi sviluppi. »
« Puoi darci ancora un'occhiata? »
« Lo sto facendo in questo stesso istante », gli risponde Pol-
lock.
« Perfetto », dice Joona. « Quando pensi di finire? »
«Adesso. Le impronte sono di Palmcrona e della sua gover-
nante Edith Schwartz. »
« Nessun altro? »
« No. »
Saga mantiene una velocità costante di 140 km orari. Proce-
dono in direzione nord sulla Europavàg 4.
Joona e Saga hanno ascoltato insieme l'interrogatorio regi-
strato di Edith Schwartz alla centrale di polizia, tenendo co-
stantemente sottocchio il foglio con gli appunti di John
Bengtsson.
Joona ripensa fra sé all'interrogatorio: dopo le solite forma-
lità, John Bengtsson le aveva spiegato che non sussisteva alcun
sospetto a suo carico; però lui si aspettava che lei potesse aiu-
tarli a fare luce sulla morte di Carl Palmcrona. Poi era calato il
silenzio, si riusciva a sentire un debole fischio proveniente dal
sistema di areazione, una sedia che scricchiolava ogni tanto,
una penna che raschiava su un foglio. Sul verbale John Bengts-
son aveva stigmatizzato la palese indifferenza di Edith
Schwartz, che non aveva ancora aperto bocca.
C'erano voluti più di due minuti prima che pronunciasse
verbo. Si tratta di un intervallo di tempo molto lungo quando
si sta seduti di fronte a un poliziotto.
« Il direttore Palmcrona si era tolto il soprabito? » aveva chie-
sto la governante di botto.
« Perché se lo domanda? » le aveva replicato John Bengtsson
con tono cortese.
La donna aveva taciuto di nuovo, e il silenzio era durato cir-
ca mezzo minuto prima di essere infranto da John. « Palmcrona
indossava il soprabito quando l'ha visto per l'ultima volta? » le
aveva chiesto.
« Sì. »
« In precedenza lei ha detto al commissario Linna di aver vi-
sto un cappio pendere dal soffitto. »
« E così. »
« A cosa pensava che servisse? »
La donna non aveva risposto.
« Da quanto tempo era appeso lì? »
« Da mercoledì », aveva risposto calma.
« Dunque lei ha visto il cappio appeso al soffitto la sera del 2
giugno. Poi è andata a casa, è tornata la mattina dopo, cioè il 3,
lo ha rivisto e poi ha incontrato Palmcrona. In seguito ha la-
sciato l'appartamento, per farvi ritorno alle 14.30 del 5 giu-
gno... ed è stato allora che ha incontrato il commissario Lin-
na. »
Sul verbale si diceva che Edith aveva scosso le spalle.
« Mi può raccontare di quei giorni con parole sue? » le aveva
chiesto John Bengtsson.
« Sono entrata nell'appartamento del signor direttore Palm-
crona alle sei di mercoledì. Ho il permesso di usare la chiave
solo la mattina, dal momento che Palmcrona dorme fino alle
sei e mezzo. E molto preciso con gli orari. Non passa mai la
mattina a letto, nemmeno di domenica. Ho macinato i chicchi
di caffè col macinino, poi ho tagliato due fette di pane, le ho
spalmate con il burro salato Bregott, ho aggiunto due fette di
pasticcio di fegato con tartufo, un po' di cetrioli in salamoia e
una fetta di cheddar. Ho apparecchiato la tavola con una tova-
glia di lino inamidata e le stoviglie estive. Dai giornali del mat-
tino bisogna togliere i vari inserti e la pagina sportiva. Poi van-
no disposti ben piegati sulla destra. »
Con impressionante acribia Edith aveva descritto la prepara-
zione delle bistecche di vitello alla panna del mercoledì e i pre-
parativi per il pranzo del giovedì.
Quando era giunta al punto in cui, quel sabato, era tornata
con la spesa per il fine settimana e aveva suonato alla porta, si
era ammutolita di colpo.
« Mi rendo conto che tutto questo è doloroso », aveva detto
John Bengtsson dopo poco. « Tuttavia, io ho ascoltato con at-
tenzione le sue parole, signora. Lei ha ripercorso le giornate di
mercoledì e giovedì senza trascurare il minimo dettaglio, ma
non una sola volta ha nominato qualcosa che riguardi l'im-
provviso decesso di Carl Palmcrona. »
La donna era rimasta zitta senza dare alcuna spiegazione.
« Devo chiederle di tornare indietro con la memoria », aveva
continuato John Bengtsson pazientemente. « Sapeva che Carl
Palmcrona era morto, quando ha suonato alla porta? »
« No », aveva risposto la donna.
«Non ha forse chiesto al commissario Linna se l'avevamo
già tirato giù? » le aveva domandato John con una certa impa-
zienza nella voce.
« Sì. »
« L'aveva già visto morto? »
« No. »
« Ma che cazzo », aveva esclamato John irritato. « Non può
semplicemente dirci quello che sa? Che cosa l'ha spinta a chie-
dere se l'avevamo già tirato giù? E stata lei stessa a chiederlo!
Perché l'ha fatto se non sapeva nemmeno che era morto? »
Nella relazione finale John Bengtsson aveva ammesso il suo
errore. Aveva ceduto alla provocazione della donna che, appena
lui aveva perso le staffe, si era serrata come una tagliola.
« Sono accusata di qualcosa? » aveva chiesto gelida.
« No. »
« In tal caso la nostra conversazione finisce qui. »
« Ci sarebbe di grande aiuto se... »
« Non ricordo altro », l'aveva interrotto lei, alzandosi dalla
sedia.
Joona osserva Saga; il suo sguardo è rivolto verso l'autostrada
che scorre oltre il finestrino e i tir che sfrecciano a frotte.
«Sto pensando all'interrogatorio della governante», dice
Joona.
«Anch'io. »
«John ha perso le staffe. Pensava che la governante si fosse
contraddetta. Secondo lui la donna sapeva che Palmcrona era
morto quando aveva suonato alla porta. »
« Ti seguo », soggiunge Saga senza guardarlo.
« Eppure la donna ha detto la verità, perché non sapeva che
era morto. Lo pensava, ma non lo sapeva», prosegue Joona.
« Per questo ha risposto di no. »
« Edith Schwartz è una donna molto strana. Molto. »
« Penso che stia cercando di nasconderci qualcosa. Eppure
non sta mentendo », conclude Joona.






46.
La fotografia.

Joona e Saga sanno che non sarà facile strappare informazioni
pregnanti a Edith Schwartz, ma la donna può condurli alla fo-
tografia e, se ciò accadesse, l'intera faccenda potrebbe ritenersi
conclusa.
Saga mette la freccia a destra, esce dall'autostrada e rallenta,
poi, dopo aver superato il viadotto in direzione di Knivsta, im-
bocca a sinistra la statale 77. Poco dopo, gira in un viottolo
sterrato che costeggia l'autostrada.
Il bosco di pini bassi arriva fino ai campi incolti. La parete di
un letamaio ha ceduto e il tetto di lamiera pende di traverso.
« Dovremmo essere quasi arrivati », dice Saga sbirciando il
navigatore.
Procedono lentamente fino ad arrivare a una sbarra arruggi-
nita. Lì si fermano. Quando scende dall'auto, Joona si accorge
che in quel punto il traffico dell'autostrada è solo un frastuono
esanime che va e viene.
A venti metri di distanza si vede una casetta di mattoni color
giallo sporco con le imposte e il tetto in lamiera coperti di mu-
schio.
Si avvicinano alla casa e intanto sentono uno strano brusio.
Saga guarda Joona. Si spostano cautamente in direzione del-
la porta d'ingresso: ora, all'improvviso, sono entrambi molto
all'erta. Dietro la casa si ode un tintinnio e poi di nuovo un
sibilo metallico.
Il rumore si avvicina rapidamente. Un grosso cane si lancia
verso di loro. A un metro di distanza da Saga, però, il cane si
ferma e si appoggia sulle zampe posteriori. Poi si sporge all'in-
dietro, abbassa le zampe anteriori e comincia ad abbaiare. E un
grosso pastore tedesco col pelo malandato. Abbaia aggressivo e
disperato, scuote il muso e si muove a scatti in diagonale. Joona
e Saga ora si accorgono che il cane è legato a un lungo guinza-
glio. Ogni volta che la bestia scatta in avanti, il collare scivola
lungo la fune metallica con un sibilo tintinnante.
Il cane si gira e corre in direzione di Joona, ma è bloccato dal
guinzaglio e viene sospinto indietro. Continua ad abbaiare sen-
za posa fino a quando viene zittito all'improvviso da una voce
che buca le pareti.
« Nils! » urla una donna.
Il cane guaisce. Fa un giro in tondo con la coda in mezzo
alle gambe. Il pavimento scricchiola e, dopo un breve istante,
la porta si apre. Il cane va a nascondersi dietro la casa seguito
dal rumore tintinnante. Edith esce sulla scala vestita con un ac-
cappatoio lilla infeltrito e li guarda negli occhi.
«Avremmo bisogno di parlare con lei», dice Joona.
« Ho già detto tutto quello che so. »
« Possiamo entrare? »
« No. »
Joona alza lo sguardo oltre la sagoma della donna, cercando
di scorgere qualcosa nella casa buia. L'ingresso è pieno di pen-
tole e piatti, si vedono il tubo grigio di un aspirapolvere, vestiti,
scarpe e gabbie per la pesca dei gamberi.
«Va bene anche se restiamo qui», dice Saga con un tono
amichevole.
Joona controlla gli appunti e comincia l'interrogatorio. E a
caccia di eventuali contraddizioni. I dettagli sono importanti.
« Che cosa ha mangiato Palmcrona lo scorso mercoledì? »
« Bistecche di vitello alla panna », risponde la donna senza
esitazioni.
« Con del riso? » le chiede Joona.
« Patate. Sempre patate bollite. »
« A che ora è arrivata nell'appartamento di Palmcrona giove-
dì? »
« Alle sei. »
« Per quale ragione ha lasciato l'appartamento di Palmcrona
giovedì? »
« Mi aveva detto che potevo andarmene a casa. »
Joona la guarda negli occhi. Inutile girarci intorno.
« Palmcrona aveva già appeso la corda al soffitto mercoledì? »
« No », risponde Edith.
« Però è quello che ha detto al nostro collega John Bengts-
son», interviene Saga.
« No. »
«Abbiamo registrato l'interrogatorio», ribatte Saga cercan-
do di trattenere l'irritazione. Poi tace.
« Ha detto qualcosa a Palmcrona a proposito della corda? »
le chiede Joona.
« Non eravamo soliti parlare di faccende private. »
« Per lei è normale lasciare da solo un uomo che ha appena
appeso al soffitto una corda? » la incalza Saga.
«Non avevo molta voglia di stare a guardare», risponde
Edith con un sorrisetto.
« Capisco », dice Saga con voce piatta.
Per la prima volta sembra che Edith si accorga davvero della
presenza di Saga. Senza pudore fa scivolare lo sguardo sui suoi
capelli, legati con una fascia dai colori sgargianti, sul viso senza
un filo di trucco, sui jeans slavati e le scarpe da ginnastica.
« Eppure non riesco a mettere insieme le cose », dice Saga
stancamente. « Ha detto al nostro collega di aver visto la corda
mercoledì, ma poco fa, quando gliel'ho chiesto di nuovo, mi ha
risposto esattamente il contrario. »
Joona scorre gli appunti e osserva quello che ha scritto alcu-
ni minuti prima, quando Saga ha chiesto se Palmcrona avesse
appeso la corda già mercoledì.
« Edith », dice Joona. « Credo di capire cosa vuole dire. »
« Bene », risponde a bassa voce la donna.
«Alla domanda se Palmcrona avesse appeso la corda già
mercoledì lei ha risposto di no perché non è stato lui ad appen-
derla. »
L'anziana donna alza uno sguardo duro verso Joona e poi
dice bruscamente: « Ci ha provato, ma non ci riusciva, dopo
l'operazione alla schiena l'inverno scorso certi movimenti
non riusciva più a farli... così mi ha chiesto di farlo al posto
suo. »
Cala di nuovo il silenzio. Non si muove una foglia nel river-
bero imperturbabile del sole.
« Quindi è stata lei, mercoledì scorso, ad annodare la corda
per il bucato al gancio del lampadario? » le chiede Joona.
« Il direttore aveva fatto il nodo e mi ha tenuto la scala men-
tre salivo. »
« Poi ha portato via la scala, è tornata alle sue solite faccende
ed è andata a casa mercoledì sera, dopo aver lavato i piatti della
cena », dice Joona.
« Sì. »
« Poi si è ripresentata la mattina dopo », continua Joona. « E
entrata nell'appartamento come al solito e ha preparato la co-
lazione. »
« Sapeva che in quel momento non si era ancora impicca-
to? » le chiede Saga.
« Avevo controllato nel salottino », risponde Edith.
Qualcosa che somiglia a un sorriso sarcastico si forma rapi-
do, per un secondo, sull'espressione ineffabile del suo viso.
« Ci ha già raccontato che Palmcrona ha fatto colazione co-
me al solito, ma nemmeno quella mattina è andato al lavoro. »
«E rimasto chiuso nella camera della musica almeno per
un'ora. »
« Stava ascoltando qualcosa? »
« Si. »
« Subito prima di pranzo ha fatto una breve telefonata», dice
Saga.
« Non lo so, era nel suo studio con la porta chiusa, ma prima
di sedersi a tavola per mangiare il salmone mi ha chiesto di te-
lefonare e prenotare un taxi per le due. »
« Doveva andare all'aeroporto di Arlanda », dice Joona.
« Esatto. »
« Alle due meno dieci ha ricevuto una telefonata? »
« Sì. Aveva già il soprabito addosso e ha risposto sull'uscio. »
« E riuscita a sentire quello che diceva? » le chiede Saga.
Edith rimane immobile, si gratta un cerotto e posa la mano
sulla maniglia della porta.
« Non è un incubo per cui valga la pena di morire », dice a
voce bassa.
« Le ho chiesto se ha sentito quello che ha detto Palmcro-
na», insiste Saga.
« Adesso dovete scusarmi », dice Edith in fretta, facendo per
chiudere la porta dietro di sé.
« Aspetti », le ordina Joona.
Il movimento della porta si blocca all'improvviso. Edith lo
osserva dalla fessura ancora aperta, immobile.
« Oggi ha già controllato la posta di Palmcrona? » le chiede
Joona.
« Naturalmente. »
« Può andare a prendere tutto quello che non è pubblicità? »
dice Joona.
Edith annuisce, entra in casa, chiude la porta dietro di sé e
poi ritorna, dopo un breve istante, con un cesto di plastica pie-
no di lettere.
« Grazie. » Joona afferra il cesto.
Edith chiude a chiave la porta. Dopo alcuni secondi ecco di
nuovo il rumore del guinzaglio del cane. I due lo sentono rin-
ghiare mentre ritornano verso l'auto e salgono.
Saga accende il motore e fa manovra. Joona si infila i guanti
di lattice, passa le lettere, estrae una busta bianca con l'indirizzo
scritto a mano, la apre e sfila con cautela la fotografia per cui
sono morte almeno due persone.






47.
La quarta persona.

Saga Bauer accosta e si ferma. L'erba alta nel fosso sporge con-
tro il finestrino. Joona Linna osserva la fotografia senza muo-
vere un muscolo.
Qualcosa offusca il bordo superiore dell'immagine che, a
parte questo particolare, è incredibilmente nitida. Con ogni
probabilità, l'obiettivo era in parte coperto e lo scatto è stato
fatto di nascosto.
Ci sono quattro persone, sedute su un palco in una sala da
concerto. Si tratta di tre uomini e una donna, i cui volti sono
ben visibili e distinti. Solo uno di loro è girato di spalle, ma si
riesce comunque a vederlo in viso.
In un secchiello per il ghiaccio c'è una bottiglia di champa-
gne. Il tavolino sul palco è apparecchiato a dovere:
Joona riconosce immediatamente Carl Palmcrona con in
mano un calice di champagne. Saga sa chi sono le altre due per-
sone.
« Questo è Raphael Guidi, il trafficante », dice, indicando un
uomo stempiato. « Quello di spalle è Pontus Salman, il capo
della Silencia Defence. »
«Armi », dice Joona a bassa voce.
« La Silencia Defence è un'azienda seria. »
Sotto le luci del palco, dietro le persone in primo piano, si
intravede un quartetto d'archi: due violini, una viola e un vio-
loncello. I musicisti sono tutti maschi. Sono seduti in semicer-
chio, rivolti gli uni verso gli altri con un'espressione calma e
attenta all'ascolto. Non si riesce a stabilire se le palpebre siano
abbassate o chiuse del tutto, se gli sguardi riposino sugli spartiti
oppure se i musicisti abbiano gli occhi chiusi per seguire la
campata melodica d'insieme.
« Chi è la quarta persona, la donna? » chiede Joona.
«Ci sto arrivando», dice Saga perplessa. «La riconosco,
ma... non mi viene in mente il nome. »
Tace e indugia con lo sguardo sul volto della donna.
« Voglio sapere chi è », dice Joona.
« Aspetta. »
Saga avvia l'auto e, nello stesso istante in cui si immette nella
corsia, dice: « Agathe al-Haji. Ex ministro della Difesa del pre-
sidente Omar al-Bashir ».
« Sudan », dice Joona.
« Sì. »
«Per quanto tempo è stata ministro della Difesa?» chiede
Joona.
« Per quindici anni, forse di più, adesso non mi ricordo. »
« Quindi cosa c'è di particolare in questa foto? »
« Non lo so, niente, cioè... non è strano che questi quattro si
incontrino per discutere di affari», spiega Saga. «Anzi. Mi
sembra un classico abboccamento. Ci si incontra, ciascuno dice
la sua e intanto si chiede informalmente il parere di Carl Palm-
crona. Una valutazione preliminare. »
« E una valutazione preventiva in senso positivo significa che
probabilmente l'ACPS darà l'autorizzazione finale all'esporta-
zione? »
« Più o meno sì, anche se si tratta solo di un'indicazione in-
formale. »
« La Svezia di solito esporta materiale bellico in Sudan? » le
chiede Joona.
« No, che io sappia », gli risponde Saga. « Ma è meglio par-
lare con qualcuno che si occupa di quell'area. A quanto ne so,
la Russia e la Cina sono i principali esportatori, ma non è detto
che le cose stiano ancora così, visto che la guerra civile in Sudan
è finita nel 2005. Quindi non dovrebbero esserci problemi a
esportare armi. »
« Ma allora, cosa significa questa foto? Perché Carl Palmcro-
na si è impiccato per così poco, se si tratta solo di un normale
abboccamento? »
Mentre percorrono in silenzio la grigia autostrada in direzio-
ne sud, Joona osserva la fotografìa, la gira, guarda gli angoli
strappati e riflette.
« Quindi la foto in sé e per sé non è per nulla esplosiva? »
chiede a Saga.
« No, almeno per quello che ne so io. »
« Palmcrona si è tolto la vita perché chi ha scattato questa
fotografia potrebbe rivelare un segreto? La fotografia è solo
un avvertimento? Penelope e Björn contano più della fotogra-
fia? »
« Non sappiamo un cazzo di niente. »
« E invece sì », ribatte Joona. « Il problema è che non riuscia-
mo a mettere insieme i tasselli. Possiamo fare solo ipotesi sul
movente dell'assassino, ma sappiamo che vuole la foto e inten-
de distruggerla. Ed è pronto a tutto: ha ucciso Viola Fernandez
nella convinzione che fosse Penelope. »
«Magari è stata Penelope a scattare la foto», dice Saga.
« Probabilmente è così, ma all'assassino non basta uccidere Pe-
nelope. »
« Brava, ci stavo arrivando. Non sappiamo cosa venga pri-
ma... la foto o chi l'ha fatta? Oppure solo la foto è importan-
te? »
« Sta di fatto che l'assassino, per prima cosa, si è recato nel-
l'appartamento di Björn. »
I due restano in silenzio fino a quando stanno per arrivare
alla centrale di polizia a Kungsholmen. Poi Joona osserva di
nuovo la fotografia. Le quattro persone sul palco, il tavolino
con le bevande e la roba da mangiare, il quartetto di musici alle
loro spalle, gli archi, il pesante sipario di velluto, la bottiglia di
champagne, i calici a stelo alto.
«Guardo la foto», dice Joona. «Vedo quattro facce... e una
di queste sa senz'altro cosa c'è dietro l'omicidio di Viola Fer-
nandez. »
« Sì », risponde Saga. « Palmcrona è morto, quindi possiamo
escluderlo. Rimangono solo gli altri tre... e due di loro non
possiamo interrogarli, non arriveremo mai così in alto. »
« Dobbiamo parlare con Pontus Salman », dice Joona con
un tono che non ammette repliche.
« E allora andiamo subito a interrogarlo. No? »






48.
La corona nuziale.

È difficile entrare in contatto con qualcuno della Silencia De-
fence SpA. Tutti i numeri di telefono disponibili non sono al-
tro che ingressi diversi nel medesimo labirinto di musichette e
informazioni registrate. Alla fine, però, Saga trova uno spira-
glio scegliendo il tasto nove più asterisco, la combinazione
che permette di parlare con uno degli operatori commerciali
dell'azienda. La sua chiamata viene inoltrata alla segretaria del-
l'operatore; Saga ignora le domande e si limita a comunicare il
suo messaggio. La segretaria rimane inizialmente in silenzio,
poi spiega a Saga che ha scelto il numero sbagliato e che il tem-
po a sua disposizione è già scaduto.
« Le devo chiedere di richiamare domani fra le nove e le die-
ci e... »
«Veda solo di riferire a Pontus Salman che oggi alle due
riceverà la visita della polizia», la interrompe Saga alzando
la voce.
Si ode il cauto ticchettio dei tasti di un computer.
« Spiacente », dice la segretaria dopo un breve istante. « E in
riunione tutto il giorno. »
« Non alle due », insiste Saga dolcemente.
« Sì, qui c'è scritto che... »
«A quell'ora sarà impegnato a parlare con me », la interrom-
pe Saga.
« Riferirò la sua richiesta. »
«Molte grazie», conclude Saga incrociando lo sguardo di
Joona oltre la scrivania.
« Alle due, allora? » le chiede.
« Sì. »
«Tommy Kofoed vuole dare un'occhiata alla fotografìa»,
dice Joona. « Ci vediamo nel suo ufficio dopo pranzo, prima
di partire. »


Mentre Joona pranza con Disa, i tecnici dell'anticrimine ritoc-
cano la fotografia.
Il volto di una delle quattro persone nel palco viene sfumato
e ombreggiato fino a essere reso irriconoscibile.
Disa sorride fra sé quando solleva il recipiente del bollitore del
riso e lo porge a Joona, osservandolo poi mentre si bagna le
mani per controllare che il riso si sia raffreddato a sufficienza
per formare dei piccoli cuscinetti.
« Sapevi che c'era un Calvario anche a Sòdermalm? » gli
chiede Disa.
«Un Calvario? Non è mica quello...?»
«Un Golgota», annuisce Disa mentre apre un armadietto
della cucina di Joona, prende due bicchieri e ne riempie uno
con del vino bianco e uno con dell'acqua.
Disa ha una faccia rilassata. Le lentiggini che le spuntano al-
l'inizio di ogni estate si sono scurite e lei ha raccolto i capelli
arruffati in una treccia che le pende sul collo. Joona si sciacqua
le mani e tira fuori un asciugamano. Disa si avvicina metten-
dogli le braccia al collo. Joona contraccambia il suo abbraccio.
Appoggia il volto contro la sua testa, respira il suo profumo e
sente al contempo le mani calde di Disa che gli accarezzano la
schiena e il collo.
« Non possiamo provarci? » sussurra Disa. « Non possiamo
farlo? »
« Sì », risponde Joona a bassa voce.
Disa lo tiene stretto a sé, poi si scioglie dal suo abbraccio.
« A volte mi arrabbio così tanto con te », mormora girando-
gli le spalle.
« Disa, sono quello che sono, ma io... »
« E un bene che non viviamo insieme », lo interrompe uscen-
do dalla cucina.
Joona sente che si chiude in bagno, si chiede se debba se-
guirla, bussare alla porta, ma, in realtà, sa che Disa vuole essere
lasciata in pace per un attimo. Si dà invece da fare con il pran-
zo. Prende un pezzetto di pesce, lo appoggia con cautela sul
palmo della mano e poi lo spalma con un po' di wasabi.
Dopo alcuni minuti la porta del bagno si riapre e Disa ritor-
na in cucina, si ferma sulla soglia e guarda Joona mentre con-
tinua a preparare il sushi.
« Ti ricordi », dice Disa con una risata nella voce, « che tua
mamma toglieva sempre il salmone dal sushi e lo faceva saltare
in padella prima di rimetterlo sul riso? »
« Sì. »
«Apparecchio la tavola?» gli chiede Disa.
« Se vuoi. »
Disa porta i piatti e le bacchette nella stanza più grande. Si
blocca davanti alla finestra e abbassa lo sguardo su Wallinga-
tan. Le foglie di un gruppo di alberi brillano di un verde chia-
ro. Il suo sguardo vaga sul grazioso isolato vicino a Norra Ban-
torget, dove Joona Linna abita da un anno.
Apparecchia sul tavolo da pranzo biancastro come la nebbia,
ritorna in cucina e beve un sorso di vino; la bevanda sembra
quasi aver perso un po' di quell'abboccato burbero e scontroso,
che in realtà dipende dalla temperatura. Disa si sforza di trat-
tenere l'impulso di sedersi sul pavimento laccato e chiedere se
possono mangiare per terra, con le mani, come i bambini, sotto
il tavolo.
« Ho ricevuto una proposta », dice invece.
« Una proposta? »
Disa annuisce e per un attimo sente di voler essere un po'
cattiva e un po' no.
« Raccontami », dice Joona con calma portando il vassoio
con il sushi a tavola.
Disa afferra di nuovo il bicchiere e poi dice con un tono leg-
gero: « C'è un mio collega al museo che sono sei mesi che mi
chiede di uscire. Vuole portarmi a cena con lui una sera ».
« Si fanno ancora queste cose al giorno d'oggi? Si invitano le
signore a cena? »
Disa fa un sorriso storto: « Sei geloso? »
« Non so, un pochino », dice Joona e le si avvicina. « E bello
essere invitati a cena. »
« Sì. »
Disa fa scivolare le dita con forza nei capelli folti di Joona.
« É carino? » le chiede.
« Sì, molto. »
« Perfetto, allora. »
« Ma non mi va di uscire con lui », dice Disa sorridendo.
Joona non risponde, rimane completamente immobile con
il volto girato.
« Sai bene cos'è quello che desidero », gli sussurra Disa dol-
cemente.
Il viso di Joona all'improvviso si fa stranamente pallido; Di-
sa si accorge che la sua fronte si è imperlata di sudore. Lenta-
mente Joona solleva lo sguardo verso di lei e nei suoi occhi c'è
qualcosa, sono glaciali, duri e profondi come un abisso.
« Ok, Joona, lasciamo perdere», dice in fretta. « Scusami... »
Joona apre la bocca come se volesse dire qualcosa, fa un pas-
so verso di lei quando, a un tratto, le gambe gli cedono.
«Joona», urla Disa facendo cadere il bicchiere dal tavolo.
Si inginocchia sul pavimento accanto a lui, lo abbraccia e gli
dice che fra poco passerà.
Dopo un attimo è come se qualcosa passasse sul viso di Joo-
na. L'espressione di dolore gradualmente si attenua, velo dopo
velo.
Disa raccoglie le schegge del bicchiere, poi si siedono in si-
lenzio a tavola.
« Non stai prendendo le medicine, vero? » dice Disa dopo un
istante.
« Mi danno sonnolenza. Devo poter pensare bene, in questo
momento è importante che io possa ragionare lucidamente. »
« Avevi promesso che le avresti prese. »
« E lo farò sicuramente », le spiega lui.
« Sai bene che è pericoloso », sussurra Disa.
«Comincerò non appena avrò risolto questo caso. »
« E se non riesci a risolverlo? »


Da lontano il Nordiska Museet sembra un soprammobile scol-
pito nell'avorio, sebbene, in realtà, sia costruito con arenaria e
pietra calcarea. Un raffinato sogno rinascimentale pieno di tor-
ri e pinnacoli. Il museo è stato pensato come una celebrazione
della sovranità dei popoli nordici, anche se, quando l'edificio
era stato inaugurato, un piovoso giorno d'estate del 1907, l'u-
nione con la Norvegia si era sciolta e il sovrano era morente.
Joona attraversa svelto l'enorme ingresso del museo e si fer-
ma solo quando arriva in cima alle scale. Assume un'espressio-
ne di contegno, abbassa lo sguardo sul pavimento per un lungo
istante, poi passa lentamente davanti alle teche illuminate. Non
c'è nulla che catturi il suo sguardo. Joona continua sui suoi pas-
si, avvolto nei ricordi e nella nostalgia.
Il guardiano ha già preparato una sedia per lui vicino alla
vetrina.
Joona Linna si siede e osserva la corona nuziale dei sami con
le sue otto punte, come due mani incrociate. Brilla di un chia-
rore soave dietro al vetro sottile. Joona sente una voce dentro di
sé, vede un viso che gli sorride mentre è seduto al volante quel
giorno in cui, dopo la pioggia, il sole splende nelle pozzanghere
sulla strada, come se ci fosse un incendio sotterraneo. Joona si
gira verso il sedile posteriore per controllare che Lumi abbia al-
lacciato correttamente le cinture.
La corona nuziale sembra fatta di rami chiari, pelle e capelli
intrecciati. Joona osserva la promessa di amore e felicità che es-
sa rappresenta e pensa alla bocca seria di sua moglie, i capelli
color sabbia che le ricadevano sul viso.
« Come sta? »
Joona si volta sorpreso verso il guardiano. E da tanti anni
che lavora lì. E un uomo di mezza età con la barba di qualche
giorno e che si strofina continuamente gli occhi.
« A dire il vero non lo so », mormora Joona alzandosi dalla
sedia.
Il ricordo della piccola mano di Lumi indugia dentro di lui,
forte come la nostalgia, anche dopo aver lasciato il museo. Si
era solo girato per controllare che avesse allacciato le cinture
correttamente e all'improvviso aveva sentito la sua mano toc-
cargli le dita.






49.
Il viso sfocato.

Joona Linna e Saga Bauer sono in auto, diretti all'ufficio cen-
trale della Silencia Defence per parlare con Pontus Salman.
Con sé hanno anche la fotografia ritoccata dai tecnici dell'anti-
crimine. Senza parlare sfrecciano in direzione sud sulla statale
73, che corre verso Nynàshamn come un binario sporco.
Due ore prima Joona stava osservando la fotografìa nitida
che ritraeva quattro persone sedute su un palco: Palmcrona, in-
nanzitutto. E poi, il viso calmo di Raphael e la sua calvizie;
Pontus Salman, con l'aria da ragazzo beneducato; e Agathe
al-Haji, con le rughe sulle guance e lo sguardo arguto e pene-
trante.
« Mi è venuta in mente una cosa », aveva detto Joona lenta-
mente incrociando lo sguardo di Saga. «Se peggiorassimo la
qualità della fotografia e ritoccassimo l'immagine in modo
che Pontus Salman non si possa più identificare... »
Poi aveva taciuto, continuando a ragionare mentalmente.
« A quale scopo? » aveva chiesto Saga.
« Lui non sa che disponiamo di una fotografia nitida, no? »
« Questo non può saperlo. Sicuramente penserà che abbia-
mo fatto tutto il possibile per migliorare la qualità dell'imma-
gine e non il contrario. »
« Esatto, gli diremo che abbiamo fatto di tutto per riuscire a
identificare le quattro persone nella fotografìa, ma che siamo
riusciti a riconoscerne solo tre, perché la quarta è leggermente
girata di spalle e il viso è troppo sfocato. »
« Vuoi dire che gli daremo la possibilità di mentire? » gli ave-
va chiesto Saga rapida. « Di mentire e di raccontarci che lui non
era lì, che non aveva incontrato Palmcrona, Agathe al-Haji e
Raphael? »
« Se dovesse negare la sua presenza, vorrebbe dire che quel-
l'incontro riguardava un affare molto delicato. »
« E se comincia a mentire, l'abbiamo messo in trappola. »
Subito dopo Händen i due escono dal raccordo di Jordbro ed
entrano in una zona industriale circondata da un bosco silen-
zioso.
Il quartier generale della Silencia Defence è un edifìcio im-
personale di cemento grigio scuro, da cui promana un senso di
inviolabile asetticità.
Joona osserva l'imponente costruzione, lascia scivolare lo
sguardo sulle finestre scure e i vetri offuscati e ripensa alla foto-
grafìa delle quattro persone sul palco, l'immagine che ha scate-
nato una catena di violenza, lasciando dietro di sé una ragazza
uccisa e una madre straziata dal dolore. Forse anche Penelope e
Björn Almskog sono morti a causa di quella foto. Joona scende
dall'auto e le sue mascelle si stringono quando pensa che Pon-
tus Salman, una delle persone ritratte nell'enigmatica fotogra-
fia, in quel momento si trova all'interno dell'edificio.
È stata fatta una copia dello scatto incriminato, mentre l'o-
riginale è stato spedito ai laboratori della scientifica a Linkö-
ping. Tommy Kofoed ha ritoccato la copia in modo che sembri
più vecchia e logora. Un angolo è strappato, mentre sugli altri
ci sono i resti dello scotch. Kofoed ha fatto sì che il viso e una
mano di Pontus Salman siano sfocati e sembri che l'uomo si
stia muovendo proprio nell'istante in cui la fotografia è stata
scattata.
Salman penserà che lui - proprio lui - ha avuto la fortuna di
uscire sfocato, irriconoscibile, pensa Joona. Per il momento
nulla può collegarlo all'incontro con Raphael Guidi, Carl
Palmcrona e Agathe al-Haji. Gli basta negare, magari cadendo
dalle nuvole. Non è nemmeno un reato non riconoscersi in una
fotografìa sfocata e non ricordarsi di aver incontrato alcune
persone.
Joona si avvia verso l'ingresso.
Se Pontus Salman nega, però, apparirà chiaro che sta men-
tendo e che ha qualcosa da nascondere.
L'aria è così calda e afosa da essere opprimente.
Saga fa un cenno a Joona quando oltrepassano le pesanti
porte scintillanti.
E se Salman comincia a mentire, pensa Joona, faremo in
modo che continui a mentire e ingrandisca la sua bugia fino
a mettersi in trappola da solo.
Nel frattempo i due sono arrivati in una grande reception
poco accogliente.
Quando Pontus Salman avrà guardato la fotografia negando
di poter identificare la persona col viso sfocato, gli diremo che è
un peccato che non abbia potuto aiutarci, continua Joona, im-
merso nei suoi pensieri. Faremo finta di andarcene, poi però, a
un tratto, torneremo sui nostri passi chiedendogli di guardare
l'immagine un'ultima volta con una lente d'ingrandimento. Il
tecnico ha lasciato visibile un anello con sigillo sulla mano del-
l'uomo col viso sfocato. Chiederemo a Pontus Salman se è in
grado di riconoscere gli abiti, le scarpe o l'anello al mignolo.
Naturalmente sarà obbligato a negare anche questo e le sue pa-
lesi menzogne saranno poi una ragione sufficiente per portarlo
alla centrale e interrogarlo mettendolo alle strette.
Dietro la reception brillano una scritta rossa con il nome
dell'azienda e un logo a forma di serpente pieno di iscrizioni
runiche.
« Si è battuto fino a quando ha avuto le armi », dice Joona.
« Sai leggere i caratteri del futhark? » gli chiede scettica Saga.
Joona le indica il cartello con la traduzione e poi si rivolge
alla reception. Dietro la scrivania c'è un ragazzotto pallido con
labbra sottili e screpolate.
« Cerchiamo Pontus Salman », dice Joona conciso.
« Avete fissato un appuntamento con lui? »
« Alle due », dice Saga.
Il portiere controlla fra le sue carte, sfoglia e legge qualcosa.
« Sì, infatti », dice a bassa voce sollevando lo sguardo. « Però
Pontus Salman ha lasciato un messaggio in cui vi prega di scu-
sarlo, ma non può incontrarvi. »
« Il messaggio non ci è mai arrivato », dice Saga. « Abbiamo
bisogno del suo aiuto per... »
« Sono davvero spiacente. »
« Lo chiami e gli spieghi l'equivoco », dice Saga.
« Lo sto cercando, ma non penso... Credo sia in riunione. »
« Al quarto piano? » aggiunge Joona.
« Al quinto », risponde il portiere quasi automaticamente.
Saga si siede sul divano. Il sole irrompe attraverso i grandi
vetri delle finestre e si irradia come un fuoco nei suoi capelli.
Joona rimane in piedi mentre il portiere appoggia il telefono
all'orecchio e digita un numero sul computer. Dopo molti
squilli, il portiere scuote la testa rammaricato.
« Riagganci », gli dice Joona. « Gli faremo un'improvvisata. »
« Un'improvvisata? » ripete il portiere con sguardo dubbioso.
Joona si avvicina alla porta di vetro del corridoio e la apre.
« Non c'è bisogno che gli dica che stiamo andando da lui »,
dice Joona sorridendo.
Una nuvola di macchie rosse attraversa le guance del giovane
portiere. Saga si alza dal divano e segue Joona.
«Aspetti...» balbetta il ragazzotto. «Provo a...»
I due si incamminano lungo il corridoio, entrano nell'ascen-
sore in attesa sul piano e pigiano il numero cinque. La porta si
chiude e l'ascensore comincia a salire silenziosamente.
Le porte dell'ascensore si aprono; Pontus Salman li sta aspet-
tando. E un uomo sulla quarantina, con un'espressione in viso
che lascia appena trasparire un lontano travaglio interiore.
« Benvenuti », dice a bassa voce.
« Grazie », ribatte Joona.
Pontus Salman fa scivolare lo sguardo su di loro.
« Un commissario di polizia e una principessa delle favole »,
constata.
Mentre lo seguono attraverso un lungo corridoio, Joona ri-
passa ancora una volta mentalmente la trappola che hanno pre-
parato per Pontus Salman.
Sente un brivido freddo lungo la schiena -, come se Viola
Fernandez in quel momento avesse aperto gli occhi nella sua
cella frigorifera all'obitorio e lo osservasse con un moto di sor-
presa.
I vetri delle finestre del corridoio sono offuscati e creano un
senso di eternità. L'ufficio è molto grande, con una scrivania di
olmo e un gruppo di poltrone grigio chiaro intorno a un tavo-
lino di vetro nero.
Si accomodano, ciascuno in una poltrona. Pontus Salman fa
un sorriso senza gioia, unisce le mani e quindi chiede loro:
« Bene, di che cosa si tratta? »
« E a conoscenza del fatto che Carl Palmcrona della ACPS è
morto? » gli chiede Saga.
Salman annuisce un paio di volte.
« Ho sentito dire che si è trattato di suicidio. »
« L'indagine non si è ancora conclusa », dice Saga con un to-
no amichevole. « Stiamo esaminando una fotografia che abbia-
mo ritrovato. Abbiamo assolutamente bisogno di identificare le
persone intorno a Palmcrona. »
« Tre di loro si riconoscono, ma la quarta persona è parec-
chio sfocata », dice Joona.
«Vorremmo che il suo staff guardasse l'immagine, qualcuno
potrebbe riconoscere la quarta persona. Una mano, per esem-
pio, è a fuoco. »
« Capisco », dice Salman increspando le labbra.
« Forse lei o qualcuno dei suoi colleghi può capire di chi si
tratta », continua Saga. « Vale comunque la pena di provarci. »
« Siamo già stati alla Patria e alla Saab Boforf Dynamics »,
spiega Joona. « Ma nessuno ha saputo riconoscere questa per-
sona. »
Il volto tirato di Pontus Salman non tradisce alcuna emozio-
ne. Joona si domanda se assuma dei farmaci per sembrare così
calmo e sicuro di sé. Il suo sguardo è stranamente vacuo, sem-
bra che manchi un contatto fra la mimica facciale e le sue sen-
sazioni, come se vi fosse un nucleo sfuggente che lo fa sembrare
del tutto avulso dalla realtà.
« Immagino che per voi sia molto importante », dice Salman
incrociando le gambe.
« Sì », risponde Saga.
« Posso guardare questa singolare fotografia? » chiede Pontus
Salman con tono impersonale.
«A parte Palmcrona, abbiamo identificato il trafficante d'ar-
mi Raphael Guidi », spiega Joona. « E Agathe al-Haji, il mini-
stro della Difesa del presidente al-Bashir... ma la quarta perso-
na non è riuscito a riconoscerla nessuno. »
Joona estrae il portadocumenti e porge la busta di plastica
con la fotografia al suo interlocutore. Saga indica la persona
sfocata nell'angolo del palco. Joona osserva lo sguardo vigile
della collega, la sua concentrazione per registrare qualsiasi ten-
sione nervosa, ogni tremore da parte di Salman nel momento
in cui mentirà.
Salman si inumidisce le labbra, le sue guance scoloriscono,
poi sorride, picchietta sulla fotografia con un dito ed esclama:
« Questo qui sono io! »
« E lei? »
« Sì », afferma con una risata che svela i suoi incisivi da bam-
bino.
« Ma... »
« Ci siamo incontrati a Francoforte », continua Salman con
un sorriso compiaciuto. «Abbiamo ascoltato un concerto fan-
tastico... adesso non mi ricordo cosa hanno suonato, penso
Beethoven... »
Joona cerca di cogliere le ragioni di quella improvvisa con-
fessione, poi si schiarisce brevemente la voce.
« Ne è proprio sicuro? »
« Sì », risponde Salman.
«Allora l'enigma è risolto», dice Saga con un tono caldo,
per non rivelare in alcun modo la loro delusione.
«Mi sa che dovrei cercare lavoro presso i servizi segreti»,
scherza Salman.
« Qual'era il motivo dell'incontro? » gli domanda Joona. « Se
non sono troppo indiscreto a chiederglielo, naturalmente. »
« Certo che no », risponde Salman con una risata e rivolgen-
do lo sguardo verso Joona. « Questa fotografìa è stata scattata
nella primavera del 2008. Dovevamo discutere l'invio di muni-
zioni in Sudan. Agathe al-Haji ha condotto la trattativa da par-
te del governo. La zona doveva essere stabilizzata dopo la pace
siglata nel 2005. Le trattative erano giunte a una fase piuttosto
avanzata, ma tutto il lavoro è andato in fumo per quel che è
capitato nell'estate del 2009. Come potete immaginare, siamo
rimasti molto scossi... e naturalmente, da quel momento in
poi, non abbiamo più avuto alcun contatto con il Sudan. »
Joona guarda Saga, dal momento che non ha la più pallida
idea di cosa sia successo nell'estate del 2009. Il suo viso è asso-
lutamente impenetrabile e Joona decide di non rivolgerle alcu-
na domanda.
« Quante volte vi siete incontrati? » gli chiede Joona.
« Solo quella volta », gli risponde Salman. « Certo, capisco
che possa sembrare strano che il direttore dell'ACPS abbia ac-
cettato un bicchiere di champagne. »
« In che senso? » gli chiede Saga.
«Non c'era niente da festeggiare, in quell'occasione... Ma
sarà stata la sete, chissà », conclude Salman sorridendo.






50.
Il nascondiglio.

Penelope e Björn ormai non sanno più da quanto tempo sono
nascosti nel più assoluto silenzio in fondo al crepaccio. La pri-
ma e la seconda notte avevano dormito rannicchiati sotto un
tronco di pino spezzato.
Non avevano più la forza per continuare a scappare, erano
esausti e avevano fatto a turno per dormire e montare di guar-
dia.
All'inizio lo sconosciuto aveva previsto ogni loro passo, ma
ora la sensazione della sua presenza immanente era scomparsa.
Sembrava fosse svanito nel nulla. Quella raggelante sensazione
di avere sempre qualcuno alle spalle, come un'ombra implaca-
bile, era scomparsa già quando avevano lasciato la strada che
portava verso le case, nel punto in cui avevano compiuto la
scelta imprevedibile di dirigersi verso il bosco, lontano dalla
gente e dalla terraferma.
Penelope non sa se il suo messaggio sia stato registrato dalla
segreteria telefonica della madre.
Ma qualcuno, prima o poi, troverà la barca di Björn. E al-
lora la polizia comincerà le ricerche.
Devono solo rimanere nascosti in modo che lo sconosciuto
non li trovi.
La parete di roccia è coperta di muschio verde; nel crepac-
cio, invece, la pietra è spoglia e in diversi punti zampilla acqua
chiara.
Ne hanno bevuta un po', poi sono tornati a nascondersi nel
buio. Durante il giorno il caldo è stato insopportabile: sono ri-
masti seduti facendosi aria, senza muovere un muscolo di trop-
po. Verso sera, quando il sole battente era ormai calato dietro
gli alberi, sono riusciti ad addormentarsi.
Sogni e ricordi sopiti si confondono nella mente di Penelope.
Sente la voce di un violino. E Viola, che suona! Vous dirai-je,
Maman col suo strumento, su cui piccoli pezzi di nastro adesivo
stanno a indicare la posizione delle dita. Eccola, mentre si trucca
con l'ombretto rosa, pavoneggiandosi allo specchio.
Penelope si sveglia all'improvviso e fa un lungo respiro.
Björn è seduto con le braccia incrociate intorno alle ginoc-
chia. Sta tremando.
Quando la terza notte inizia a farsi più chiara, capiscono di
non farcela più: sono così deboli e affamati che lasciano il na-
scondiglio e cominciano a vagare senza meta.
E quasi l'alba quando Björn e Penelope scorgono la battigia.
I primi raggi del sole filtrano dai margini dei cirri come archi
incandescenti rossastri. L'acqua luccica in alcuni punti ed è
percorsa solo dal placido tremito dell'aurora. Due cigni reali
fluttuano sulla superficie del mare, uno accanto all'altro, scivo-
lando al largo sulle loro zampe che remano lentamente.
Björn tende la mano a Penelope per condurla fino all'acqua.
All'improvviso le ginocchia del ragazzo cedono; Björn vacilla e
sta per cadere a terra ma, aggrappandosi a una roccia, recupera
subito l'equilibrio. Penelope guarda nel vuoto mentre si toglie
le scarpe, le annoda e se le mette intorno al collo.
«Vieni», le dice Björn. «Adesso dobbiamo nuotare. Non
pensarci: fallo e basta. »
Penelope esita, non è sicura di avere la forza sufficiente per
nuotare, ma Björn sta già per entrare in acqua. Penelope, per-
corsa da un tremito, lancia uno sguardo verso l'isola di Kym-
mendö, nell'arcipelago di Stoccolma.
Entra in mare camminando e sente l'acqua fredda avvolgerle
i polpacci e le cosce. Il fondale è pietroso ed è facile scivolare.
Ben presto non tocca più. Ora. Senza più tentennamenti, Pe-
nelope si tuffa dietro a Björn.
Con le braccia doloranti e gli abiti zuppi, che pesano come
un macigno, inizia a nuotare verso l'altra spiaggia. Björn è mol-
to più avanti di lei.
E subito stremata, ogni bracciata è un calvario, i muscoli
vorrebbero solo riposare.
L'isola di Kymmendö si staglia come una banchina di sabbia
all'orizzonte. Penelope muove le gambe stanche, continuando
a lottare per tenersi a galla. All'improvviso è accecata dai primi
raggi di sole sopra gli alberi, sente gli occhi bruciare e smette di
nuotare. Non le sono venuti i crampi, ma le braccia non ce la
fanno più; semplicemente, si arrendono. Accade tutto nel giro
di pochi secondi, ma gli abiti bagnati fanno in tempo a trasci-
narla sotto la superfìcie dell'acqua prima che le braccia tornino
a rispondere ai comandi. Quando riesce a mettere la testa fuori
dall'acqua, grazie all'adrenalina, Penelope è terrorizzata; respira
affannosamente e ha perso l'orientamento, perché intorno a sé
vede solo il mare. In preda alla disperazione comincia ad agi-
tarsi e a nuotare in cerchio. Sta per mettersi a urlare quando, a
un tratto, nota la testa di Björn, subito al di sopra della super-
ficie dell'acqua, cinquanta metri più in là. Penelope riprende a
nuotare, sempre più disperata.
Le scarpe intorno al collo la impicciano, cerca di liberarsene,
ma si impigliano nella collanina col crocifisso che porta sem-
pre. La sottile catenina si spezza e il crocifisso scompare insieme
alle scarpe in fondo all'acqua.
Continua a nuotare, ha il cuore in gola ma scorge in lonta-
nanza Björn, che si sta trascinando con difficoltà a terra.
L'acqua le entra negli occhi, ma poi vede Björn in piedi sulla
spiaggia. La sta cercando con lo sguardo, anche se la prima cosa
da fare sarebbe trovare un nascondiglio. Lo sconosciuto in quel
momento potrebbe trovarsi sul litorale di Orno, oppure alle lo-
ro spalle, intento a scrutare la zona con un cannocchiale.
I movimenti di Penelope si fanno sempre più lenti e fiacchi;
la donna sente tutta la stanchezza nelle gambe, mentre l'acido
lattico le attanaglia i muscoli delle cosce. Ormai non ce la fa
più; l'ultimo tratto le sembra insuperabile. Gli occhi di Björn
sono pieni di paura; quando Penelope si avvicina alla spiaggia,
entra in acqua per andarle incontro. Penelope sta per arrendersi
di nuovo, ma fa ancora qualche bracciata, ed ecco che sente il
fondale sotto i piedi. Björn è in acqua, le afferra la mano e la
avvicina a sé e poi la trascina dolcemente fino alla spiaggia di
sabbia e ciottoli.
« Dobbiamo nasconderci », dice Penelope ansimando.
Björn la aiuta a passare fra gli abeti, Penelope ha perso la
sensibilità nelle gambe e ai piedi e ha così freddo che continua
a tremare. Si addentrano nella vegetazione e si fermano solo
quando il mare non si vede più. Esausti, si lasciano cadere
sul muschio, fra i cespugli di mirtilli. Si tengono stretti fino
a quando il loro respiro si fa più calmo.
« Così non può funzionare », geme Penelope.
« Dobbiamo sostenerci a vicenda. »
« Ho freddo, dobbiamo trovare dei vestiti asciutti », balbetta
Penelope con il viso appoggiato al petto di Björn, che ha la pel-
le d'oca.
Si riparte. Björn le offre il braccio mentre si incamminano
nel bosco sulle gambe rigide. Le scarpe da ginnastica di Björn
schizzano acqua a ogni passo. I piedi nudi di Penelope campeg-
giano bianchi sul sentiero. La tuta da ginnastica penzola bagna-
ta e fredda sul suo corpo. In silenzio, i due si dirigono verso est,
lontano da Orno. Dopo venti minuti, raggiungono l'altra
spiaggia. Il sole è già alto e splende con una luce abbagliante
sulla superficie liscia del mare. L'aria comincia a farsi più calda.
Penelope si ferma davanti a una pallina da tennis nell'erba alta
di un prato. La pallina è di un colore fra il giallo e il verde; le
sembra un oggetto così fuori posto, lì. Solo quando solleva lo
sguardo vede la casa.
Quasi nascosta dietro una siepe fìtta di lillà, c'è una casetta
rossa con una bella veranda rivolta verso il mare. Le tende sono
tirate a tutte le finestre; sotto il pergolato c'è un'amaca senza
cuscini. L'erba del prato è alta. Un ramo del vecchio albero
di mele si è spezzato e giace in mezzo al vialetto di pietre di gra-
nito grigio chiaro.
« Non ci sarà nessuno in casa », sussurra Penelope.
Si avvicinano di soppiatto, pronti a essere accolti dall'ab-
baiare inferocito di un cane o da grida astiose. Guardano nelle
fessure in mezzo alle tende, fanno il giro della casa e provano ad
aprire la porta d'ingresso. E chiusa a chiave. Penelope si guarda
intorno.
« Dobbiamo entrare, abbiamo bisogno di riposarci », dice
Björn. « Spacchiamo un vetro. »
Accanto alla parete c'è un vaso di terracotta con una pianti-
cella dalle piccole foglie verde pallido. Quando si china per to-
gliere un sasso dal vaso, Penelope sente il dolce profumo della
lavanda. Il sasso in realtà è fatto di plastica; sulla parte inferiore
c'è un piccolo sportello. Penelope lo apre, estrae una chiave e
ripone la finta pietra nel vaso.
« Ne aveva uno anche mia madre, ci nascondeva le chiavi »,
spiega.
Aprono la porta ed entrano nell'ingresso con il pavimento di
pino. Penelope avverte un tremore nelle gambe, sente che stan-
no per lasciarla e scomparire sotto di lei. Con la mano cerca un
appiglio. Sulle pareti c'è una tappezzeria a fiori damascata. Pe-
nelope è così stanca e affamata che la casa le sembra irreale,
quasi fosse fatta di marzapane. Ovunque sono appese fotografie
incorniciate con varie dediche. Saluti e firme scritte con penne
d'oro o pennarelli neri. Björn e Penelope riconoscono i volti
allineati sulle pareti di tanti personaggi della televisione: Sie-
wert Öholm, Bengt Bedrup, Kjell Lönna, Arne Hegerfors, Ma-
gnus Härendtam, Malena Ivarsson, Jacob Dahlin.
Proseguono verso l'interno della casa, superano il soggiorno
ed entrano in cucina, muovendo intorno i loro sguardi inquieti.
« Non possiamo fermarci qui », sussurra Penelope.
Björn si avvicina al frigorifero e apre lo sportello. Sui ripiani
ci sono tanti prodotti freschi. La casa, al contrario di quel che
pensavano, non è abbandonata. Björn si guarda intorno e poi
afferra del formaggio, un grosso pezzo di salame e una bottiglia
di latte. In un armadietto Penelope trova una baguette e un
pacchetto di cereali. Con movimenti febbrili rompono in
due il pane con le mani, si passano il formaggio e lo mangiano
a morsi. Björn beve lunghi sorsi di latte direttamente dalla bot-
tiglia, mentre dei rivoli gli scorrono dagli angoli della bocca e
lungo il collo. Penelope mangia il salame e i cereali, afferra la
bottiglia del latte e beve avidamente. Le va tutto di traverso,
tossisce e poi riprende a bere. I due si scambiano un sorriso
nervoso, poi si spostano dalla finestra e continuano a mangiare
fino a quando non si sono calmati.
« Dobbiamo trovare dei vestiti », dice Penelope.
Mentre setacciano la casa, avvertono lentamente quella sol-
leticante sensazione di caldo benessere che si prova dopo un pa-
sto abbondante. Il corpo ricomincia a funzionare a dovere, il
cuore pompa, lo stomaco lavora, il sangue scorre nelle vene.
Nella camera da letto più grande, con una porta di vetro che
si affaccia sul pergolato con i lillà, c'è una cabina armadio con
le pareti a specchio. Penelope fa scorrere in fretta l'anta a scom-
parsa.
« Ma che roba è? »
Il grande armadio è pieno di strani vestiti. Giacche dorate,
cinture di paillette, uno smoking giallo e una giacca di pelle
leggera tagliata corta. Penelope sfiora tutta una serie di costumi
da bagno attillatissimi: trasparenti, maculati, mimetici, più una
sfilza di tanga lavorati all'uncinetto.
Penelope apre un'altra anta e trova vestiti ordinari: magliet-
te, giacche e pantaloni. Cerca in fretta qualcosa da mettersi ad-
dosso, afferrando quello che le capita sottomano. Con un leg-
gero barcollio, si sfila i pantaloni fradici della tuta e la parte in-
feriore del bikini. Poi si toglie a fatica la felpa con il cappuccio
e il reggiseno del costume.
All'improvviso scorge la sua immagine riflessa nello spec-
chio. Il suo corpo è interamente coperto di ecchimosi, i capelli
sono impastati a ciocche nere, ha delle ferite in viso, graffi ed
ematomi sopra la tibia. Da un taglio sulla coscia esce ancora
sangue e il fianco mostra i segni della caduta nel crepaccio.
Si infila un paio di pantaloni sgualciti, una maglietta con la
scritta « Viva il porridge » e un maglione fatto a mano. Il ma-
glione le sta largo, arriva fino alle ginocchia. Ora Penelope si
sente al caldo; il suo corpo vuole riposare. All'improvviso scop-
pia in lacrime, ma subito si calma. Si asciuga il viso con la ma-
no e va verso l'ingresso per cercare un paio di scarpe. Trova de-
gli stivali di gomma e torna in camera da letto. Björn è ancora
bagnato e coperto di fango, ma si sta infilando un paio di pan-
taloni di velour lilla. I suoi piedi sono conciati malissimo, co-
perti di terra e pieni di ferite; mentre cammina, lascia tracce di
sangue sul pavimento. Si infila una maglietta blu e una giacca
di pelle azzurro chiaro con i risvolti larghi.
Le lacrime ricominciano a scorrere sul volto di Penelope; ar-
rivano all'improvviso e sembra che sgorghino dai recessi dell'a-
nima. E troppo stanca, non ce la fa ad arginare il pianto. Nelle
sue lacrime c'è tutto l'orrore di una fuga senza meta.
« Che cosa ci sta succedendo? » geme Penelope.
« Non lo so », le sussurra Björn.
« Non l'abbiamo visto in faccia. Che cosa voleva? Cosa dia-
volo voleva da noi? Non ci capisco niente. Perché ci sta dando
la caccia? Perché ci vuole fare del male? »
Penelope si asciuga le lacrime con la manica del maglione.
« Stavo pensando a una cosa », continua, « cioè... Forse Viola
si è cacciata nei guai. Magari il suo ragazzo, Sergej, quello con
cui si è lasciata, è un delinquente, so che ha lavorato come but-
tafuori... »
« Penny... »
« Magari Viola ne ha combinata una delle sue. »
« No. Viola non c'entra », sussurra Björn.
« Cosa vuol dire 'No'? Che ne sai tu? Non devi mica parlare
a vanvera solo per consolarmi. »
«Ascolta, Penny...»
« Lui... lo sconosciuto... forse vuole solo parlare con noi. So
che non è così, cioè... non so più cosa pensare. »
« Penny », le dice Björn con tono serio. « E tutta colpa mia. »
Björn la guarda. I suoi occhi sono arrossati e la pelle diafana
delle guance avvampa.
« Cosa vuoi dire? Spiegati! » gli dice Penelope a bassa voce.
Björn deglutisce lentamente.
« Ho fatto una cazzata, Penny. »
« Cioè? »
« La fotografìa, tesoro. E tutta colpa della fotografia. »
« Quale fotografia? Quella con Palmcrona e Raphael Guidi? »
« Sì, mi sono messo in contatto con Palmcrona », risponde
Björn con sincerità. « Gli ho detto della fotografia e gli ho chie-
sto dei soldi, ma... »
« Cosa? », esclama lei, atterrita.
Tiene lo sguardo fisso su di lui e poi si allontana camminan-
do all'indietro. Rovescia il comodino su cui sono appoggiati un
bicchiere d'acqua e una radiosveglia.
« Penny... »
« Stai zitto! » lo interrompe lei, alzando la voce. « Ma di cosa
stai parlando? Non è possibile... non ci credo... Ma sei pazzo?
Hai ricattato Palmcrona? Tu hai... »
«Ascoltami! Lo so che ho fatto una cazzata, Penny: lo so.
Ma alla fine la fotografia, gliel'ho mandata. »
Cala il silenzio. Penelope non capisce più niente. Pensieri a
caso le affollano la mente. Prova a riflettere sulle parole di Björn.
« Quella foto è mia », dice lentamente cercando al contempo
di fare il punto. « Può darsi che sia materiale scottante. Non lo
so. Non capisco. Me l'hanno recapitata, non so nemmeno...
Può darsi che qualcuno sappia qualcosa che... »
« Io volevo soltanto non essere costretto a vendere la barca »,
guaisce Björn. Sembra sia sul punto di piangere.
« Ma tu davvero hai mandato la fotografia a Palmcrona? »
« Non avevo altra scelta, Penny. Ho capito subito di aver fat-
to una cazzata... dovevo dargli quella foto. »
«Devo riaverla», ribatte Penelope. «Mi senti, Björn? Capi-
sci che la persona che mi ha dato la fotografìa potrebbe volerla
indietro? Lo capisci, Björn? Qui non stiamo giocando. E roba
seria. Parliamo di esportazione di materiale bellico. I tuoi soldi
e la nostra relazione non c'entrano niente. Non è uno scherzo,
Björn. »
Penelope gli rivolge un'espressione disperata e la sua voce si
fa ancora più stridula quando alza il tono: « Qui c'è in ballo la
vita delle persone. Lo capisci, razza di coglione? » dice lei, fuori
di sé. « Ti meriteresti un sacco di botte, ma io non ho la forza
di dartele, adesso. »
« Penny, dai, calmati. Non lo sapevo. Non avevo idea. Tu
mi avevi solo detto che la fotografìa poteva essere imbarazzante
per Palmcrona, ma non mi hai detto... »
« E questo cosa c'entra? » lo interrompe Penelope.
« Pensavo solo che... »
« Stai zitto! » urla lei. « Non ho voglia di ascoltare le tue mi-
sere giustificazioni. Sei solo un ricattatore, un piccolo, avido ri-
cattatore. Io non so chi sei davvero tu, Björn, ma nemmeno tu
sai chi sono io. Pensaci. »
Penelope ora tace. Lei e Björn rimangono lì fermi, immobi-
li, uno davanti all'altra.
Si ode il frullo di un gabbiano sull'acqua e altri che si uni-
scono a lui, come l'eco di un lamento.
« Dobbiamo andare », dice Björn sfinito.
Penelope annuisce ma, proprio in quel momento, si sente la
porta d'ingresso che sbatte. Senza nemmeno scambiarsi uno
sguardo, i due indietreggiano verso la camera da letto. Sentono
i passi, uno dopo l'altro. Björn cerca di aprire la portafinestra,
ma è chiusa a chiave. Penelope fa scattare i ganci delle finestre
con mani tremanti, inutilmente. E troppo tardi per scappare.






51.
Il vincitore.

Penelope trattiene il respiro. C'è un uomo sulla soglia della ca-
mera da letto. Björn cerca qualcosa con cui difendersi, un'arma.
« E voi cosa ci fate qui? » chiede l'uomo con voce roca.
Penelope capisce che quel tizio non è il loro inseguitore, ma
il proprietario della casa. È basso di statura, tarchiato e corpu-
lento. Il suo viso non le è nuovo, è come se l'avesse conosciuto
alcuni anni addietro.
« Chi cazzo siete? Due drogati? »
All'improvviso Penelope lo riconosce. Ossian Wallenberg,
presentatore televisivo in voga dieci anni prima, quando con-
duceva dei quiz a premi durante il finesettimana: Guldfredag,
Uppàt väggarna, Lejonkväll. Ossian Wallenberg. Ogni puntata
di Guldfredag seguiva un copione ben preciso. Alla fine, Ossian
sollevava di peso il suo ospite. Sorridente e rosso in viso. Pene-
lope si ricorda quando, da bambina, l'aveva visto sollevare Ma-
dre Teresa. L'anziana e gracile donna non era sembrata per nul-
la entusiasta della cosa. Ossian Wallenberg, proprio lui: coi ca-
pelli dorati, un sacco di vestiti improbabili e un irresistibile toc-
co di malvagità in fondo al cuore.
«Abbiamo avuto un incidente », risponde Björn. « E dobbia-
mo metterci in contatto con la polizia. »
« Mi spiace », commenta Ossian con tono indifferente.
« Purtroppo ho solo il cellulare. »
« Ce lo presti, per favore: è urgente. »
Ossian tira fuori il telefono, lo guarda e poi lo spegne.
« Ma cosa fa? » gli chiede Penelope.
« Faccio quello che mi pare », risponde Ossian.
« Ma il suo telefono ci serve davvero, mi creda... »
« Adesso vi serve il mio PIN, a dire il vero », commenta Os-
sian con un sorriso.
« Cioè? »
Ossian si appoggia allo stipite della porta e li osserva per un
istante.
« Pensa un po': due drogati che capitano qui, nella mia ca-
setta, come se fosse casa loro. »
« Non siamo... »
« Chi se ne frega », taglia corto Ossian.
Penelope non ne può più, vuole farla finita; ma Björn ha
un'aria molto stanca, guance e labbra pallide. Si appoggia
con una mano alla parete.
« Ci scusi se ci siamo intrufolati in casa sua », dice Björn.
« Le pagheremo i danni e il disturbo, ma ora, la scongiuro, ci
dia il telefono. Si tratta di un'emergenza... »
« E tu come ti chiami? » lo interrompe Ossian sorridendo.
« Björn. »
« Ti sta bene quella giacca, Björn, ma non ti sei accorto della
cravatta? Quella giacca va messa con una cravatta fatta apposta
per lei. Capisci? »
Ossian si avvicina al guardaroba e prende una cravatta di
pelle azzurra in tono con la giacca. Poi la annoda intorno al
collo di Björn.
« Chiami pure la polizia », interviene Penelope. « Dica che
ha colto in flagrante due ladri. »
« Ma no, non sarebbe divertente. »
« Ma allora cosa vuole da noi? » gli chiede Penelope.
Ossian fa un passo indietro e osserva i due intrusi.
« La ragazza non mi piace per niente », dice a Björn. « Tu in-
vece sei elegante e la mia giacca ti sta bene. La tua amica può
tenersi quel brutto maglione. Che dici? Non sembra nemmeno
una svedese, sembra piuttosto... »
«Adesso la smetta», dice Björn.
Ossian si avvicina con fare minaccioso e agita i pugni in aria
davanti al viso di Björn.
« Fermo. Io la conosco », dice Penelope.
« Mi fa piacere », ribatte Ossian beffardo.
Björn rivolge uno sguardo interrogativo prima a Penelope e
poi all'uomo. Lei si sente male. Deve sedersi sul letto. Cerca di
respirare con calma.
«Aspetta un attimo », dice Ossian. «Anche tu... io ti ho visto
in televisione, adesso ti riconosco. »
« Ho partecipato a dei dibattiti... »
« E adesso sei morta. Che peccato. »
Penelope scatta come una molla. Cosa significano le parole
di Ossian? E dov'è una via di fuga, ora? Björn è appoggiato alla
parete e, a poco a poco, scivola sul pavimento. È pallidissimo.
E non riesce più a dire nemmeno una parola.
« Senta. Se non ha intenzione di aiutarci », ricomincia Pene-
lope, « allora ci rivolgeremo a qualcun altro che... »
« Ma è ovvio che voglio aiutarvi. »
Ossian va verso l'ingresso e poi torna con una borsa di pla-
stica da cui estrae una stecca di sigarette e un giornale della sera.
Butta il quotidiano sul letto e poi porta la borsa e le sigarette in
cucina. In prima pagina Penelope vede la propria immagine in-
sieme a una fotografia più grande di Viola e una di Björn. So-
pra la foto di Viola c'è scritto « Morta », mentre sopra le altre
due « Scomparsi ».
Dramma in mare. Forse tre le vittime del naufragio.
Penelope pensa a sua madre. La vede: impaurita e distrutta
dal dolore. Sta lì, immobile, stringendosi tra le braccia, come se
fosse in galera. Povera mamma.
Il pavimento scricchiola. Ossian Wallenberg entra nella ca-
mera da letto.
« Adesso comincia il gioco », dice lui impaziente.
« Cioè? »
« Ho tanta voglia di giocare! »
« Giocare? » gli chiede Björn con uno sguardo incerto.
« Non hai mai giocato, ragazzo? »
« Si, ma... »
Penelope osserva Ossian e si rende conto di quanto lei e
Björn siano in balia degli eventi. Nessuno sa che sono ancora
vivi, nessuno sa cos'è successo veramente. Ossian potrebbe an-
che ucciderli, tanto tutti pensano che siano già morti.
« Ha voglia di divertirsi con noi », dice Penelope a Björn.
«E se giochiamo con lei, poi ci darà il suo telefono e il
PIN? » gli chiede Björn.
« Solo se riuscite a vincere », gli risponde Ossian, guardando-
li con uno strano baluginio negli occhi.
« E se invece perdiamo? » chiede Penelope.






52.
Il fattorino.

Axel Riessen attraversa la sala da pranzo, si ferma davanti alla
finestra, osserva i cespugli di rose contro la recinzione di ferro e
poi risale con lo sguardo lungo la strada fino alla scalinata della
chiesa di Engelbrekt.
Nello stesso istante in cui ha apposto la sua firma sul con-
tratto, ha assunto gli incarichi e le responsabilità del defunto
Carl Palmcrona.
Sorride fra sé e sé pensando ai cambiamenti della vita, quan-
do all'improvviso si rende conto di essersi dimenticato di Be-
verly. Immediatamente avverte la preoccupazione che gli strin-
ge lo stomaco. Una volta gli aveva detto che sarebbe uscita per
andare nel negozio all'angolo ma, passate quattro ore senza che
avesse fatto ritorno, lui era uscito a cercarla. Due ore dopo l'a-
veva trovata in una baracca fuori dal museo dell'Osservatorio.
Beverly era stranita, puzzava di alcol e non aveva più le mutan-
dine. Qualcuno le aveva appiccicato una gomma da masticare
nei capelli.
Gli aveva raccontato di aver visto alcuni ragazzi nel parco.
« Stavano tirando delle pietre su una colomba ferita », aveva
spiegato Beverly. « Ho pensato che, se gli avessi dato i miei sol-
di, avrebbero smesso. Ma avevo solo dodici corone. Non basta-
vano. Allora hanno voluto che facessi qualcosa per loro. Dice-
vano che se non avessi fatto come dicevano, avrebbero calpesta-
to la colomba. »
Beverly era rimasta in silenzio, mentre i suoi occhi si erano
riempiti di lacrime.
« Io non volevo », aveva sussurrato. « Ma mi spiaceva per la
colomba. »
Axel tira fuori il cellulare e compone il numero di Beverly.
Mentre ascolta gli squilli, guarda la strada, concentrando la
propria attenzione sull'edifìcio che tempo addietro ospitava
l'ambasciata cinese; poi sposta lo sguardo sul caseggiato scuro
che ospita la sede dell'Opus Dei.
I	fratelli Axel e Robert Riessen condividono uno dei grandi
palazzi su Bragevàgen. L'edifìcio si trova al centro di Làkarsta-
den, una zona esclusiva della città compresa fra i quartieri di
Ostermalm e Vasastan, dove le case sono apparentemente tutte
uguali, come i pulcini di una stessa covata.
La famiglia Riessen occupa due grandi appartamenti separa-
ti, ciascuno di tre piani.
Il	padre dei due fratelli, Erloff Riessen, morto ormai ven-
tanni prima, è stato ambasciatore di Svezia a Parigi, poi a Lon-
dra; lo zio, Torleif Riessen, è stato un pianista di fama. Si è esi-
bito alla Symphony Hall di Boston e alla Grosser Musikve-
reinssaal di Vienna. La nobile stirpe dei Riessen da sempre an-
novera tra le sue file ambasciatori e musicisti. Due professioni
che, in fondo, hanno un tratto in comune: entrambe richiedo-
no orecchio fine e molta, molta dedizione.
Alice ed Erloff Riessen un tempo avevano stipulato un pat-
to, strano, ma a suo modo logico. Avevano stabilito che il figlio
maggiore, Axel, si sarebbe dedicato alla musica, mentre il figlio
minore, Robert, avrebbe seguito la strada paterna nella diplo-
mazia. Tuttavia i progetti erano saltati quando Axel aveva com-
messo un fatale errore. All'età di diciassette anni aveva dovuto
abbandonare la musica. Mentre Robert aveva intrapreso la car-
riera musicale, lui era stato mandato alla scuola militare. Axel
aveva accettato la punizione, ritenendola giusta.
Da allora non aveva più suonato il violino.
Dopo quello che era accaduto trentaquattro anni prima, sua
madre l'aveva ripudiato. Nemmeno sul letto di morte aveva vo-
luto parlargli.
Ora, al nono squillo, finalmente Beverly risponde tossendo.
« Pronto? »
« Dove sei? »
« Sono... »
Beverly sposta il viso dal ricevitore. Axel la perde.
« Non ti sento », esclama. L'agitazione gli cambia la voce.
Non vorrebbe, ma assume un tono severo.
« Ma perché ti arrabbi subito? »
« Dimmi dove sei, ti prego. »
« Ma cos'hai? » dice lei ridendo. « Sono qui a casa. Cosa c'è
che non va? »
« Sono in pensiero per te. »
« Stai tranquillo. Sto guardando la televisione. »
Beverly mette giù. Axel non è tranquillo. Guarda il telefono,
indeciso se richiamarla o no, e proprio in quel momento il te-
lefono squilla. Axel sussulta.
« Pronto? »
« Salve, sono Jörgen Grünlicht. »
« Salve. Mi dica. » Nelle parole di Axel c'è uno strano tono
interrogativo.
« Com'è andata la riunione con i consulenti? »
« Tutto bene, direi. »
« Massima priorità al Kenya, mi raccomando. »
« C'è anche la questione olandese. Lo sa. Non voglio pren-
dere decisioni avventate. »
« Mi parli del Kenya », lo interrompe Jörgen. « Ha firmato la
liberatoria? Pontus Salman mi sta addosso e si domanda perché
la stiamo tirando tanto per le lunghe. E un affare importante,
lo sa bene, e abbiamo già perso troppo tempo. L'ACPS aveva
dato un parere preliminare positivo e loro hanno già messo in
produzione la merce. Le munizioni sono già pronte, e bisogna
portarle da Trollhättan al porto di Göteborg. L'intermediario
arriva domani con una nave container da Panama. In giornata
scaricheranno le merci che hanno a bordo e il giorno dopo sa-
ranno pronti a caricare le munizioni. »
« Jörgen, mi creda, ho compreso l'importanza della questio-
ne. Ho letto tutta la documentazione. Se è tutto in ordine fir-
merò, ma... Ma ho appena accettato questo incarico e desidero
procedere con la massima accuratezza. »
« Ho esaminato io stesso la documentazione ed è tutto in or-
dine », dice Jörgen con un tono brusco.
«Certo, capisco...»
« Dove ti trovi ora, Axel? »
« A casa », dice Axel con lo stesso tono interrogativo di poco
prima. Non gli è sfuggito il brusco passaggio al 'tu' del suo in-
terlocutore.
« Adesso chiamo un corriere e ti mando tutta la documenta-
zione, Axel. E dirò al corriere di aspettare che tu firmi e di ri-
portarmi il tutto, così non perdiamo altro tempo. »
« No, Jörgen, ho detto che domani... » inizia Axel, ma l'altro
ha già chiuso la comunicazione.
Venti minuti dopo Axel è sull'ingresso di casa. Hanno appe-
na suonato il citofono.
L'insistenza di Jörgen è fastidiosa, è vero, ma in realtà Axel
sa che non c'è nessuna ragione per ritardare la sua firma.






53.
La firma.

Axel apre la porta e saluta il fattorino in bicicletta. L'aria tiepi-
da della sera porta con sé il frastuono della musica della festa di
fine anno della facoltà di architettura.
Axel prende in mano la cartellina e, per qualche ragione, si
sente imbarazzato al pensiero di dover firmare il documento
davanti al fattorino, come se fosse una persona con cui basta
insistere un po' perché faccia qualsiasi cosa.
« Mi dia un minuto », dice Axel lasciando il fattorino nell'in-
gresso.
Infila il corridoio sulla sinistra, passa davanti alla biblioteca e
poi entra in cucina. Supera i ripiani in pietra scura lucente, gli
armadietti neri laccati e si avvicina al frigorifero a due porte
con l'erogatore di ghiaccio tritato. Prende una bottiglia di ac-
qua minerale e beve qualche sorso a canna, si allenta la cravatta,
poi si siede al tavolo alto da bar e apre la cartellina.
Sembra tutto a posto. Gli allegati ci sono: il parere del Co-
mitato per il controllo delle esportazioni, la classificazione, la
valutazione preventiva, le copie per la Commissione Affari
Esteri e i dettagli dell'offerta.
Axel scorre il faldone del nullaosta per la compravendita,
cercando il rigo in cui il direttore generale dell'Autorità di con-
trollo dei prodotti strategici deve apporre la sua firma.
Un brivido gli percorre tutto il corpo, come una lama di
ghiaccio.
L'affare è grosso e convoglierà un notevole flusso di denaro
nelle casse statali, prima ancora che in quelle dell'azienda for-
nitrice. Il meccanismo però si è inceppato a causa del suicidio
di Palmcrona. E Pontus Salman ora è nei guai: la sua azienda
rischia di perdere l'affare se la tempistica dei permessi dovesse
slittare ulteriormente.
E tuttavia Axel vuole fare le cose per bene. Non può auto-
rizzare l'esportazione di munizioni al Kenya senza prima fare i
dovuti controlli.
Ha preso la sua decisione.
Nei prossimi giorni si dedicherà anima e corpo a questo la-
voro e solo allora firmerà il permesso di esportazione.
Lo farà, non ci sono dubbi. Ma non ora. E non importa se si
irriteranno e si spazientiranno. Di fatto, tocca a lui decidere; è
lui il direttore generale dell'Autorità di controllo per i prodotti
strategici.
Prende la penna e, sul rigo in cui andrebbe apposta la sua
firma, disegna una faccia sorridente con una nuvoletta che esce
dalla bocca.
Torna all'ingresso con un'espressione seria in volto, conse-
gna la cartellina al fattorino, poi sale le scale e va in salotto.
Si chiede se Beverly sia davvero lassù, o se non abbia avuto il
coraggio di dirgli che è uscita di nascosto.
Axel immagina cosa potrebbe succedere se lei d'un tratto
sparisse.
Afferra il telecomando da un mobile basso e fa partire una
raccolta delle prime canzoni di David Bowie. Imposta la ripro-
duzione casuale.
L'impianto hi-fi sembra un lingotto di vetro traslucido, è
senza fili e le casse sono celate nelle pareti.
Axel si avvicina alla vetrinetta, apre lo sportello di vetro sme-
rigliato e guarda le bottiglie luccicanti.
Esita brevemente prima di estrarre la bottiglia di whisky:
una Hazelburn numerata della distilleria di Springbank. La di-
stilleria si trova nella zona di Campbeltown, in Scozia. Axel ha
visitato quel posto e si ricorda la vasca di infusione vecchia di
cent'anni ancora in uso. Era logora, dipinta con un color rosso
chiaro e non aveva nemmeno un coperchio.
Svita il tappo e annusa l'odore del whisky: un profumo in-
tenso come di terra e scuro come il cielo durante un temporale.
Rimette il tappo a posto, ripone lentamente la bottiglia sulla
mensola e nota che l'impianto stereo ha scelto una canzone
del disco Hunky Dory.
But her friend is nowhere to be seen. Now she walks through
her sunken dream, to the seat with the clearest view, and she's hoo-
ked to the silver screen, canta David Bowie.
La porta dell'appartamento di suo fratello sbatte di nuovo.
Axel volge lo sguardo verso l'enorme finestra panoramica che si
affaccia sul giardino. Si chiede se Robert verrà a dare un'oc-
chiata e, nello stesso istante, si sente bussare alla porta.
« Avanti », dice ad alta voce al fratello.
Robert apre la porta ed entra nel salotto con un'espressione
preoccupata in viso.
«Capisco che tu voglia ascoltare questa immondizia per
stuzzicarmi, ma... »
Axel sorride e comincia a canticchiare:
Take a look at the Lawman, beating up the wrong guy. Oh
man! Wonder if he'll ever know: he's in the best selling show...
Suo fratello accenna qualche passo di danza, poi si avvicina
alla vetrinetta aperta e guarda le bottiglie.
« Serviti pure », dice Axel con un tono secco.
« Vuoi dare un'occhiata al mio Strosser? Spengo la musica? »
Axel alza le spalle, Robert mette in pausa e la musica si af-
fievolisce fino a scomparire dolcemente.
« L'hai già finito? »
« Sono stato su tutta la notte », risponde Robert con un am-
pio sorriso. « L'ho accordato stamattina. »
Cala il silenzio fra i due fratelli. Tempo addietro la loro ma-
dre sapeva che Axel sarebbe diventato un famoso violinista. Ali-
ce Riessen era a sua volta una musicista: per dieci anni aveva
suonato il secondo violino nell'orchestra dell'Opera di Stoccol-
ma e aveva fatto carte false per mandare avanti il suo primoge-
nito.
Ma il sogno si era infranto quando Axel, ancora studente al
conservatorio, era stato scelto come uno dei tre finalisti per il
premio Johan Fredrik Berwald, riservato ai giovani solisti più
bravi.
Dopo quella sera, Axel aveva chiuso con la musica e si era
iscritto allAccademia militare di Karlsborg. Suo fratello mino-
re Robert aveva preso il posto di musicista della famiglia. Co-
me la maggior parte di quelli che frequentano il conservatorio,
Robert non è diventato un grande violinista. Suona in un'or-
chestra da camera, ma soprattutto è un rinomato liutaio che ri-
ceve ordinazioni da tutto il mondo.
« Fammi vedere il violino », gli dice Axel dopo un istante.
Robert annuisce e va a prendere lo strumento, un violino
sottile, verniciato con un colore rosso fuoco e il fondo di acero
marezzato.
Robert è in piedi davanti a suo fratello, e comincia a suonare
un'aria vibrante di Béla Bartók ispirata al suo viaggio in Un-
gheria. Ad Axel è sempre piaciuta, quell'aria. Bartók, fiero op-
positore del nazismo, aveva dovuto lasciare il suo paese. La sua
musica è venata di malinconia, che a volte, però, riesce a comu-
nicare brevi istanti di felicità. Quest'aria ricorda la musica po-
polare nei suoi tratti più melanconici, pensa Axel mentre Ro-
bert termina l'esecuzione del pezzo.
« Non male », dice Axel. « Ma devi spostare il capotasto in
avanti, perché c'è un suono leggermente sordo che... »
Il volto di suo fratello assume immediatamente un'espressio-
ne chiusa.
« Daniel Strosser mi ha detto che lui vuole proprio questo
tono », gli spiega concisamente. « Vuole che questo violino suo-
ni come una giovane Birgit Nilsson. »
« Motivo di più per spostare in avanti il capotasto », gli dice
Axel sorridendo.
«Tu cosa ne sai? Io volevo solo...»
« Per il resto è meraviglioso », si affretta a dire Axel.
« Hai sentito il timbro? Secco e definito e... »
« Non sto dicendo niente », continua Axel imperturbabile.
« Dico solo che c'è come una parte del suono che non è viva
e che... »
« Viva? Chi ha ordinato questo violino è un esperto di Bar-
tók», continua Robert. «Parliamo di Bartók, mica Bowie.»
« Forse ho sentito male », dice Axel a bassa voce.
Robert apre la bocca per rispondere, ma si blocca quando
sente sua moglie Anette bussare alla porta.
Anette compare sulla soglia e sorride quando lo vede seduto
con il violino.
« Hai provato il tuo Strosser? » gli chiede piena di aspettativa.
« Sì », risponde Robert bruscamente. « Ma ad Axel non piace. »
« Non è vero », dice Axel. « Sono convinto che il tuo cliente
sarà più che soddisfatto. Mi riferivo solo a un suono, ma forse
l'ho sentito solo io... »
« Lascialo perdere, Robert, tuo fratello non ne capisce niente
di violini», lo interrompe Anette con un tono irritato.
Robert vorrebbe portare via sua moglie, non vuole scenate,
ma Anette si sta già avvicinando ad Axel.
« Di' la verità, che ti sei inventato il difetto », dice con voce
stridula.
«Non c'è nessun difetto, si tratta solo del capotasto che...»
«E quand'è stata l'ultima volta che hai suonato? Trenta,
quarant'anni fa? Eri solo un bambino all'epoca. Credo che tu
debba chiedere scusa. »
« Lascia stare », dice Robert.
« Chiedi scusa », insiste Anette.
« Okay, scusami », dice Axel arrossendo.
« Per aver mentito », continua Anette. « Hai mentito perché
non hai voluto riconoscere la bravura di Robert e l'eccellenza
del suo violino. »
« Ti faccio le mie scuse. »
Axel riaccende il suo stereo, a un volume piuttosto alto. Al-
l'inizio sembra solo che strimpellino su due chitarre non accor-
date, mentre un cantante cerca le note con voce debole: Good-
bye love, goodbye love...
Anette mormora qualcosa sulla mancanza di talento di Axel.
Robert la prega di smetterla e la trascina con sé fuori dalla stan-
za. Axel alza ancora di più il volume, mentre la batteria e il bas-
so cambiano il ritmo: Didn't know what time it was, the lights
were low oh oh. I leaned back on my radio oh oh.
Axel chiude gli occhi e li sente bruciare al buio. È già molto
stanco. A volte dorme mezz'ora, a volte non riesce ad addor-
mentarsi nemmeno quando Beverly è accanto a lui. In quei ca-
si, di solito, si mette una coperta addosso e va a sedersi sulla
veranda con lo sguardo rivolto agli alberi rigogliosi del giardi-
no, nell'aria umida dell'aurora. Naturalmente Axel Riessen in-
tuisce da cosa dipende il suo problema. Chiude gli occhi e ri-
torna con il pensiero ai giorni che hanno cambiato la sua vita.






54.
Il gioco.

Penelope e Björn si guardano con un'espressione stanca ma de-
terminata. Attraverso la porta chiusa sentono Ossian Wallen-
berg che canta Vili ni se en stjärna con lo stesso tono di voce
di Zarah Leander, mentre è intento a spostare i mobili.
« In due possiamo farcela », sussurra Penelope.
« Forse. Ma poi? Lo torturiamo per farci dare il PIN? »
« Ce lo darà solo quando non saremo più in suo potere », di-
ce Penelope.
« E se non ce lo dà lo stesso? »
Penelope barcolla per la spossatezza mentre si avvicina alla
finestra e comincia a sollevare i ganci. Le sue dita sono indolen-
zite e deboli. Si ferma a guardare le proprie mani alla luce del
giorno; nota lo sporco sotto le unghie spezzate e le dita, grigie a
causa della terra e del fango, e ricoperte dal sangue rappreso
delle molte ferite.
«Qui non troveremo alcun aiuto, dobbiamo andarcene»,
dice. «Se ci dirigiamo più su, oltre la spiaggia, allora...»
Penelope tace e guarda Björn, accasciato sul ciglio del letto
con la sua giacca di pelle azzurra.
« Va bene », dice piano. « Vai pure. »
« Non ti lascio qui. »
« Ma non ce la faccio, Penny », dice Björn senza alzare gli
occhi verso di lei. « Guarda i miei piedi, non posso correre, for-
se riesco a camminare per una mezz'ora, ma le ferite sanguina-
no ancora. »
« Ti aiuto io. »
« Magari non ci sono altri telefoni su quest'isola, non lo sap-
piamo, non ne abbiamo idea. »
«Non intendo partecipare al suo schifoso gioco...»
« Penny, noi... dobbiamo parlare con la polizia, dobbiamo
prendere il suo telefono. »
Con un sorriso a fior di labbra, Ossian spalanca la porta. E
vestito con una giacca leopardata e porta una fascia dello stesso
tessuto intorno ai fianchi. Con movimenti aggraziati indica lo-
ro il grande divano. Le tende sono tirate e ha spostato i mobili
contro le pareti in modo da potersi muovere liberamente nella
stanza. Ossian si posiziona nel cono di luce davanti alle due
lampade da pavimento, si ferma e poi si volta indietro.
« Cari amici del venerdì sera, il tempo passa in fretta quando
ci si diverte », dice facendo l'occhiolino. « Siamo già arrivati al
momento della gara e allora diamo il benvenuto agli ospiti di
questa sera. Un comunista di merda e la sua amante minoren-
ne! Davvero una coppia male assortita, per dirla tutta. Una
streghetta e un bel giovane pompato con gli addominali mera-
vigliosamente scolpiti. »
Ossian scoppia a ridere e flette i muscoli verso la telecamera
immaginaria.
« Avanti! » urla Ossian agitando le gambe come se stesse cor-
rendo, ma senza muoversi di un millimetro. « Fantastico! Via:
prova pulsanti. Tutto okay? Pronti? Allora cominciamo col... gio-
co della verità! Ossian Wallenberg sfida la Strega e il Belloccio! »
Ossian appoggia una bottiglia di vino vuota sul pavimento e
la fa ruotare. La bottiglia fa alcuni giri prima di fermarsi con il
collo rivolto verso Bjòrn.
« Il Belloccio! » urla Ossian con un sorriso. « Il Belloccio è il
prossimo concorrente! Ecco la domanda. Sei pronto a dire la
verità e nient'altro che la verità? »
« Certamente », sospira Bjòrn.
Una goccia di sudore cade dalla punta del naso di Ossian
mentre apre la busta e legge a voce alta: « A chi pensi quando
fai l'amore con la Strega? »
« Divertente », mormora Penelope.
« Posso avere il telefono se rispondo a questa domanda? »
chiede Björn serio.
Ossian stringe le labbra come un bambino e scuote la testa.
« No, ma se il pubblico crede alla tua risposta, allora avrai il
primo numero del codice PIN. »
« E se scelgo la punizione? »
« Allora dovrai gareggiare contro di me e il pubblico farà la
sua scelta », dice Ossian. « Ma il tempo passa, tic, tac, tic, tac.
Cinque, quattro, tre, due... »
Penelope guarda Björn nella luce intensa della lampada, il suo
viso sporco, la barba incolta e i capelli appiccicati. Ha le narici
sporche di sangue coagulato e gli occhi stanchi e arrossati.
«Quando facciamo l'amore, penso a Penelope», risponde
Björn a bassa voce.
Ossian esclama « buh! » e simula un'espressione disgustata
mentre si avvicina al fascio di luce.
« Devi dire la verità », urla. « La tua risposta non ci andava
nemmeno vicino. Nessuno del pubblico è disposto a credere
che pensi alla Strega quando siete a letto insieme. Quindi fan-
no uno, due, tre punti in meno per il Belloccio. »
Ossian fa girare ancora la bottiglia, che si ferma quasi subito.
Questa volta indica Penelope.
« Ahi ahi ahi! » urla Ossian. « Uno speciale! E cosa significa?
Certo! Che si passa subito alla punizione! Non c'è uno senza
due. Giriamo la casella e sentiamo cosa sussurra l'ippopotamo. »
Ossian solleva un piccolo ippopotamo di legno laccato nero
dal tavolo, lo appoggia all'orecchio, finge di ascoltare e annuisce.
« Vuoi dire la Strega? » chiede e poi ascolta di nuovo. « Ca-
pisco, signor Ippopotamo. Sì. Grazie mille, allora. »
Ossian ripone con cura l'ippopotamo e poi si gira con un
sorriso verso Penelope.
« La Strega deve sfidare Ossian! E la specialità è lo spogliarel-
lo! Se riesci a far eccitare il pubblico più di Ossian, allora ti da-
rò tutte le cifre del codice PIN, altrimenti il Belloccio dovrà
darti un calcio in culo più forte che può! »
Ossian salta a piedi uniti fino all'impianto stereo, pigia un
tasto e dopo un istante si sente Teach me Tiger.
« Una volta ho perso questa gara contro Loa Falkman », sus-
surra con fare teatrale Ossian muovendo i fianchi al ritmo della
musica.
Penelope si alza dal divano, fa un passo avanti e poi si ferma,
con i suoi stivali di gomma, e il maglione largo fatto a mano.
«Quindi vuoi che mi tolga i vestiti?» chiede Penelope.
« Giusto? Vuoi vedermi nuda? »
Ossian smette di cantare e di ballare, mentre sulla sua bocca
affiora un'espressione delusa. Squadra Penelope freddamente
prima di risponderle.
« Se mi interessasse guardare la figa di una profuga, allora la
ordinerei su internet. »
« E quindi che cazzo vuoi? »
Ossian le dà uno schiaffo. Penelope vacilla, è sul punto di
cadere, ma riesce a mantenere l'equilibrio.
« Devi essere gentile con me », le dice con serietà.
«Okay», mormora Penelope.
Gli angoli della bocca di Ossian si sollevano in un sorrisetto
prima di spiegare: « Sono una persona che sfida altri personaggi
famosi del piccolo schermo... e ti ho vista prima di cambiare
canale».
Penelope osserva il suo volto rossastro ed eccitato.
« Non ci darai il telefono, vero? »
« Ve lo giuro, le regole sono regole. Vi darò il telefono solo
se avrò quello che desidero », risponde in fretta.
« Sai che ci troviamo in una situazione di emergenza e la stai
sfruttando per... »
« Sì, è proprio così! » urla Ossian.
« Okay, al diavolo, come vuoi: adesso mi spoglio e poi mi
dai il telefono. »
Penelope gira le spalle a Ossian, si toglie il maglione e la ma-
glietta. Nella luce abbagliante i graffi sulle scapole e sui fianchi,
gli ematomi e lo sporco sembrano brillare. Penelope si volta co-
prendosi il seno con le mani.
Björn applaude e fischia con un sorriso triste negli occhi.
Ossian ha il viso imperlato di sudore, guarda Penelope e poi
avanza alla luce della lampada davanti a Björn. Agita i fianchi
e all'improvviso si toglie la fascia che tiene stretta intorno alla
vita, la fa volteggiare in aria, se la passa in mezzo alle gambe e
poi la lancia addosso a Björn.
Gli manda dei baci e gli fa un gesto, come a indicare che si
sentiranno per telefono.
Björn batte di nuovo le mani, fischia più forte, continua ad
applaudire e, nel frattempo, nota che Penelope ha afferrato un
attizzatoio di ferro dal camino.
La paletta per raccogliere la cenere dondola e tintinna con-
tro la grossa tenaglia.
Ossian continua a ballare dimenandosi con le sue mutande
di paillette d'oro luccicanti.
Penelope stringe l'attizzatoio con entrambe le mani e si av-
vicina a Ossian da dietro, mentre l'uomo ruota i fianchi davan-
ti a Björn.
« Mettiti a quattro zampe », sussurra a Björn. « Giù, ti ho
detto: giù, Belloccio! »
Penelope solleva l'attizzatoio e colpisce Ossian alla coscia,
più forte che può. Si sente uno schiocco e Ossian cade a terra
con un grido. Si tiene la coscia, rotola sul pavimento per il do-
lore e grugnisce. Penelope va direttamente all'impianto stereo,
lo	spacca con quattro colpi fino a quando, finalmente, cala il
silenzio.
Ossian giace esanime, ha il respiro affannato e geme. Pene-
lope gli si avvicina e l'uomo la guarda con occhi impauriti. Pe-
nelope resta così per un istante, facendo dondolare lentamente
il	pesante attizzatoio con la mano destra.
« Il signor Ippopotamo mi ha detto che adesso ci devi dare il
telefono e il codice PIN », dice Penelope calma.






55.
La polizia.

Fa molto caldo e l'aria è opprimente nella casa di legno di Os-
sian Wallenberg. Björn si alza dalla sedia, va alla finestra e guar-
da verso il mare e il pontile. Penelope è seduta sul divano con il
telefono stretto fra le dita, in attesa che la polizia la richiami.
Hanno ricevuto la sua segnalazione e la ricontatteranno allo
stesso numero quando la barca della guardia costiera si starà av-
vicinando. Ossian è seduto su una poltrona con un grosso bic-
chiere di whisky davanti a sé. Li osserva. Ha preso degli anal-
gesici e con voce fioca continua a ripetere che ce la farà.
Penelope guarda di nuovo il telefono, nota che il segnale è
più debole, ma c'è ancora campo. La polizia richiamerà tra un
attimo. Si appoggia allo schienale del divano. L'aria è oppri-
mente oltre misura. La sua maglietta è impregnata di sudore.
Chiude gli occhi e pensa al Darfur, al calore che aveva provato
sull'autobus quando era andata a Kubbum per unirsi a Jane
Oduya e Action Contre la Faim.
Una volta scesa dall'autobus, si era diretta verso le baracche
che ospitavano gli uffici amministrativi dell'organizzazione, ma
all'improvviso si era fermata. Aveva scorto alcuni bambini im-
pegnati in uno strano gioco. Sembrava che avessero messo delle
statuine di argilla sulla strada, nella speranza che venissero
schiacciate dalle auto in corsa. Penelope si era avvicinata con
cautela per capire quello che stavano facendo. Non appena
una delle loro statuine veniva travolta, si mettevano a ridere.
« Ne ho ucciso un altro! Era un vecchio! »
« Io ho ucciso un fur! »
Uno dei bambini era andato di corsa sulla carreggiata per
appoggiare in fretta altre due statuine per terra. Una piccola
e una grande. Quando un carro di passaggio aveva rovesciato
la figura più piccola schiacciandola poi sotto la ruota, il bam-
bino era esploso in un urlo di gioia: « Il piccolo è morto! Il fi-
glio di puttana è morto! »
Penelope si era avvicinata ai bambini e aveva chiesto loro co-
sa stessero facendo ma quelli, senza darle una risposta, erano
scappati via. Penelope era rimasta a guardare le schegge di ter-
racotta sparse sulla strada rossa bruciata.
I fur sono la popolazione da cui deriva il nome Darfur.
Un'antica tribù africana che sta scomparendo per mano dei ter-
roristi della Janjawid.
Dal momento che le popolazioni africane sono tradizional-
mente dedite all'agricoltura, da tempo immemorabile si sono
verificati contrasti fra esse e le tribù nomadi. Ma il vero motivo
della pulizia etnica è il petrolio. La scoperta del greggio nei ter-
ritori abitati dalle antiche tribù africane ha portato all'elimina-
zione dei villaggi da quella zona.
Nonostante la guerra civile sia finita, almeno sulla carta, la
Janjawid continua sistematicamente a fare incursioni in quei
territori: i miliziani violentano le donne, uccidono gli uomini
e i bambini e poi bruciano i villaggi.
Penelope era rimasta a osservare i bambini che scappavano
via, poi aveva sollevato le ultime figure di creta quando all'im-
provviso qualcuno l'aveva chiamata:
« Penny! Penny! »
Penelope aveva sussultato per lo spavento, si era girata e ave-
va visto Jane Oduya che le faceva un cenno poco lontano. Jane
era corpulenta e piccola di statura, indossava un paio di jeans
sbiaditi e una giacca gialla. Penelope l'aveva a malapena ricono-
sciuta. Il viso di Jane era solcato dalle rughe, invecchiato in po-
chi anni.
« Jane! »
Si erano abbracciate.
« Non devi parlare con quei bambini », aveva mormorato la
donna. « Sono come tutti gli altri, ci odiano perché siamo neri,
non riesco a capirlo. Odiano la pelle nera. »
Jane e Penelope si erano avviate verso il campo profughi.
Qua e là gruppi di persone si erano raccolti per mangiare e be-
re. L'odore di latte bruciato si mescolava al puzzo delle latrine.
Ovunque si vedevano i teli blu delle Nazioni Unite, che veni-
vano utilizzati per qualsiasi necessità: tende, paraventi, lenzuo-
la. Centinaia di tende bianche della Croce Rossa sussultavano
nel vento che soffiava sulle distese.
Penelope aveva seguito Jane nella grande tenda-ospedale. La
luce del sole, filtrando attraverso il tessuto bianco, diventava
grigia. Jane aveva lanciato un'occhiata attraverso la finestra di
plastica della chirurgia.
« Le mie infermiere sono diventate dei bravi chirurghi », ave-
va detto con voce ferma. « Eseguono le amputazioni e le ope-
razioni più semplici, tutto da sole. »
Due ragazzini piccoli, forse sui tredici anni, stavano traspor-
tando all'interno della tenda un grosso scatolone con del mate-
riale medico, che avevano poi appoggiato con cautela vicino ad
altri cartoni. Si erano avvicinati a Jane, che li aveva ringraziati e
poi aveva spiegato loro che dovevano aiutare le donne appena
arrivate, perché avevano bisogno di acqua pulita con cui lavare
le ferite.
I ragazzini si erano allontanati per poi tornare con dell'acqua
in grosse bottiglie di plastica.
« Facevano parte della milizia », le aveva spiegato Jane facen-
do un cenno verso i ragazzini. « Ma adesso tutto tace. In man-
canza di munizioni si crea una sorta di equilibrio: la gente non
sa bene cosa fare, e molti hanno cominciato a darci una mano
qui. Abbiamo una scuola per ragazzi e adesso in classe ci sono
molti giovani della milizia. »
Una donna si era messa a gemere su una barella e Jane si era
precipitata da lei per accarezzarle la fronte e le guance. Aveva
quindici anni, ma ne dimostrava di più. Era in avanzato stato
di gravidanza e le avevano appena amputato un piede.
Per tutto il giorno Penelope aveva lavorato a fianco di Jane,
eseguendo i suoi ordini, senza far domande, senza dire nulla,
facendo il possibile affinché le competenze mediche di Jane po-
tessero essere sfruttate al meglio e il maggior numero di perso-
ne possibile potesse trovare soccorso.
Un nero di trentacinque anni con un viso grazioso e le spalle
muscolose era andato incontro a Jane con una piccola scatola
bianca in mano.
« Trenta nuove dosi di antibiotici », aveva detto raggiante.
« Sei sicuro? »
L'uomo aveva annuito sorridendo.
« Ben fatto. »
« Adesso scappo da Ross e vedo se riesco a mettergli un po'
di fretta. Mi aveva detto che avremmo dovuto ricevere una sca-
tola di misuratori per la pressione questa settimana. »
« Questo è Grey », aveva detto Jane. « In realtà è un inse-
gnante, ma non ce la farei mai senza di lui. »
Penelope gli aveva stretto la mano incrociando lo sguardo
giocoso dell'uomo.
« Penelope Fernandez, piacere. »
« Piacere, Tarzan », si era presentato lui dandole una debole
stretta di mano.
« Da quando è arrivato qui vuole che lo si chiami Tarzan »,
aveva detto Jane mettendosi a ridere.
« Tarzan e Jane », aveva aggiunto l'uomo ridendo. « Io sono
il suo Tarzan. »
« Alla fine ha accettato di farsi chiamare Greystoke. Ma tutti
pensavano che fosse troppo difficile da pronunciare, quindi si è
dovuto accontentare di Grey. »
Un camion aveva suonato improvvisamente il clacson fuori
dalla tenda e tutti e tre erano usciti di corsa. La polvere rossa-
stra della strada turbinava intorno al mezzo arrugginito. Sul ri-
morchio aperto giacevano sette uomini con ferite da arma da
fuoco. Venivano da ovest, da un villaggio dove c'era stata una
sparatoria intorno a un pozzo.
Avevano dedicato il resto del giorno alle operazioni d'urgen-
za. Uno degli uomini era morto. Una volta Grey aveva fermato
Penelope per offrirle una bottiglia d'acqua, ma lei aveva scosso
la testa in piena crisi isterica. Grey le aveva sorriso di rimando
dicendole: « Bevi pure. C'è tempo ».
Penelope l'aveva ringraziato, si era dissetata e poi l'aveva aiu-
tato a sollevare uno degli uomini feriti su una branda.
Quella sera Penelope e Jane si erano sedute esauste sulla ve-
randa di una delle baracche adibite ad abitazione e avevano
mangiato qualcosa. Era tardi, ma faceva ancora molto caldo.
Avevano chiacchierato con lo sguardo rivolto alla strada che
correva fra le case e le tende, osservando le persone che sbriga-
vano le ultime faccende mentre faceva buio.
Non appena era calata l'oscurità, un silenzio sinistro si era
steso sul campo. All'inizio Penelope aveva sentito alcune perso-
ne che si ritiravano nelle proprie tende, rumori provenienti dal-
le latrine e movimenti furtivi nel buio. Ma poi il silenzio si era
fatto totale, nemmeno i bambini più piccoli piangevano.
« Tutti hanno ancora paura che le truppe dei Janjawid arri-
vino qui », aveva detto Jane raccogliendo i piatti della cena.
Erano entrate in casa, assicurando la porta con il catenaccio
e poi avevano lavato insieme i piatti. Si erano augurate la buo-
na notte e Penelope si era diretta nella camera degli ospiti in
fondo al corridoio.
Si era addormentata subito, con i vestiti ancora addosso. Ma
due ore dopo si era svegliata facendo un balzo nel letto. Non era
riuscita a capire cosa l'avesse strappata dal sonno. Il battito del
cuore si stava calmando, quando all'improvviso aveva sentito un
grido proveniente dall'esterno. Si era alzata ed era andata alla
piccola finestra con le inferriate e aveva guardato fuori. Il chia-
rore della luna illuminava la strada. Da qualche parte si stava
svolgendo una conversazione concitata. Tre ragazzini cammina-
vano in mezzo alla strada. Appartenevano senza dubbio alla mi-
lizia Janjawid. Uno di loro aveva un revolver in mano. Penelope
aveva sentito che urlavano qualcosa a proposito di uccidere gli
schiavi. Un vecchio africano che solitamente cuoceva patate
dolci sopra le braci per poi venderle a due piastre l'una, era se-
duto avvolto nella sua coperta fuori dal magazzino delle Nazioni
Unite. I ragazzi si erano avvicinati al vecchio e gli avevano spu-
tato addosso. Uno dei tre, il più magro, aveva alzato il revolver e
gli aveva sparato in pieno viso. Il colpo era riecheggiato fra le
case. I ragazzi si erano messi a urlare, avevano preso le patate,
le avevano mangiate a morsi e poi avevano gettato gli avanzi nel-
la polvere accanto all'uomo morto.
Tornati sulla strada, si erano guardati intorno, rivolgendo
dei gesti alla baracca di Penelope e Jane, verso cui avevano co-
minciato a incamminarsi. Penelope ricorda ancora di aver trat-
tenuto il respiro quando aveva sentito i loro passi sulla veranda,
le parole che si erano scambiati concitati e poi i colpi alla porta.
Penelope trattiene il respiro anche ora e apre gli occhi. Deve
essersi addormentata sul divano di Ossian Wallenberg.
Il rumore di un tuono si propaga nell'aria, sordo e crepitan-
te. Il cielo si è rabbuiato.
Björn è in piedi vicino alla finestra, mentre Ossian Wallen-
berg sorseggia il suo whisky.
Penelope guarda il telefono: non ha ancora chiamato nessuno.
La guardia costiera dovrebbe essere lì tra poco.
Gli scoppi dei tuoni si fanno più vicini. La luce del lampa-
dario si spegne e la ventilazione in cucina tace perché la corren-
te è saltata.
Sul soffitto e sul davanzale esterno della finestra la pioggia
comincia a crepitare, poi all'improvviso si scatena il diluvio.
Il cellulare non ha più campo.
Un lampo illumina la stanza, seguito da un tuono fragoroso.
Penelope si appoggia allo schienale e ascolta la pioggia bat-
tere, avverte l'aria più fresca che entra dalla finestra, poi si ad-
dormenta, ma si sveglia quando Björn le dice qualcosa.
« Cosa? » gli chiede Penelope.
« Una barca », ripete Björn. « C'è una barca della polizia. »
Penelope si alza in fretta e guarda fuori dalla finestra. L'ac-
qua sembra ribollire a causa dell'impressionante maltempo. La
grande barca si sta avvicinando al pontile. Penelope guarda il
telefono. Il segnale di ricezione è ancora assente.
«Sbrigati», dice Björn cercando di infilare la chiave nella
serratura della portafinestra. Le mani gli tremano. La barca del-
la polizia scivola verso il pontile con le sirene accese.
« Non si apre! » urla Björn. « E la chiave sbagliata. »
« Ops », dice Ossian sorridendo e tirando fuori il suo mazzo
di chiavi. « Allora deve essere questa. »
Björn afferra la chiave, la infila nella serratura, dà una man-
data e si sente il rumore metallico delle parti girevoli del con-
gegno.
E difficile riuscire a vedere la barca della polizia attraverso la
pioggia. Quando Björn apre infine la porta, la barca si è già al-
lontanata dal pontile.
« Björn! » urla Penelope.
Il motore dell'imbarcazione rimbomba e una scia bianca di
schiuma si forma dietro la chiglia. Sotto la pioggia battente,
Björn agita le braccia e inizia a correre più in fretta che può
lungo il sentiero di ghiaia che porta verso la discesa.
« Quassù! » urla. « Siamo qui! »
Björn ha le spalle e le cosce completamente fradice. Scende
fino al pontile e si accorge che l'imbarcazione ha messo la mar-
cia indietro, provocando un gorgoglio pulsante sotto la super-
fìcie dell'acqua. Una valigetta con l'equipaggiamento per il
pronto soccorso è disposta sulla coperta di poppa. Attraverso
il vetro della finestrella, Björn scorge la figura di un poliziotto.
Un altro lampo illumina il cielo, seguito da un tuono assordan-
te. Il poliziotto dietro la finestrella sembra comunicare via ra-
dio con qualcuno. La pioggia batte sul tetto dell'imbarcazione.
Le onde si infrangono sulla spiaggia. Björn urla e agita un brac-
cio. La barca ritorna indietro dolcemente e la parte di babordo
urta il pontile.
Björn afferra il parapetto bagnato e sale sul ponte di prua.
Poi scende nel passaggio ribassato che conduce a una porta
di metallo. La barca dondola a causa delle onde che ha provo-
cato. Björn vacilla, apre la porta pesante ed entra.
Un odore dolce e metallico, come di petrolio e sudore, riem-
pie la cabina di comando.
La prima cosa che Björn vede è un poliziotto abbronzato ri-
verso per terra con una contusione alla fronte. Ha gli occhi se-
michiusi. Una pozza di sangue quasi nero si allarga sotto di lui.
Björn ha il respiro affannato, si guarda intorno nello spazio
oscuro cercando fra l'equipaggiamento della polizia, gli imper-
meabili e le riviste di surf. All'improvviso sente una voce sotto
il frastuono del motore. E Ossian Wallenberg, che sta urlando
qualcosa dal sentiero di ghiaia. Si sta dirigendo zoppicante ver-
so il pontile con un ombrello giallo aperto sopra la testa. Björn
sente il sangue battergli nelle tempie e intuisce l'errore che ha
commesso; capisce di essere finito in trappola. Osserva la chiaz-
za di sangue sulla parte interna del vetro e cerca a tastoni la ma-
niglia della porta. La scala che conduce alla banchina scricchio-
la. Björn si gira e vede il loro inseguitore uscire dall'ombra. In-
dossa gli abiti della polizia e il suo volto è vigile, quasi incurio-
sito. Björn capisce che è troppo tardi per fuggire. Afferra un
cacciavite da una mensola del pannello degli strumenti per di-
fendersi. Lo sconosciuto si mantiene vicino alla ringhiera della
scala, sale nella cabina di comando, sbatte gli occhi nella luce
intensa e poi volge lo sguardo verso il parabrezza e la spiaggia.
La pioggia batte contro la superfìcie di vetro. Björn si muove in
fretta. Punta il cacciavite dritto al cuore, prova a colpire, ma
poi non capisce bene cosa accade. All'improvviso la spalla co-
mincia a tremare. Björn perde la sensibilità nel braccio a causa
di un colpo che gli arriva di traverso. E come se il braccio non
ci fosse più. Il cacciavite cade sul pavimento e tintinna dietro
una cassetta degli attrezzi. Lo sconosciuto tiene ancora stretto il
suo braccio inerme, spinge Björn in avanti, lo costringe a girar-
si, con un calcio gli colpisce la gamba e poi lo spinge a terra in
modo che la sua caduta sia fatale e il viso vada a schiantarsi
contro il poggiapiedi del posto del manovratore. Al momento
della collisione il collo di Björn si rompe con uno scricchiolio
sordo. Lui non sente nulla, vede solo alcune strane scintille,
delle lucine che si muovono nel buio, sempre più piano e sem-
pre più aggraziate. Il suo volto sussulta ancora un attimo. Pochi
istanti dopo, muore.






56.
L'elicottero.

Penelope è in piedi vicino alla finestra. Il cielo è attraversato da
un lampo, mentre il rombo del tuono fa tremare il mare. L'ac-
qua cade a catinelle. Björn è salito a bordo dell'imbarcazione
della polizia ed è scomparso nella cabina di comando. L'acqua
schiuma per la pioggia intensa. Penelope scorge Ossian Wal-
lenberg mentre scende verso la spiaggia riparandosi con un om-
brello giallo. La porta di metallo della cabina di comando si
apre e un poliziotto in uniforme esce sul ponte di prua, salta
sul pontile e ormeggia la nave.
Solo quando il poliziotto comincia a salire il sentiero di
ghiaia, Penelope capisce di chi si tratta.
Lo sconosciuto non risponde nemmeno al saluto di Ossian,
allunga la mano sinistra e gli stringe il mento in una morsa.
Penelope non si accorge che ha fatto cadere il cellulare per
terra.
Con una precisione chirurgica l'uomo in uniforme gira la
testa di Ossian da un lato. L'ombrello giallo cade a terra e sci-
vola per un tratto lungo la discesa. Con un movimento ininter-
rotto, senza quasi fermarsi, l'uomo tira fuori con l'altra mano
un coltello a lama corta. Gira ancora di più la testa di Ossian e
poi, rapido come un fulmine, lo colpisce al collo, sopra il foro
vertebrale dell'Atlante, conficcando la lama alla base del cervel-
lo. Come il morso di un serpente. Ossian è già morto prima di
cadere a terra.
A grandi passi, il poliziotto in uniforme continua a salire il
vialetto verso la casa. Il pallido riflesso di un lampo gli illumina
all'improvviso il volto. Penelope incrocia il suo sguardo attra-
verso la pioggia. Prima che faccia di nuovo buio, riesce a scor-
gere i tratti preoccupati del suo viso. Gli occhi stanchi e tristi e
la bocca con la cicatrice profonda. Un tuono deflagra. L'uomo
continua a salire verso la casa. Penelope rimane ferma alla fine-
stra. Ha il respiro affannato, ma non riesce a decidersi a fuggi-
re, è come se fosse paralizzata.
La pioggia batte sul davanzale e contro il vetro della finestra.
Il mondo là fuori le sembra stranamente lontano quando al-
l'improvviso, dietro l'uomo, compare una luce gialla intensa.
Il pontile, l'acqua e il cielo brillano di un chiarore accecante.
Dall'imbarcazione della polizia si alza una fiammata, come
una grande quercia di fuoco. Alcuni pezzi di metallo ruotano
nell'aria. La nube di fuoco cresce e pulsa con diverse sfumature
di giallo. Il fuoco si propaga ai giunchi e al pontile, mentre
l'onda d'urto e lo scoppio dell'esplosione raggiungono la casa.
Solo quando il vetro della finestra comincia a tintinnare per
poi andare in frantumi da parte a parte, Penelope finalmente
reagisce. La pioggia continua a cadere incrociando il fumo
che sale dai resti della barca alle spalle dello sconosciuto, che
si avvicina di gran carriera alla casa. Penelope si gira, corre at-
traverso le stanze, scavalca una poltrona, arriva nell'ingresso
dove sono appesi i ritratti, apre la porta e comincia a correre
sull'erba incolta e fradicia del giardino. Scivola, poi si rialza e
continua la sua corsa sotto la pioggia, allontanandosi dalla casa,
passa sul sentiero, gira intorno a un boschetto di betulle e arriva
in un prato. Lì incrocia una famiglia con dei bambini con le
canne da pesca, giubbotti salvagente gialli e cerate. Passa in
mezzo al piccolo gruppo senza fermarsi e prosegue verso la
spiaggia. Ha il respiro affannato, non riesce a calmarsi e ha
l'impressione di essere sul punto di svenire. Deve fermarsi,
non sa dove andare, striscia dietro una piccola baracca, vomita
fra le ortiche e recita bisbigliando un Padre nostro. In lonta-
nanza si sente un tuono. Penelope trema ormai incontrollabil-
mente, ma riesce a rialzarsi e ad asciugarsi la pioggia dagli occhi
con la manica del maglione. Si sporge in avanti con cautela e
guarda dietro l'angolo, verso il giardino. Nello stesso istante, lo
sconosciuto supera il boschetto di betulle e si ferma vicino alla
famiglia, che immediatamente indica nella sua direzione. Pene-
lope striscia indietro, si lascia scivolare lungo la scogliera, poi
comincia a correre lungo la battigia. Le sue orme brillano bian-
che quando calpesta la sabbia bagnata. Continua a correre lun-
go un pontile. All'improvviso sente il rumore delle pale di un
elicottero. Penelope cammina lungo il pontile, scorge lo scono-
sciuto vestito da poliziotto che corre fra gli alberi, in direzione
della spiaggia. Dall'elicottero di salvataggio viene calato un uo-
mo vestito di giallo. L'uomo atterra sul pontile, mentre l'acqua
intorno a lui si agita in cerchi increspati. Penelope gli corre in-
contro sul pontile scivoloso. L'uomo le spiega urlando in che
posizione deve stare, poi le allaccia la bardatura e fa un cenno
al pilota dell'elicottero. Insieme vengono sollevati dal pontile,
volteggiano sopra la superfìcie dell'acqua e poi via, verso l'alto.
L'ultima cosa che Penelope scorge sulla spiaggia, prima che la
visuale sia coperta dalla foresta di abeti, è lo sconosciuto, con
un ginocchio piegato a terra e lo zaino nero davanti a sé. Con
movimenti sicuri sta montando un'arma. Poi non lo vede più.
Solo alberi verdi e fitti. La superfìcie dell'acqua scompare sotto
di lei. All'improvviso sente un breve scoppio seguito da uno
scricchiolio sopra le loro teste. La fune metallica dà un colpo
violento e Penelope avverte un dolore lancinante allo stomaco.
L'uomo dietro di lei urla qualcosa al pilota dell'aereo. Adesso
sono spinti dalla parte opposta, l'elicottero sterza bruscamente
e Penelope capisce cos'è successo. Lo sconosciuto ha sparato al
pilota dell'elicottero dal punto sulla spiaggia in cui l'aveva visto
prima. D'istinto, Penelope solleva la sbarra di sicurezza della
fìbbia dell'imbracatura, sgancia la linguetta, slaccia le cinghie
e si lascia cadere. Mentre l'elicottero perde quota e si piega
su un lato cominciando a volteggiare, Penelope precipita verso
il basso. La fune metallica a cui è appeso l'uomo del soccorso
navale si impiglia nella pala. Si sente un frastuono assordante e
poi una duplice detonazione nell'istante in cui l'enorme pala si
sgancia dall'asse. Penelope si libra nell'aria per quasi venti me-
tri prima di raggiungere la superficie dell'acqua. Cade in pro-
fondità. Quasi svenuta, per un lungo istante si sente trascinare
verso il basso nell'acqua fredda prima di cominciare a risalire.
Agita le gambe, arriva in superficie e riempie i polmoni di
aria, si guarda intorno e poi comincia a nuotare lontano dall'i-
sola, al largo.






57.
Maltempo.

Joona Linna e Saga Bauer lasciano la Silencia Defence dopo il
breve incontro con il direttore Pontus Salman.
Gli hanno teso una trappola, ma Pontus Salman li ha sor-
presi a sua volta, riconoscendo immediatamente se stesso nella
foto e spiegando le circostanze dell'incontro. La fotografìa era
stata fatta nella primavera del 2008 in una sala da concerto di
Francoforte.
Pontus Salman aveva raccontato che, al momento dello scat-
to, stavano discutendo una spedizione di munizioni in Sudan.
La trattativa era già a buon punto, ma poi era successo qualcosa
nell'estate del 2009 che aveva reso impossibile la conclusione
dell'affare. Salman sembrava supporre che sia Joona sia Saga
avessero colto il riferimento.
Aveva spiegato loro che quello era stato l'unico incontro a
proposito della questione sudanese e che tutte le condizioni
per continuare le trattative erano venute meno.
« Tu hai capito a cosa si riferiva Salman? » chiede Joona a Sa-
ga. « Che cosa è successo nel 2009? »
Già prima di svoltare su Nynàsvàgen, Saga Bauer tira fuori il
cellulare e chiama Simon Lawrence della Sàpo.
« Immagino che tu non mi stia chiamando per chiedermi un
appuntamento », dice Simon flemmatico.
« Ti occupi dell'Africa sahariana e quindi dovresti sapere co-
s'è successo in Sudan nell'estate del 2009. »
«A cosa ti riferisci?»
« Per qualche ragione la Svezia, in seguito a questo episodio,
non ha potuto esportare armi in Sudan? »
« Ma tu non li leggi i giornali? »
« Certo che li leggo », risponde Saga a bassa voce.
«Nel luglio del 2009 la Corte Internazionale dell'Aia ha
emesso un mandato di arresto a carico del presidente del Sudan
Omar al-Bashir. »
« Il presidente? »
« Si. »
« Mica roba da poco. »
« L'accusa riguarda gli ordini diretti del presidente riguardo
a saccheggi, stupri, deportazioni, torture, omicidi e il genocidio
di tre minoranze etniche nel Darfur. »
« Capisco », dice Saga.
Prima di chiudere la telefonata, Simon Lawrence le fornisce
un breve ragguaglio sulla situazione sudanese.
« Di che si trattava? » le chiede Joona.
« La Corte Internazionale dell'Aia ha emesso un mandato di
arresto nei confronti del presidente al-Bashir », gli risponde Sa-
ga rivolgendogli una lunga occhiata.
« Non lo sapevo », dice Joona.
«Nel 2004 le Nazioni Unite hanno imposto un embargo
militare contro la Janjawid e gli altri gruppi armati del Dar-
fur. »
Percorrono la Nynasvàgen mentre il cielo comincia a farsi
scuro e incombente.
« Continua », le dice Joona.
« Il presidente al-Bashir ha sempre negato ogni legame con
la milizia », racconta Saga. « Dopo l'embargo delle Nazioni
Unite le esportazioni erano permesse solo attraverso accordi di-
retti con il governo del Sudan. »
« Giusto perché non avevano alcun legame con le milizie del
Darfur. »
« Esatto », conferma Saga. « E nel 2005 è stato siglato un ac-
cordo di pace, il Comprehensive Peace Agreement, che suggel-
lava la fine della più lunga guerra civile nel continente. In se-
guito, almeno in linea di principio, non ci sono stati altri im-
pedimenti per le esportazioni di armi all'esercito sudanese. Il
ruolo di Carl Palmcrona era quindi quello di stabilire se la for-
nitura fosse corretta dal punto di vista politico e per la sicurezza
interna. »
« Ma la Corte Internazionale ha espresso un altro giudizio »,
dice Joona severamente.
« Sì, del tutto diverso... hanno trovato un legame diretto fra
il presidente e la milizia armata e ne hanno richiesto l'arresto
per stupro, torture e genocidio. »
« E cosa è successo in seguito? »
« Ci sono state le elezioni ad aprile, al-Bashir è stato ricon-
fermato presidente e al Sudan non passa nemmeno per la testa
di eseguire l'ordine di arresto, anche se, ovviamente, allo stato
attuale dei fatti è da escludersi nella maniera più categorica che
si possano esportare armi in Sudan e fare affari con Omar al-
Bashir e Agathe al-Haji. »
« Esattamente come ha detto Pontus Salman », dice Joona.
« Questa è la ragione per cui hanno interrotto l'affare. »
« Dobbiamo trovare Penelope Fernandez », dice Joona pro-
prio quando le prime gocce cadono sul parabrezza dell'auto.
Proseguono sotto una pioggia battente che riduce molto la
visibilità. Diluvia e sul tettuccio si sente un forte e costante pic-
chiettio. Joona è obbligato a diminuire la velocità a cinquanta
chilometri orari, in autostrada. L'oscurità è totale, sebbene tal-
volta il cielo si illumini con il chiarore di lampi lontani. Le la-
me dei tergicristalli si muovono in fretta avanti e indietro.
All'improvviso squilla il cellulare di Joona. E Petter Nà-
slund, che con voce tesa gli spiega che Penelope Fernandez
ha chiamato la centrale di emergenza venti minuti prima.
« Perché non ne ho saputo niente? »
« Ho ritenuto di dover dare la priorità all'invio della guardia
costiera, sono già partiti. Ma ho anche inviato un elicottero del
soccorso navale per portarli indietro al più presto. »
« Bene, Petter », dice Joona, mentre si accorge che Saga gli
rivolge uno sguardo interrogativo.
« So che vuoi incontrare Penelope Fernandez e Björn Alm-
skog il prima possibile. »
« Esatto », risponde Joona.
« Ti chiamo non appena so in che condizioni si trovano. »
« Grazie. »
« I colleghi della guardia costiera dovrebbero arrivare a Kym-
mendö fra... Aspetta, è successo qualcosa, puoi restare un se-
condo in linea? »
Petter allontana il telefono e Joona sente che sta parlando con
qualcuno. Petter sembra sempre più turbato e alla fine urla:
« Ma prova ancora! » prima di riprendere in mano il telefono.
« Devo chiudere », dice Petter secco.
« Che cosa sta succedendo? » gli chiede Joona.
Si sente il rumore di un tuono che scoppia e poi si affievoli-
sce con un crepitio.
« Non riusciamo a metterci in contatto con i colleghi sulla
barca, non rispondono più. Deve trattarsi di quel maledetto
Lance: può aver capito che questa era un'occasione propizia. »
« Petter », dice Joona alzando la voce e con un tono serio.
«Ascoltami, devi agire molto in fretta. Credo che la barca sia
stata dirottata e che... »
«Ma lasciami almeno...»
« Taci e ascoltami », lo interrompe Joona. « Probabilmente i
nostri colleghi della guardia costiera sono già morti. Hai solo
qualche minuto per radunare una squadra e prendere il coman-
do della gestione operativa. Chiama il centro informativo del-
l'Anticrimine con un telefono e con l'altro senti Bengt Olofs-
son e cerca di avere due pattuglie dell'unità di sicurezza nazio-
nale e richiedi rinforzi con un elicottero 14 dalla flottiglia più
vicina. »






58.
Il beneficiario.

Un temporale si scatena sopra Stoccolma, i tuoni rimbomba-
no, i lampi illuminano improvvisamente il cielo e la pioggia ca-
de a catinelle. Sulle finestre del grande appartamento di Carl
Palmcrona si sente battere la pioggia. Tommy Kofoed e Na-
than Pollock hanno ripreso i rilievi tecnici precedentemente in-
terrotti.
E buio e sono costretti ad accendere i lampadari.
In uno degli armadi alti fino al soffitto del guardaroba di
Palmcrona, sotto una fila di completi grigi, blu e neri, Pollock
trova un portadocumenti in pelle lucida.
« Tommy! » grida.
Kofoed entra nella stanza con la schiena piegata e un'espres-
sione burbera.
« Che c'è? »
Nathan Pollock dà qualche colpo leggero sul portadocu-
menti di pelle con le dita infilate nei guanti.
« Credo di aver trovato qualcosa », dice semplicemente.
Si dirigono verso la nicchia alta e profonda della finestra.
Pollock apre con cautela la fibbia e apre il portadocumenti.
« Continua », sussurra Kofoed.
Pollock solleva con prudenza la leggera pagina iniziale con
su scritte le parole: Le ultime volontà di Carl Palmcrona.
Leggono in silenzio. Il documento è datato al primo marzo
di tre anni prima. Palmcrona ha lasciato in eredità tutti i suoi
averi a una sola persona: Stefan Bergkvist.
« E chi diavolo è Stefan Bergkvist? » chiede Kofoed quando
hanno terminato la lettura. « Da quanto mi sembra di capire,
Palmcrona non aveva parenti, non aveva amici. Non aveva nes-
suno. »
« Stefan Bergkvist abitava a Vasteràs al momento della reda-
zione di questo atto », dice Pollock. « In Rekyigatan 11, a Va-
steràs e... »
Pollock si interrompe e solleva lo sguardo. « E un ragazzino.
Secondo il codice fiscale ha solo sedici anni. »
Il testamento è stato redatto dall'avvocato di Palmcrona,
dell'ufficio Wieselgreen & figli. Pollock sfoglia l'appendice ag-
giornata del testamento in cui si elencano gli averi di Palmcro-
na. Si tratta di quattro fondi pensione, due ettari di bosco, una
fattoria nel Sòrmland, in affitto da dieci anni con un contratto
a lungo termine, e la proprietà su Grevgatan 2, con un'alta ipo-
teca. Ma il pezzo forte sembra essere un conto corrente alla
Standard Chartered Bank, nell'isola di Jersey, il cui saldo am-
monta a nove milioni di euro.
« A quanto pare, Stefan è diventato ricco », dice Pollock.
« Sì. »
« Ma perché? »
Tommy scuote le spalle.
« Certa gente lascia tutto in eredità al cane o all'istruttore
della palestra. »
« Provo a chiamarlo. »
« Il ragazzo? »
« Sì, certo. Che alternative abbiamo? »
Nathan Pollock tira fuori il suo telefono, compone il nume-
ro, chiede che la chiamata sia inoltrata a Stefan Bergkvist, do-
miciliato a Rekyigatan 11, a Vasteràs. Gli comunicano che allo
stesso indirizzo compare una certa Siv Bergkvist e Nathan pen-
sa che probabilmente sia la madre del ragazzo. Sposta lo sguar-
do verso la pioggia battente e le grondaie da cui tracima la
pioggia.
« Pronto? » risponde la donna con una voce tremante.
« Buongiorno, mi chiamo Nathan Pollock e sono un com-
missario dell'anticrimine... è lei la madre di Stefan Bergkvist? »
« Sì », sussurra la donna.
« Potrei parlare con suo figlio? »
« Scusi? »
«Non c'è ragione di preoccuparsi, dovrei solo chiedergli...»
« Vada al diavolo! » urla la donna sbattendogli il telefono in
faccia.
Pollock prova a richiamare lo stesso numero, ma senza otte-
nere risposta. Guarda la strada che splende sotto la pioggia e
richiama di nuovo.
« Pronto? » risponde un uomo con tono reticente.
«Mi chiamo Nathan Pollock e...»
« Cosa diavolo vuole? »
Nathan sente la donna piangere in sottofondo, poi dice
qualcosa all'uomo, il quale le risponde che se ne può occupare
lui.
« No », dice la donna. « Ci penso io. »
Il telefono passa di mano, mentre si sentono dei passi sul pa-
vimento.
« Pronto », dice la donna a bassa voce.
«Signora, senta, io avrei davvero bisogno...»
« Stefan è morto », lo interrompe con un tono di voce im-
provvisamente acuto. « Perché ci fa questo? Perché ci chiama
e ci chiede di parlare con lui? Non ce la faccio... »
La donna piange, poi qualcosa cade sul pavimento e si sente
un tintinnio.
«Mi perdoni», dice Pollock. «Non lo sapevo, io...»
« Non ce la faccio », mormora Siv in lacrime. « Non ce la fac-
cio più. »
Si sentono dei passi e poi l'uomo riprende in mano il tele-
fono.
«Adesso basta», dice.
« Aspetti », dice Pollock in fretta. « Posso spiegarle quello che
è successo? E importante...»
Tommy Kofoed, che ha seguito la conversazione, vede che
Nathan ascolta qualcuno al telefono, impallidisce e poi si passa
una mano sulla coda di cavallo argentea.






59.
Quando la vita acquista un senso.

Numerosi poliziotti si sono raccolti in gruppi nei corridoi della
direzione della polizia. C'è nervosismo nell'aria. Aspettano tut-
ti impazienti l'arrivo di nuovi rapporti. La centrale operativa
prima ha perso i contatti con l'imbarcazione della polizia ma-
rittima, poi anche il contatto radio con l'elicottero di salvatag-
gio.
Di sopra, nella sezione della polizia criminale, Joona sta leg-
gendo nel suo ufficio la cartolina che gli ha mandato Disa da
Gotland, dove partecipa a una conferenza. « Ti inoltro un mes-
saggio d'amore da parte di un'ammiratrice segreta. Baci, Di-
sa. » Deve essersi arrovellata un po' per scrivergli qualcosa
che sicuramente l'avrebbe fatto sorridere. Joona si mordicchia
il labbro e gira la cartolina. Sul fronte c'è scritto « Sex on the
beach » sopra l'immagine di un barboncino bianco con gli oc-
chiali da sole e un bikini rosa. Il cane è seduto su una sedia a
sdraio e ha accanto un grande bicchiere con un drink rosso.
Bussano alla porta, e il sorriso di Joona svanisce quando in-
crocia lo sguardo serio di Nathan Pollock.
« Carl Palmcrona ha lasciato in eredità tutto quello che ave-
va a suo figlio », esordisce Nathan.
« Non pensavo avesse dei parenti. »
« Il ragazzo è morto, aveva solo sedici anni; ieri c'è stato un
incidente. »
« Ieri? » ripete Joona.
« Stefan Bergkvist è sopravvissuto a Carl Palmcrona tre gior-
ni », dice Nathan piano.
« Che cos'è successo? »
« Non ho ben capito, forse un incidente », dice Pollock. « Ho
chiesto che ci mandino il rapporto preliminare... »
« Che cosa sai? »
L'uomo magro con la coda di cavallo si siede su una delle
sedie dell'ufficio.
« Ho parlato più volte con la madre, Siv Bergkvist, e con il
suo convivente, Micke Johansson... E emerso che Siv ha sosti-
tuito la segretaria di Palmcrona per un certo periodo quando
lui lavorava alla Quarta flottiglia navale. Hanno avuto una bre-
ve relazione. E lei è rimasta incinta. Quando gliel'ha detto, lui
le ha suggerito di abortire. Siv invece è tornata a Vasteràs, ha
avuto il bambino e da allora ha sempre sostenuto di non sapere
chi fosse il padre. »
« Stefan sapeva che Carl Palmcrona era suo padre? »
Nathan scuote la testa e ripensa alle parole della madre: « Ho
sempre detto al mio bimbo che il suo papà era morto prima
che lui nascesse ».
Bussano di nuovo alla porta, Anja Larsson entra per lasciare
sulla scrivania la stampata, ancora calda, di un rapporto.
« Una cosa orribile », dice Anja senza aggiungere altro, poi
esce dall'ufficio.
Joona prende la cartelletta di plastica e inizia a leggere il rap-
porto preliminare della scientifica sull'accaduto. Per via del ca-
lore sprigionatosi la causa della morte non è stata avvelenamen-
to da ossido di carbonio, ma una conseguenza diretta delle
ustioni. Prima che sopraggiungesse la morte, al ragazzo si è
squarciata la pelle, come in seguito a tagli profondi, e poi tutti
i muscoli si sono asciugati e raggrinziti. Il calore ha anche cau-
sato la rottura del cranio e di altre ossa. Il medico legale ha ri-
scontrato ematomi da calore e un coagulo di sangue tra le ossa
del cranio e la duramadre, conseguenza del fatto che il sangue
stava cominciando a bollire.
« Orribile, sì », mormora Joona.
Le indagini sulle cause dell'incendio erano state rese diffìcili
dal fatto che, sostanzialmente, della baracca abbandonata in cui
era stato rinvenuto quello che rimaneva del cadavere di Stefan
Bergkvist non restava nulla. C'erano solo un letto fumante di
cenere, pezzi di metallo anneriti e i resti di un corpo carboniz-
zato, rannicchiato davanti alla porta. La ricostruzione iniziale
della polizia si basava principalmente su un testimone, il mac-
chinista che aveva chiamato i pompieri. Aveva visto la moto in
fiamme incastrata come un cuneo all'esterno della baracca. Nel
complesso i risultati dicevano che il sedicenne Stefan Bergkvist
si trovava all'interno del casotto quando la sua moto si era ro-
vesciata malamente e aveva bloccato la porta. Il tappo del ser-
batoio non era chiuso bene, così la benzina era fuoriuscita. Al
momento della relazione non si conosceva ancora la causa per
cui la benzina avesse preso fuoco, ma con ogni probabilità il
tutto andava ricondotto a una sigaretta accesa.
« Palmcrona muore », dice Pollock lentamente. « Lascia tutto
il suo patrimonio al figlio, e tre giorni dopo muore anche il ra-
gazzo. »
« L'eredità spetta alla madre? » chiede Joona.
« Sì. »
Nel silenzio che segue entrambi sentono dei passi lenti e
strascicati in corridoio prima che Tommy Kofoed faccia il
suo ingresso nell'ufficio di Joona.
« Ho aperto la cassaforte di Palmcrona », dice Kofoed arci-
gno. « Non ci teneva niente, soltanto questo. »
Ha in mano un bel libro rilegato in pelle.
« Cos'è? » chiede Pollock.
« Il resoconto di una vita », risponde Kofoed. « E piuttosto
comune per uno del suo ceto sociale. »
« Vuoi dire un diario? »
Kofoed alza le spalle.
« Piuttosto una specie di memoir senza pretese, non destina-
to alla pubblicazione. Con una parte dedicata alla storia della
sua famiglia. Le pagine sono scritte a mano... Inizia con un al-
bero genealogico, poi passa alla carriera di suo padre e continua
con un noiosissimo elenco del curriculum di studi, esami, ser-
vizio militare e carriera professionale... Fa un certo numero di
investimenti sbagliati, le sue finanze subiscono un tracollo,
vende terreni e proprietà. E tutto descritto in maniera molto
secca... »
« E il figlio? »
« Liquida la relazione con Siv Bergkvist in poche parole, la
definisce un incidente di percorso e nulla più », risponde Tom-
my Kofoed e fa un respiro profondo. « Ben presto però Palm-
crona inizia a nominare Stefan nel diario, e le annotazioni degli
ultimi otto anni riguardano soltanto il figlio. Segue la vita del
ragazzo a distanza, sa quale scuola frequenta, conosce i suoi in-
teressi, sa chi sono i suoi amici. Scrive diverse volte che il suo
debito verrà pagato con l'eredità. Sembra quasi che abbia ri-
sparmiato tutti i suoi soldi per il figlio. Alla fine annota che in-
tende cercare il ragazzo quando compirà diciotto anni. Spera
che il figlio potrà perdonarlo e che potranno imparare a cono-
scersi dopo tutti quegli anni. E l'unica cosa a cui pensa... E
adesso sono morti entrambi. »
« Che incubo », borbotta Pollock.
« Cos'hai detto? » chiede Joona alzando lo sguardo.
« Pensavo soltanto che sembra un incubo », risponde Pollock
stupito. « Palmcrona fa di tutto per garantire un futuro al fi-
glio, e va a finire che il figlio sopravvive al padre soltanto tre
giorni, senza nemmeno conoscere la sua identità. »






60.
Un po' più di tempo.

Beverly è già nel letto di Axel quando lui entra in camera. La
notte prima lui ha dormito solo due ore e si sente intontito dal-
la stanchezza.
« Quanto ci mette Evert ad arrivare qui con la macchina? »
chiede lei con voce squillante.
« Intendi tuo padre? Sei ore, forse. »
La ragazza si alza e va verso la porta.
« Dove stai andando? » chiede .Axel.
Lei si gira.
« Forse è già fuori in macchina ad aspettarmi. »
« Sai bene che non verrà in macchina a Stoccolma », dice Axel.
« Voglio solo guardare fuori dalla finestra, per sicurezza. »
« Possiamo telefonargli, se vuoi. »
« Ci ho già provato. »
Lui allunga una mano, la accarezza cauto su una guancia, e
lei si siede di nuovo sul letto.
« Sei stanco? » gli chiede.
« Forse sono anche malato. »
« Vuoi che dormiamo insieme? »
« Sì, per favore. »
« Credo che il papà vorrà parlare con me domani », dice lei a
bassa voce.
Axel fa di sì con la testa.
« Domani andrà bene di sicuro. »
Gli occhi grandi e luccicanti la fanno sembrare più giovane
che mai.
« Sdraiati allora », dice lei. « Sdraiati, così dormi, Axel. »
Lui la guarda stanco, la osserva mentre si sistema con calma
sul suo lato del letto. La camicia da notte profuma di cotone
pulito. Quando si sdraia dietro di lei, Axel vorrebbe piangere
e basta. Vorrebbe dirle che le troverà uno psicologo, che pensa
di aiutarla a uscire da quella fase, andrà meglio, è sempre così.
Lentamente appoggia la mano sulla pancia di lei, la sente ge-
mere quando la attira a sé. Affonda il viso nella sua nuca, respi-
ra contro la sua testa, la tiene stretta. Dopo un attimo sente che
il respiro veloce della ragazza si fa più leggero. Sono completa-
mente immobili, fa caldo e sono sudati, ma lui non la lascia
andare.
La mattina Axel si alza presto, ha dormito quattro ore e gli fan-
no male i muscoli. E in piedi alla finestra, guarda le siepi scure
di lillà.
Quando arriva al suo nuovo posto di lavoro, ha ancora fred-
do ed è stanco. Il giorno prima è stato sul punto di firmare il
contratto di un uomo morto. Stava per consegnare il proprio
onore nelle mani di un uomo che si è impiccato, fidandosi
del suo giudizio e prescindendo dal proprio.
Si sente molto sollevato per aver deciso di aspettare, ma allo
stesso tempo pensa che sia stato un po' stupido da parte sua
disegnare una faccia sorridente sul contratto.
Sa che di lì a qualche giorno dovrà autorizzare l'esportazione
di munizioni in Kenya. Apre la cartellina con i documenti e
inizia a leggere dei traffici commerciali svedesi nella regione.
Un'ora dopo la porta dell'ufficio di Axel Riessen si spalanca
e Jòrgen Griinlicht fa il suo ingresso, allontana una sedia dalla
scrivania e si accomoda. Apre una cartellina, prende il contrat-
to, lo sfoglia fino alla pagina della firma e poi guarda Axel negli
occhi.
« Salve », dice Axel.
Jòrgen Griinlicht non riesce a trattenere un sorriso, perché la
faccia sorridente disegnata sul contratto, con i capelli arruffati,
somiglia davvero ad Axel Riessen e perché nella nuvoletta che
gli esce dalla bocca c'è scritto proprio « Salve! ».
« Salve », ripete Jörgen.
« Era troppo presto », spiega Axel.
« Capisco le sue rimostranze, non era mia intenzione farle
pressione, anche se davvero il tempo stringe», dice Jörgen.
« Il ministro del Commercio mi sta col fiato sul collo, e dalla
Silencia Defence mi chiamano diverse volte al giorno. Ma sap-
pia che la capisco. Per lei è tutto nuovo, quindi vuole valutare
attentamente ogni cosa. »
« Esatto. »
« E naturalmente va benissimo », prosegue lui. « Sappia però
che può passare l'incarico al governo, se si sente poco sicuro. »
« Non mi sento poco sicuro », ribatte Axel. « Semplicemente
non sono pronto, tutto qui. »
« È solo che... Dal loro punto di vista è passato davvero trop-
po tempo. »
« Ho accantonato tutte le altre questioni per occuparmene.
Posso dirle soltanto che fin qui mi sembra vada tutto bene »,
replica lui. « Non credo sia il caso di sconsigliare alla Silencia
Defence di caricare la nave, ma non sono pronto. »
« Comunicherò a tutte le parti in causa che darà parere po-
sitivo. »
« Certo, lo può fare, a meno che io non trovi qualcosa di ri-
levante che... »
« Non lo troverà, io stesso ho controllato i documenti. »
« Bene », commenta Axel piano.
« Non la disturberò oltre », dice Jörgen alzandosi. « Quando
pensa che sarà pronta la valutazione? »
Axel riguarda il materiale.
« Un paio di giorni dovrebbero bastare, potrei aver bisogno
di farmi arrivare altre informazioni dal Kenya. »
« Certo », dice Jörgen Grünlicht con un sorriso ed esce dalla
stanza.






61.
Ciò a cui pensa sempre.

Già alle dieci Axel lascia la sede dell'Autorità per il controllo
dei prodotti strategici per lavorare a casa. Si porta via tutta la
documentazione relativa all'autorizzazione per l'esportazione.
La stanchezza gli fa sentire freddo e fame, guida fino al Grand
Hotel e lì compra un brunch per due. Axel entra in casa e porta
il cibo in cucina. Beverly è seduta in mezzo al tavolo e sfoglia la
rivista Amelia, tutto per la sposa e il matrimonio.
« Hai fame? » le chiede lui.
«Non so se mi voglio sposare con un abito bianco», dice
Beverly. «Forse rosa chiaro...»
« Io preferisco il bianco », mormora lui.
Axel prepara tutto l'occorrente su un vassoio, poi salgono
insieme e si accomodano al piccolo gruppo di mobili rococò
rossi vicino alla grande finestra del salone. In mezzo c'è un ta-
volo ottagonale del 1700. Il piano testimonia la passione del-
l'epoca per gli intarsi. Il motivo raffigura un giardino con dei
pavoni e una donna che suona una cetra cinese.
Axel apparecchia con il servizio di porcellana di famiglia,
quello con le posate d'argento, i tovaglioli grigi di lino e i mas-
sicci bicchieri da vino. Versa la Coca-Cola in quello di Beverly
e acqua minerale con fette di lime nel proprio.
Beverly ha la nuca stretta, un mento grazioso ed elegante.
Dato che ha i capelli cortissimi, si vede molto bene la dolce ro-
tondità della testa. Lei vuota il bicchiere e poi si stiracchia sod-
disfatta. Un gesto pieno di grazia, quasi infantile. Lui pensa che
Beverly ripeterà quel gesto anche da adulta, e forse anche quan-
do sarà vecchia.
« Raccontami ancora della musica », lo prega lei.
« Dove eravamo rimasti? » chiede Axel mentre punta il tele-
comando verso lo stereo.
Dalle casse arriva l'interpretazione profonda e intensa che
Alexander Malter ha dato di Für Alina di Arvo Pärt. Axel guar-
da il proprio bicchiere, le bolle dell'acqua minerale che scop-
piano, e desidera fortemente di poter bere di nuovo, vorrebbe
avere lì una bottiglia di champagne e poi Propavan e Stesolid
per la notte.
Versa a Beverly dell'altra Coca-Cola. Lei alza lo sguardo e lo
ringrazia muta. Lui guarda dritto nei suoi grandi occhi scuri,
così non si accorge che la schiuma straborda finché la bibita
non esce dal bicchiere spandendosi sul piano del tavolo. Il mo-
tivo cinese diventa scuro, come se il sole fosse scomparso dietro
le nuvole, una patina bagnata fa luccicare il parco con i pavoni.
Axel si alza e nota il riflesso di Beverly nel vetro della fine-
stra, vede la linea del mento e tutto d'un tratto si rende conto
che lei assomiglia a Greta.
Curioso che se ne sia accorto solo adesso.
Axel vorrebbe girarsi e correr via, uscire da quella casa, ma si
costringe ad andare a prendere uno straccio mentre il cuore
riacquista un battito regolare.
Non sono due gocce d'acqua, ma per certi versi Beverly gli
ricorda Greta.
Axel rimane fermo e si passa una mano tremante sulla bocca.
Pensa a Greta ogni giorno. E ogni giorno cerca di smettere
di pensare a lei.
L'ultima settimana prima della finale del concorso lo perse-
guita.
Sono passati trentaquattro anni, ma da allora tutto nella sua
vita è sprofondato nel buio, lui era giovanissimo, aveva solo di-
ciassette anni, ma erano già successe troppe cose.






62.
Dolce dormire.

Il concorso Johan Fredrik Berwald era senza dubbio il concorso
per giovani violinisti più prestigioso del Nord Europa. Lì ave-
vano esordito alcuni dei talenti più conosciuti al mondo, finiti
poi direttamente sotto la luce abbagliante dei riflettori. A quel-
la finale arrivarono soltanto tre solisti. Per sei volte i concorren-
ti, in numero sempre più esiguo, avevano suonato davanti a
una giuria scelta, ma l'indomani la finale si sarebbe tenuta da-
vanti al grande pubblico della Konserthuset, dopo un concerto
trasmesso alla tv e diretto da Herbert Blomstedt.
Negli ambienti musicali aveva suscitato grande scalpore il
fatto che due dei finalisti, Axel Riessen e Greta Stiernlood, fos-
sero svedesi, studenti della Kungliga Musikhògskolan, il con-
servatorio di Stoccolma. Il terzo finalista era il giapponese Shi-
ro Sasaki.
Per Alice Riessen, musicista di professione che non aveva
mai raggiunto un grande successo, i risultati conseguiti dal fi-
glio Axel erano un trionfo immenso. Soprattutto in quel mo-
mento: aveva ricevuto una serie di richiami dal rettore della
scuola perché Axel non si presentava a lezione, a volte per gior-
ni, era disattento e svogliato.
Dopo aver superato anche la terza fase, Axel e Greta erano
stati esonerati dalle lezioni, in modo che potessero dedicarsi
completamente alle prove per la fase successiva. Si erano cono-
sciuti durante il concorso, erano contenti dei rispettivi successi
e in vista della finale avevano cominciato a trovarsi a casa di
Axel per prepararsi assieme dandosi una mano.
La fase conclusiva prevedeva un pezzo scelto dal violinista
stesso o insieme al proprio professore.
Axel e Robert, suo fratello minore, avevano a disposizione
sette stanze della grande casa di Làrkstaden. Axel non si eserci-
tava praticamente mai sui brani che gli venivano assegnati. Pre-
feriva sperimentare nuovi pezzi, provare suoni mai sentiti pri-
ma; alle volte stava alzato fino a notte fonda, suonava il violino
e ne scandagliava l'anima, finché non gli bruciava la punta delle
dita.
Mancava solo un giorno. L'indomani Axel e Greta avrebbe-
ro preso parte alla finale alla Konserthuset. Axel era seduto a
guardare le copertine degli LP sparsi sul pavimento davanti
al grammofono. Erano tre dischi di David Bowie, Space Oddi-
ty, Aladdin Sane e Hunky Dory.
Sua madre bussò alla porta ed entrò portando un vassoio
con una bottiglia di Coca-Cola e due bicchieri con ghiaccio
e limone. Axel la ringraziò un po' stupito, prese il vassoio e
lo appoggiò sul tavolino.
« Pensavo steste provando », disse Alice guardandosi in giro.
« Greta aveva bisogno di andare a casa a mangiare. »
« Ma tu puoi continuare anche da solo. »
« Preferisco aspettarla. »
« Sai perfettamente che domani ci sarà la finale », disse Alice
e si sedette vicino al figlio. « Io mi esercito almeno otto ore tutti
i giorni, a volte mi capita di lavorare anche dieci ore al giorno. »
«Io nemmeno sono sveglio dieci ore al giorno», scherzò
Axel.
« Axel, tu hai un dono. »
« Come fai a saperlo? »
« Lo so. Ma non basta, non basta se vuoi arrivare da qualche
parte », disse lei.
« Mamma, io mi esercito come un pazzo », mentì lui.
« Suona per me, allora », lo pregò lei.
« No », rispose lui secco.
« Capisco che tu non voglia che tua madre ti faccia da inse-
gnante, ma lascia almeno che ti aiuti, adesso che c'è bisogno »,
continuò Alice paziente. « L'ultima volta che ti ho sentito è sta-
to due anni fa, a un concerto di Natale, non ricordo più cos'hai
suonato... »
« Cracked Actor di Bowie. »
« Non eri ancora maturo... Ma è stato piuttosto sorprenden-
te, per un quindicenne », riconobbe lei e gli diede una carezza.
« Ma domani... »
Axel si sottrasse alla mano della madre. « Non starmi addos-
so. »
« Posso sapere che pezzo hai scelto? »
« Uno classico », rispose lui con un gran sorriso.
« Grazie a Dio. »
Lui fece spallucce ed evitò di guardarla negli occhi. Quando
suonò il campanello uscì rapido dalla sua camera e corse giù
per le scale.
Aveva iniziato a fare buio, ma la neve creava una luce indi-
retta, tanto da impedire all'oscurità all'esterno della casa di in-
fittirsi troppo. Greta era in piedi sulla scala, indossava un basco
e il montgomery. Una sciarpa a righe le avvolgeva il collo. Ave-
va le guance rosse per il freddo, e i capelli sciolti sulle spalle era-
no coperti di fiocchi di neve. Lei appoggiò la custodia del vio-
lino sul bureau all'ingresso, si tolse con calma il montgomery,
si slacciò gli stivali scuri e prese dalla borsa le sue scarpe basse
da casa.
Alice Riessen scese a salutare, sembrava molto su di giri, le si
leggeva la gioia in viso.
« E bello che vi aiutiate a vicenda con gli esercizi », disse.
« Devi essere severa con Axel, altrimenti si impigrisce e basta. »
« Me ne sono accorta », rise Greta.
Greta Stiernlood era la figlia di un industriale che possedeva
azioni di Saab Scania ed Enskilda Banken, tra gli altri. Greta
era stata cresciuta solo dal padre: i suoi genitori si erano sepa-
rati quando lei era molto piccola, e da allora non aveva più vi-
sto sua madre. Prestissimo - forse già prima che nascesse - suo
padre aveva deciso che sarebbe diventata una violinista.
Quando salirono nella sala musica di Axel, Greta andò su-
bito al pianoforte a coda. I capelli ricci e luminosi erano sciolti
sulle spalle. Indossava una camicetta bianca e una gonna scoz-
zese, un gilet di lana blu scuro e una calzamaglia a righe.
Greta tolse il violino dalla custodia, fissò la mentoniera, pulì
le corde dalla pece con un panno di cotone e le tirò mettendo a
posto il ponticello. Controllò velocemente che il violino non si
fosse scordato a causa del freddo e degli sbalzi di umidità.
Poi cominciò a esercitarsi. Suonò come sempre, con gli oc-
chi semichiusi e lo sguardo assorto. Le lunghe ciglia proiettava-
no ombre tremolanti sul suo viso acceso. Axel conosceva bene
quel pezzo: la prima parte del Quartetto d'archi n.15 di Beetho-
ven. Un tema serio e toccante.
Lui la ascoltava: sorrise mentre pensava che Greta aveva una
grande sensibilità per la musica, metteva una dignità nelle sue
interpretazioni che gli suscitava profondo rispetto.
« Bello », commentò alla fine.
Lei cambiò spartito e soffiò sulle dita doloranti.
«Anche se non riesco a scegliere... sai, mio padre ha deciso
quello che dovrei suonare, dice che dev'essere un pezzo di Tar-
tini, Sonata per violino in sol minore. »
Greta rimase in silenzio, studiò le note, le seguì con lo sguar-
do, contò le semicrome e memorizzò legati molto difficili.
« Io però non mi sento sicura, io... »
« Me lo fai sentire? » chiese Axel.
« Lo suono malissimo », rispose lei arrossendo.
Poi suonò l'ultima frase con un'espressione tesa in viso, che
era bello e addolorato, ma verso la fine perse il tempo, quando
le note alte del violino avrebbero dovuto divampare come un
fuoco inquieto.
« Cazzo », mormorò lei e mise il violino in posizione di ripo-
so sotto il braccio. «Ho lavorato come una matta, ma devo
esercitarmi ancora di più sulle semicrome e sulle terzine che... »
« Comunque a me piaceva il ritmo altalenante, era come se
stessi inclinando un grande specchio verso... »
« Sì, però in un punto ho sbagliato », lo interruppe lei arros-
sendo ancora di più. « Scusa, tu cercavi solo di essere gentile, lo
so, ma così non va, non devo fare errori. Non è normale che la
sera prima del concorso io non riesca a decidermi se scegliere il
pezzo facile o quello difficile. »
«Li sai suonare entrambi, quindi...»
« No, non è vero, sarebbe un azzardo », disse lei. « Ma dam-
mi qualche ora, diciamo tre, e forse domani oserò cimentarmi
con Tartini. »
«Non puoi farlo soltanto perché tuo padre pensa che...»
« Lui però ha ragione. »
« No », ribatté Axel mentre si rollava lentamente una canna.
« So suonare bene il pezzo facile », proseguì lei. « Ma forse
non basta, dipende da quello che sceglierete tu e il giappone-
se. »
« Non è giusto ragionare così. »
« E allora come si dovrebbe ragionare? Non ti ho visto pro-
vare neanche una volta. Che cosa suonerai? Non ti sei ancora
deciso? »
« Ravel », rispose lui.
« Ravel? Senza provare? » Greta rise. « Ma dici sul serio? »
chiese poi.
« La Tzigane di Ravel, tutto qui. »
« Axel, scusa, è una scelta folle, lo sai, è troppo difficile, trop-
po veloce, troppo presuntuoso e... »
«Voglio suonare come Perlman, ma senza fretta... perché in
effetti il pezzo non è veloce. »
«Axel, è spaventosamente veloce», rise lei.
«Sì, per una lepre che viene inseguita... Ma per il lupo è
troppo lento. »
Greta lo guardò con aria stanca.
« Dove l'hai letto? »
« E una frase attribuita a Paganini. »
« Bene, allora mi devo preoccupare soltanto del mio avversa-
rio giapponese », disse lei posizionando di nuovo il violino sulla
spalla. « Se tu non ti eserciti, Axel, non puoi suonare la Tzigane
di Ravel. »
« Non è così difficile come dicono tutti », rispose lui accen-
dendosi la canna.
« Certo, come no », sorrise lei e ricominciò a suonare.
Dopo un attimo si interruppe e fissò Axel con sguardo serio.
« Suonerai Ravel? »
« Sì. »
Lei si rabbuiò.
«Allora mi hai mentito, ammettilo. In realtà saranno quat-
tro anni che provi questo pezzo... »
« No, no. L'ho deciso adesso, proprio mentre me lo chiede-
vi. »
« Come fai a essere così stupido? »
« Non mi interessa se arrivo ultimo », disse lui e si sdraiò sul
divano.
« A me invece sì. »
« Lo so, ma ci saranno molte altre possibilità. »
« Non per me. »
Greta cominciò a suonare di nuovo il difficile pezzo di Tar-
tini, andava meglio, ma lei si interruppe comunque, suonò an-
cora e poi ancora il passaggio complicato.
Axel applaudì, mise sul giradischi un LP di David Bowie,
The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars,
e spostò la puntina sull'LP. Si sdraiò di nuovo, chiuse gli occhi
e iniziò a cantare.
Ziggy really sang, screwed up eyes and screwed down hairdo.
Like some cat from Japan, he could lick'em by smiling. He could
leave'em to hang.
Greta esitò un attimo, appoggiò il violino, si avvicinò ad
Axel e gli tolse la canna di mano. Fumò anche lei, tossì e gliela
ripassò.
« Come si fa a essere così stupidi come te? » chiese e, inaspet-
tatamente, gli sfiorò le labbra. Si chinò in avanti e cercò di ba-
ciarlo sulla bocca, ma finì di lato e lo baciò su una guancia, gli
sussurrò « scusa » e lo baciò di nuovo. Continuarono a baciarsi,
cauti, cercandosi. Lui le tolse il gilet, i capelli si alzarono per
l'elettricità statica. Axel prese la scossa quando le accarezzò
una guancia e ritrasse di scatto la mano. Si sorrisero nervosi
e ricominciarono a baciarsi. Mentre slacciava i bottoni della ca-
micetta bianca, Axel sentiva i piccoli seni sotto il reggiseno sen-
za fronzoli. Lei lo aiutò a togliersi la maglietta. I suoi capelli,
lunghi e mossi, sapevano di neve e di inverno, ma il corpo
era caldo come pane appena sfornato.
Si spostarono in camera di Axel e si buttarono sul suo letto.
Con mani tremanti Greta si tolse la gonna e poi si tenne gli slip
con una mano mentre con l'altra si abbassava la pesante calza-
maglia a righe.
« Cosa c'è? » sussurrò lui. « Vuoi smettere? »
«Non lo so... Tu vuoi smettere?»
« No », rise lui.
« Sono solo un po' nervosa », ammise lei sincera.
« Anche se tu sei più vecchia di me. »
« Giusto, tu hai solo diciassette anni... E quasi un'indecen-
za », rise lei.
Ad Axel batteva forte il cuore quando le abbassò gli slip. Lei
rimase sdraiata immobile, e lui cominciò a baciarle la pancia, i
piccoli seni, la gola, il mento, le labbra. Greta allargò le gambe,
e lui le si sdraiò sopra, sentendola spingere lentamente le cosce
contro i suoi fianchi. Le guance le diventarono rosso fuoco
quando Axel entrò dentro di lei. Lo attirò a sé, gli carezzò la
nuca e la schiena, gemendo piano ogni volta che lui spingeva.
Dopo, quando si rilassarono ansimanti, un leggero strato di
caldo sudore si formò tra i loro corpi nudi. Rimasero abbrac-
ciati nel letto di Axel a occhi chiusi e ben presto si addormen-
tarono.






63.
Il concorso Johan Fredrik Berwald.

Era chiaro fuori quando Axel si svegliò il giorno che avrebbe
perso tutto. Lui e Greta non avevano tirato le tende, si erano
addormentati insieme a letto e avevano dormito abbracciati
tutta notte, stanchi e felici.
Axel si alzò, guardò Greta che dormiva con un'espressione
serena in viso, avvolta nella coperta pesante. Andò verso la por-
ta e si fermò un attimo davanti allo specchio a osservare il pro-
prio corpo nudo di diciassettenne, poi proseguì verso la sala
musica. Chiuse discretamente la porta che dava sulla camera
da letto, andò al pianoforte e prese il violino dalla custodia.
Se lo appoggiò sulla spalla, si mise in piedi alla finestra a guar-
dare quel mattino d'inverno, la neve soffiata via dai tetti, e poi
cominciò a suonare a memoria la Tzigane di Maurice Ravel.
Il pezzo iniziava con una triste melodia tzigana, lenta e pie-
na, ma poi il tempo diventava più veloce. La melodia produce-
va sempre più in fretta echi di se stessa come ricordi scintillanti
e fugaci di una notte d'estate.
Era incredibilmente veloce.
Axel suonava perché era felice, non pensava, lasciava che le
dita si muovessero, danzassero con il ruscello vivace e gorgo-
gliante.
Sorrise da solo al pensiero del dipinto che suo nonno pater-
no teneva nel salone. Lui sosteneva che fosse la versione più
brillante che Ernst Josephson avesse realizzato di Neck, lo spi-
rito maligno del torrente. Da bambino, Axel adorava le leggen-
de riguardanti questo essere magico che incantava la gente e la
faceva annegare suonando il violino.
In quel momento Axel pensava di assomigliare a Neck, il
giovinetto che suonava nudo, immerso nell'acqua. Ma c'era
una grossa differenza tra Axel e il Neck del dipinto di Joseph-
son. Axel era felice.
L'arco si muoveva sulle corde, sempre più veloce. Axel non
si curò del fatto che un crine si era spezzato e penzolava dal na-
setto.
Ravel si deve suonare così, pensò. Si deve suonare con gioia,
non con semplice virtuosismo da esecutore. Ravel era un com-
positore gioioso, un compositore giovane.
Lasciò che l'eco delle note conclusive rimanesse sospesa sul
violino e poi svanisse come un velo di neve dai tetti. Axel ab-
bassò l'arco, stava per inchinarsi all'inverno quando percepì un
movimento dietro di sé.
Si girò e vide Greta sulla porta. Era ancora avvolta nella co-
perta e lo guardava con occhi strani.
Axel divenne inquieto quando si accorse di quanto fosse cu-
pa l'espressione del suo viso.
« Cosa c'è? »
Lei non rispose, deglutì a fatica. Due lacrime cocenti comin-
ciarono a scorrerle lungo le guance.
« Greta, cosa c'è? » ripetè lui.
« Hai detto che non ti eri esercitato », disse lei inespressiva.
« No, io... io... », balbettò lui. « Ti ho detto che per me è fa-
cile imparare pezzi nuovi. »
« Complimenti. »
« Non è come credi. »
Lei scosse la testa.
« Non riesco a capire come ho potuto essere così stupida. »
Axel appoggiò violino e arco, ma lei era già tornata di corsa
in camera da letto e aveva chiuso la porta. Lui si mise un paio
di jeans che erano appesi allo schienale di una sedia, andò alla
porta e bussò.
« Greta? Posso entrare? »
Lei non rispose. Lui sentì crescere dentro di sé un oscuro e
pesante nodo di ansia. Poco dopo lei uscì, si era rivestita. Non
lo guardò, andò dritta al piano, mise via il violino e lo lasciò lì
da solo.


La Konserthuset era gremita. Greta era la prima dei concorren-
ti. Non l'aveva guardato, non l'aveva nemmeno salutato quan-
do era arrivata. Indossava un vestito di velluto blu scuro e una
semplice collanina con un cuore.
Axel era in camerino e aspettava a occhi semichiusi. C'era
perfetto silenzio. Si sentiva solo un flebile ronzio dietro una
polverosa grata di plastica per l'aerazione. Entrò suo fratello
Robert.
« Non puoi andare a sederti con la mamma? » chiese Axel.
« Sono troppo nervoso... Non ce la faccio a guardarti quan-
do suoni, preferisco aspettarti qui. »
« Greta ha iniziato? »
« Sì, è brava. »
« Che pezzo ha scelto? La sonata per violino di Tartini... »
« No, qualcosa di Beethoven. »
« Bene », mormorò Axel.
Rimasero entrambi in silenzio, senza dire più niente. Dopo
un attimo qualcuno bussò alla porta. Axel si alzò e aprì a una
donna che gli comunicò che di lì a poco sarebbe stato il suo
turno.
«Buona fortuna», disse Robert.
« Grazie », rispose Axel, prese violino e arco e seguì la donna
lungo il corridoio.
Dalla sala arrivavano applausi fragorosi, e Axel intravide
Greta e suo padre che si infilavano in camerino.
Axel dovette aspettare dietro a uno schermo vicino al palco
che il presentatore lo introducesse. Appena sentì il proprio no-
me Axel uscì dritto sotto la luce accecante dei riflettori e sorrise
al pubblico. Un mormorio percorse la sala quando annunciò
che avrebbe suonato la Tzigane di Maurice Ravel.
Axel appoggiò il violino alla spalla e sollevò l'arco. Iniziò a
suonare l'introduzione malinconica e poi catturò il tempo del-
l'impossibile. Il pubblico tratteneva il respiro. Lui stesso si ren-
deva conto che l'esecuzione era assolutamente brillante, ma
questa volta la melodia non fluiva come l'acqua di un ruscello.
Non era felice mentre suonava, si sentiva proprio come il vero
Neck. Suonava con una tristezza intensa, febbrile. Dopo tre
minuti, mentre le note cadevano come pioggia nella notte, tut-
to d'un tratto Axel iniziò a saltare delle note isolate, perse il
tempo, fece qualche errore e poi interruppe del tutto il pezzo.
La Konserthuset era in silenzio.
«Vi chiedo scusa», mormorò lui e scese dal palco.
Il pubblico applaudì cortese. Sua madre si alzò, lo seguì e lo
fermò in corridoio.
« Vieni qui, ragazzo mio », gli disse appoggiandogli le mani
sulle spalle.
Gli accarezzò una guancia, la sua voce era calda e profonda-
mente commossa quando disse: « E stato incredibile, la miglior
interpretazione che abbia mai sentito ».
« Scusa, mamma. »
« No », rispose lei e, girandosi, si allontanò da Axel e lasciò la
grande sala dei concerti.
Axel tornò in camerino per prendere i vestiti, ma venne fer-
mato dal famoso direttore d'orchestra Herbert Blomstedt.
« Sei stato molto bravo prima dell'errore », disse a voce bassa.


In casa echeggiava il silenzio quando Axel rientrò. Era sera tar-
di. Salì al piano di sopra, passò la sala musica, andò dritto in
camera sua e chiuse la porta. In testa gli risuonava ancora la
musica. Sentiva che stava saltando qualche nota, che inaspetta-
tamente perdeva il tempo, e poi più niente.
Il silenzio non finiva più.
Axel si sdraiò sul letto e si addormentò accanto alla custodia
del violino.
Al mattino fu il suono del telefono a svegliarlo. Sentì dei
passi in sala da pranzo, il pavimento che scricchiolava lieve-
mente. Dopo un attimo quei passi salirono le scale. Senza bus-
sare sua madre entrò in camera.
«Alzati», disse Alice seria.
Lui si spaventò quando la vide. Aveva pianto, le guance era-
no ancora bagnate.
«Mamma, non capisco...»
« Stai zitto », lo interruppe a bassa voce. « Ho ricevuto una
telefonata dal rettore della scuola, lui... »
« Mi odia perché... »
« Stai zitto! » urlò Alice.
Calò il silenzio, lei si portò una mano tremante alla bocca e
la tenne lì mentre le lacrime le scorrevano lungo le guance.
« Greta... » disse alla fine. « Si è tolta la vita. »
Axel la fissò cercando di capire quello che stava dicendo.
« E impossibile, perché io... »
« Si vergognava», lo interruppe Alice. «Avrebbe dovuto eser-
citarsi, tu l'avevi promesso, ma io lo sapevo, in fondo lo sape-
vo... Non sarebbe dovuta venire qui, lei... Non sto dicendo che
sia colpa tua, Axel, perché non lo è. Ha deluso se stessa e non è
riuscita a sopportarlo... »
«Mamma, io... »
« Zitto », lo interruppe lei di nuovo. « È tutto finito. »
Alice uscì dalla camera, e in una nebbia frusciante Axel si
alzò dal letto, barcollando, aprì la custodia del violino, prese
l'elegante strumento e con tutta la sua forza lo scagliò sul pavi-
mento. Il manico si ruppe e il corpo volò via insieme alle corde,
lui lo calpestò, facendo schizzare schegge di legno ovunque.
« Axel! Cosa fai? »
Suo fratello Robert si precipitò dentro e cercò di fermarlo,
ma Axel lo spinse via. Robert andò a sbattere contro l'armadio,
ma poi cercò di nuovo di fermarlo.
« Axel, hai fatto un errore, e allora? » disse Robert. « Ho in-
contrato Greta, anche lei ha sbagliato, tutti possono... »
« Chiudi quella bocca! » urlò Axel. « Non devi mai più par-
larmi di lei. »
Robert lo guardò, poi senza dir niente si girò e uscì dalla ca-
mera. Axel continuò a calpestare i pezzi di legno finché non fu
più possibile capire che quello una volta era un violino.


Il giapponese Shiro Sasaki vinse il concorso Johan Fredrik
Berwald. Greta aveva scelto il pezzo facile di Beethoven, ma
aveva comunque commesso un errore. Tornata a casa, aveva as-
sunto una dose massiccia di sonnifero e si era chiusa in camera.
Venne trovata nel suo letto solo la mattina successiva, perché
non era scesa a far colazione.
I ricordi fanno sprofondare Axel come sott'acqua, giù tra la
melma e le alghe, lontano dai pensieri. Osserva Beverly che
lo sta guardando con gli occhi grandi di Greta. Vede lo straccio
bagnato, il tavolo macchiato, l'intarsio luccicante della donna
che suona la cetra.
Dall'esterno la luce cade sulla nuca tondeggiante di Beverly
quando si gira per guardare i violini appesi alla parete.
« Mi piacerebbe molto saper suonare il violino », dice lei.
« Perché non frequentiamo un corso insieme? » ribatte lui ri-
dendo.
« Io lo vorrei davvero », risponde lei seria.
Axel appoggia lo straccio sul tavolo e di colpo si sente esau-
sto nell'animo, più che nel corpo. La musica del piano riecheg-
gia per tutta la stanza, le note si rincorrono sognanti.
« Povero Axel, tu vuoi dormire », dice lei.
« Devo lavorare », mugugna lui.
« Stasera », ribatte lei e si alza.






64.
L'ascensore scende.

Il sostituto commissario Joona Linna è nel suo ufficio nella se-
de della polizia criminale. E seduto alla scrivania a leggere il
diario di Carl Palmcrona. In un'annotazione di cinque anni
prima Palmcrona racconta di un viaggio a Vasteràs per presen-
ziare all'ultimo giorno di scuola del figlio. Si era tenuto a di-
stanza mentre erano tutti riuniti nel cortile, con gli ombrelli
a ripararli dalla pioggia, a cantare un salmo. Palmcrona descri-
ve com'era vestito il figlio - jeans bianchi e giacca bianca di
jeans -, si sofferma sui suoi lunghi capelli biondi. Dice che il
ragazzo aveva « un segno sul naso e degli occhi che hanno strap-
pato delle lacrime dai miei ». Tornando a Stoccolma in mac-
china aveva pensato che il figlio valeva tutto quello che aveva
fatto fino a quel momento e tutto quello che avrebbe fatto
in futuro.
Suona il telefono, e Joona prende subito la comunicazione.
È Petter Nàslund, che chiama da Dalarò.
« Mi sono appena messo in contatto con la squadra dell'eli-
cottero », racconta con voce concitata. « Stanno sorvolando in
questo momento Erstaviken e con loro c'è Penelope Fernan-
dez. »
« E viva? » chiede Joona e si sente pervadere dal sollievo.
« Stava nuotando in mare aperto quando l'hanno trovata »,
spiega Petter.
« Come sta? Bene? »
« Sembrerebbe di si. La stanno portando all'ospedale di Sò-
der. »
« E troppo pericoloso », dice Joona secco. « Falla portare qui
alla polizia, invece... Facciamo arrivare un team di medici del
Karolinska. »
Sente Petter dire a qualcuno di mettersi in contatto con l'e-
licottero.
« Si sa qualcosa degli altri? » chiede Joona.
« E il caos più totale... Abbiamo perso degli uomini, Joona.
E una follia. »
« Bjòrn Almskog? » chiede Joona.
«Non è stato ancora trovato, ma... Non riusciamo ad avere
notizie, non sappiamo niente. »
« Il killer è sparito? »
« Lo prenderemo presto, l'isola è piccola. I nostri uomini dei
reparti d'assalto si stanno muovendo via terra e via aria, ci sono
imbarcazioni del soccorso navale e ne stanno arrivando altre
della polizia marittima. »
« Bene », commenta Joona.
« Pensi che non riusciremo a prenderlo? »
« Se non l'avete preso subito, di sicuro è in fuga. »
« E colpa mia? »
« Petter », dice Joona calmo, « se tu non avessi agito con tan-
ta prontezza a quest'ora Penelope Fernandez sarebbe morta... e
senza di lei non avremmo niente, nessun collegamento con la
fotografia, nessun testimone. »


Un'ora dopo due medici dell'ospedale Karolinska stanno visi-
tando Penelope Fernandez in una stanza protetta esattamente
sotto gli uffici della direzione generale della polizia. Le curano
le ferite, le danno dei tranquillanti e le fanno delle flebo per
nutrirla e idratarla.
Petter Nàslund comunica al capo della polizia criminale
Carlos Eliasson che i resti dei corpi sono stati identificati: si
tratta di Lennart Johansson e Gòran Sjòdin. Un altro corpo
è stato rinvenuto tra i rottami della barca della polizia, con ogni
probabilità sono i resti di Björn Almskog. Ossian Wallenberg è
stato trovato cadavere fuori da casa sua, e dei sommozzatori si
stanno recando sul punto in cui è precipitato l'elicottero del
soccorso. Petter ritiene che tutti e tre gli uomini a bordo siano
morti.
La polizia non ha ancora preso il killer.
Ma Penelope Fernandez è viva.
Le bandiere fuori dalla sede della polizia sono a mezz'asta; il
commissario Margareta Widding insieme a Carlos Eliasson sta
tenendo una conferenza stampa nella sala con le pareti di vetro
a pianoterra.
Il sostituto commissario Joona Linna non prende parte al-
l'incontro con i giornalisti; lui e Saga Bauer scendono con l'a-
scensore al piano più basso per incontrare Penelope Fernandez,
con la speranza di trovare una soluzione ai tanti misteri, di riu-
scire a dare una spiegazione a tutto quello che è successo.






65.
Quello che gli occhi hanno visto.

Cinque piani sotto la parte più moderna della sede della polizia
c'è una zona con due appartamenti, otto stanze e due dormito-
ri. Questa sezione è stata creata per garantire una sistemazione
sicura ai vertici della polizia in situazioni critiche, casi eccezio-
nali e catastrofi. Le stanze erano state utilizzate anche dieci anni
prima per proteggere dei testimoni da minacce particolari.
Penelope Fernandez è a letto e sente il freddo penetrare nel
braccio quando la velocità della flebo aumenta.
« Ti stiamo dando liquidi che ti nutrono e ti idratano », spie-
ga la dottoressa Daniella Richards.
Con voce dolce racconta quello che sta facendo mentre le
fissa con del nastro il catetere nell'incavo del braccio.
Le ferite di Penelope sono state lavate e disinfettate, il piede
sinistro ferito adesso è bendato, i graffi sulla schiena sono puliti
e coperti da cerotti, mentre per la ferita profonda sul fianco ci
sono voluti otto punti.
« Vorrei somministrarti della morfina per i dolori. »
« Mamma », sussurra Penelope e cerca di inumidirsi le lab-
bra. « Voglio parlare con mia madre. »
« Certo », dice Daniella. « Me ne occupo io, non ti preoccu-
pare. »
Sulle guance di Penelope scorrono lacrime calde, le scendo-
no tra i capelli e nelle orecchie. Sente la dottoressa chiedere a
un'infermiera di preparare un'iniezione di 0,5 mi di morfina e
scopolamina.
La camera sembra una comune stanza d'ospedale, forse un
po' più accogliente. Sul comodino c'è un semplice mazzo di
fiori, alle pareti gialle sono appesi quadri dai colori luminosi.
Una bella libreria in legno di betulla chiaro è piena di volumi
consunti. Chi rimane chiuso qui dentro non ha altro da fare se
non leggere, pensa lei. Non ci sono finestre, ma dietro una spe-
cie di tenda c'è una luce accesa che allontana la sensazione di
trovarsi in un bunker sotterraneo.
Daniella Richards spiega gentilmente a Penelope che adesso
la lasceranno tranquilla, ma in qualunque momento lei può
suonare il campanello, se dovesse aver bisogno di qualcosa.
« Ci sarà sempre qualcuno qui se hai bisogno di aiuto o an-
che soltanto se vuoi un po' di compagnia. »
Penelope Fernandez rimane sola nella stanza luminosa.
Chiude gli occhi mentre il caldo torpore della morfina le si dif-
fonde in corpo e la trascina in un sonno piacevole.
Si sente un lieve scricchiolio quando una donna con un ni-
qab nero calpesta distruggendole due figurine di argilla essicca-
ta al sole. Una ragazza e il suo fratellino diventano briciole e
polvere sotto i suoi sandali. La donna velata porta sulla schiena
una cesta carica di frumento e non nota nemmeno quello che
fa. Due ragazzini fischiano e ridono, gridano che gli schiavi so-
no morti, che rimane soltanto qualche neonato, che tutti i fur
moriranno.
Penelope cerca di scacciare dalla mente i ricordi di Kubbum
e, per un attimo, prima di addormentarsi, ha la sensazione che
tonnellate di pietre, terra, fango, cemento la stiano schiaccian-
do. E come se stesse precipitando nelle viscere della terra, e
continuasse a cadere e a cadere...
Penelope Fernandez si sveglia, non osa aprire gli occhi, la mor-
fina le fa sentire ancora il corpo pesante. Si ricorda che è in un
letto d'ospedale in una stanza protetta sotto la sede della poli-
zia. Non deve più scappare. Il sollievo è seguito da una violenta
ondata di dolore e senso di perdita. Non sa per quanto ha dor-
mito, potrebbe assopirsi ancora, ma si costringe ad aprire gli
occhi.
Li apre, ma il bunker sotterraneo è completamente buio.
Sbatte le palpebre, ma non vede niente. Nemmeno il pul-
sante del campanello accanto al letto è illuminato. Dev'essere
saltata la corrente. Sta per mettersi a urlare, ma poi rimane
in silenzio quando la porta d'un tratto scatta. Fissa il buio, sen-
te che il cuore le batte forte. I brividi le attraversano il corpo
come ondate, i muscoli sono tesi. Qualcuno le tocca i capelli.
In maniera quasi impercettibile. Lei è sdraiata immobile e sente
che c'è qualcuno vicino al suo letto, le accarezza la testa, piano.
I riccioli si attorcigliano alle sue dita. Una preghiera le affiora
alle labbra, ma la persona di fianco a lei la afferra con violenza
per i capelli e la trascina giù dal letto. Penelope grida quando
lui la scaglia con forza contro la parete, tanto che un quadro
cade e il vetro si infrange. Lei va a sbattere sul pavimento, in
mezzo ai frammenti di vetro. Lui continua a tenerla per i capel-
li, la trascina indietro, la fa girare, le sbatte la faccia contro il
letto e poi estrae un coltello con la lama nera.
Penelope si sveglia perché cade per terra, la porta si apre e
un'infermiera si precipita dentro. Tutte le luci sono accese, e
Penelope si rende conto di aver avuto un incubo. Viene aiutata
a sdraiarsi di nuovo, l'infermiera cerca di calmarla e poi alza le
sponde del letto per evitare che cada ancora.
Dopo un attimo il sudore le si raffredda sul corpo. Non osa
muoversi, ha la pelle d'oca sulle braccia. Rimane sdraiata im-
mobile sulla schiena, con in mano il pulsante del campanello,
a fissare il soffitto. Sente bussare alla porta. Una ragazza con un
nastro colorato intrecciato fra i capelli che le arrivano alla vita
entra e la osserva con sguardo serio e dolce allo stesso tempo.
Dietro di lei c'è un uomo alto, biondo, con i capelli scompi-
gliati e un viso simmetrico e gentile.
« Mi chiamo Saga Bauer », dice la donna. « Sono della Sapo.
E questo è il mio collega della polizia criminale, Joona Linna. »
Penelope li fissa senza muovere un muscolo, poi abbassa gli
occhi per guardarsi le braccia incerottate, i graffi e i lividi e la
flebo nel braccio.
«Ci dispiace molto per quello che ti è successo in questi
giorni », continua la donna. « E siamo perfettamente consape-
voli che vorresti essere lasciata in pace, ma abbiamo davvero bi-
sogno di parlare con te il prima possibile... anzi, dobbiamo ini-
ziare con qualche domanda già adesso. »
Saga Bauer prende la sedia della piccola scrivania e si siede
vicino al letto.
« Lui mi sta ancora inseguendo? » chiede Penelope dopo un
attimo.
« Qui sei al sicuro », risponde Saga.
« Ditemi che è morto. »
«Penelope, dobbiamo...»
« Non siete riusciti a prenderlo », dice lei con voce stanca.
« Lo prenderemo, te lo prometto », replica Saga Bauer. « Ma
tu devi aiutarci. »
Penelope fa un sospiro profondo e poi chiude gli occhi.
« Lo so che non è facile per te, ma per andare avanti abbia-
mo bisogno di risposte che solo tu puoi darci », la incalza Saga.
« Sai perché è successo tutto questo? »
« Chiedetelo a Björn », mormora lei. « Forse lui lo sa. »
« Cos'hai detto? » chiede Saga.
« Ho detto che dovreste chiederlo a Björn », sussurra Pene-
lope e lentamente apre gli occhi. « Chiedetelo a Björn, forse lui
lo sa. »
Ragni e insetti devono averla seguita dal bosco, le si muovo-
no sulla pelle, lei si gratta la fronte, ma Saga le prende le mani
con dolcezza.
« Sei stata braccata », dice. « Non riesco a immaginarmi
quanto debba essere stato terribile, ma abbiamo bisogno di sa-
pere se conosci il tuo inseguitore. L'hai mai incontrato prima? »
Penelope scuote impercettibilmente la testa.
«Anche noi crediamo di no », continua Saga. « Ma forse rie-
sci a descriverci i connotati, un tatuaggio, qualche segno parti-
colare... »
« No », sussurra Penelope.
« Oppure puoi aiutarci a disegnare un identikit, non serve
poi molto perché possiamo iniziare a cercarlo attraverso l'Inter-
pol. »
L'uomo della polizia criminale le si avvicina, e i suoi incre-
dibili occhi grigio chiaro sembrano pietre levigate dall'acqua di
un ruscello.
« Mi è sembrato che facessi segno di no con la testa poco fa »,
dice con voce calma. « Quando Saga ti ha chiesto se hai mai
incontrato prima l'uomo che ti inseguiva... giusto? »
Penelope annuisce.
«Quindi devi averlo visto», continua Joona pacato. «Altri-
menti non potresti sapere di non averlo mai incontrato pri-
ma. »
Penelope tiene lo sguardo fisso davanti a sé e si ricorda che il
killer si muoveva sempre come se avesse tutto il tempo del
mondo a disposizione, ma il tempo andava velocissimo. Nella
sua testa rivede l'attimo in cui lui prendeva la mira mentre lei
era appesa con un cavo all'elicottero. Lo rivede alzare l'arma e
sparare. Senza fretta, per niente nervoso. Rivede il viso di lui
illuminato dal lampo, si erano guardati dritto negli occhi.
« Sappiamo che sei spaventata », continua Joona. « Ma noi... »
Si interrompe quando un'infermiera entra nella stanza per
dire che non sono ancora riusciti a rintracciare la madre di Pe-
nelope.
« Non è a casa e non risponde al... »
Penelope geme e si gira, nasconde il viso nel cuscino. L'in-
fermiera le appoggia una mano sulla spalla nel tentativo di con-
solarla.
«Non voglio», piange Penelope. «Non voglio...»
Arriva anche un'altra infermiera, spiega velocemente che sta
per somministrarle dei tranquillanti.
« Devo chiedervi di andarvene », dice l'infermiera brusca a
Saga e Joona.
« Torneremo più tardi », dice Joona. « Credo di sapere dove
si trova tua madre. Ci penso io. »
Penelope ha smesso di piangere, ma ha ancora il respiro af-
fannoso. Sente che l'infermiera sta preparando le medicine e
pensa che la stanza ricorda una prigione sotterranea. Sua madre
non ci verrà mai. Si morde le labbra e si sforza di trattenere le
lacrime.
Alle volte Penelope è convinta di ricordare i suoi primi anni
di vita. L'odore di corpi sporchi e sudati la riporta alla cella in
cui è nata, alla luce di una torcia che illumina i visi delle pri-
gioniere, all'immagine di sua madre che la affida alle braccia di
qualcun'altra, che poi inizia a sussurrarle una ninnananna all'o-
recchio mentre la donna viene portata via da due guardie.






66.
Senza Penelope.

Claudia Fernandez scende dall'autobus davanti allo Strand
Hotel di Dalarò. Mentre si dirige verso il porto sente svanire
in lontananza il rumore degli elicotteri e delle sirene. Le ricer-
che non possono essere già finite. Devono continuare. Al largo
si vedono alcune imbarcazioni della polizia. Lei si guarda intor-
no. Non ci sono traghetti al momento, nel porto non ci sono
auto.
« Penelope! » urla Claudia rivolta al cielo. « Penelope! »
Si rende conto di come debba apparire agli occhi degli altri,
di come debba sembrare strano il suo comportamento, ma sen-
za Penelope non le rimane più niente.
Si incammina ai bordi dell'acqua. L'erba è secca e bruciata,
ci sono rifiuti ovunque. I gabbiani stridono in lontananza. Lei
comincia a correre, ma ben presto non ce la fa più e torna a
camminare. Villette a schiera con un tocco di riposta eccentri-
cità fanno capolino sul pendio. Si ferma davanti a un cartello
con scritto proprietà privata in bianco. Lo oltrepassa e arriva
su un pontile di cemento: da lì osserva gli scogli. Non si vede
nessuno, pensa, voltandosi di nuovo verso il porto. Un uomo
cammina lungo la strada con la ghiaia e le fa dei cenni. Una
figura scura con la giacca svolazzante. Lei socchiude gli occhi
alla luce del sole. L'uomo le grida qualcosa. Claudia lo guarda
sorpresa. Lui accelera il passo, e adesso lei riesce a distinguere il
suo viso gentile.
« Claudia Fernandez », grida l'uomo.
« Sì, sono io », risponde lei e lo aspetta.
« Mi chiamo John Bengtsson », si presenta lui quando final-
mente la raggiunge. « Mi manda Joona Linna. Ha detto che
forse l'avrei trovata qui. »
« Perché? » chiede lei con voce flebile.
« Sua figlia è viva. »
Claudia guarda l'uomo che ripete quelle parole.
« Penelope è viva », dice lui sorridendole.






67.
Dove confluiscono i soldi.

L'atmosfera nella sede della polizia è molto concitata, quasi fre-
netica. Il pensiero di tutti va ai poliziotti uccisi a Malexander
nel 1999 e alla violenza bestiale di Josef Ek non molto tempo
fa. I giornali parlano del dramma dell'arcipelago, hanno ribat-
tezzato l'assassino « il killer di poliziotti », i giornalisti specula-
no e fanno pressioni sui loro informatori all'interno dell'am-
biente delle forze dell'ordine.
Joona Linna e Saga Bauer stanno andando a una riunione
con il capo della polizia criminale Carlos Eliasson, il capo della
Sàpo Verner Zandén, il commissario con incarico speciale Pet-
ter Nàslund, il capo operativo Benny Rubin e Nathan Pollock
e Tommy Kofoed, della commissione omicidi.
Mentre percorrono il corridoio discutono di quali possibili-
tà ci siano che Penelope Fernandez li possa aiutare a fare pro-
gressi nelle indagini.
« Sono convinto che presto ci dirà qualcosa », dice Joona.
«Non ne sarei così sicura, potrebbe anche chiudersi a ric-
cio », replica Saga.
Anja Larsson è uscita dal suo ufficio, è in piedi in corridoio e
guarda Joona e Saga con occhi tristi. Quando Joona la vede le
fa un gran sorriso, ma mentre entra nella sala conferenze non fa
in tempo a vedere che lei con i pollici e gli indici sta mimando
un cuore per lui.
I due chiudono la porta, si siedono e bisbigliano un saluto a
quelli che hanno già preso posto intorno al tavolo.
«Voglio iniziare dicendo che tutti i sospetti su attentati da
parte di esponenti dell'estrema sinistra sono caduti », esordisce
Saga.
Verner sussurra qualcosa a Nathan Pollock.
« Non è così? » dice Saga con voce ferma.
Verner annuisce. « Sì, è così », conferma schiarendosi la gola.
« Parti dall'inizio », dice Carlos a Saga.
« Bene... Penelope Fernandez è una pacifista, presidente del-
l'associazione Svenska freds », prosegue Saga. « Da anni ha una
relazione con Bjòrn Almskog, che lavora come barman al De-
baser, un club in Medborgarplatsen. Lei abita in Sankt Paul-
sgatan 3, lui in Pontonjàrgatan 47. Penelope Fernandez tiene
appesa una fotografia su una delle porte di casa. »
Via computer Saga Bauer proietta una riproduzione della fo-
tografìa sullo schermo che ricopre una delle pareti della stanza.
«La fotografia è stata scattata nella primavera del 2008 a
Francoforte», spiega.
« Si riconosce Palmcrona », interviene Carlos.
« Esatto », conferma Saga e prosegue indicando le altre per-
sone. « Questo è Pontus Salman, direttore generale della Silen-
cia Defence. E quest'altro è niente meno che Raphael Guidi. E
un noto trafficante d'armi, conosciuto da tempo... Nel suo am-
biente lo chiamano l'Arcangelo, lavora soprattutto in Africa e
in Medio Oriente. »
« E la donna che è con loro a brindare chi è? » chiede Benny
Rubin.
« Si chiama Agathe al-Haji », risponde Saga seria. « E consi-
gliere militare del governo del Sudan, molto vicina al presiden-
te Omar al-Bashir. »
Benny picchia forte una mano sul tavolo e fa un ghigno sco-
prendo i denti rivolto a Pollock, quando questi gli lancia uno
sguardo irritato.
« Ma un incontro di questo tipo, con personaggi come que-
sti, rientra nella normale procedura? » chiede Carlos.
« Sì, credo di sì. Apparentemente non c'è nulla di inusuale »,
risponde Saga. « La fotografia ritrae un incontro su una grossa
fornitura di munizioni fabbricate su licenza per l'esercito del
Sudan. Questo affare venne giudicato rilevante per la sicurezza
politica del paese e sarebbe sicuramente stato concluso se la
Corte Penale Internazionale dell'Aia non avesse emesso un
mandato d'arresto per il presidente al-Bashir. »
« Era il 2009, vero? » chiede Pollock.
« Non me lo ricordo », commenta Carlos.
« Non se ne parlò molto », dice Saga. « Il presidente venne
accusato di tortura, stupro e genocidio in Darfur. »
« Quindi l'affare andò a monte », conclude Carlos.
« Sì », replica lei.
« E cosa c'entra la fotografia? » chiede Verner.
« Penelope Fernandez non sembra ritenerla un documento
scottante, perché la tiene appesa su una delle porte di casa », di-
ce Saga.
« Allo stesso tempo, però, non la considera nemmeno irrile-
vante, perché la tiene sempre in vista», precisa Carlos.
« Non lo sappiamo, forse la teneva lì per non dimenticarsi
come gira il mondo », ipotizza Saga. « Solo uno sparuto gruppo
di persone, nell'ombra, oggi lotta per la pace, mentre i potenti
brindano con lo champagne alla luce del sole. »
« Speriamo di riuscire presto a parlare con Penelope Fernan-
dez, ma siamo abbastanza sicuri che Björn Almskog abbia agito
alle sue spalle », continua Joona. « Forse lui sa qualcosa di più
sulla fotografia, qualcosa che Penelope ignora, forse ci prova e
basta, ma sta di fatto che il 2 giugno, in un internet café, Björn
manda un messaggio ricattatorio a Carl Palmcrona da un indi-
rizzo mail fittizio. La mail segna l'inizio di una breve corrispon-
denza: Björn scrive di sapere benissimo che la fotografìa è im-
barazzante per Palmcrona e per questo è disposto a vendergliela
per un milione di corone. »
« Tipico ricatto », mugugna Pollock.
« Björn usa l'espressione 'fonte di imbarazzo' riferendosi alla
fotografìa », continua Saga. « Il che ci fa dubitare che avesse
realmente capito quanto Palmcrona avrebbe preso sul serio
l'intera faccenda. »
« Björn pensa di avere la situazione sotto controllo », dice
Joona. « Per cui rimane davvero sorpreso quando legge la mail
di risposta, in cui Palmcrona mette in guardia il ricattatore.
Palmcrona spiega che Björn non sa in che guai si stia cacciando
e alla fine lo prega di mandargli la fotografia prima che sia
troppo tardi. »
Joona beve un sorso d'acqua.
« Com'è il tono della mail? » chiede Nathan Pollock secco.
« Si capisce che è preoccupato, ma è anche minaccioso? »
Joona scuote la testa e distribuisce copie dello scambio di
mail ai partecipanti.
«Io non leggo questi messaggi come minacciosi, piuttosto
mi sembrano carichi di grande preoccupazione. »
Tommy Kofoed legge le mail, annuisce, si strofina le guance
butterate e annota qualcosa su un foglio.
« Poi cosa succede? »
« Il mercoledì, prima che la governante vada a casa, Palm-
crona si fa aiutare a fissare un cappio al soffitto. »
Petter scoppia a ridere. « Perché? »
« Perché non ce l'avrebbe fatta da solo, per via dei postumi
di un'operazione alla schiena », risponde Saga.
«Ah, ecco», commenta Carlos con una smorfia.
« Il giorno seguente, all'ora di pranzo... dopo che è stata con-
segnata la posta, supponiamo », continua Joona, « Palmcrona
chiama un numero di Bordeaux e... »
« Non riusciamo a identificare con precisione il numero, so-
lo la provenienza generica », si intromette Saga.
« Il numero è collegato a un centralino e il contatto viene di-
rottato in un altro paese, se non in un altro continente, o forse
di nuovo in Svezia », precisa Joona. « In ogni caso la conversa-
zione è molto breve, quarantatré secondi. Forse Palmcrona la-
scia soltanto un messaggio vocale. Con ogni probabilità rac-
conta della fotografia e della mail con il ricatto e dice che si
aspetta di essere aiutato.
« Perché poco dopo... dopo qualche minuto la governante
telefona a Taxi Stockholm e prenota una vettura per le due
in punto a nome Palmcrona per l'aeroporto di Arlanda. Esat-
tamente un'ora e un quarto dopo quella breve conversazione
squilla di nuovo il telefono. Palmcrona si è già messo il sopra-
bito e le scarpe per uscire, ma risponde comunque. La telefo-
nata arriva da Bordeaux. E lo stesso numero composto da lui in
precedenza. Questa conversazione dura due minuti. Palmcrona
invia un'ultima email al suo ricattatore con queste parole: 'E
troppo tardi. Moriremo entrambi'. Alla governante viene detto
di andarsene, di pagare per la chiamata il taxi che aspetta di sot-
to e tornare a casa. Senza nemmeno togliersi il soprabito Carl
Palmcrona accende la musica, va nel salone, mette in piedi la
valigetta, ci sale sopra e si impicca. »
C'è silenzio intorno al tavolo.
«Ma la storia non finisce qui», dice Joona lentamente.
« Perché la telefonata di Palmcrona ha messo in moto qualco-
sa... Viene ingaggiato un killer internazionale, un esecutore.
Quindi un professionista viene spedito qui per cancellare tutte
le tracce e recuperare la fotografia. »
« Quando mai... voglio dire, in Svezia, capita di avere a che
fare con un killer professionista? » chiede Carlos scettico. « Ci
devono essere in gioco un bel po' di soldi per arrivare a pren-
dere un provvedimento del genere. »
Joona lo guarda inespressivo: «Già».
« Probabilmente Palmcrona al telefono ha letto il messaggio
con il ricatto, che conteneva anche il numero di conto corrente
indicato da Björn », dice Saga.
« E non è poi così difficile rintracciare qualcuno dal numero
di conto », mugugna Verner.
« Palmcrona sta sistemando la valigetta, e più o meno nello
stesso momento Björn si trova in un internet café, il Dream-
bow », continua Joona. « Accede al suo account fittizio e vede
che Carl Palmcrona gli ha risposto. »
« Di sicuro spera che Palmcrona gli abbia scritto di essere di-
sposto a pagare un milione per la fotografia », interviene Saga.
« Invece si trova davanti l'avvertimento di Palmcrona e poi
quella brevissima mail in cui si dice che è già troppo tardi e che
moriranno tutti e due. »
« E adesso tutti e due sono morti », chiosa Pollock.
« Possiamo soltanto immaginare quanto si sia spaventato
Björn », dice Saga. « Non è un ricattatore esperto, ha solo sfrut-
tato un'opportunità quando gli si è presentata. »
« Che cosa fa a questo punto? »
Petter li guarda a bocca aperta. Carlos gli versa un po' d'ac-
qua.
« Björn si ravvede, decide di spedire la fotografia a Palmcro-
na, cerca di rimettere a posto le cose. »
« Ma Palmcrona è già morto quando Björn gli scrive spie-
gando che rinuncia, che gli farà avere l'immagine », dice Joona.
« Il problema è che la fotografìa si trova a casa di Penelope »,
continua Saga. « E lei non sa niente del ricatto. »
« Certo, lui deve recuperare la foto senza far sapere a lei del
tentativo di estorsione », commenta Tommy Kofoed annuendo.
« Non sappiamo in che modo intendesse spiegare a Penelope
che la fotografia era sparita», dice Saga con un sorriso. «Pro-
babilmente ha agito così spinto dal panico, voleva metterci una
pietra sopra, sperava che il tutto si sarebbe risolto mentre loro
erano fuori in barca nell'arcipelago. »
Joona si alza e va alla finestra per guardare fuori. Sul marcia-
piede passa una donna che tiene in braccio un bambino mentre
spinge il passeggino carico di borse della spesa.
« La mattina del giorno dopo Penelope prende un taxi per
andare negli studi televisivi dove interverrà a un dibattito»,
prosegue Saga. « Non appena lei è uscita, Björn si introduce
nel suo appartamento, ruba la fotografia, corre alla stazione
della metro a Slussen, sale su un treno per Centralen, compra
una busta e dei francobolli al Pressbyràn, imbuca la lettera per
Palmcrona, va in un internet café e scrive un'ultima mail a
Palmcrona, nella quale gli dice di aver spedito la fotografia.
Poi Björn torna nel proprio appartamento per prendere la
sua borsa e quella di Penelope, quindi va alla barca, che si trova
al club nautico di Langholmen. Quando ha finito, Penelope
prende la metropolitana a Karlaplan e molto probabilmente
va dritta a Hornstull; da lì fa a piedi l'ultimo pezzo fino a Làn-
gholmen.
«A quel punto l'esecutore ha già setacciato l'appartamento
di Björn e ha appiccato un incendio che distruggerà completa-
mente l'intero piano. »
« Ho controllato il rapporto... Si dice che la causa è un ferro
da stiro che la vicina ha dimenticato acceso », interviene Petter.
« E sicuramente vero », dice Joona.
« Proprio come una fuga di gas avrebbe dovuto essere la causa
dell'incendio nell'appartamento di Penelope », aggiunge Saga.
« Il piano dell'esecutore molto probabilmente era quello di
cancellare tutte le tracce», continua Joona. «Dal momento
che non trova la fotografia a casa di Björn, prima dà fuoco al-
l'appartamento e poi segue il ragazzo in barca. »
« Per cercare quella foto », completa Saga. « Per uccidere
Björn e Penelope facendolo sembrare un incidente. »
« Quello che l'esecutore non poteva sapere era che all'ultimo
minuto i piani erano cambiati e che la sorella di Penelope, Vio-
la, sarebbe andata con loro. »
Joona rimane in silenzio e ripensa alla ragazza morta. Il suo
viso giovane e fragile. Il segno rosso sul petto.
« Mi sono immaginato che i ragazzi si siano fermati su una
qualche isola nella Jungfrufjärden vicino a Dalarö », continua
Joona. «E prima che arrivi il killer, Penelope scende a terra
con Björn, per un non ben precisato motivo. Quando l'esecu-
tore sale sulla barca di Björn, trova Viola. Pensando che la ra-
gazza sia Penelope la annega in una tinozza e poi la mette sul
letto nella cabina di prua. Mentre aspetta Björn con ogni pro-
babilità cerca la fotografia e, non trovandola nemmeno in que-
sta occasione, si prepara a far esplodere l'imbarcazione. Il rap-
porto di Erixon è davanti a voi, sul tavolo. A questo punto non
sappiamo di preciso cosa succede, ma per qualche ragione Pe-
nelope e Björn riescono a sfuggire al sicario.
« La barca con il corpo di Viola Fernandez viene lasciata an-
dare alla deriva. Non riusciamo a ricostruire come fanno a fug-
gire, ma in ogni caso il lunedì sono su Kymmendö. »
Benny accenna un sorriso: « A casa di Ossian Wallenberg? Era
davvero bravo, ma ovviamente la città non faceva per lui... »
Carlos si schiarisce piano la gola e si versa dell'altro caffè.
« L'esecutore si rende conto di averli persi entrambi, quindi
va nell'appartamento di Penelope per continuare a cercare la
fotografìa», continua Joona senza batter ciglio. «Solo che
spuntiamo io ed Erixon a disturbarlo. In quel momento, per
la prima volta, ho davvero capito che abbiamo a che fare con
un grob, un killer di livello internazionale. »
« E molto probabile che sia in grado di accedere ai nostri si-
stemi, ascoltare tutte le nostre comunicazioni radio e così via »,
dice Saga.
« Per questo è riuscito a trovare Björn e Penelope su Kym-
mendö? » chiede Petter.
« Non lo sappiamo », risponde Joona.
« In ogni caso agisce molto velocemente », continua Saga.
« Potrebbe addirittura essere tornato a Dalarö per cercare Pene-
lope subito dopo l'incontro con Joona ed Erixon nel suo appar-
tamento. »
« Quindi si trovava già sul posto quando ho parlato con la
polizia marittima », aggiunge Petter mentre si allunga sul tavo-
lo per prendere il foglio con l'ordine del giorno.
« Poi cosa succede? » chiede Carlos.
« La ricostruzione è solo abbozzata », risponde Petter. « Co-
munque, in qualche modo riesce a prendere il controllo del-
l'imbarcazione della polizia marittima, uccide Lennart Johans-
son e Göran Sjödin, raggiunge Kymmendö, ammazza Björn
Almskog e Ossian Wallenberg, fa saltare in aria la barca, inse-
gue Penelope e abbatte l'elicottero dei soccorsi. »
« E poi scompare », conclude Carlos con un sospiro.
« Però, grazie all'ottimo lavoro di Petter Näslund, Penelope
Fernandez è stata salvata », dice Joona e nota che Pollock si vol-
ta interessato verso Petter.
« La successione precisa degli avvenimenti verrà ricostruita
nei dettagli », precisa Petter in un tono severo che però non rie-
sce a nascondere la soddisfazione per il complimento ricevuto.
« Ci vorrà un sacco di tempo, cazzo », commenta Kofoed
con un sorriso privo di gioia.
« E l'immagine? Dovrà pur significare qualcosa », dice Car-
los.
« E soltanto una stupida foto », ribatte Petter con un sospiro.
« Sette persone sono morte a causa di questa fotografia », di-
ce Joona serio. « E ne moriranno altre se noi non... »
Joona si interrompe e guarda fuori dalla finestra.
« La fotografia è come una serratura che ha bisogno di una
chiave», continua.
« Che chiave? » chiede Petter.
« Il fotografo », risponde Saga.
« L'ha scattata Penelope Fernandez? » si domanda Pollock.
« Spiegherebbe perché è stata inseguita », interviene Carlos a
voce un po' troppo alta.
« Certo », commenta Saga titubante.
« Ma? » chiede Carlos.
« Cosa c'è di sbagliato in questa ipotesi? » chiede Benny.
«Joona ritiene che non sia Penelope ad aver scattato la fo-
to », risponde Saga.
«Ma che cazzo...» Petter quasi sta urlando.
Carlos stringe forte le labbra, guarda il tavolo ed è abbastan-
za intelligente da non commentare.
« Penelope è ancora sotto shock, per cui non sappiamo an-
cora quale sia il suo ruolo », spiega Saga.
Nathan Pollock si schiarisce la voce e fa girare copie del te-
stamento di Carl Palmcrona.
« Palmcrona ha un conto in una banca dell'Isola di Jersey»,
comincia a spiegare.
« Il paradiso fiscale », commenta Petter Nàslund annuendo e
prende il tabacco da mettere sotto il labbro. Si pulisce il pollice
sul tavolo senza notare lo sguardo stanco di Carlos.
«E possibile sapere quanto c'è su questo conto?» chiede
Verner.
« Non c'è possibilità di visionare le sue transazioni », rispon-
de Joona. « Ma stando al testamento si tratterebbe di nove mi-
lioni di euro. »
« La sua situazione finanziaria è sempre stata precaria, per
cui non si capisce come possa aver guadagnato cifre di questo
genere in modo legale », dice Pollock.
«Abbiamo contattato Transparency International, l'organiz-
zazione che combatte la corruzione su scala mondiale, ma non
hanno niente su Carl Palmcrona, né su nessun altro dell'Auto-
rità per il controllo dei prodotti strategici, nemmeno un indi-
zio. »
« L'intero patrimonio sarebbe andato in eredità a un ragazzo
di sedici anni, di nome Stefan Bergkvist, che si è rivelato essere
il figlio di Palmcrona, un figlio che non ha mai conosciuto... Il
ragazzo, però, muore in un incendio a Vasteràs appena tre gior-
ni dopo il suicidio di Palmcrona. »
« E non saprà mai chi era suo padre », aggiunge Saga.
« Secondo il rapporto preliminare della polizia si tratterebbe
di un incidente », dice Carlos.
« Sì, ma davvero qualcuno di voi pensa che l'incendio che ha
ucciso il figlio di Carl Palmcrona tre giorni dopo il suo suicidio
sia una fatalità? » chiede Joona.
« E come potrebbe esserlo... » commenta Carlos.
« Ma tutto questo è una follia », dice Petter infervorandosi.
« Perché qualcuno dovrebbe aver ucciso il figlio che nemmeno
lui aveva mai conosciuto? »
« Di che cazzo stiamo parlando? » interviene Yerner.
« Palmcrona ritorna sempre », dice Joona picchiettando con
un dito sull'uomo sorridente ritratto nell'immagine. « C'è sulla
fotografia, è vittima di un ricatto, viene trovato impiccato, suo
figlio muore e ha nove milioni di euro su un conto. »
« I soldi sono la pista da seguire », commenta Saga.
«Abbiamo analizzato tutta la sua vita», dice Pollock. «Non
ha una famiglia, non ha interessi, non fa investimenti, non
compra o vende azioni... »
« Se è vero che quei soldi si trovano sul suo conto, in qualche
modo i guadagni devono essere legati alla posizione che rico-
priva presso l'Autorità per il controllo dei prodotti strategici »,
dice Joona.
« Potrebbe aver fatto insider trading attraverso dei prestano-
me », ipotizza Verner.
« Oppure potrebbe aver accettato delle tangenti », dice Saga.
« Follow the money », commenta Pollock a bassa voce.
« Dobbiamo parlare con Axel Riessen, che ha preso il posto
di Carl Palmcrona», conclude Joona alzandosi. «Se ci sono
delle anomalie nelle decisioni prese da Palmcrona, a questo
punto lui dovrebbe averle individuate. »






68.
Qualcosa da festeggiare.

In lontananza, verso il Politecnico, Joona sente rumore di
trombe, fischietti e tamburi, concitati e un po' attutiti. Un cor-
teo di manifestanti sta scendendo lungo Odengatan. Saranno
una settantina di ragazzi. Portano striscioni con cui protestano
contro il modo in cui la Sàpo ha trattato i compagni delle Bri-
gate. Joona nota una bandiera con l'arcobaleno e la falce e il
martello sventolare in aria e sente gli slogan scanditi da voci
giovani e chiare:
Polizia uguale fascismo, stato uguale terrorismo!
I cori ripetuti in Odengatan a poco a poco svaniscono men-
tre Joona Linna e Saga Bauer risalgono l'idilliaca Bragevagen,
una viuzza curva che si snoda verso la Engelbrektskyrkan. Dagli
uffici dell'Autorità per il controllo dei prodotti strategici hanno
detto loro che il direttore generale quella mattina avrebbe lavo-
rato da casa.
Sul lato sinistro si trova il bel palazzo privato dove i fratelli
Riessen abitano in due appartamenti distinti. La facciata è im-
ponente ma buia, ha i mattoni a vista, le finestre hanno vetrate
a piombo, ci sono artistici intagli in legno e lavorazioni in rame
annerito intorno ai bovindi e ai comignoli.
Si avviano verso uno dei due portoni, scuri e lucenti, dove
c'è una targa di ottone con il nome Axel Riessen. Saga suona il
campanello. Dopo un attimo apre la porta un uomo alto e ab-
bronzato, con un'espressione gentile in viso.
Saga si presenta come commissario della Sapo e spiega bre-
vemente perché sono lì. Axel Riessen guarda con attenzione il
suo tesserino e poi alza gli occhi verso di loro: « Dubito di po-
tervi essere utile in qualche modo, ma... »
« Be', è sempre un piacere dare un'occhiata in giro », dice
Joona Linna.
Axel lo guarda un po' stupito, ma poi sorride alla battuta
mentre li fa entrare nell'ampio ingresso luminoso. Indossa
dei pantaloni blu scuro, una camicia azzurra abbottonata fino
al collo e delle ciabatte da casa. Prende altre due paia di ciabatte
da un mobiletto basso per Saga e Joona.
« Suggerisco di andare nell'orangerie, di solito è un po' più
fresco. »
I due seguono Axel nell'ampio appartamento, passano da-
vanti a un'imponente scala di mogano, con boiserie scure, e at-
traversano due saloni di fila.
L'orangerie è a vetri e dà sul giardino, cinto da un'alta siepe
che crea un'ombra verdeggiante, sembra una parete di foglie in
movimento. Orchidee poco profumate e piante di spezie sono
ordinatamente allineate su un tavolo e sulle superfici piastrellate.
« Prego, sedetevi », dice Axel indicando le poltroncine. « Sta-
vo proprio per prendere un tè con i crumpet e mi farebbe pia-
cere se voleste farmi compagnia. »
« Non mangio i crumpet dai tempi di una vacanza studio a
Edimburgo », dice Saga con un sorriso.
« Perfetto », commenta Axel soddisfatto ed esce.
Ritorna dopo un paio di minuti con un vassoio di metallo.
Appoggia la teiera, i piattini con le fette di limone e la zucche-
riera al centro del tavolo. I dolci caldi sono avvolti in un panno
di lino, vicino al contenitore del burro. Axel apparecchia per
tre con grande precisione, mette a ciascuno un piattino, una
tazza e un tovagliolo di lino, e poi versa il tè.
Attraverso le porte e le pareti si sente la flebile melodia di un
violino.
« Ditemi, in cosa posso aiutarvi? » chiede Axel.
Saga appoggia piano la tazza, si schiarisce la gola e poi con
voce ferma dice: « Vorremmo farle qualche domanda sull'Au-
torità per il controllo dei prodotti strategici a cui speriamo che
lei possa rispondere ».
« Certo, ma in questo caso devo fare una telefonata per ve-
rificare che sia tutto a posto », ribatte Axel gentile mentre pren-
de il cellulare.
« Naturalmente », dice Saga.
« Mi perdoni, non mi ricordo più il suo nome. »
« Saga Bauer. »
« Posso chiederle di nuovo un documento, Saga Bauer? »
Lei glielo passa, lui si alza ed esce. Lo sentono parlare per un
attimo, poi Axel rientra, ringrazia e restituisce il tesserino.
« L'anno scorso l'Autorità ha concesso il benestare a esporta-
zioni verso Sudafrica, Namibia, Tanzania, Algeria e Tunisia »,
continua Saga come se non ci fosse stata un'interruzione. « Mu-
nizioni per mitragliatrici pesanti, bazooka, lanciagranate anti-
carro, lanciagranate... »
« E i caccia JAS Gripen, naturalmente », conclude Axel. « La
Svezia ha collaborato a lungo con molti di questi paesi. »
« Mai però con il Sudan? »
Lui incrocia di nuovo lo sguardo di Saga, e in volto gli passa
l'ombra di un sorriso. « Non mi pare proprio. »
« Intendo prima del mandato d'arresto del presidente al-Bas-
hir », precisa lei.
«L'avevo capito», ribatte lui divertito. «Altrimenti non ci
sarebbe niente di cui discutere: il mandato costituisce un impe-
dimento assoluto per questo genere di transazioni. Sarebbe im-
pensabile. »
« Lei è forse riuscito a rivedere parte delle decisioni prese da
Palmcrona? » chiede Saga.
« Certo », risponde Axel.
« Ha notato qualche anomalia? »
« Che cosa intende per anomalia? »
« Decisioni che potrebbero sembrare strane », risponde Saga
e sorseggia il tè.
« C'è qualche motivo che ve lo fa credere? » domanda lui.
« E quello che stiamo chiedendo a lei », sorride Saga di ri-
mando.
«Allora posso dire di no. »
« Quanto è andato indietro nel tempo? »
Joona ascolta le domande esperte di Saga su classificazioni,
pareri preliminari e permessi di esportazione, e allo stesso tem-
po osserva il viso tranquillo e assorto di Axel Riessen. D'un
tratto si sente di nuovo la musica di un violino. Viene da fuori,
dalla finestra aperta sul giardino. E una mazurca, dalle note
acute e tristi. Poi il violino si interrompe bruscamente, rico-
mincia dall'inizio, si ferma e poi prosegue ancora.
Joona ascolta la musica e ripensa alle quattro persone della
fotografia nel loro palco privato. Inconsciamente appoggia una
mano sulla borsa dove tiene una copia dell'immagine.
Pensa a Palmcrona, al suo corpo penzolante dal soffitto con
una corda stretta intorno al collo, al testamento e alla morte del
figlio.
Nota che Saga annuisce a qualcosa che dice Axel. Un lampo
verde passa tremolante sul viso di Riessen, dev'essere qualcosa
che si riflette nel vassoio sul tavolo.
Palmcrona ha capito immediatamente la gravità della situa-
zione, riflette Joona. L'unico dettaglio che Björn Almskog ha
avuto bisogno di citare nella sua mail era che Palmcrona era
stato fotografato in un palco insieme al trafficante d'armi Ra-
phael Guidi. Cari Palmcrona non aveva dubitato nemmeno un
istante dell'autenticità della fotografìa.
Forse ne era già a conoscenza.
Oppure il fatto che il ricattatore sapesse di quell'incontro era
in se stesso una prova dell'esistenza della foto. Altrimenti non
avrebbe potuto saperlo.
Axel versa ancora un po' di tè a Saga. Lei si pulisce la bocca
dalle briciole.
Qualcosa non quadra, pensa Joona.
Pontus Salman ha indicato il momento esatto dell'incontro.
Non sembrava pensare che la fotografia fosse compromettente.
E allora perché era così importante agli occhi di Palmcrona?
Sente Axel e Saga discutere di come l'efficienza della politica
di sicurezza cambi nel caso in cui venga posto o revocato l'em-
bargo verso un paese.
Ogni tanto Joona fa di sì con la testa, in modo che pensino
che stia seguendo il discorso; invece continua a riflettere sulla
fotografia.
Nel palco privato il tavolo era apparecchiato per quattro
persone, e nell'immagine in effetti si vedono quattro persone.
Questo implica che la quinta persona, quella che impugna la
macchina fotografica, non appartiene al gruppo degli ospiti e
non verrà invitata a prendere posto al tavolo, con in mano
un bicchiere di champagne.
La quinta persona potrebbe ancora avere una risposta a tutto.
Dobbiamo riuscire a far parlare Penelope Fernandez al più
presto, pensa Joona. Perché anche se non è stata lei a scattare la
fotografia, potrebbe comunque essere la chiave che risolve il
mistero.
Torna con la mente alle persone ritratte: Carl Palmcrona,
Raphael Guidi, Agathe al-Haji e Pontus Salman.
Joona ripensa all'incontro con Pontus Salman, a quando
aveva indicato se stesso sulla fotografìa. L'unica osservazione
degna di nota, secondo lui, era il fatto che Carl Palmcrona
non avesse rifiutato lo champagne, dal momento che non c'era
niente da festeggiare, si trattava soltanto di un incontro preli-
minare.
E se invece ci fosse stato qualcosa da festeggiare?
Il battito di Joona accelera.
Forse un secondo dopo tutti e quattro hanno alzato i bic-
chieri per brindare.
Pontus Salman aveva indicato se stesso e collocato l'incontro
nel tempo e nello spazio.
Ma se avesse mentito?
Il momento in cui è stata scattata la fotografia, pensa Joona,
potrebbe essere un altro.
Sappiamo soltanto quello che ci ha detto Pontus Salman,
che l'incontro è avvenuto a Francoforte nella primavera del
2008.
Abbiamo bisogno dell'aiuto di Penelope Fernandez.
Joona si guarda le mani appoggiate sulla borsa. Riflette che
dev'essere possibile identificare i musicisti sullo sfondo dell'im-
magine, si distinguono chiaramente i loro visi. Qualcuno deve
pur conoscerli.
Perché se riuscissimo a identificare i musicisti, allora forse si
potrebbe stabilire con certezza quando è avvenuto l'incontro.
Si tratta di quattro persone che suonano, un quartetto.
Magari i quattro hanno suonato insieme soltanto in quel-
l'occasione. Allora non ci sarebbero più dubbi.
Certo, si dice. Avrebbero dovuto averlo già fatto. Decide che
lascerà Saga da Axel Riessen e tornerà alla sede della polizia,
parlerà con Petter Nàslund e gli chiederà se hanno pensato
che la formazione dei musicisti potrebbe indicare l'esatta collo-
cazione temporale.
Osserva Saga, la vede sorridere ad Axel mentre gli chiede in-
formazioni sul consolidamento dell'industria della difesa ame-
ricana. Cita due dei nuovi colossi, Raytheon e Lockheed Mar-
tin.
Dalla finestra aperta arriva ancora musica di violino. Questa
volta è un pezzo più veloce. Si interrompe di colpo.
« Chi è che sta suonando? » chiede Joona alzandosi.
«Mio fratello Robert», risponde Axel con un tono lieve-
mente sorpreso nella voce.
« Capisco... è un violinista? »
«L'orgoglio della famiglia... ma prima di tutto è un liutaio,
il suo laboratorio è in casa, qui sul retro. »
« Pensa che potrei chiedergli una cosa? »






69.
Il quartetto d'archi.

Joona segue Axel sul retro, dal pavimento di marmo. Si sente
un intenso profumo di lillà. Arrivano al laboratorio e bussano.
Il violino smette di suonare, e la porta viene aperta da un uomo
di mezz'età dai capelli folti, con un bel viso intelligente e un
corpo che una volta doveva essere snello, ma che con gli anni
si è decisamente appesantito.
« La polizia vuol parlare con te », dice Axel serio. « Sei sospet-
tato di comportamento irritante. »
« Ebbene sì, lo confesso », dice Robert.
« Simpatico », commenta Joona.
« C'è qualcos'altro? »
« In effetti abbiamo un po' di casi irrisolti », dice Joona.
« Eccomi, sono io il colpevole! »
« Be', allora grazie... » scherza Joona e stringe la mano a Ro-
bert. « Joona Linna, polizia criminale. »
« Di cosa si tratta? » chiede Robert sorridente.
« Stiamo indagando su una morte improvvisa, quella dell'ex
direttore generale dell'Autorità per il controllo dei prodotti
strategici, per questo ho parlato con suo fratello. »
« Di Palmcrona non so niente di più di quello che si legge
sui giornali. »
« Posso entrare un attimo? »
« Ma certo. »
« Io torno dalla sua collega », dice Axel e chiude la porta alle
spalle di Joona.
Il soffitto del laboratorio è basso e inclinato, come quello di
una mansarda. L'ambiente sembra essere stato ricavato in quel-
lo che un tempo doveva essere un deposito; una bella scala di
legno verniciato porta giù all'officina. L'aria è pervasa da un
odore forte, un misto di legno fresco appena segato, resina e
trementina. Ci sono appesi ovunque pezzi di violino, legno
scelto, pezzi intagliati, attrezzi speciali, pialle delle dimensioni
di cavatappi e scovolini.
« L'ho sentita suonare dalla finestra », dice Joona.
Robert annuisce e indica un violino molto raffinato.
« Devo lavorarci ancora un po'. »
« L'ha costruito lei? »
« Sì. »
« Davvero bellissimo. »
« Grazie. »
Robert prende il violino e lo porge a Joona. Quello stru-
mento lucente sembra quasi privo di peso. Joona lo gira e lo
annusa.
« Il segreto è la vernice », commenta Robert e ripone lo stru-
mento in una custodia foderata di rosso cupo.
Joona apre la borsa, prende la cartellina di plastica e mostra
la fotografia che Bjòrn Almskog ha spedito a Cari Palmcrona.
« Palmcrona », dice Robert.
« Sì. Lei è in grado di riconoscere le persone che si vedono
sullo sfondo, i musicisti? »
Robert guarda di nuovo l'immagine e annuisce.
« Questo è Martin Beaver », dice indicandolo con un dito.
«Kikuei Ikeda... Isomura e Clive Greensmith al violoncello.»
« Sono famosi? »
Robert fa un sorriso forzato alla domanda.
« Sono praticamente una leggenda... Tokyo String Quartet. »
«Tokyo String Quartet... Sono le stesse quattro persone
ogni volta? »
« Sì. »
« Sempre? »
« Da parecchio tempo. Hanno molto successo. »
« Nota qualcosa di particolare in quest'immagine? »
Robert osserva attentamente la foto.
« No », risponde dopo un attimo.
« Suonano solo a Tokyo? » chiede Joona.
« Suonano in tutto il mondo, ma gli strumenti sono di pro-
prietà di una fondazione giapponese. »
« E una cosa normale? »
« Sì, quando si tratta di strumenti davvero speciali », rispon-
de Robert serio. « E questi che vede in fotografìa senza dubbio
sono tra i più famosi al mondo. »
« Ho capito. »
« Il quartetto Paganini », dice Robert.
« Il quartetto Paganini », ripete Joona e guarda di nuovo i
musicisti.
Il legno rimanda riflessi scuri, i vestiti neri dei quattro si
specchiano sulla vernice.
«Sono degli Stradivari», racconta Robert. «Lo strumento
più antico è il 'Desaint', un violino del 1680... Lo suona Kikuei
Ikeda. Martin Beaver invece ha il violino che Paganini acquisì
dal conte Cozio di Salabue. »
Robert rimane in silenzio e guarda Joona con aria interroga-
tiva, ma lui gli fa cenno di proseguire: « Tutti e quattro gli stru-
menti appartenevano a Niccolò Paganini, non so quanto ne
sappia su di lui... Era un virtuoso, violinista e compositore.
Scrisse dei brani che all'epoca vennero considerati ridicoli, per-
ché impossibili da eseguire, finché lo stesso Paganini non si mi-
se a suonare il violino. Dopo la sua morte dovettero passare de-
cine di anni prima che qualcun altro riuscisse a suonarli... e al-
cune delle sue tecniche ancora oggi sono considerate impossi-
bili... Già, esistono moltissime leggende su Paganini e i suoi
duelli a colpi di violino. L'esecutore per antonomasia».
Cala il silenzio. Joona guarda ancora una volta la fotografia,
i quattro uomini seduti sullo sfondo. Osserva i loro strumenti.
«Quindi i Tokyo String Quartet suonano spesso insieme
con questi strumenti? »
« Sì, tengono forse otto, nove concerti al mese. »
« Quando pensa che sia stata scattata questa fotografìa? »
«Non può avere più di dieci anni... Voglio dire, se guardo
Martin Beaver che ho incontrato un paio di volte. »
« Magari si potrebbe risalire alla data precisa identificando il
luogo... »
« Questa è l'Alte Oper di Francoforte. »
« E sicuro? »
« So che suonano lì tutti gli anni », dice Robert. « Spesso an-
che più di una volta all'anno. »
« Perkele», mormora Joona.
Ci deve essere un modo per stabilire con certezza il momen-
to in cui è stata scattata la fotografia, per smentire o confermare
la versione di Pontus Salman.
Joona apre la cartelletta di plastica per riporre la foto, pensa
che probabilmente Penelope è l'unica che può far luce sulle cir-
costanze.
Guarda di nuovo l'immagine, osserva uno dei violinisti, il
movimento dell'arco, il gomito alto, e poi fissa i suoi occhi gri-
gio chiaro su Robert.
« Suonano sempre gli stessi pezzi durante le loro tournée? »
«Gli stessi? No, no... Hanno presentato tutti i quartetti di
Beethoven, e solo questo comporta un programma piuttosto
vario. Naturalmente però suonano anche moltissimo altro,
qualche volta Schubert e Bartòk. E Brahms, mi sembra. L'elen-
co è lungo... Debussy, Dvorak, Haydn, tantissimo Mozart e
Ravel eccetera eccetera. »
Joona fissa il vuoto, poi si alza, fa qualche passo nel labora-
torio, si ferma e si gira verso Robert.
« Mi è venuta un'idea », dice con rinnovato entusiasmo. « Par-
tendo dall'immagine, se si guardano le mani dei musicisti... sa-
rebbe possibile risalire al pezzo che stanno suonando? »
Robert apre e chiude la bocca, scuote la testa, ma torna co-
munque a guardare la foto con un sorriso: sotto la luce dei ri-
flettori sul palco dell'Alte Oper si vedono suonare i Tokyo
String Quartet. Clive Greensmith ha un'espressione impazien-
te sul viso magro, la sua fronte alta risplende. E Kikuei Ikeda
esegue una nota acuta con il mignolo sinistro sul manico del
violino.
« Purtroppo è impossibile, potrebbe trattarsi... di qualunque
nota, direi, ma... »
« Forse però con una lente d'ingrandimento... Si potrebbero
vedere le dita, le corde, il manico dello strumento... »
«Certo, in teoria, ma...»
Scuote la testa sospirando.
« Conosce qualcuno che potrebbe aiutarmi? » continua Joo-
na con una dura nota di ostinazione nella voce. « Un musicista
o un lettore del conservatorio che magari potrebbero analizzare
questa fotografia per noi? »
« Vorrei potervi... »
« Non funzionerà, vero? » chiede Joona.
« Credo proprio di no », risponde Robert facendo spallucce.
« Se nemmeno Axel ci è riuscito, allora penso che sia impossi-
bile. »
« Axel? Suo fratello? »
« Lui non ha visto la fotografìa? » domanda Robert.
« No », risponde Joona.
« Ma lei ha parlato con lui. »
« Non di musica... E lei il musicista », dice Joona sorridendo.
« Provi comunque a parlargliene », conclude Robert.
« Perché dovrei... »
Joona si interrompe quando sente bussare alla porta del la-
boratorio. Nello stesso istante entra Saga Bauer. La luce del so-
le le fa brillare i capelli biondi.
« Axel è qui? » chiede.
« No », risponde Joona.
« Altra polizia criminale? » domanda Robert e sorride.
« Sàpo », risponde Saga secca.
Il silenzio che segue dura un po' troppo. Robert non riesce a
toglierle gli occhi di dosso. Non si stanca di guardarla, di guar-
dare i suoi grandi occhi di un blu incredibile e le graziose lab-
bra rosa chiaro.
« Non sapevo che la nostra intelligence avesse un distacca-
mento tra le fate», dice e non riesce a trattenere un sorriso;
poi cerca di tornare serio. « Mi scusi, non era mia intenzione,
ma lei somiglia davvero a una fata o a una principessa delle fa-
vole. »
« L'apparenza inganna », commenta lei brevemente.
« Robert Riessen », si presenta lui porgendole la mano.
« Saga Bauer. »






70.
Una sensazione.

Joona Linna e Saga Bauer lasciano la casa della famiglia Riessen
e salgono in macchina. Il telefono di Saga vibra, lei legge il
messaggio e sorride.
« Io pranzo a casa », dice Saga arrossendo.
« Che ore sono? »
« Le undici e mezzo. Tu continui a lavorare? »
« No, vado a un pranzo con concerto al Södra insieme a un
amico. »
« Allora potresti darmi un passaggio fino a Söder, io abito in
Bastugatan. »
« Posso anche accompagnarti a casa, se vuoi », dice lui.
Joona era andato nel laboratorio di Robert Riessen, mentre
Saga era rimasta da Axel. Lui aveva appena iniziato a raccontare
della sua carriera alle Nazioni Unite quando gli era squillato il
telefono. Axel aveva guardato il display, si era scusato ed era
uscito dalla stanza. Saga era rimasta lì ad aspettare, ma dopo
un quarto d'ora aveva cominciato a cercarlo. Non riuscendo
a trovarlo era andata nel laboratorio di Robert Riessen. Insieme
a lui e a Joona poi aveva cercato ancora Axel, ma avevano do-
vuto constatare che era uscito di casa.
« Cosa volevi sapere dal fratello di Axel Riessen? »
« Ho una sensazione... » mormora Joona.
« Evviva », mugugna Saga. « Una sensazione. »
« Senti... Abbiamo mostrato la fotografia a Pontus Salman »,
continua Joona. « Lui ha indicato se stesso, ci ha raccontato
apertamente dell'incontro a Francoforte, dei rapporti d'affari
con il governo del Sudan e di come poi le trattative si fossero
interrotte quando la Corte dell'Aia aveva emesso un mandato
d'arresto per... »
Smette di parlare, gli squilla il cellulare, lo prende senza di-
stogliere lo sguardo dal traffico e risponde:
« Hai fatto in fretta ».
« Il periodo corrisponde », dice Anja Larsson. « I Tokyo
String Quartet hanno suonato alla Alte Oper e Pontus Salman
era a Francoforte. »
« Ho capito », dice Joona.
Saga lo guarda mentre ascolta attento, annuisce e poi ringra-
zia prima di chiudere la conversazione.
« Quindi Pontus Salman ha detto la verità? » chiede Saga.
« Non lo so ancora. »
« Ma la data è stata confermata? »
« Sappiamo soltanto che Pontus Salman è andato a Franco-
forte e che i Tokyo String Quartet hanno suonato all'Alte
Oper... ma Pontus è stato a Francoforte molto spesso, e i To-
kyo String Quartet suonano all'Alte Oper almeno una volta al-
l'anno. »
« Stai dicendo che pensi ti abbia mentito sulla data anche se
è stata confermata? »
«No, ma... non lo so, come ti ho detto è solo una sensazio-
ne », dice Joona. « Ci sarebbero molti buoni motivi per mentire
se lui e Carl Palmcrona hanno portato avanti delle trattative
con Agathe al-Haji dopo il mandato d'arresto. »
« Sarebbe un reato, cazzo, esportazione di armi consegnate
direttamente alle milizie nel Darfur, vorrebbe dire aver infranto
leggi internazionali e... »
« Abbiamo creduto a Pontus Salman perché ha indicato su-
bito se stesso », dice Joona. « Ma il fatto che abbia detto una
verità non implica che abbia detto tutta la verità. »
 « E questa la tua sensazione? »
« No, è stato qualcosa nella voce di Salman... Quando ha
detto che l'unica osservazione degna di nota rispetto all'imma-
gine era che Carl Palmcrona non avesse rifiutato lo champa-
gne. »
« Perché non c'era niente da festeggiare », dice Saga.
« Sì, ha detto proprio così, ma la mia sensazione mi dice in-
vece che qualcosa da festeggiare c'era, che hanno brindato con
lo	champagne perché avevano raggiunto un accordo. »
« I fatti smentiscono la tua affermazione. »
« Ma pensa alla fotografìa », continua Joona testardo. « C'è
una certa atmosfera nel loro palco e... i loro visi sono raggianti,
il	contratto è stato sottoscritto... »
«Ma anche se questo dovesse corrispondere al vero, non
possiamo stabilire il momento esatto senza Penelope Fernan-
dez. »
« Cosa dice il suo dottore? » chiede Joona.
« Che potremo parlare con lei molto presto, ma che è ancora
troppo provata sul piano psichico. »
« Non abbiamo idea di cosa sappia veramente », riflette Joona.
«No, ma non abbiamo nient'altro a cui aggrapparci...»
« La fotografia », insiste Joona secco. « Sullo sfondo si vedo-
no quattro musicisti, e forse studiando le loro mani si potrebbe
risalire al pezzo che stanno suonando, in modo da stabilire la
data precisa. »
«Joona», sospira lei.
« Cosa? » dice lui sorridendo.
«Cazzo, questa è una cosa folle... spero che tu te ne renda
conto. »
« Robert ha detto che in teoria sarebbe possibile. »
« Dobbiamo aspettare che Penelope stia un po' meglio. »
« Provo a chiamare », dice Joona prendendo il telefono, poi
compone un numero della polizia e chiede di parlare con la ca-
mera U12.
Saga fissa lo sguardo sul suo viso tranquillo.
«Mi chiamo Joona Linna, sono...»
Rimane in silenzio, e un gran sorriso gli si disegna in faccia.
« Certo che mi ricordo di lei e del suo cappotto rosso », dice
e poi ascolta. «Sì, ma... Pensavo che avrebbe proposto l'ipno-
si... »
Saga sente la persona al telefono ridere alla battuta.
« No », dice lui. « Seriamente... Abbiamo davvero bisogno di
parlare con lei. »
Joona diventa serio.
« Capisco, ma... la cosa migliore sarebbe che lei la convinces-
se... Okay, in qualche modo faremo... Arrivederci. »
Joona chiude la conversazione e svolta in Bellmansgatan.
« Stavo parlando con Daniella Richards », spiega a Saga.
« Cosa dice? »
« Secondo lei possiamo interrogare Penelope tra un paio di
giorni, ma prima bisogna trovare un'altra sistemazione... Si ri-
fiuta di continuare a stare nel bunker sotterraneo e dice... »
« Non esiste un posto più sicuro. »
« Ma se lei si rifiuta... »
« Le spiegheremo che è troppo pericoloso. »
« Lo sa meglio di noi », commenta Joona.






71.
Sette milioni di possibilità.

Disa e Joona sono seduti uno di fronte all'altra a un tavolo nel-
la sala da pranzo dell'Etablissement. La luce del sole inonda il
locale entrando dalle enormi finestre che danno su Gamia
Stan, Skeppsholmen e sull'acqua scintillante. Hanno mangiato
aringhe affumicate con purè e mirtilli rossi selvatici e stanno
bevendo gli ultimi sorsi di birra. Sul piccolo palco, davanti a
un pianoforte a coda nero, è seduto Ronald Brautigam, mentre
Isabelle van Keulen tiene il gomito destro alzato per completare
il movimento dell'arco.
La musica si interrompe, l'ultima nota di violino vibra nel-
l'aria, aspetta il piano e poi finisce in un suono acuto e tremo-
lante.
Joona e Disa escono dal ristorante dopo il concerto, arrivano
in piazza Mosebacke, si fermano e rimangono lì a guardarsi.
« Cos'è questa storia di Paganini? » chiede lei sistemandogli
il collo della camicia. « Ne hai parlato anche prima. »
Lui le prende dolcemente la mano.
«Volevo solo vederti...»
« Così posso litigare con te perché non prendi la tua medi-
cina? »
« No », ribatte lui serio.
«Allora la prendi? »
« La prenderò presto », risponde lui con un filo d'impazienza
nella voce.
Lei non dice più niente, lascia riposare per un attimo i suoi
occhi verde chiaro in quelli di lui. Poi fa un sorriso e propone
di andare.
« Comunque il concerto è stato molto bello », commenta
Disa. « La musica sembrava perfettamente intonata con la luce
fuori, era dolce... Pensavo che Paganini fosse sempre... Sai, un
virtuoso, capace soltanto di essere veloce... Un esecutore senz'a-
nima, ecco. Una volta ho sentito suonare il Capriccio n. 5 da
Yngwie Malmsteen a Gròna Lund. »
« Quando stavi con Benjamin Gantenbein. »
« Siamo diventati amici su Facebook, dopo tutti questi an-
ni. »
Passano Slussen camminando mano nella mano, poi scen-
dono verso Skeppsbron.
« Guardando le dita sarebbe possibile capire quali note una
persona sta suonando sul violino? » chiede Joona.
« Intendi senza sentire la musica? »
« Su una fotografia. »
« Sì, forse sì, direi... Dipende da quanto a fondo uno cono-
sce lo strumento », risponde lei.
« Ma quanto si può essere precisi? »
«Posso chiedere a Kaj, se è una cosa importante», dice lei.
« Kaj? »
« Kaj Samuelsson dell'Accademia di musica. Lo conosco tra-
mite mio padre. »
« Lo puoi chiamare? »
«Okay», risponde Disa alzando lievemente il sopracciglio.
«Vuoi che gli telefoni adesso?»
« Sì. »
Lei gli lascia la mano, prende il cellulare, fa scorrere i nomi
della rubrica e poi chiama il professore.
«Sono Disa», dice sorridendo. «Stai mangiando?»
Joona sente una voce maschile parlare vivacemente. Dopo
aver scambiato due chiacchiere, Disa dice: « Senti, sono qui
con un mio amico che vuole che ti faccia una domanda ».
Lei ride a qualcosa che le viene detto, poi va dritto al punto:
«È possibile capire quali note sta suonando un violinista...
No... Voglio dire, dalle dita».
Joona osserva Disa che ascolta con la fronte corrugata. Dalle
stradine di Gamia Stan arriva la musichetta di una marcia.
« Ho capito », dice Disa dopo un attimo. « Senti, Kaj, forse è
meglio che vi parliate direttamente. »
Senza aggiungere altro passa il telefono a Joona.
« Joona Linna. »
« Di cui Disa parla così tanto », commenta Kaj Samuelsson
con voce allegra.
« Un violino ha solo quattro corde », inizia Joona. « Non do-
vrebbe essere possibile suonare poi così tante note...»
« Che cosa intende con 'suonare'? » domanda il professore.
« La nota più grave dev'essere un sol », dice Joona calmo. « E
da qualche parte ci sarà anche una nota acuta che... »
« Sì, è una buona teoria, però... » lo interrompe il professore.
« Padre Mersenne diede alle stampe Harmonie Universelle nel
1636. In quell'opera sosteneva che i migliori violinisti sono
in grado di suonare fino a un'ottava sopra ogni corda. Significa
che l'estensione va da un sol2 a un mi5... la qual cosa dà come
risultato trentaquattro note in una scala cromatica. »
« Trentaquattro note », ripete Joona.
« Ma se consideriamo dei musicisti di epoca un po' più re-
cente», continua Samuelsson divertito, «allora l'estensione si
amplia secondo il nuovo posizionamento delle dita... e si co-
mincia a far conto di riuscire a raggiungere un la5; quindi si
ottiene una scala cromatica con trentanove note. »
« Continui », dice Joona mentre Disa si ferma davanti a una
galleria che espone strani dipinti, quasi indistinguibili l'uno
dall'altro.
«Anche se già quando Richard Strauss rivide il trattato di
strumentazione di Berlioz il sol5 era considerato la nota più
acuta possibile per un violinista in un'orchestra, il che compor-
ta quarantanove note. »
Kaj Samuelsson ridacchia al telefono sentendo il silenzio
pieno di aspettativa di Joona.
« Il limite superiore è ben lungi dall'essere stato raggiunto »,
spiega il professore. « E volendo si può aggiungere un intero re-
gistro di armonici e di quarti di tono. »
A Slottskajen Joona e Disa passano di fianco a una nave vi-
chinga appena costruita e poi si dirigono verso Kungstradgàr-
den.
« E su un violoncello? » butta lì Joona impaziente.
« Cinquantotto », risponde lui.
Disa gli lancia uno sguardo seccato e indica un locale all'a-
perto.
« In realtà, io vorrei chiederle di dare un'occhiata a una foto-
grafia che ritrae quattro musicisti: due violini, una viola e un
violoncello », dice Joona. « Guardando l'immagine, che è mol-
to nitida, lei sarebbe in grado di risalire al pezzo che stanno
suonando i musicisti a partire dalle loro dita, dalle corde e
dai manici degli strumenti? »
Joona sente Kaj Samuelsson mugugnare qualcosa tra sé e sé.
«Ci sarebbero tantissime possibilità, migliaia...»
Disa fa spallucce e si allontana senza guardarlo.
« Sette milioni di combinazioni », aggiunge Kaj Samuelsson
dopo un attimo.
« Sette milioni », ripete Joona.
Segue una nuova pausa di silenzio.
« Ma sulla mia fotografia », continua Joona testardo fino in
fondo, « si vedono chiaramente le dita e le corde, e si possono
escludere con ragionevole certezza parecchie alternative. »
« Guarderò volentieri la fotografia », risponde il professore.
« Ma non riuscirò a risalire con certezza alle note, non è possi-
bile e... »
« Ma... »
« E poi pensi, Joona Linna », continua l'altro serafico. « Met-
ta anche di riuscire a indovinare queste note improbabili... Co-
me farebbe poi a trovarle fra migliaia di quartetti d'archi: Bee-
thoven, Schubert, Mozart... »
« Ho capito, è impossibile », lo interrompe Joona.
« Sì, penso proprio di sì », dice Kaj.
Joona ringrazia il professore per la conversazione e poi va a
sedersi di fianco a Disa che lo sta aspettando sul bordo di una
fontana. Lei appoggia una guancia sulla sua spalla. Nel mo-
mento in cui la abbraccia, Joona si ricorda le parole di Robert
Riessen a proposito di suo fratello: Se nemmeno Axel ci e riusci-
to, allora penso che sia impossibile.






72.
L'enigma.

Mentre cammina a passo svelto sul marciapiede in Bragevàgen,
Joona Linna sente i bambini della scuola tedesca ridere e gridare.
Suona alla porta di Axel e intuisce un gradevole campanello
risuonare all'interno. Aspetta un momento e poi decide di fare
il giro della casa. D'un tratto sente come uno stridio. Sembra
uno strumento ad arco. Joona intravede qualcuno all'ombra di
un albero e si tiene a distanza. All'esterno, sul pavimento di
marmo, c'è una ragazza con un violino. Avrà forse quindici an-
ni. Ha i capelli cortissimi e dei disegni sulle braccia. Accanto
c'è Axel Riessen che annuisce e, incuriosito, rimane ad ascoltar-
la quando lei fa passare l'arco sulle corde. Sembra che sia la pri-
ma volta che prende in mano quello strumento. Potrebbe esse-
re la figlia di Axel, o una nipote, perché lui la guarda assorto,
con occhi affettuosi e attenti.
L'arco va di traverso sulle corde, producendo un suono stra-
scicato, cigolante.
« E proprio scordato », dice lei cercando di spiegare quel suo-
no terribile.
Poi fa un sorriso e restituisce cauta lo strumento.
« Suonare il violino significa avere orecchio », spiega Axel pa-
ziente. « Bisogna ascoltare, sentire la musica dentro di sé e ri-
produrla nella realtà. Niente di più e niente di meno, sempli-
cemente. »
Si appoggia il violino sulla spalla e suona La seguidilla, dalla
Carmen di Bizet, poi si ferma e le mostra il violino.
«Adesso accordo le corde un po' a caso, così e così », dice lui
e gira i piroli diverse volte in ogni verso.
« Perché... »
« Il violino ora non è più accordato », continua lui. « Se aves-
si imparato il pezzo solo in maniera meccanica, studiando l'e-
satta posizione delle dita, così come ho appena suonato, otter-
rei questo risultato. »
Esegue di nuovo La seguidilla, e questa volta è tremenda, a
malapena riconoscibile.
« Bello », scherza lei.
« Se invece si ascoltano le corde », dice lui e pizzica quella del
mi. « Senti? E troppo bassa, ma non importa, basta compensare
prendendo la nota più in alto sul manico. »
Joona osserva Axel Riessen riposizionare il violino sulla spal-
la e suonare il pezzo sullo strumento non più accordato, met-
tendo le dita in posizioni davvero strane, in modo però da ot-
tenere tutte le note corrette. La seguidilla è di nuovo perfetta.
« Sei un mago! » esclama la ragazza ridendo e battendo le
mani.
« Buongiorno. » Joona si fa avanti e stringe prima la mano di
Axel, poi quella della ragazza.
Joona tiene gli occhi fissi su Axel che ha ancora in mano il
violino scordato.
« Stupefacente. »
Axel segue il suo sguardo puntato sullo strumento e scuote la
testa. « Non suono più da trentaquattro anni », dice con uno
strano tono di voce.
« Tu ci credi? » chiede Joona alla ragazza.
Lei annuisce e poi fa un commento misterioso: « Non vedi
l'aura? »
« Beverly», dice Axel piano.
Lei lo guarda sorridendo e poi sparisce in mezzo agli alberi.
Joona fa un cenno rivolto ad Axel: « Ho bisogno di parlare
con lei ».
« Non volevo sparire. Mi scusi », dice Axel mentre inizia ad
accordare di nuovo il violino. « Ma ho avuto un'emergenza. »
« Nessun problema; come vede, sono tornato. »
Joona nota che Axel sta osservando la ragazza mentre racco-
glie dei fiori all'ombra, nel prato.
« In casa c'è un vaso? » chiede lei.
« In cucina », risponde Axel.
Lei si avvia con il suo mazzolino di fiori di tarassaco già sfio-
riti, bianchi palloncini di semi.
« Sono i suoi preferiti », commenta Axel e poi prova la corda
del sol, gira il pirolo e appoggia il violino sul tavolo con il mo-
saico.
« Vorrei che desse un'occhiata a questa », dice Joona toglien-
do la fotografia dalla cartellina di plastica.
Si siedono al tavolo. Axel prende gli occhiali dalla tasca e os-
serva attentamente l'immagine.
« Quando è stata scattata? » chiede conciso.
« Non lo sappiamo, probabilmente primavera 2008 », ri-
sponde Joona.
«Ah», dice Axel e sembra più rilassato.
« Riconosce queste persone? » chiede Joona pacato.
« Certo. Palmcrona, Pontus Salman, Raphael Guidi e... Aga-
the al-Haji. »
« In realtà, però, sono qui perché vorrei che lei guardasse i
musicisti sullo sfondo. »
Axel rivolge a Joona uno sguardo interrogativo, poi osserva
di nuovo la foto.
«Tokyo String Quartet... sono bravi», dice in tono neutro.
« Sì, però mi chiedo... Se per una persona davvero esperta sia
possibile risalire... insomma, se partendo dall'immagine sia
possibile risalire al pezzo che il quartetto sta eseguendo. »
« Domanda interessante. »
«E possibile arrivare a una risposta certa? Kaj Samuelsson
pensa di no, e quando suo fratello Robert ha visto l'immagine
ha detto che è assolutamente improbabile. »
Joona si china in avanti, gli occhi gli diventano dolci e caldi
nell'ombra intensa. « Per suo fratello sembra un dato di fatto
che nessuno possa farcela, se nemmeno lei è in grado di rispon-
dere alla mia domanda. »
Axel accenna un sorriso: « Ha detto proprio così? »
« Sì », risponde Joona. « Ma non ho ben capito cosa inten-
desse... »
«Nemmeno io... » commenta Axel.
« Vorrei comunque che guardasse l'immagine con una lente
d'ingrandimento. »
«Lei ritiene che in questo modo si potrebbe stabilire con
certezza il momento esatto dell'incontro immortalato in questa
foto », dice Axel serio.
Joona fa cenno di sì con la testa, prende una lente d'ingran-
dimento dalla borsa e la porge ad Axel.
« Così dovrebbe poter vedere le loro dita », dice Joona.
Rimane seduto in silenzio a guardare Axel mentre studia la
fotografia, e ancora una volta pensa che se è stata scattata prima
che fosse emesso il mandato contro il presidente Omar al-Bas-
hir nel luglio 2009, la sua sensazione si rivelerebbe sbagliata.
Ma se è stata scattata dopo il mandato d'arresto, allora avrebbe
ragione e la foto rimanderebbe a un'attività criminosa.
« Le dita si vedono bene », dice Axel lentamente.
« Riesce a capire quali note stanno suonando? » chiede Joona
a voce bassa.
Axel sospira, restituisce la fotografia e la lente d'ingrandi-
mento a Joona e si mette a canticchiare quattro note. Piuttosto
basse, ma del tutto chiare. Mentre canta, sembra ascoltare se
stesso con profonda concentrazione. Poi prende il violino dal
tavolo e pizzica due note acute, tremolanti.
Joona Linna si è alzato.
« Sta scherzando? »
Axel Riessen incrocia il suo sguardo. « Martin Beaver suona
un do5, Kikuei suona un do4. Kazuhide Isomura ha la pausa e
Clive suona un pizzicato. Stavo canticchiando proprio quello,
mi1, la1, la2 e do diesis3. »
Joona prende appunti e poi domanda: « Quanto si avvicina
al vero questa supposizione? »
« Non è una supposizione », risponde Axel.
« Pensa che proprio questa sequenza di note si possa trovare
in molti brani? Voglio dire... si potrebbe, attraverso queste no-
te, ricostruire cosa stanno suonando i Tokyo String Quartet
nella foto? »
« Queste note sono contenute soltanto in un pezzo », rispon-
de Axel.
« Come fa a saperlo? »
Axel sposta lo sguardo sulla finestra. La grande chioma di
foglie, tremolante, si riflette nel vetro.
« Per favore, vada avanti », dice Joona.
« Di certo non ho sentito tutto quello che hanno suonato... »
Alza le spalle quasi scusandosi.
« Ma lei intendeva che potrebbe individuare proprio queste
note in un brano in particolare? » torna a chiedere Joona.
« Questa esatta combinazione si trova soltanto in un pezzo
che io conosco», spiega Axel. «Nella battuta 156 del primo
movimento del Quartetto per archi n. 2 di Béla Bartók. »
Riprende il violino e se lo posiziona sulla spalla.
«Lento... la musica è incredibilmente tranquilla, come una
ninnananna. Ascolti la prima parte », dice e inizia a suonare.
Le dita si muovono dolcemente, le note tremano, lievi e cul-
lanti, chiare e morbide. Dopo soltanto quattro battute smette
di suonare.
« I due violini si seguono l'un l'altro, stesse note, ma su ot-
tave diverse », spiega. « E fin troppo bello; contro il la maggiore
del violoncello, i violini insieme producono delle dissonanze...
Anche se non vengono percepite come tali perché sono una
specie di toni di passaggio che... »
Axel si interrompe, rimane in silenzio e appoggia il violino.
Joona lo guarda.
« E proprio sicuro che in questa immagine i musicisti stiano
suonando il Quartetto per archi n. 2 di Bartók? » chiede piano.
« Si. »
Joona fa qualche passo, si ferma davanti alle siepi di lillà e
conclude che quanto ha appena sentito probabilmente è tutto
quello di cui ha bisogno per stabilire la data dell'incontro.
Ride tra sé e sé, nascondendo le labbra dietro una mano, si
volta, prende una mela rossa dalla ciotola sul tavolo e incrocia
lo sguardo interrogativo di Axel.
« La sua risposta è si? » chiede Joona ancora una volta. « Ne è
proprio sicuro? »
Axel annuisce, e Joona gli dà la mela, si scusa, prende il te-
lefono dalla tasca della giacca e chiama Anja.
«Anja, sono un po' di fretta adesso...»
« Nel weekend faremo insieme la sauna », lo interrompe Anja.
« Ho bisogno di aiuto. »
« Lo so », ridacchia Anja.
Joona cerca di nascondere la tensione che gli affiora nella vo-
ce: « Puoi controllare il repertorio dei Tokyo String Quartet
degli ultimi dieci anni? »
« Ho già controllato il loro repertorio. »
« Puoi vedere cos'hanno suonato all'Alte Oper di Francofor-
te in questi anni? »
« Certo, ci sono stati ogni anno, spesso più di una volta al-
l'anno. »
« Hanno mai suonato il Quartetto per archi n. 2 di Béla Bar-
tók? »
Dopo qualche secondo lei risponde: « Sì, soltanto una volta,
Opera 17».
« Opera 17», ripete Joona e incrocia lo sguardo di Axel, che
fa un cenno di assenso.
« Come? » chiede Anja.
« Quando? » replica Joona con voce molto seria. « Quando
hanno suonato il Quartetto per archi n. 2 di Bartók? »
«Il 13 novembre 2009.»
« Sei sicura? » chiede Joona, ma non sente nemmeno la con-
ferma.
Le persone ritratte sulla fotografia si sono incontrate quattro
mesi dopo il mandato d'arresto per il presidente del Sudan, ri-
flette lui. Pontus Salman ci ha mentito sulla data. Si sono in-
contrati nel novembre 2009. Ecco perché è successo tutto. Ec-
co perché sono morte delle persone.
E forse ne moriranno altre.
Joona allunga una mano e sfiora i lillà, annusa il profumo di
una grigliata che qualcuno sta preparando in un giardino lì vi-
cino e pensa che deve riferire la scoperta a Saga Bauer.
« E tutto? » chiede Anja.
« Sì. »
« Posso sentire quelle belle paroline? »
« Certo, scusa... Kiitokseksi saatpusun », dice Joona: un bacio
per ringraziarti. Poi chiude la conversazione.
Pontus Salman ci ha mentito, pensa ancora una volta. Vige-
va un embargo assoluto al momento del suo incontro con
Palmcrona, Raphael Guidi e Agathe al-Haji. I rapporti d'affari
di quel tipo erano vietati, senza eccezioni o scappatoie. .
Ma Agathe al-Haji voleva comprare munizioni, e gli altri vo-
levano guadagnare dei soldi. A loro non importava niente dei
diritti umani o delle leggi internazionali.
Pontus Salman ha mentito con voce fredda sulla data. Ha
ritenuto che bastasse riferire qualcosa di vero per dare credibi-
lità all'intera menzogna. Riconoscendo senza batter ciglio di es-
sere lui quello che compariva in foto, credeva che ci saremmo
accontentati e ci saremmo bevuti la bugia sulla data.
Joona rivede Salman che parla con un viso impassibile, pal-
lido e con delle rughe profonde. La finta schiettezza quando in-
dica se stesso e dichiara la data.
Stiamo parlando di traffico illecito di armi, pensa. È di que-
sto che si tratta: la fotografia, il ricatto, i morti.
Rivede il momento in cui Saga Bauer si alza dopo la testi-
monianza di Salman, l'impronta delle sue cinque dita rimasta
impressa sulla scrivania come un muto promemoria.
Nel luglio 2009 la Corte Penale Internazionale dell'Aia ave-
va emesso un mandato di arresto per il presidente del Sudan
Omar al-Bashir perché coinvolto in prima persona nel massa-
cro di tre etnie nel Darfur. Da allora qualunque tipo di espor-
tazione di munizioni dal resto del mondo è bloccato. L'esercito
sudanese è ancora in possesso delle proprie armi, mitragliatrici
e fucili d'assalto, ma ben presto le munizioni verranno a man-
care. Le prime che risentiranno dei mancati rifornimenti sono
naturalmente le milizie nel Darfur. Ma Carl Palmcrona, Pon-
tus Salman, Raphael Guidi e Agathe al-Haji si pongono al di
sopra delle leggi internazionali. Si incontrano a novembre no-
nostante la notizia del coinvolgimento del presidente nel mas-
sacro fosse stata resa nota quattro mesi prima.
« Che cosa ha saputo? » chiede Axel alzandosi.
« Come? » domanda Joona.
« E riuscito a stabilire la data? »
« Sì », risponde Joona secco.
Axel cerca gli occhi di Joona.
« C'è qualcosa che non va? » chiede.
« Devo andare », mormora Joona.
« Si sono incontrati dopo l'ordine di cattura contro al-Bas-
hir? Non possono averlo fatto. E se fosse così, devo saperlo! »
Joona lo fissa dritto negli occhi, con sguardo limpido e tran-
quillo.






73.
Un'ultima domanda.

Saga Bauer è sdraiata di pancia sul tappeto chiaro. Tiene gli oc-
chi chiusi mentre Stefan lentamente le bacia la schiena. I capelli
biondi di lei si irradiano come luce sul pavimento. Stefan ap-
poggia il viso caldo contro la sua pelle.
Continua, pensa lei.
Il lieve tocco delle labbra la solletica fra le scapole. Si sforza
di rimanere sdraiata e rabbrividisce di piacere.
L'impianto stereo rimanda una musica pervasa di erotismo: è
il duetto per violoncello e mezzosoprano del compositore Carl
Unander-Scharin. Le due parti si intrecciano in maniera ritmica
e ripetitiva, come il placido luccichio in un cupo ruscello.
Saga è immobile, sente l'eccitazione crescerle in corpo. Re-
spira con la bocca semiaperta, si passa la lingua sulle labbra.
Le mani di lui le scivolano sulla vita, intorno ai fianchi e la
sollevano come se fosse una piuma.
Nessun uomo mi ha mai toccato con tanta dolcezza, pensa
Saga e sorride.
Lui la guarda, e lei allarga le gambe. Dentro di lei c'è un ca-
lore palpitante.
Saga geme quando sente la sua lingua.
Lentamente lui la fa girare. Il tappeto le ha lasciato delle stri-
sce sulla pancia.
« Continua », sussurra Saga.
« Altrimenti mi spari? » scherza lui.
Lei fa segno di sì con la testa e un sorriso le illumina il volto.
A Stefan i capelli neri sono ricaduti sul viso, la sottile coda di
cavallo le sfiora un seno.
« Baciami », dice Saga.
Gli avvicina il volto, lo bacia e sente la sua lingua, calda e
umida.
Stefan si toglie in fretta i pantaloni e si sdraia nudo sopra di
lei. Saga tira su le gambe e lo sente entrare dentro di sé. Geme a
lungo e poi ansima quando si fermano un attimo. Si sentono
vicini. Stefan spinge dolcemente. Muove piano i fianchi stretti.
Saga gli affonda le dita tra le scapole, poi giù, sui glutei.
In quel momento suona il telefono. Che tempismo, pensa
lei. La melodia di Blue Jeans Blues degli ZZ Top arriva da sotto
il mucchio di vestiti sul divano, da sotto il reggiseno bianco, gli
slip, i jeans.
« Lascialo suonare », sussurra lei.
« E il tuo cellulare di servizio », dice lui.
«Me ne fotto, non sarà niente di importante», mugugna
cercando di tenerlo stretto a sé.
Lui però si divincola, si mette in ginocchio e fruga nelle ta-
sche dei pantaloni di Saga per cercare il telefono. Non riesce a
trovarlo, e il blues continua in sordina. Alla fine gira i jeans al
contrario e li scuote fino a far cadere il cellulare sul pavimento.
Ha smesso di suonare. Un flebile suono pigolante annuncia
l'arrivo di un messaggio.


Venti minuti dopo Saga Bauer sta percorrendo di corsa un cor-
ridoio nella sede della polizia criminale. Ha i capelli umidi, si è
fatta una doccia veloce. Sente ancora una voglia insoddisfatta
che le dà i brividi. Gli slip e i jeans le danno fastidio.
Saga intravede il viso rotondo e interrogativo di Anja Lars-
son al di sopra del computer mentre si precipita nell'ufficio di
Joona. Lui è in piedi al centro della stanza con in mano la foto-
grafìa e la sta aspettando. Quando incrocia il suo sguardo gri-
gio e tagliente, un brivido sgradevole le passa lungo la schiena.
« Chiudi la porta », le dice secco.
Lei obbedisce e poi si gira verso di lui, in attesa. Respira ve-
loce e silenziosa.
« Axel Riessen si ricorda tutta la musica che ha ascoltato nel-
la sua vita, ogni nota di ogni strumento di ogni orchestra... »
« Non capisco cosa stai dicendo. »
« E riuscito a individuare quale pezzo suonano i musicisti
sulla foto, si tratta del Quartetto per archi n. 2 di Béla Bartók. »
« Okay, avevi ragione », dice lei rapida. « Siamo risaliti al
pezzo, ma... »
« La fotografia è stata scattata il 13 novembre 2009 », la in-
terrompe Joona con un'insolita asprezza nella voce.
« Per cui quegli stronzi hanno commerciato armi con il Su-
dan dopo il mandato d'arresto per al-Bashir», commenta lei
decisa.
« Già. »
« Sapevano che le munizioni sarebbero state portate nel Dar-
fur. »
Joona annuisce e contrae i muscoli della mascella.
« Carl Palmcrona non avrebbe dovuto trovarsi in quel pal-
co», dice. «E nemmeno Pontus Salman, nessuno di loro...»
« Ma ci sono sulla fotografìa », dice Saga trattenendo la rab-
bia. « Raphael Guidi sta concludendo un affare colossale con il
Sudan. »
« Sì », conferma Joona guardando Saga negli occhi, azzurri
come il cielo d'estate.
« Il vero pesce grosso, naturalmente, era lui », constata Saga.
« È davvero come dicono. I pesci più grossi se la cavano sempre. »
Rimangono in silenzio a guardare ancora una volta la foto-
grafìa, osservano le quattro persone nel palco dell'Alte Oper, lo
champagne, i loro visi, i musicisti con gli antichi strumenti di
Paganini.
«Adesso abbiamo risolto il primo enigma», dice Saga con
un sospiro. « Sappiamo che la fotografìa dimostra che il Sudan
ha brigato per comprare munizioni nonostante il divieto. »
« Palmcrona era là, i soldi sul suo conto sono sicuramente
delle mazzette», dice Joona piano. «Eppure... Palmcrona
non ha autorizzato nessuna esportazione di armi verso il Sudan
dopo la vicenda del presidente, sarebbe stato impossibile, non
avrebbe mai... »
Si interrompe perché il suo telefono comincia a ronzare nel-
la giacca. Risponde, ascolta in silenzio e poi chiude la comuni-
cazione. Rimane lì a fissare Saga.
« Era Axel Riessen », dice poi. « Sostiene di aver capito cosa
succede nella fotografìa. »






74.
Un piano perfetto.

Un bambino alto appena quindici centimetri siede tutto solo
con le braccia strette intorno alle ginocchia nel cortile interno
della chiesa finlandese, a Gamia Stan.
A tre metri di distanza dalla statua di metallo, Axel Riessen è
appoggiato alla parete color ocra e mangia degli spaghetti di
soia da un contenitore di cartone. Quando Joona e Saga supe-
rano il cancello, Axel, che in quel momento ha la bocca piena,
fa loro un cenno con i bastoncini.
« Lo ha capito davvero? » gli chiede Joona senza preamboli.
Axel annuisce, appoggia il cartoccio di cibo sul davanzale
esterno di una delle finestre della chiesa, si pulisce la bocca
con un tovagliolo di carta e poi stringe la mano a Saga e a Joona.
« Ha detto di aver capito che cosa significava quella fotogra-
fìa », ripete Joona.
Axel abbassa lo sguardo, sospira pesantemente e poi solleva
di nuovo gli occhi su di loro.
« Il Kenya », risponde. « Le quattro persone sedute nel palco
stanno brindando con lo champagne perché hanno raggiunto
un accordo per una grossa fornitura di munizioni al Kenya. »
Tace per un istante.
« Continui », gli dice Joona.
«Il Kenya comprerà 1.025.000 unità di munizioni calibro
5,56 x 45 millimetri, prodotte su licenza. »
« Per i fucili d'assalto », dice Saga.
« L'esportazione avviene verso il Kenya », continua Axel a fa-
tica. « Ma non è il Kenya che userà le munizioni. Andranno al
Sudan, alla milizia del Darfur. A un tratto ho capito tutto. E
evidente che la fornitura di munizioni arriverà lì, dal momento
che l'acquirente è rappresentato da Agathe al-Haji. »
« Ma come entra il Kenya in questa faccenda? » gli chiede
Joona.
« I quattro seduti sul palco si sono incontrati dopo il man-
dato di arresto a carico del presidente al-Bashir, giusto? Il
Quartetto per archi n. 2 di Bartók è stato suonato solo una vol-
ta. E proibito esportare armi in Sudan, ma non nel paese im-
mediatamente a sud, cioè in Kenya. Per quel paese non ci sono
affatto problemi. »
« Come fa a esserne così sicuro? » gli chiede Saga.
« Dopo il suicidio di Carl Palmcrona, l'affare è passato a me.
Era il suo ultimo incarico. E non l'ha portato a termine. Ho
promesso di firmare il nullaosta per l'esportazione entro la
giornata di oggi », risponde Axel.
« Si tratta delle stesse munizioni, cioè della stessa commessa.
Dopo l'ordine di arresto del presidente, non hanno fatto altro
che tirare una riga su Sudan e scrivere Kenya », dice Saga.
« Un piano a prova di bomba », commenta Axel.
« Prima che qualcuno fotografasse l'incontro », sottolinea
Joona.
« Quando Palmcrona si è tolto la vita, era già tutto pronto.
Evidentemente pensavano che avesse già firmato il nullaosta »,
spiega Axel.
« E altrettanto evidentemente si sono fatti prendere un po'
dal panico quando hanno capito che non era così», sorride
Joona.
« L'intera operazione era rimasta in sospeso », aggiunge Saga.
« Sono stato reclutato molto in fretta », spiega Axel. « E poi
mi hanno letteralmente messo la penna in mano affinché fir-
massi il contratto. »
« Ma? »
« Volevo dare la mia valutazione. »
« E così ha fatto? »
« Sì. »
« E tutto era in regola? » chiede Saga.
« Sì... e ho promesso di firmare, cosa che avrei fatto senza
dubbio se non avessi visto la fotografia e l'avessi collegata al Ke-
nya. »
Restano in silenzio a guardare il bambino di ferro, la più
piccola opera d'arte esposta in pubblico di Stoccolma. Joona
si sporge in avanti e accarezza la sua testolina lucente. Dopo
una giornata al sole, il metallo sembra emanare un calore cor-
poreo.
« In questo momento stanno caricando la nave a Goteborg »,
dice Axel a bassa voce.
« Capisco », dice Joona. « Ma non hanno ancora il nullaosta
per l'esportazione. »
« Quelle munizioni non lasceranno la Svezia», afferma Axel.
« Ci ha appena detto che la sua firma per il nullaosta è attesa
per oggi », dice Joona. « Riuscirebbe a prender tempo? Sarebbe
di enorme importanza per le nostre indagini se non ottenessero
ora il permesso. »
« Non staranno ad aspettare. »
« Dica che non ha ancora finito », ribatte Joona.
«Sì, però non sarà facile. L'affare è già in ritardo a causa
mia, ma posso provarci », spiega Axel.
« Questo non ha a che fare solo con le indagini preliminari,
ma anche con la sua sicurezza personale », ribatte Joona.
Axel sorride e gli chiede con un tono scettico: « Pensa dav-
vero che possano minacciarmi? »
Joona gli ricambia il sorriso.
«Fino a quando si aspetteranno una risposta affermativa,
non ci sarà alcun problema », gli risponde. « Ma se lei dovesse
dire di no, allora ci sarà qualcuno che perderà dei soldi. Molti
soldi. Non oso nemmeno immaginare quante tangenti siano
state pagate per far chiudere un occhio alle persone giuste. »
« Non riuscirò a ritardare la firma troppo a lungo. E tutto il
giorno che Pontus Salman cerca di contattarmi. Stiamo parlan-
do di gente esperta in queste cose, non è facile ingannarli », dice
Axel e nello stesso istante il suo cellulare comincia a squillare.
Guarda rapidamente il display e si irrigidisce.
«Eccolo. È di nuovo Pontus Salman...»
« Risponda », dice Joona.
« Va bene. » Axel accetta la chiamata.
« L'ho cercata parecchie volte », esordisce Salman con la sua
voce languida. « Sa... i container sono stati caricati sulla nave.
Anche restare ormeggiati in porto costa parecchio. Hanno cer-
cato di contattarla, pare che non abbiano ancora avuto il nul-
laosta. »
« Mi dispiace », dice Axel rivolgendo lo sguardo a Joona e a
Saga. « Ma purtroppo non ho avuto tempo di fare un ultimo
controllo... »
« Ho parlato con la cancelleria di Stato. Non avrebbe dovuto
firmare oggi? »
Axel esita, non sa come rispondere e preferirebbe chiudere la
telefonata, ma si schiarisce la gola debolmente, si scusa e poi
dice: « E sopraggiunto un altro impegno ».
Avverte il tono falso della propria voce, mentre la risposta di
Salman si fa attendere troppo a lungo. E di colpo si trova sul
punto di dire la verità, cioè che non ci sarà alcun nullaosta per
l'esportazione, perché il loro piano è quello di fornire munizio-
ni di contrabbando al Darfur.
« Mi sembrava di aver capito che la cosa dovesse concludersi
al massimo entro oggi », dice infine Salman senza nascondere la
sua irritazione.
« Avete corso un rischio », dice Axel.
« Cosa intende dire? »
« Senza nullaosta non si può procedere all'esportazione, lo
sa... »
«Ma se abbiamo... Mi scusi, continui pure.»
«Avete avuto il permesso di fabbricare le munizioni, c'è stata
una valutazione preliminare positiva e io stesso ho dato dei se-
gnali nella stessa direzione, ma questo è tutto. »
« C'è in gioco parecchio », dice Salman con un tono più
mansueto. « Posso riferire qualcosa all'intermediario? Mi può
dire almeno quanto tempo le ci vorrà ancora? Ha bisogno di
sapere fino a quando dovrà restare in porto, per una questione
di logistica. »
« Sono ancora favorevole all'esportazione, ma voglio riguar-
dare tutto ancora una volta. Poi le garantisco che avrete la vo-
stra risposta », dice Axel.






75.
L'esca.

Sono ormai cinquanta minuti che Saga Bauer sta saltando la
corda nella palestra della centrale di polizia. Non si è fermata
un momento. Il suo volto è sudato e l'espressione è tesa, dura,
mentre al contrario i suoi piedi sembrano danzare, apparente-
mente incuranti del passaggio rapido della corda. Un collega
preoccupato le si avvicina chiedendole se va tutto bene.
« Sei troppo dura con te stessa », le dice.
« No », risponde continuando a saltare con le mascelle serrate.
Venticinque minuti dopo Joona Linna scende in palestra, si
avvicina a Saga e si siede su una panca vicino al bilanciere.
« E una vergogna », dice lei senza smettere di saltare. « Im-
bottiranno di munizioni il Darfur e noi non possiamo fare
un cazzo di niente. »
« Almeno adesso sappiamo di cosa si tratta », risponde Joona
calmo. « Sappiamo che stanno cercando di passare dal Kenya
e... »
« Ma che diavolo facciamo? » lo interrompe lei. I suoi piedi
continuano a danzare. « Sbattiamo dentro quel fottuto Pontus
Salman e contattiamo l'Europol e Raphael Guidi? »
« Non siamo ancora in grado di dimostrare nulla. »
« Questa è una faccenda grossa, molto più grossa di quanto
sembri. Nemmeno noi credevamo che fosse di queste dimen-
sioni », ragiona a voce alta mentre la corda sibila intorno a lei e
schiocca sul pavimento. « Carl Palmcrona era coinvolto, anche
Pontus Salman è immischiato come rappresentante della Sve-
zia... Raphael Guidi è un pezzo grosso... Ma c'è di mezzo sicu-
ramente anche qualcuno del governo kenyota... e forse anche
qualcuno del governo svedese... »
« Non riusciremo ad arrivare a tutti », constata Joona.
« La cosa più furba sarebbe probabilmente chiudere qui il
caso », dice Saga.
« Bene, allora facciamo così. »
Saga si mette a ridere e continua a saltare la corda, stringen-
do i denti per lo sforzo.
« E probabile che Palmcrona abbia preso tangenti per molti
anni », dice Joona pensieroso. « Poi, quando ha ricevuto la let-
tera ricattatoria di Björn Almskog, ha cominciato a preoccu-
parsi perché la festa era finita... Probabilmente ha chiamato
qualcuno, forse Raphael... Ma durante la conversazione deve
aver capito di essere una pedina intercambiabile e che la sua
presenza sulla fotografia era considerata un problema. Un pro-
blema per le persone che avevano investito in quell'affare, che
non erano affatto disposte a perdere i propri soldi e rischiare la
vita a causa sua. »
« Ed ecco perché si impicca », dice Saga saltando più in fretta.
« Morto Palmcrona, restano solo la fotografia e il ricattatore. »
« A quel punto reclutano un esecutore di fama internaziona-
le », dice lei con il fiato corto.
Joona annuisce e Saga comincia a saltare portando le ginoc-
chia in alto.
« Se Viola, all'ultimo minuto, non fosse andata con loro in
barca, l'esecutore avrebbe ucciso sia Björn che Penelope. E poi
avrebbe fatto affondare la barca. »
Saga aumenta ulteriormente il ritmo dei salti e poi d'un trat-
to si ferma.
« All'inizio ci aveva spiazzato », dice ansimando. « Pensava-
mo che avesse preso la fotografia, cancellato la memoria di tutti
i computer e che poi avesse abbandonato il paese senza lasciare
traccia, quasi fosse invisibile. »
« Però io mi sono fatto una certa idea dell'esecutore e di co-
me si muove. Non è tanto la paura di essere scoperto à dettare
le sue azioni. È questione di pragmatismo per lui », spiega Joo-
na. « E più facile risolvere i problemi quando la polizia non è
coinvolta, ed è sui problemi che lui si concentra... Perché altri-
menti non andrebbe in giro a bruciare gli appartamenti. Cose
simili attirano un sacco di attenzione, ma lui dà la priorità al
suo incarico prima di tutto. Vuole fare un lavoro pulito, a tutti
i costi. »
Saga si appoggia con le mani sulle cosce, mentre il sudore le
cola dal viso.
«È evidente che avremmo collegato gli incendi con l'inci-
dente della barca, prima o poi », dice stirandosi la schiena.
« Sì, ma sarebbe stato troppo tardi, è proprio questo che in-
tendo. Il compito dell'esecutore è cancellare tutte le tracce ed
eliminare ogni testimone. »
« Però siamo noi ora ad avere la fotografia e Penelope. » Saga
sorride. « L'esecutore non ha risolto il problema. »
« Non ancora... »
Saga tira un pugno debole e stanco al sacco da boxe che pen-
de dal soffitto e poi scruta Joona meditabonda.
« Quando studiavo alla scuola di polizia, ci hanno fatto ve-
dere il filmato di una rapina in banca in cui neutralizzavi un
ladro usando una pistola inceppata. »
« Ho avuto fortuna, quella volta. »
« Sì, lo penso anch'io. »
Joona fa una risata quando Saga si dirige verso di lui, gli sal-
tella intorno e poi si ferma. Allunga le braccia tenendo le mani
aperte e incrociando il suo sguardo. Gli fa un lento cenno con
le dita, invitandolo con la mano a farsi sotto, se ne ha il corag-
gio. Lui sorride quando intuisce il riferimento a Bruce Lee: Sa-
ga vorrebbe che provasse a colpirla. Joona scuote la testa, ma
senza distogliere lo sguardo.
« Ho visto come ti muovi », dice.
« Allora sei già preparato », gli risponde Saga rapida.
« Sei veloce e forse riusciresti anche ad assestare il primo col-
po e... »
« Sarebbe finita lì, te lo garantisco », completa lei.
« Può darsi, ma... »
Saga ripete il gesto di prima, lo invita a farsi sotto, questa
volta più impaziente.
« Ma tu », continua Joona divertito. « Tu probabilmente cer-
cherai di fare l'affondo con troppa forza. »
« No... »
«Allora prova, vediamo», dice lui calmo.
Saga gli fa un cenno, ma Joona non se ne cura, anzi gira le
spalle e comincia ad andare verso la porta. Saga si muove veloce
verso di lui e, quando lo raggiunge, sferra un destro. Joona si
limita a piegare il collo, in modo che il colpo gli passi sopra la
testa e, come se continuasse il medesimo movimento, si volta,
estrae la pistola e la usa per mettere a terra Saga colpendola al
poplite.
« Devo dirti una cosa », dice Saga in fretta.
« Che avevo ragione io? »
« Non farti troppe illusioni », gli risponde rivolgendogli uno
sguardo rabbioso mentre si rialza.
« Se ti avvicini troppo in fretta... »
« Non mi sono avvicinata troppo in fretta », lo interrompe.
« Anzi, mi sono bloccata perché mi è venuta in mente una cosa
importante che... »
«Ah, adesso capisco», dice Joona ridendo.
« Me ne frego di quello che pensi », continua. « Ma mi è ve-
nuto in mente che potremmo usare Penelope come esca. »
« Di che stai parlando? »
« Mi è venuto in mente che Penelope sta per essere trasferita
in una casa rifugio e, proprio quando stavo per assestare il col-
po, mi è venuta un'idea. Mi sono bloccata perché non volevo
metterti al tappeto, visto che dovevamo parlare. »
« Allora spiegami. » Il tono di Joona è conciliante.
« Ho pensato che Penelope può funzionare come esca per
l'esecutore. Perché, che lo vogliamo o no, lei finirà comunque
per attirarlo a sé. »
Joona ha smesso di sorridere e si limita ad annuire pensieroso.
« Continua. »
« Non sappiamo se l'esecutore è in grado di ascoltare le no-
stre comunicazioni via radio, se riesce a sentire tutto quello che
diciamo con il sistema RAKEL... ma è quantomeno probabile,
dal momento che è riuscito a rintracciare Penelope a Kymmen-
dò », dice Saga.
« Si. »
« In qualche modo, riuscirà a trovarla. Ne sono convinta. E
non si preoccuperà certo della protezione della polizia. Ovvia-
mente dobbiamo fare tutto il possibile per mantenere il segreto
su dove si trova, ma quello che voglio dire, maledizione, è che
non è possibile proteggerla al cento per cento senza comunicare
via radio. »
« La troverà », conferma Joona.
«E quello che stavo pensando anche io... Penelope farà co-
munque da esca, la vera questione è se saremo pronti o no
quando lui si farà vivo. Ovvio che Penelope avrà la massima
protezione, esattamente come è stato pianificato. Ma se ag-
giungiamo una squadra di sorveglianza a controllare l'area, for-
se riusciremo a prendere l'esecutore. »
« Hai proprio ragione... non c'è niente da dire. »






76.
L'appartamento protetto.

Carlos, Saga e Joona percorrono velocemente il lungo corri-
doio che porta agli uffici della Sàpo. Verner Zandén li sta
già aspettando sprofondato in un divano. Senza perdere tempo
con i convenevoli, comincia a parlare non appena la porta alle
loro spalle si è richiusa.
«Il pubblico ministero Klara Olofsdotter è allineato con
noi... si tratta di un grosso intervento da parte delle forze del-
l'ordine e della Sàpo, ma chi diavolo è che stiamo cercando di
catturare? »
« Sappiamo pochissimo », dice Saga. « Non sappiamo nem-
meno se lavora da solo; può trattarsi di un professionista belga
o brasiliano, o di un esperto del KGB o di un qualsiasi paese
dell'ex blocco sovietico. »
« In realtà, non è così difficile intercettare il nostro sistema di
comunicazione radio », dice Carlos.
« L'esecutore naturalmente sa che Penelope è sorvegliata, e
che per lui non sarà facile agguantarla », dice Joona. « Ma le
porte ogni tanto vanno aperte, gli agenti di sorveglianza devo-
no darsi il cambio, e bisogna pur portarle da mangiare. E poi
Penelope deve poter incontrare sua madre, vedere uno psicoulo-
go, parlare con Niklas Dent per cercare di ricostruire il profilo
criminale... »
Il suo cellulare comincia a squillare. Joona tace, guarda rapi-
damente il numero di telefono e rifiuta la chiamata.
« La nostra priorità è naturalmente quella di proteggere Pe-
nelope», dice Saga. «Ma facendo questo, abbiamo anche la
possibilità di prendere l'uomo che ha ucciso molti nostri colle-
ghi. »
« Non c'è certo bisogno che vi ricordi che è molto pericolo-
so », dice Joona. « Nessuno di noi incontrerà mai un individuo
più pericoloso in vita sua. »


L'appartamento protetto si trova a Storgatan 1, con le finestre
che si affacciano su Sibyllegatan e la vista sulla piazza di Oster-
malm. Non c'è alcun edificio dirimpetto e quello più vicino si
trova a oltre cento metri.
Saga Bauer tiene aperta la porta d'acciaio dell'ingresso men-
tre la dottoressa Daniella Richards scende con cautela dalla ca-
mionetta blu e grigia della polizia insieme a Penelope Fernan-
dez. Alcuni poliziotti armati fino ai denti le circondano.
« Questo è l'appartamento più sicuro di tutta Stoccolma », le
spiega Saga.
Penelope non sembra reagire alle sue parole. Segue Daniella
Richards fino all'ascensore. Ovunque, nell'ingresso e nella
tromba delle scale, ci sono telecamere di sorveglianza.
« Abbiamo installato dei dispositivi di rilevazione dei movi-
menti, un sistema di allarme molto sofisticato e due linee crip-
tate in collegamento diretto con la centrale », spiega Saga men-
tre salgono con l'ascensore.
Al terzo piano Penelope viene condotta oltre una pesante
porta blindata fino a una postazione dove è seduta una guardia
in divisa. La guardia apre un'altra porta blindata e le fa entrare
nell'abitazione.
« L'appartamento ha un altissimo livello di sicurezza contro
gli incendi. L'impianto elettrico è indipendente, così come il
sistema di ventilazione », dice Saga.
« Qui sarai al sicuro », aggiunge Daniella Richards.
Penelope solleva lo sguardo e scruta la dottoressa con un'e-
spressione vuota negli occhi.
« Grazie », dice un istante dopo, quasi senza emettere suono.
« Posso rimanere qui con te, se vuoi. »
Penelope scuote la testa e, quando Daniella lascia l'apparta-
mento insieme a Saga, chiude a chiave la porta. Si avvicina a
una delle finestre antiproiettile con la vista sulla piazza di
Òstermalm. Una pellicola speciale applicata sul vetro fa sì
che la finestra appaia opaca dall'esterno. Penelope guarda fuori
e pensa che probabilmente alcuni dei passanti in strada in realtà
sono poliziotti in borghese.
Cautamente sfiora la finestra. Non si sente alcun rumore
proveniente da fuori.
A risvegliarla dalla sorta di trance in cui è caduta è il suono
del citofono.
Penelope sussulta e il cuore comincia a battere forte e veloce.
Va verso il monitor e preme il tasto di risposta. La poliziotta
di guardia alla postazione alza lo sguardo verso la telecamera e
le dice che sua madre è venuta a trovarla.
« Penny? Penny? » chiede sua madre preoccupata dietro la
poliziotta.
Penelope dà una mandata, sente il meccanismo scattare con
un ticchettio e poi apre la pesante porta blindata.
« Mamma », dice Penelope con l'impressione che la sua voce
non riesca a superare la coltre di silenzio che pervade l'appar-
tamento.
Penelope la fa entrare, richiudendo subito la porta a chiave.
E poi rimane in piedi, come impietrita. Serra la bocca e sente
che sta cominciando a tremare, ma si sforza di non lasciare tra-
sparire le proprie emozioni.
Lancia un'occhiata a sua madre, ma non osa incrociare il suo
sguardo. Sa che verrà rimproverata per non aver saputo proteg-
gere sua sorella.
Claudia fa alcuni passi nell'ingresso e si guarda intorno con
circospezione.
« Si prendono cura di te, Penny? » le chiede.
« Sì, mamma. Adesso va tutto bene. »
« Ma devono proteggerti, immagino. »
« Certo che mi proteggono. Qui sono al sicuro. »
« Bene. Adesso è l'unica cosa che conta », mormora Claudia.
Penelope cerca di ricacciare indietro le lacrime. Sente un no-
do in gola.
« Ho così tanto da fare », continua sua madre spostando lo
sguardo. « Io... non riesco a capire, non riesco semplicemente a
capacitarmi di dover preparare il funerale di Viola. »
Penelope annuisce piano. All'improvviso sua madre allunga
la mano e le sfiora con delicatezza la guancia. Involontariamen-
te Penelope sussulta e Claudia ritira svelta la mano.
« Dicono che presto sarà tutto finito », racconta Penelope. « La
polizia conta di catturare presto quell'uomo... quello che... ha
ucciso Viola e Björn. »
Claudia annuisce e poi si gira verso la figlia. Il suo volto è
spoglio e indifeso, ma, con sua profonda sorpresa, Penelope ve-
de che sua madre le sta sorridendo.
« Pensare che tu sia viva », dice Claudia. « Pensare di averti
ancora qui, è l'unica cosa che abbia un significato, l'unica... »
« Mamma... »
« Piccola mia. »
Claudia allunga di nuovo la mano e questa volta Penelope
non si ritrae.






77.
Ciak. Azione.

Affacciata al bovindo di un appartamento al terzo piano su Ny-
brogatan 4A, il capo della squadra di intervento Jenny Gòrans-
son non può far altro che attendere. Tutto tace. Punta lo sguar-
do verso la piazza, lo alza sul tetto dell'appartamento di Pene-
lope e poi su quello dell'edificio in Sibyllegatan 27, dove alcu-
ne colombe si sono alzate in volo.
E lì che si trova Sonny Jansson. Probabilmente si è spostato
e ha spaventato gli uccelli.
Jenny lo contatta e Sonny le conferma di aver cambiato po-
sizione per fare dei controlli sull'area.
« Mi sembrava di aver notato una colluttazione all'interno di
un appartamento, ma poi mi sono accorto che erano due che si
agitavano mentre giocavano con la Wii. »
« Ritorna in posizione », gli ordina Jenny con un tono secco.
Solleva il cannocchiale e setaccia di nuovo la zona d'ombra
fra il chiosco e un olmo, che considera un posto poco sicuro.
Blomberg, che è vestito con una tuta da jogging e sta risalen-
do Sibyllegatan, si mette in contatto con lei.
« Qualcosa non va vicino al cimitero », dice con voce tesa.
« Cosa vedi? »
« Qualcuno si muove sotto gli alberi, a circa dieci metri dalla
recinzione che dà su Storgatan. »
« Controlla, Blomberg, ma fa' attenzione », gli dice.
Blomberg corre davanti alla salita sul lato del Museo Mili-
tare e continua poi lentamente verso il cimitero. La notte estiva
è calda e il verde degli alberi sembra scintillare. Senza fare ru-
more, cammina sull'erba vicino al sentiero di ghiaia. Tra poco
dovrà fermarsi e fingere di fare un po' di stretching, ma avanza
ancora, finché può farlo senza dare adito a sospetti. Si sente un
debole fruscio fra le foglie. Il cielo chiaro è coperto dai rami e le
tombe sono nell'ombra. Ma riesce comunque a scorgere un
volto quasi schiacciato a terra. E una ragazza sui vent'anni,
con i capelli corti tinti di rosso. Per terra accanto alla sua faccia
c'è uno zaino verde militare. Sorride. Un'altra donna le solleva
la maglietta ridendo e comincia a baciarle il seno.
Blomberg torna indietro con calma e fa rapporto a Jenny
Gòransson: « Falso allarme, era una coppia di innamorate ».
Tre ore dopo Blomberg comincia a tremare per il freddo, il ter-
reno si copre di rugiada e la temperatura si abbassa. Fa un altro
giro e si imbatte in una signora di mezza età, dal volto che sem-
bra una maschera tanto è segnato. La donna sembra molto
ubriaca, vacilla sulle gambe incerte e tiene due barboncini al
guinzaglio. I cani annusano la terra, si capisce benissimo che
vorrebbero correre via liberi, ma la donna li trattiene con fare
rabbioso.
Al margine del cimitero Blomberg incrocia una ragazza ve-
stita da hostess. Le ruote del suo trolley azzurro scricchiolano
sull'asfalto. Lei gli rivolge uno sguardo indifferente, mentre
lui non sembra nemmeno notarla. E da più di sette anni che
lavorano insieme.
Maria Ristonen prosegue con il suo trolley verso l'ingresso
della metropolitana. Ha un obiettivo preciso. Ha notato una
persona nascosta in un portone lì accanto e vuole controllare.
Mentre cammina sente il rumore dei suoi tacchi che riecheggia
fra i muri delle case. Il trolley urta il bordo del marciapiede e il
manico rischia di sfuggirle; si ferma e ne approfitta per squa-
drare la persona nell'androne. Si tratta di un uomo abbastanza
ben vestito, ma con una strana espressione in volto. Sembra che
stia cercando qualcosa e la osserva con uno sguardo inquieto.
Maria Ristonen sente il cuore batterle forte, si gira e ascolta la
voce del capo della squadra d'intervento Jenny Gòransson che
le parla nella ricetrasmittente che ha nell'orecchio.
« Anche Blomberg l'ha visto. Sta arrivando », le dice. « Aspet-
ta Blomberg, Maria. Aspetta Blomberg. »
Maria sistema la valigia, ma non ha più scuse per indugiare e
si vede costretta a proseguire. Cerca di camminare più lenta-
mente mentre si avvicina all'uomo con lo sguardo inquieto. Sarà
costretta a superarlo e a procedere volgendogli le spalle. Quando
lei gli si avvicina, l'uomo torna a nascondersi all'ombra, nell'an-
drone della porta. Tiene una mano sul petto. Maria Ristonen
sente l'adrenalina pulsarle nelle vene quando l'uomo, all'im-
provviso, avanza un paio di passi verso di lei ed estrae un oggetto
che teneva nascosto sotto l'impermeabile. Alle sue spalle Maria
vede che Blomberg ha alzato la pistola ed è pronto a sparare, ma
poi si blocca non appena Jenny gli urla nella ricetrasmittente che
si tratta di un falso allarme: l'uomo è disarmato.
Quella che tiene in mano è solo una lattina.
« Cazzo », sibila l'uomo spruzzandole addosso della birra.
« Okay », sospira Jenny nella ricetrasmittente di Maria.
« Continua fino alla metropolitana. »
La notte trascorre senza che nulla accada. Gli ultimi locali chiu-
dono e poi si vedono solo persone che portano fuori il cane e
senzatetto che vagano per la strada. E poi i postini che conse-
gnano i giornali a domicilio, altri proprietari di cani, gente che
fa jogging. Alle otto Jenny Gòransson comincia ad aspettare
impaziente il cambio del turno. Guarda verso la chiesa di Hed-
vig Eleonora e poi verso le finestre opache dell'appartamento di
Penelope Fernandez. Abbassa lo sguardo su Storgatan e poi sul-
la canonica in cui è cresciuto il regista Ingmar Bergman. Pren-
de una pastiglia alla nicotina e studia la piazza, le panchine del
parco, gli alberi e L'incontro, la discussa scultura di Willy Gor-
don in cui una donna attende il cacciatore a gambe aperte.
All'improvviso scorge un movimento nel portone d'ingresso
con l'alta inferriata che conduce al mercato coperto della piazza
di Ostermalm. E ancora buio, ma Jenny riesce a scorgere il pro-
filo di una sagoma che balena sulla vetrata. E un guizzo, ma lo
nota.
Allora si mette in contatto con Carl Schwirt, che se ne sta
seduto con due sacchi dell'immondizia pieni di lattine vuote
su una panchina del parco, fra gli alberi, nel punto in cui si tro-
vava un tempo l'ingresso del Folkteater. Gli chiede se riesce a
vedere qualcosa da lì.
« No, non vedo proprio un bel niente », le risponde lui.
« Resta seduto dove sei, allora. »
Jenny pensa che forse sia meglio che Blomberg lasci il suo
posto vicino alla chiesa e continui a correre verso il parco di
Humlegàrden per controllare cosa sta succedendo.
Guarda di nuovo verso il portone, sembra che ci sia qualcu-
no inginocchiato al buio, appoggiato all'inferriata. Un taxi im-
bocca Nybrogatan contromano. Jenny solleva in fretta il can-
nocchiale, aspetta che il riflesso dei fari dell'auto illumini la fac-
ciata di mattoni rossi del mercato coperto. La luce lambisce il
portone, ma ora Jenny non riesce a vedere più niente. L'auto si
ferma e poi comincia a fare retromarcia.
« Che imbranato », mormora Jenny quando vede che il tas-
sista sale con una ruota sul marciapiede.
La luce dei fanali colpisce una vetrina lì vicino e si riflette
esattamente sull'androne. E solo un attimo, ma è sufficiente
perché Jenny capisca che cosa sta accadendo.
C'è qualcuno nascosto dietro il cancello.
E un uomo.
E sta posizionando il mirino di un'arma.
Abbassa rapidamente il cannocchiale e chiama via radio la
centrale.
«Attenzione, vedo un uomo armato!» dice quasi urlando.
« Ha un fucile di precisione, vedo il mirino. Si trova nell'ingres-
so del mercato coperto... Ripeto: c'è un cecchino a livello della
strada all'angolo dell'isolato, all'incrocio fra Nybrogatan e
Humlegàrdsgatan! »


L'uomo è fermo dietro la cancellata. Ha osservato la piazza de-
serta per un po', aspettando che il barbone seduto su una pan-
china del parco se ne andasse. Poi, quando ha capito che l'uo-
mo pensava di trascorrere lì la notte, ha deciso di ignorarlo.
Protetto dall'oscurità, sta aprendo il calcio dotato di poggia-
spalla di un M24, un fucile semiautomatico color sabbia, usato
per le distanze fino a due chilometri con munizioni ad alta pre-
cisione. Con gesti lenti e metodici monta un silenziatore in ti-
tanio, poi inserisce il caricatore e appoggia a terra il cavalletto.
Il giorno precedente, poco prima dell'orario di chiusura, era
entrato nel mercato coperto, si era nascosto in un magazzino e
aveva aspettato che finissero le pulizie e che passasse la ronda
della sorveglianza. Non appena avevano spento le luci ed era
calato il silenzio, si era mosso.
Dall'interno aveva disinserito l'allarme delle grandi porte
d'ingresso sull'angolo della strada e poi era uscito dall'androne
e si era appostato dietro il cancello, in una sorta di terra di nes-
suno.
E in una posizione privilegiata. Gli altri non lo vedono, se
resta immobile, mentre lui ha campo libero. Se qualcuno do-
vesse avvicinarsi all'ingresso, gli basterebbe ritrarsi nell'ombra
per diventare completamente invisibile.
Punta il fucile di precisione verso la casa dove si trova Pene-
lope Fernandez e passa in rassegna le stanze con il cannocchiale
a raggi infrarossi. I suoi movimenti sono lenti e sistematici. Ha
aspettato a lungo, sta per fare mattino e fra poco sarà costretto
a lasciare la sua postazione e aspettare la notte successiva. Per-
ché sa che prima o poi Penelope si affaccerà a guardare la piaz-
za, convinta che il vetro antiproiettile basti a proteggerla.
Sta sistemando il mirino quando viene illuminato dai fari di
un'auto. Si ritira un attimo nell'ombra e poi ritorna a control-
lare l'appartamento su Storgatan 1. Quasi immediatamente
scorge una figura dietro una finestra scura. L'immagine è debo-
le e sgranata a causa della distanza e dei vetri antiproiettile. La
visuale è peggiore di quanto si era aspettato. Cerca di mettere a
fuoco i contorni dell'immagine opaca e di individuare il bersa-
glio. Un'ombra rosa pallido si muove sullo sfondo lilla screzia-
to, si dissolve e poi si ricompone.
Qualcosa lo distrae.
C'è del movimento nella piazza di fronte. Due uomini gli si
stanno avvicinando. Forse dipende dai loro movimenti, dal
modo in cui tengono le braccia, fatto sta che l'uomo non ha
dubbi: sono due poliziotti in borghese. E anche se le nascondo-
no sotto la giacca, hanno già sfoderato le pistole.






78.
Il mercato coperto.

Penelope si sveglia presto e non riesce più a riaddormentarsi.
Resta a lungo sdraiata a letto, ma alla fine si alza e mette a scal-
dare l'acqua per il tè. Sa che la polizia potrà mantenere solo per
qualche giorno tutto quello spiegamento di forze per proteg-
gerla, perché a un certo punto non potranno più giustificare
quella spesa. E pensa anche che se l'esecutore non avesse ucciso
tutti quei poliziotti, probabilmente non sarebbero nemmeno lì
a proteggerla, visto che i fondi e il personale sembrano sempre
scarseggiare.
Spegne il fornello e versa l'acqua bollente nella teiera, in cui
immerge due bustine di tè al limone. Porta la teiera e una tazza
nel soggiorno ancora immerso nell'oscurità, appoggia tutto
nella nicchia della finestra, accende la lampada con il paralume
di vetro verde che pende sopra di lei e poi guarda verso la piaz-
za deserta.
Improvvisamente vede due persone correre sul selciato, ca-
dere e restare a terra. Sembra tutto irreale, in quel silenzio ovat-
tato. Penelope spegne in fretta la lampada, che inizia a dondo-
lare sfiorando il vetro della finestra. Guarda di nuovo fuori e
poi si sposta di lato. La squadra di intervento corre lungo Ny-
brogatan e le sembra di vedere un luccichio nell'ingresso del
mercato coperto. Nel medesimo istante sente un rumore, come
se qualcuno avesse tirato uno straccio bagnato contro la fine-
stra. Una pallottola trapassa il vetro blindato, frantuma la lam-
pada e si conficca nella parete dietro di lei.
Penelope si butta a terra e striscia lontano dalla finestra. Il
pavimento è coperto di schegge di vetro della lampada, ma lei
non si accorge nemmeno dei tagli che le provocano sui palmi
delle mani.


Stewe Billgren è stato appena trasferito da un lavoro tranquillo
all'unità operativa della Sezione per gli interventi speciali del-
l'Anticrimine. In questo momento è seduto accanto al suo ca-
po, Mira Carlsson, sul posto del passeggero di un'Alfa, un'auto
civile che lentamente risale Humlegardsgatan. A Stewe Billgren
non è mai capitato di intervenire in una situazione d'emergen-
za, ma molte volte si è chiesto come l'avrebbe gestita. Quel
pensiero ha cominciato a preoccuparlo, in particolare da quan-
do la sua compagna, la settimana prima, è uscita dal bagno con
un volto sorridente mostrandogli il test di gravidanza.
Stewe Billgren è stanco morto dopo la partita a calcio del
giorno prima. I muscoli gli fanno male, gli sembra di avere
un peso agganciato alle cosce e ai polpacci.
Si sentono alcuni colpi sordi provenienti dall'esterno e Mira
fa appena in tempo a guardare fuori dal finestrino e a esclama-
re: « Ma che cavolo sta succedendo... » quando la radio di bor-
do le tronca le parole in bocca.
La voce alla radio urla che due colleghi sono stati colpiti in
mezzo alla piazza di Ostermalm e che la squadra cinque deve
fare immediatamente irruzione da Humlegardsgatan.
E poi di colpo le voci alla radio si moltiplicano e si accaval-
lano.
« Questa volta lo prendiamo », dice il coordinatore operativo
della Sàpo alzando la voce. « Ci sono solo quattro ingressi al
mercato coperto e...»
« Altre vie di fuga? » lo interrompe Jenny Gòransson, il capo
della squadra di intervento.
« Un ingresso su Nybrogatan, uno all'angolo e due su Hum-
legardsgatan », prosegue imperterrita la voce.
« Chiamate rinforzi, ci servono più agenti », urla il coman-
dante Brolin a qualcuno.
«Stiamo cercando di recuperare una piantina del mercato
coperto. »
« Spostate la squadra uno e la due sull'ingresso più esterno »,
urla qualcun altro. Pochi secondi dopo: « La squadra due sta
entrando! Squadra uno, fermatevi all'ingresso, copertura! »
« Veloci, veloci, veloci! »
« La squadra tre si sta spostando verso gli ingressi laterali a
copertura della squadra quattro », dice Jenny con voce concen-
trata. « La squadra cinque ha già ricevuto l'ordine di entrare nel
mercato. Useremo l'Alfa civile a supporto. »
Il comandante Ragner Brolin della direzione della centrale ope-
rativa contatta l'Alfa. Stewe Billgren osserva preoccupato Mira
Carlsson e raccoglie la chiamata. La voce di Brolin suona molto
nervosa quando ordina loro di risalire Majorsgatan e di aspet-
tare ulteriori ordini. Spiega che la zona di intervento è stata al-
largata e che probabilmente dovranno dare supporto armato al-
la squadra cinque.
Il comandante continua a ripetere che la situazione è critica,
che il sospetto criminale si trova all'interno del mercato.
« Cazzo », sibila Stewe. « Non dovrei essere qui, che deficien-
te che sono... »
« Stai calmo », gli dice Mira.
«E che la mia ragazza è incinta, l'ho saputo la settimana
scorsa. Diventerò papà. »
« Congratulazioni. »
Stewe ha il respiro affannato, si mangia l'unghia del pollice e
guarda fìsso davanti a sé. Attraverso il parabrezza Mira vede tre
poliziotti in assetto da combattimento che corrono lungo Hum-
legàrdsgatan in direzione della piazza di Ostermalm. Due di loro
si fermano davanti al grande ingresso laterale del mercato e for-
zano le inferriate. Poi tolgono la sicura alle carabine con mirino
laser ed entrano nell'edificio. Il terzo corre verso l'altro ingresso
laterale, forzando la cancellata come i colleghi.
Quando Brolin si mette di nuovo in contatto con la loro
auto, Stewe Billgren smette di mangiucchiarsi l'unghia del pol-
lice. Di colpo impallidisce.
« Alfa, passo! »
« Rispondi », dice Mira a Stewe.
« Alfa, Alfa! » urla il comandante in capo impaziente.
«Avanti, rispondigli! » urla Mira.
« Qui è Alfa », risponde Stewe.
«Non c'è tempo di far arrivare altri agenti», dice Brolin
quasi urlando. « Faranno irruzione immediatamente e voi do-
vete fare da copertura per la squadra cinque. Ripeto, dovete co-
prire la squadra cinque. E chiaro? »
« Sì », risponde Stewe sentendo il cuore battergli forte in petto.
« Controlla l'arma », gli dice Mira tesa.
Come in un sogno al rallentatore, Stewe tira fuori l'arma di
servizio, estrae il caricatore e controlla le munizioni.
« Perché dovremmo... »
« Adesso andiamo », dice Mira nervosa.
Stewe scuote la testa e mormora: « Ha già ammazzato due
agenti come se fossero mosche... »
« Adesso! » dice Mira duramente.
«Ma io sto per diventare padre! Io non posso...»
«Senti, io vado», lo interrompe Mira. «Tu mettiti dietro
l'auto, sorveglia l'ingresso, mantieni sempre il contatto via ra-
dio e tieniti pronto a intervenire. »
Mira Carlsson toglie la sicura alla sua Glock e scende dal-
l'auto senza guardare il suo collega. Corre verso l'ingresso
più vicino con la cancellata aperta, guarda rapidamente all'in-
terno e poi ritrae la testa. Il collega della squadra cinque la sta
aspettando in cima alle scale. Mira trattiene il respiro, sente la
paura attraversarle il corpo, poi procede verso lo stretto passag-
gio buio. Un leggero odore di immondizia la raggiunge dai
magazzini del seminterrato. Il collega incrocia il suo sguardo,
le fa cenno di seguirlo e di coprirgli la linea di tiro sulla destra.
Attende alcuni secondi e poi le fa il gesto del conto alla rove-
scia: tre, due, uno. L'espressione del viso è concentrata quando
si gira verso il mercato, supera l'ingresso e si mette al riparo
dietro il bancone dalla parte opposta. Mira avanza lentamente
e controlla il corridoio sulla destra per vedere se ci sono movi-
menti. Il collega si ripara dietro il bancone dei formaggi, grandi
come pneumatici. Attraverso il contatto radio costante, Mira
sente che il collega ha il fiato corto. C'è un punto rosso lumi-
noso e tremolante sul pavimento davanti ai suoi piedi. Mira si
avvicina al bancone sulla destra e cerca di vedere qualcosa. La
vetrata del soffitto proietta da un'altezza di venti metri un ri-
flesso grigiastro. Mira solleva di nuovo la sua Glock e, attraver-
so il mirino, scorge dei lucenti ripiani di acciaio inossidabile.
Un grosso filetto di manzo è appeso a frollare in un contenitore
di vetro.
C'è un guizzo nella luce che penetra dalla vetrata. Mira scor-
ge una figura sottile con ali screziate. E l'angelo della morte,
pensa nell'istante esatto in cui il fuoco proveniente dalla bocca
di un fucile automatico dotato di silenziatore illumina le pareti
scure del mercato.
Stewe Billgren è in ginocchio dietro l'Alfa con le portiere e i
finestrini blindati. Ha estratto la sua Sig Sauer e l'ha appoggiata
sul cofano mentre lascia correre lo sguardo avanti e indietro fra
gli ingressi laterali del mercato coperto. Il suono delle sirene si
avvicina da direzioni diverse. Poliziotti armati fino ai denti si
radunano sulla piazza davanti all'entrata principale. All'im-
provviso si odono dei piccoli colpi sferzanti contro le pareti.
Stewe sussulta e prega Dio che non gli succeda niente. Pensa
che dovrebbe darsela a gambe levate e smettere per sempre
con quel maledetto lavoro.






79.
A volte capita.

Joona Linna si sveglia nel suo appartamento in Wallingatan.
Apre gli occhi e guarda verso il cielo dell'estate ormai incipien-
te. Non tira mai le tende, perché preferisce la luce naturale.
E mattina presto.
Si gira nel letto per riaddormentarsi, ma il suo telefono co-
mincia a squillare.
Capisce subito di cosa si tratta ancora prima di mettersi a
sedere e rispondere. Afferra il telefono e ascolta il resoconto de-
gli ultimi sviluppi dell'azione della squadra di intervento. Nel
frattempo apre la cassaforte ed estrae la sua Smith & Wesson. Il
sospetto si trova all'interno del mercato coperto di Ostermalm
e la polizia ha appena fatto irruzione nell'edificio senza aver
prima stabilito una linea strategica da seguire.


Sono passati solo sei minuti da quando è scattato l'allarme e
l'esecutore è scomparso all'interno del mercato. La centrale
operativa cerca di organizzare l'intervento, delimitare la zona
e spostare le squadre senza interrompere la sorveglianza su Pe-
nelope Fernandez.
Una nuova squadra di intervento entra nell'ingresso che dà
su Nybrogatan. Superate le porte, girano subito a sinistra, pas-
sano davanti alla cioccolateria e si fanno largo fra i tavoli del
ristorante con le sedie rivoltate e il banco frigo con le aragoste
e i rombi disposti sul ghiaccio tritato. I poliziotti avanzano con
la schiena chinata, i loro passi rapidi riecheggiano. Si separano
e si mettono al riparo dietro le colonne. Mentre aspettano nuo-
vi ordini, sentono qualcuno lamentarsi nell'oscurità in fondo al
locale; un collega, gravemente ferito, è riverso per terra in una
pozza di sangue dietro al banco delle carni.
Il cielo estivo ha cominciato ad apparire sopra la fuligginosa ve-
trata del soffitto. Mira sente il cuore batterle forte. Sono appe-
na esplosi due colpi pesanti, seguiti da quattro rapidi colpi di
pistola e poi altri due colpi pesanti. Un poliziotto tace, l'altro è
ferito, urla che è stato colpito all'addome e che ha bisogno di
aiuto. « Nessuno che mi sente? » geme.
Mira osserva il riflesso sul vetro. C'è qualcuno che si muove
dietro a una bancarella con appesi dei fagiani e della carne di
renna affumicata. Sopraggiunge un collega e Mira gli fa cenno
che qualcuno si trova esattamente davanti a loro. Il collega con-
tatta la centrale di comando e chiede a bassa voce se sanno della
presenza di altri poliziotti nel corridoio centrale. Mira si asciu-
ga il sudore dalla mano, afferra di nuovo la pistola, segue lo
strano movimento con lo sguardo. Si avvicina con cautela,
mantenendosi accovacciata, con il fianco contro il banco delle
verdure. Annusa il profumo del prezzemolo e delle patate fre-
sche ancora sporche di terra. Il suo collega le fa un cenno: sta
coordinando un'azione con altri tre agenti che sono entrati da
Nybrogatan, e intanto si avvicina all'esecutore lungo il bancone
della selvaggina. All'improvviso un'arma con cartucce ad alta
velocità spara in direzione del ristorante. Mira sente un rumore
sordo, quasi simile a un sospiro. La pallottola attraversa il giub-
botto antiproiettile del suo collega più anziano, supera le lami-
ne di carburo di boro e penetra nel suo corpo. Il bossolo vuoto
tintinna sul pavimento di pietra.


L'esecutore osserva il suo primo colpo entrare nel petto del po-
liziotto e uscire dalla schiena, in mezzo alle scapole. Prima che
le ginocchia del poliziotto si pieghino, sarà già morto. L'esecu-
tore continua a fissarlo. L'uomo colpito scivola su un lato e ro-
vescia un tavolino durante la caduta. Una saliera e una pepiera
finiscono per terra e rotolano sotto una sedia.
L'esecutore non si ferma, si sposta in fretta verso l'interno e
controlla diverse linee di tiro con fare esperto. Ha capito che
c'è un altro poliziotto nascosto dietro una parete di mattoni ac-
canto al bancone del pesce. Un terzo uomo si sta avvicinando
lungo il corridoio dove sono appese delle lepri e carni di cervo.
Vede la luce del mirino laser. L'esecutore si volta e spara due
colpi rapidi mentre procede in direzione della cucina del risto-
rante.


Mira sente altri due spari e vede il corpo del collega vacillare. Il
sangue schizza dal foro sulla schiena da cui è uscita la pallotto-
la. L'uomo inciampa e poi cade all'indietro in modo così vio-
lento che l'elmetto si slaccia e scivola via. Il suo fucile automa-
tico cade per terra e il mirino laser punta dritto verso Mira. Lei
si sposta e si acquatta vicino al banco della frutta. In quel mo-
mento fanno irruzione nel mercato ventiquattro poliziotti, sei
per ogni ingresso. Mira cerca di fare rapporto, ma non riesce a
mettersi in contatto con nessuno. Nell'istante successivo vede
l'esecutore. E a dieci metri di distanza da lei. Si muove molto
velocemente e allo stesso tempo con estrema cautela, quasi con
disinvoltura. Sa quello che fa. Sta per entrare nella cucina del
ristorante quando Mira solleva la sua Glock, prende la mira e
spara tre colpi.


Quando sta per varcare le porte girevoli ed entrare nella buia
cucina, l'esecutore è colpito da una pallottola al braccio sini-
stro. Continua lungo il piano di cottura tirato a lucido, facendo
cadere alcune terrine di acciaio inossidabile e dirigendosi verso
una piccola porta metallica. Sente che il sangue caldo gli sta co-
landò sul dorso della mano. La pallottola l'ha ferito. Si tratta di
un proiettile JHP e capisce subito che il tricipite è gravemente
lacerato, ma che l'arteria non ha subito danni. Senza fermarsi a
controllare la ferita, apre la porta di un montacarichi, entra nel-
la cabina, apre lo sportello dall'altra parte, tira un calcio a una
porta di lamiera e si trova all'esterno, in un passaggio stretto.
Ora è in piena luce. Supera un cortile interno asfaltato dove
sono parcheggiate otto auto. La parete dietro il mercato è mol-
to alta, è gialla e completamente liscia come il retro di una
quinta teatrale. Ripiega il calcio del fucile e poi corre verso
una vecchia Volvo rossa. Sa che è un modello senza la chiusura
centralizzata. Con il fucile rompe un finestrino posteriore, si
infila nell'abitacolo e apre la portiera del guidatore.
Dall'interno del mercato si sentono alcuni spari.
Sale in auto, prende il coltello, rompe l'alloggiamento del
blocchetto di accensione, estrae i cavi e usa la lama del coltello
per fare contatto.
Il motore si avvia subito.






80.
L'onda d'urto.

Stewe Billgren ha appena visto dodici poliziotti armati fino ai
denti entrare di corsa da due degli ingressi del mercato. E rima-
sto accucciato, con la pistola puntata verso l'accesso più vicino,
dopo che Mira è scomparsa all'interno dell'edificio insieme a
un collega della squadra cinque, poco meno di dieci minuti
prima. Adesso che sono entrati tutti quei poliziotti, può smet-
tere di coprirla. Si alza e si mette a sedere al posto del guidato-
re. Il lampeggiante blu si riflette sulle pareti degli edifìci fino a
Sturegatan.
Stewe guarda la radio della polizia, la flebile luce dell'appa-
recchiatura RAKEL subito sopra la radio normale, una S70M.
Improvvisamente nota un movimento inatteso nello specchiet-
to retrovisore. Il muso di una Volvo sbuca dal portone di un
edificio adiacente al mercato. L'auto scende piano dal marcia-
piede e svolta a destra su Humlegàrdsgatan, gli si avvicina, lo
supera e poi, proprio davanti a lui, svolta su Majorsgatan. Il
cielo chiaro si riflette nei finestrini e Stewe non riesce a distin-
guere la persona al volante. Solleva lo sguardo verso la piazza e
vede Jenny che parla alla ricetrasmittente. Stewe pensa che do-
vrebbe salire da lei e chiedere di Mira, quando una serie di im-
magini gli passano rapidamente in testa. Accade in maniera del
tutto inaspettata.
L'uomo nella Volvo rossa ha lasciato la presa sul volante per
cambiare marcia. Ha usato soltanto la destra.
La giacca nera luccica. È bagnata, pensa Stewe. Il cuore ac-
celera i battiti.
La manica sinistra è bagnata e il cielo non si riflette nel fi-
nestrino posteriore. Ora vede bene il volto dell'uomo alla guida
perché la macchina è senza un cristallo. Il sedile posteriore è
cosparso di schegge di vetro brillanti.
Il vetro è stato infranto. Il braccio dell'uomo sanguina.
Stewe Billgren reagisce in fretta e senza commettere errori.
Chiama il capo della squadra di intervento via radio nello stes-
so istante in cui la Volvo rossa comincia a salire su Majorsga-
tan. Non ricevendo alcuna risposta, decide di seguire il veicolo
sospetto. La sua è una reazione istintiva: Stewe agisce senza più
pensare alla propria sicurezza personale. Avvia il motore e inse-
risce la marcia. Nell'istante in cui svolta su Majorsgatan, la
Volvo rossa accelera davanti a lui. L'uomo alla guida ha capito
di essere stato scoperto. Gli pneumatici cominciano a girare
con un fischio simile a un urlo cercando di far presa sull'asfalto.
Entrambe le auto aumentano la velocità, percorrono la strada
stretta passando davanti alla chiesa neogotica della Santissima
Trinità fino ad arrivare all'incrocio.
Stewe inserisce la quarta, si fa sotto, pensa che dovrebbe su-
perarlo e poi stringerlo, costringendolo a fermarsi. La facciata
chiara della chiesa, esattamente davanti a loro, si avvicina a una
velocità vertiginosa. La Volvo svolta a destra su Linnégatan, ma
la curva è così brusca che l'auto finisce sul marciapiede, sotto
una tenda rossa, travolgendo con forza inaudita alcuni tavolini
di un bar. Schegge di legno e pezzi di metallo vorticano nell'a-
ria. Il parafango anteriore sinistro della Volvo pende da una
parte e gratta sull'asfalto provocando scintille. Stewe gli è subi-
to dietro, accelera, arriva all'incrocio, frena e poi svolta, slitta in
avanti e guadagna alcuni secondi nella curva. Cambia di nuovo
la marcia e si avvicina alla Volvo rossa. Entrambe le auto cor-
rono veloci su Linnégatan. Il parafango della Volvo si stacca e
finisce contro il parabrezza di Stewe, che per un attimo è co-
stretto a rallentare. Poi recupera la visuale e scala la marcia, ac-
celerando. Un taxi su una strada laterale suona a lungo il clac-
son. Entrambi si spostano nell'altra corsia per superare due
auto più lente. Stewe riesce a scorgere i blocchi stradali intorno
alla piazza di Ostermalm. Alcuni curiosi hanno cominciato a
radunarsi. La strada si fa più larga vicino al museo di Storia
e Stewe cerca di riprendere contatto con la centrale operativa.
« Qui è Billgren », urla.
« Ti sento, agente, parla », gli risponde una voce.
« Sto inseguendo il nostro uomo in auto su Linnégatan in
direzione di Djurgàrden! » grida Stewe per radio. « Guida
una Volvo rossa... »
L'auto collide contro un cavalletto di legno posto davanti a
un cumulo di sabbia. Stewe perde la ricetrasmittente, che cade
davanti al posto del passeggero. La ruota anteriore destra si sol-
leva da terra, Stewe sterza a sinistra, supera un punto in cui l'a-
sfalto si è gonfiato e mette in folle cercando di evitare lo slitta-
mento. Finisce nella corsia opposta, ma poi riprende il control-
lo dell'auto, innesta nuovamente la marcia e schiaccia il pedale
dell'acceleratore.
Lungo la strada a due corsie di Narvavàgen, che incrocia il
viale alberato di Linnégatan, Stewe insegue la Volvo, che obbli-
ga un autobus a inchiodare. L'autobus scivola all'altezza dell'in-
crocio, sbanda e colpisce un lampione con la parte posteriore.
Un altro automobilista, cercando di evitare l'autobus, si schian-
ta contro una pensilina. Le schegge di vetro dei finestrini si
spargono sull'erba e sul marciapiede. Una donna si scansa al-
l'ultimo momento, inciampa, cade a terra. L'autista dell'auto-
bus cerca di frenare e gli pneumatici sbattono contro un'aiuola
salvagente, mentre il tettuccio taglia di netto il grosso ramo di
un albero.
Stewe segue la Volvo in direzione dell'Auditorium di Ber-
waldhallen, riesce ad affiancarla e vede che l'uomo alla guida
gli punta contro una pistola. Stewe frena di colpo. La pallottola
infrange il finestrino e gli passa a pochi centimetri dal viso.
Tutto l'abitacolo si riempie di un turbine di schegge volanti.
La Volvo investe una bicicletta legata a un palo con il cartellone
pubblicitario del bar Da Linda. La bicicletta si schianta rumo-
rosamente contro il cofano e poi sul tettuccio, finisce in pezzi
che carambolano davanti all'auto di Stewe, che frena e cerca di
evitarli. Le ruote stridono, le sospensioni scricchiolano.
Proseguono a tutta velocità. Imboccano Strandvägen. Subi-
to dopo una pensilina in mezzo agli alberi c'è una curva a go-
mito a sinistra. Appena compiuta la svolta, Stewe schiaccia l'ac-
celeratore. Le gomme slittano sull'asfalto. Si immettono brutal-
mente nel traffico dell'ora di punta. Si sentono frenate improv-
vise e uno scontro sordo. Girano immediatamente a sinistra,
fiancheggiando l'Auditorium, passano sull'aiuola spartitraffico
e imboccano Dag Hammarskjölds väg.
Stewe estrae la pistola e la appoggia fra le schegge di vetro
sul sedile del passeggero. Pensa che deve raggiungere la Volvo
sulla Djurgardsbrunnsvägen, dove può affiancarla sulla sinistra
e cercare di colpire l'uomo alla guida sparandogli da dietro.
Quando superano l'ambasciata americana, con il suo alto can-
cello grigio militare, corrono a una velocità di 130 km orari.
All'improvviso la Volvo abbandona la strada asfaltata e gira a
sinistra, subito dopo l'ambasciata norvegese, sale sul marciapie-
de e percorre il passaggio pedonale in mezzo agli alberi. Stewe
reagisce con un leggero ritardo, è costretto a fare una curva più
ampia davanti a un autobus, sale anche lui sul marciapiedi, su-
pera il prato e si infila in mezzo ad alcuni cespugli. Le gomme
strisciano contro il bordo del marciapiede mentre fiancheggia
l'Istituto italiano di cultura. Passa sopra un altro marciapiede
e svolta a sinistra su Gärdesgatan, dove vede immediatamente
la Volvo.
E ferma sulla strada, a cento metri circa di distanza, in mez-
zo all'incrocio con Skarpögatan.
Stewe scorge l'uomo al volante attraverso il lunotto posterio-
re della Volvo. Afferra la pistola dal sedile del passeggero, toglie
la sicura e rallenta, avvicinandosi con cautela. Su Valhallavägen,
dietro la sede della televisione di stato, si intravedono i riflessi
blu dei lampeggianti della polizia. L'uomo vestito di nero scen-
de dalla Volvo e comincia a correre verso l'ambasciata tedesca e
quella giapponese. Stewe preme nuovamente l'acceleratore per
inseguirlo, e proprio in quell'istante la Volvo rossa esplode, tra-
sformandosi in una palla di fuoco e fumo. L'onda d'urto lo
prende in pieno viso mentre il frastuono dell'esplosione è assor-
dante. Quando sale con l'auto sul marciapiede, c'è uno strano
silenzio tutt'intorno. L'aria è satura di fumo nero e si intravedo-
no solo i resti in fiamme della Volvo. Stewe non riesce a vedere
l'esecutore da nessuna parte, sebbene non ci sia alcun posto in
cui possa essere scappato. Schiaccia l'acceleratore, passa in mez-
zo alle cancellate e si ferma in fondo alla strada. Poi scende dal-
l'auto e corre indietro a piedi, con la pistola in mano.
L'uomo è scomparso. Tutt'intorno permane il silenzio, ma
ora c'è uno strano sibilo, come se un forte vento avesse comin-
ciato a soffiare. Stewe riesce ad abbracciare con lo sguardo tutta
la strada delle ambasciate dietro la cancellata di ferro grigio
chiaro. L'esecutore non può essere andato lontano in quel bre-
ve intervallo di tempo. Deve essere entrato nell'area di qualche
ambasciata, usando un codice o passando attraverso un ingres-
so o scavalcando la cancellata.
La strada si sta riempiendo di curiosi, attirati dall'esplosione.
Stewe osserva la scena, avanza di alcuni passi, poi si volta e si
guarda alle spalle.
Scorge l'esecutore. E all'interno dell'area dell'ambasciata te-
desca, davanti all'edificio centrale. Si muove con calma e disin-
voltura, come se avesse ogni diritto di trovarsi lì. Apre la porta
d'ingresso ed entra.
Stewe Billgren abbassa la pistola, cerca di calmarsi e di respi-
rare lentamente. Un fischio ha cominciato a suonargli nelle
orecchie. Sa che le rappresentanze diplomatiche godono del di-
ritto di extraterritorialità, un privilegio che gli impedisce di in-
seguire il criminale senza un'esplicita richiesta da parte dell'isti-
tuzione in causa.
E costretto a fermarsi, non c'è nulla che possa fare: la giuri-
sdizione della polizia svedese finisce ai cancelli dell'area del-
l'ambasciata.






81.
L'ambasciata tedesca.

Quando Joona Linna si avvicina a tutta velocità al parco di
Humlegàrden, scorge un uomo in uniforme a dieci metri di di-
stanza dal posto di blocco su Sturegatan. Il poliziotto gli indica
di fare il giro e prendere un'altra strada. Joona invece prosegue,
accosta al ciglio della strada e scende dall'auto. Mostra in fretta
il suo tesserino di riconoscimento, poi si china per passare sotto
il nastro che delimita l'area e comincia a risalire di corsa Hum-
legàrdsgatan in direzione del mercato coperto.
Sono passati solo diciotto minuti da quando ha ricevuto la
chiamata, ma la sparatoria è già finita e sul posto stanno co-
minciando ad arrivare le ambulanze.
Il capo della squadra d'intervento, Jenny Gòransson, sta ri-
cevendo il rapporto dell'inseguimento che si è appena concluso
nel quartiere diplomatico. L'esecutore si è introdotto nell'am-
basciata tedesca. Fuori dal mercato, Saga Bauer sta parlando
con una collega che ha una coperta sulle spalle. Saga incrocia
lo sguardo di Joona e gli fa cenno di raggiungerle. Joona si av-
vicina annuendo.
« Pensavo di arrivare per primo », dice.
« Sei troppo lento, Joona. »
« Sì », risponde lui sorridendo.
La donna con la coperta sulle spalle guarda Joona e lo saluta.
«Lei è Mira Carlsson dell'unità investigativa. E stata una
delle prime in assoluto a entrare nel mercato e pensa di essere
riuscita a colpire l'esecutore. »
« Ma non è riuscita a vederlo in faccia », afferma Joona.
« No », risponde Mira.
Joona guarda verso l'ingresso del mercato e poi si gira verso
Saga.
« Avevano detto che tutti gli edifici adiacenti sarebbero stati
messi sotto controllo », borbotta.
« Gli analisti tattici hanno ritenuto che la distanza fosse trop-
pa perché ci fosse un rischio di... »
« Si sono sbagliati », taglia corto Joona.
« Già », risponde Saga indicando il mercato. « L'esecutore si
trovava dietro la cancellata di questo ingresso ed è riuscito a
sparare un colpo alla finestra di Penelope. »
« Sì, ho sentito. Penelope ha avuto davvero fortuna », dice a
bassa voce.
La zona intorno all'ingresso principale del mercato coperto
della piazza di Ostermalm è chiusa al traffico, piccoli cartellini
numerati indicano i primi ritrovamenti sulla scena del crimine:
un'impronta e il bossolo di una munizione americana full metal
jacket. In fondo, in mezzo alle porte aperte, Joona vede alcuni
pomodori che sono rotolati sul pavimento e il caricatore di un
fucile d'assalto di fabbricazione svedese.
«Joona, forse abbiamo un testimone», spiega Saga. «Stewe
Billgren, il collega che ha inseguito il sospetto nel quartiere del-
le ambasciate, sostiene di averlo visto passare dall'ingresso del-
l'ambasciata tedesca. »
« Può essersi sbagliato? »
«E possibile... Siamo in contatto con l'ambasciata e affer-
mano che...» Saga controlla nel suo taccuino. «Dicono che
non è successo nulla di diverso dall'ordinario nell'area dell'am-
basciata. »
« Hai parlato con Billgren? »
« Si ».
Saga rivolge a Joona uno sguardo serio. « C'è stata un'esplo-
sione e non sente quasi niente, ma è assolutamente certo che
fosse lui. Ha visto chiaramente l'uomo entrare nell'edificio. »
« Potrebbe essere scappato di nascosto dal retro. »
« In ogni caso, adesso abbiamo circondato l'ambasciata e c'è
un nostro elicottero che sorvola l'area. Stiamo aspettando il
permesso di entrare. »
Joona lancia uno sguardo irritato verso il mercato. « Ci vorrà
troppo tempo, così. »
Tira fuori il cellulare e a bassa voce spiega: « Chiamo Klara
Olofsdotter ».
Klara Olofsdotter è a capo del coordinamento dei pubblici
ministeri. Risponde al secondo squillo.
« So che è lei, Joona Linna », afferma senza nemmeno dire
« pronto ». « E so già di cosa si tratta. »
«Allora saprà sicuramente che dobbiamo ottenere al più
presto il permesso di entrare nell'ambasciata », dice Joona.
Nella sua voce risuona il tono inflessibile della sua famigera-
ta ostinazione.
« Non è così semplice, cazzo! » sbotta lei. « Mi scusi per il lin-
guaggio, ma mi creda, si tratta di una cosa maledettamente de-
licata. Ho appena parlato al telefono con la segreteria dell'am-
basciatore », gli spiega Klara Olofsdotter. « Sostengono che in
ambasciata è tutto in ordine. »
« Abbiamo ragione di credere che sia là dentro », ribadisce
Joona.
« Ma come sarebbe riuscito a entrare nell'ambasciata? »
« Potrebbe essere un cittadino tedesco che si appella al dirit-
to dell'assistenza consolare. Il consolato aveva appena aperto.
Potrebbe essere uno svedese che lavora lì part time e dispone
del tesserino magnetico per entrare oppure... Può avere qualche
forma di privilegio diplomatico, forse l'immunità. Potrebbe es-
sere protetto da qualcuno, ancora non lo sappiamo. Magari è
parente dell'attaché militare o di Joachim Rucher. »
« Ma se non sapete nemmeno che faccia abbia », dice. « Se
non ci sono testimoni, come facciamo a entrare in un'amba-
sciata senza sapere come riconoscerlo, mi sembra... »
« Un testimone ce l'abbiamo », la interrompe Joona.
Per un istante cala il silenzio. Joona sente il respiro di Klara
Olofsdotter attraverso il ricevitore.
«Allora farò in modo che possiate entrare», dice alla fine.






82.
La faccia.

Joona Linna e Saga Bauer si trovano nell'appartamento protet-
to sulla piazza di Òstermalm. Le luci sono tutte spente. Il cielo
del mattino brilla fuori dalla finestra. Penelope Fernandez è se-
duta sul pavimento con la schiena appoggiata alla parete e in-
dica la finestra.
« Sì, è da lì che è entrata la pallottola », conferma Saga a bas-
sa voce.
«Mi ha salvato la lampada», dice Penelope abbassando la
mano e con un tono di voce appena percettibile.
Osservano i cocci sparsi intorno, il filo che pende e la base
ridotta in frantumi.
« L'ho spenta per riuscire a vedere meglio quello che stava
succedendo sulla piazza », dice Penelope. « La lampada ha co-
minciato a dondolare e lui deve aver pensato che ero io, giusto?
Ha pensato che mi stessi muovendo e che il calore provenisse
dal mio corpo. »
Joona si gira verso Saga.
« Aveva un mirino a raggi infrarossi? »
Saga annuisce. « Secondo Jenny Gòransson sì. »
« Cosa significa? » chiede Penelope.
« Che hai ragione: probabilmente la lampada ti ha salvato la
vita », risponde Joona.
« Santo Iddio », geme Penelope e poi si chiude nel silenzio.
Joona la osserva calmo e i suoi occhi grigi sembrano scintille.
« Penelope », dice con una voce seria. « Tu l'hai visto in viso,
vero? Non questa volta, ma prima. Ci hai detto di no. Capisco
che tu abbia paura, ma... vorrei che annuissi se pensi di poterci
fornire una descrizione di quest'uomo. »
Penelope si asciuga in fretta le guance, poi solleva lo sguardo
sul commissario allampanato e scuote la testa.
« Non puoi fornirci almeno un identikit? » le chiede Saga
con cautela.
Penelope pensa alla voce del commissario, al suo dolce ac-
cento finlandese e si chiede come faccia a sapere che lei ha visto
il volto dell'esecutore. Penelope sa di averlo visto, ma non è
certa di poterlo descrivere. Era successo così in fretta. Era riu-
scita a vederlo solo di sfuggita per pochi secondi, dopo che ave-
va ucciso Björn e Ossian, e c'era anche la pioggia che gli batteva
sul viso.
Vorrebbe riuscire a liberarsi di ogni ricordo.
Invece lo rivede. Come in una serie di lampi, il volto stanco
e quasi preoccupato dell'uomo le riaffiora in mente.
Saga Bauer si avvicina a Joona, che è in piedi davanti alla
finestra con il foro lasciato dalla pallottola e sta leggendo un
messaggio sul cellulare.
« Klara Olofsdotter ha parlato con l'esperto legale che ha
conferito con l'ambasciatore », dice Joona. « Fra un'ora, tre per-
sone potranno avere accesso all'ambasciata per quarantacinque
minuti ».
« Dobbiamo muoverci subito », dice Saga.
« Non c'è fretta », afferma Joona indugiando con lo sguardo
sulla piazza.
Una folla di giornalisti si sta formando intorno al blocco
della polizia fuori dal mercato.
« Hai detto al pubblico ministero che ci serve una scorta ar-
mata? » gli chiede Saga.
« Discuteremo la faccenda con gli agenti di sorveglianza te-
deschi ».
« Chi entrerà nell'edificio? Come ci regoliamo? »
Joona si gira verso di lei.
« Mi stavo chiedendo... Forse il collega che ha inseguito l'e-
secutore... »
« Stewe Billgren », dice Joona. « Sarebbe in grado di identi-
ficarlo secondo te? »
« Non l'ha visto in volto. Nessuno ha visto che faccia ha »,
risponde Saga andando a sedersi sul pavimento accanto a Pene-
lope.
Resta seduta accanto a lei un istante, si appoggia alla parete
proprio come lei e fa un respiro profondo prima di porle una
domanda.
« Che cosa vuole da te? Cosa vuole l'uomo che ti sta dando
la caccia? Tu hai capito perché sta accadendo tutto questo? »
« No », risponde Penelope piano.
« Vuole la fotografia che avevi messo sul vetro della porta nel
tuo appartamento », dice Joona con la schiena rivolta verso di lei.
Penelope abbassa lo sguardo e annuisce debolmente.
« Sai perché vuole quella fotografìa? » le chiede Saga.
« No », risponde cominciando a piangere.
Saga aspetta un istante e poi le dice: « Björn aveva cercato di
estorcere del denaro a Carl Palmcrona e... »
« Io non ne sapevo niente! » la interrompe Penelope, ripren-
dendo il controllo della voce. « Io non c'entro in quella storia. »
« Questo lo sappiamo », la rassicura Joona.
Saga appoggia dolcemente la sua mano su quella di Penelope.
« Sei stata tu a scattare la fotografia? » le chiede.
«Io? No, io... la fotografia è arrivata alla sede di Svenska
Freds... Sono io a capo dell'organizzazione e...»
Tace.
« La fotografia è arrivata per posta? » le chiede Joona.
« Si. »
« Da chi? »
« Non lo so! »
« Non c'era una lettera accompagnatoria? » le chiede.
« No, non mi sembra. Cioè, non che io sappia ».
« Solo una busta con la fotografia? »
Penelope annuisce.
« Hai conservato la busta? »
« No. »
« Ti ricordi cosa c'era scritto sopra? »
« Solo il mio nome e Svenska Freds... Senza la casella postale
2088. Solo il nome. »
« Penelope Fernandez », dice Saga. « Associazione Svenska
Freds - och skiljedomsfòrening».
« Quindi tu hai aperto la busta e hai estratto la fotografia »,
dice Joona. « Che cosa hai visto in quell'istante? Quella foto-
grafìa ti ha fatto scattare qualcosa? »
« Fatto scattare? »
« Sì... Cos'hai visto in quell'istante? Hai riconosciuto qual-
cuno? »
« Sì... tre di loro, ma... »
Tace.
« Raccontaci cos'hai pensato quando hai guardato la fotogra-
fia. »
« Ho pensato che qualcuno mi avesse visto in televisione »,
dice Penelope. Raccoglie i pensieri prima di continuare. « Ho
pensato che quella fotografia fosse la tipica cosa... Palmcrona
avrebbe dovuto essere neutrale, questo è l'aspetto determinan-
te... E invece era lì all'Opera, a brindare con lo champagne in-
sieme al direttore della Silencia Defence e a un commerciante
d'armi attivo in Africa e in Medio Oriente... Era... è uno scan-
dalo ».
« Cosa pensavi di fare con la fotografìa? »
« Niente », risponde. « Non c'è niente da fare, si sa che le co-
se vanno così, eppure... mi ricordo che ho pensato che almeno
sapevo da che parte stava Palmcrona. »
« Esatto. »
« La fotografia mi aveva fatto venire in mente quegli idioti
dell'Ufficio Immigrazione che, ora non mi ricordo quand'è
successo, avevano brindato con champagne russo dopo aver
espulso una famiglia dal paese. Festeggiavano per aver negato
la richiesta di asilo a una famiglia che cercava aiuto in Svezia,
una famiglia con un bambino malato... »
Penelope tace di nuovo.
« Sai chi è la quarta persona nell'immagine, la donna? »
Penelope scuote la testa.
« E Agathe al-Haji », dice Saga.
« Quella era Agathe al-Haji? »
« Sì. »
« Perché...? »
Penelope tace e la fìssa con i suoi grandi occhi scuri.
« Sai quando è stata scattata la fotografia? » le chiede Saga.
«No, ma l'ordine di arresto a carico di al-Bashir è stato
emesso nel luglio del 2009... »
Penelope si blocca all'improvviso per la seconda volta e il
suo viso arrossisce violentemente.
« Che succede? » le chiede Saga quasi sussurrando.
« La fotografìa è stata fatta dopo, vero? » dice Penelope con
voce tremante. « Lo scatto risale a dopo l'ordine di arresto a ca-
rico del presidente. »
« Cosa te lo fa credere? » le chiede Saga.
« E così, vero? » ripete Penelope.
« Sì », risponde Joona.
Le guance della ragazza scolorano.
« L'affare con il Kenya », dice Penelope mentre la bocca co-
mincia a tremarle. « Si tratta dell'affare con il Kenya. Ecco di
che cosa si tratta. E il contratto con il Kenya quello che Palm-
crona sta definendo in quella fotografia: la vendita di munizio-
ni al Kenya. Lo sapevo che c'era qualcosa che non andava, lo
sapevo. »
« Continua », dice Joona.
« Il Kenya è il protetto della Gran Bretagna, a livello inter-
nazionale. Ma è il Sudan che vuole comprare queste munizio-
ni. La fornitura arriverà al Sudan e al Darfur passando attraver-
so il Kenya. »
«Sì», risponde Saga. «Anche noi la pensiamo allo stesso
modo. »
« Ma è proibito! Peggio... Si tratta di tradimento vero e pro-
prio. Questo accordo va contro il diritto internazionale. Si trat-
ta di un crimine contro l'umanità... »
Tace di nuovo.
« Dunque è per questo che è successo tutto », dice poi calma.
« Non perché Bjorn avesse cercato di ricattare Palmcrona. »
« Il suo tentativo di ricatto ha fatto sì che quelle persone sa-
pessero che c'era una fotografia compromettente per loro. »
« Pensavo che la fotografìa fosse fonte di imbarazzo », dice
Penelope. « Imbarazzante, ma niente di più. »
« Da parte loro tutto è cominciato quando Palmcrona li ha
chiamati raccontando del ricatto », le spiega Saga. « Non sape-
vano nemmeno dell'esistenza della fotografia prima di allora.
La telefonata di Palmcrona deve averli messi in allarme. Non
sapevano se l'immagine rivelava poco o tanto. Ma naturalmen-
te hanno capito che bisognava toglierla dalla circolazione. Non
possiamo sapere cos'hanno pensato. Forse credevano che foste
stati tu e Bjòrn a fotografarli nel palco. »
« Però... »
« Non potevano certo sapere di quanto voi due foste al cor-
rente, ma non potevano comunque correre rischi. »
« Capisco », dice Penelope. « E le cose non sono cambiate
nemmeno adesso, giusto? »
« Esatto. »
Penelope annuisce fra sé e sé.
«Ai loro occhi potrei essere l'unica testimone dell'affare»,
dice.
«Hanno investito parecchi soldi per quel contratto con il
Kenya. »
« Non può funzionare », sussurra Penelope.
« Scusa? »
Penelope solleva lo sguardo, incrocia quello di Saga e dice:
« Non possono imbottire di munizioni il Darfur, semplicemen-
te non può funzionare. Ci sono stata due volte e... »
«A loro non importa, si tratta solo di denaro», dice Saga.
«No, si tratta... si tratta di molto di più», afferma Penelope
volgendo lo sguardo alla parete. «Si tratta... »
Le parole le vengono meno quando si ricorda lo scricchiolio
delle statuine di creta calpestate dagli zoccoli di una capra. Una
piccola donna di creta essiccata ridotta in briciole. Un bambino
che rideva e urlava che quella era la mamma di Nufì. Tutti i fur
devono morire. Devono essere sterminati, urlavano gli altri
bambini con i loro volti felici.
« Cosa stai cercando di dire? » le chiede Saga.
Penelope la osserva, indugia con lo sguardo fisso nei suoi oc-
chi per alcuni secondi, ma non risponde. Con la memoria ri-
torna al mese passato in Kenya e nel Sudan sudoccidentale.
Dopo un lungo e caldo viaggio in auto, era arrivata all'ac-
campamento di Kubbum, a sud-ovest di Nyala, nella zona det-
ta Janub Darfur, nel Sudan meridionale. Già durante il primo
giorno, Penelope aveva dovuto darsi da fare insieme a Jane e
all'uomo che tutti chiamavano Grey per aiutare le vittime delle
incursioni della milizia Janjawid.
Quella notte era stata svegliata dalle urla di tre ragazzi appar-
tenenti alla milizia, che gridavano di voler uccidere tutti gli
schiavi. Erano in mezzo alla strada e uno di loro aveva un re-
volver in mano. Penelope era andata alla finestra e li stava os-
servando quando all'improvviso uno di loro si era avvicinato a
un anziano che stava friggendo delle patate dolci e gli aveva
sparato.
I ragazzi erano poi tornati sulla carreggiata, si erano guardati
alle spalle, indicando la baracca dove abitavano Penelope e Ja-
ne, e verso la quale avevano cominciato a incamminarsi. Pene-
lope aveva trattenuto il respiro mentre ascoltava i passi intorno
alla veranda e le parole eccitate che si scambiavano l'un l'altro.
All'improvviso avevano buttato giù la porta della baracca
con un calcio ed erano entrati nel corridoio. Penelope era rima-
sta immobile sotto il letto recitando fra sé il Padre nostro. Al-
cuni mobili erano stati rovesciati e fatti a pezzi. Poi aveva sen-
tito i ragazzini tornare in strada. Uno di loro rideva e urlava che
gli schiavi sarebbero morti. Penelope era sgusciata da sotto il
letto e si era messa di nuovo alla finestra. I ragazzi avevano pre-
so Jane, la trascinavano per i capelli e poi l'avevano spinta in
mezzo alla strada. La porta di un'altra baracca vicino si era
aperta e Grey era uscito con un machete in mano. Il ragazzo
magro gli era andato incontro. Grey era forse trenta centimetri
più alto di lui e con le spalle larghe.
« Che cosa volete? » aveva chiesto loro.
Il suo viso era serio e lucido per il sudore.
Il ragazzo magro non aveva risposto alla sua domanda, si era
limitato ad alzare il revolver e gli aveva sparato un colpo all'ad-
dome. Il rumore era riecheggiato fra le case. Grey si era accascia-
to all'indietro, cadendo sulla schiena. Aveva cercato di rialzarsi,
ma poi era rimasto immobile con la mano sull'addome.
« Un fur morto », aveva urlato uno degli altri ragazzi che te-
neva stretti i capelli di Jane.
L'altro ragazzo l'aveva obbligata ad aprire le cosce. Jane cer-
cava di opporsi e di rivolgersi a loro con voce ferma e dura.
Grey aveva urlato qualcosa ai tre giovani. Quello con il revolver
era tornato da lui, gli aveva urlato contro qualcosa, poi gli ave-
va appoggiato la canna del revolver alla fronte e aveva premuto
il grilletto. Si era sentito solo un debole clic. Il ragazzo aveva
premuto di nuovo il grilletto più volte, ma il revolver era sca-
rico. Per sei volte si era sentito solo clic. Sulla strada c'era stato
un attimo di esitazione, poi si erano aperte le porte di altre ba-
racche, da cui erano uscite alcune donne africane. I ragazzini
avevano lasciato andare Jane e avevano cominciato a correre,
inseguiti da cinque donne. Penelope aveva afferrato la coperta
dal letto, aveva aperto la porta della sua camera e, dopo aver
attraversato di corsa il corridoio, si era precipitata in strada.
Era corsa da Jane e le aveva messo la coperta sulle spalle, aiu-
tandola a rialzarsi.
« Adesso entra », le aveva detto Jane. « Potrebbero tornare,
non devi restare qui fuori... »
Per tutta la notte e la mattinata successiva, Jane era rimasta
in sala operatoria. Alle dieci del mattino era andata a riposarsi
nella baracca, solo quando era stata certa di aver salvato la vita
di Grey. Verso sera aveva ripreso a lavorare come al solito e il
giorno dopo la routine della tenda ospedaliera era tornata alla
normalità. I ragazzini l'avevano aiutata, ma ora erano più at-
tenti e a volte facevano finta di non sentirla quando ritenevano
che fosse troppo esigente.
« No », sussurra Penelope.
« Cosa stai cercando di dire? » ripete Saga.
Penelope pensa che non possono permettere l'esportazione
di armi in Sudan.
« Non glielo possiamo permettere », dice.
« Forse potremmo proteggerti meglio nella camera sotterra-
nea», dice Saga.
« Proteggere? Nessuno può proteggermi », risponde Penelope.
« La situazione è sotto controllo. Al momento, l'esecutore si
trova all'interno dell'ambasciata tedesca e abbiamo circondato
l'edificio... »
« Ma non l'avete ancora preso », la interrompe Penelope al-
zando la voce.
« Probabilmente ha una ferita da arma da fuoco. E tra poco
entreremo nell'edificio... »
« Voglio venire con voi », afferma Penelope.
« Perché vorresti... »
« Perché l'ho visto in faccia », risponde.
Joona e Saga sussultano. Penelope guarda Joona.
«Aveva ragione», dice lei. «L'ho visto in faccia».
« C'è poco tempo, ma dovremmo riuscire a fare un identi-
kit », dice Saga con voce nervosa.
« Non serve », dice Joona. « Non possiamo fermare una per-
sona all'interno dell'ambasciata di un altro paese soltanto sulla
base di una somiglianza con un identikit ».
« Però potete farlo se avete un testimone oculare che lo rico-
nosca », dice Penelope alzandosi e guardandolo con calma negli
occhi.






83.
Il criminale.

Penelope è seduta in mezzo a Saga Bauer e Joona Linna sul re-
tro di una camionetta della polizia su Skarpògatan, davanti al-
l'ambasciata giapponese. C'è una scorta armata al loro fianco.
Si trovano a soli cinquanta metri dall'ingresso dell'ambasciata
tedesca. Penelope indossa un giubbotto antiproiettile che le pe-
sa enormemente addosso e le stringe il petto.
Mancano solo cinque minuti, poi tre persone avranno acces-
so all'area dell'ambasciata. Avranno a disposizione soltanto
quarantacinque minuti per cercare di identificare e arrestare
il sospetto.
In silenzio, Penelope accetta che Joona le allacci una fondina
sulla schiena con dentro una pistola d'emergenza, sistemata in
modo che lui possa facilmente afferrare l'arma standole dietro.
« Sicura di volerlo? » le chiede Saga.
« Non c'è problema », risponde Penelope.
«Non sappiamo cosa ci aspetta là dentro», dice Joona.
« Spero che vada tutto liscio, ma se così non fosse, quest'arma
potrebbe fare la differenza. »
Tutta l'area pullula di poliziotti, agenti della Sàpo, squadre
di intervento e ambulanze.
Joona Linna osserva i resti della Volvo bruciata. E rimasto
quasi solo il telaio carbonizzato. Alcune parti dell'auto giaccio-
no sparpagliate sull'incrocio. Erixon ha già trovato un detona-
tore e identificato dei resti di nitroammina.
« Probabilmente si tratta di ciclotrimetilentrinitroammina »,
dice sollevandosi gli occhiali da sole sul naso.
« Esplosivo militare », dice Joona guardando l'orologio.
Un pastore tedesco si muove fra le gambe di un poliziotto, si
mette a sedere sull'asfalto e ansima con la lingua a penzoloni.
Saga, Joona e Penelope vengono scortati da una squadra di
intervento fino alla cancellata, dove quattro militari tedeschi li
stanno aspettando con un'espressione seria in volto.
«Non ti preoccupare», dice Saga dolcemente a Penelope.
« Devi solo identificare l'uomo e, a quel punto, ti portiamo
fuori. Il servizio di sicurezza dell'ambasciata aspetterà che tu
sia al sicuro prima di bloccarlo. »
Un militare muscoloso con un viso pieno di lentiggini apre
la cancellata, li fa entrare nel territorio dell'ambasciata, li saluta
cortesemente e si presenta come Karl Mann, responsabile della
sicurezza.
Lo seguono fino all'ingresso dell'edificio.
La luce del mattino è ancora tenue.
«Si tratta di una persona estremamente pericolosa», dice
Joona.
« Capisco, siamo stati informati », risponde Karl Mann.
« Ma sono stato qui tutta la mattina e vi posso garantire che
qui dentro ci sono solo diplomatici e cittadini tedeschi. »
« Potreste farci avere una lista? » gli chiede Saga.
« Per ora posso solo dirle che stiamo vagliando le registrazio-
ni delle telecamere di controllo », le spiega Karl Mann. « Perché
temo che il vostro collega abbia visto male. Penso che l'uomo
in questione abbia superato i cancelli, ma anziché entrare abbia
fatto il giro dell'ambasciata e attraversato il giardino in direzio-
ne della sede della radio. »
« E possibile », dice Joona calmo.
« Quante persone si trovano all'interno dell'ambasciata? »
chiede Saga.
« Questo è l'orario di apertura e al momento sono in corso
quattro incontri. »
« Dunque ci sono quattro visitatori? »
« Sì. »
« E quanti sono i membri del personale? » chiede sempre Sa-
ga-
« Sono undici. »
« E in quanti siete voi del servizio di sicurezza? »
« Siamo in cinque », risponde l'uomo.
« Nessun altro? »
« No. »
«Nessun falegname o imbianchino o...»
« No. »
« In tutto fanno venti persone. »
« Cominciate a dare un'occhiata in giro da soli? » chiede Karl
Mann calmo.
« Preferiremmo che ci guidaste », dice Saga.
« Di quante persone avete bisogno? »
« Il maggior numero possibile e armati il più possibile », ri-
sponde Joona.
« Deve veramente credere che sia molto pericoloso », osserva
Mann sorridendo. « Posso darvi altre due persone, non di più. »
«Non sappiamo cosa ci aspetta...»
« Mi avete detto che secondo voi è ferito a una spalla », af-
ferma Karl Mann. «Non mi pare che ci sia ragione di essere
tanto allarmati. »
« Forse la persona che stiamo cercando non è mai entrato, o
magari ha già lasciato l'ambasciata », spiega Joona a bassa voce
rivolto all'uomo. « Ma se è ancora li dentro, allora dobbiamo
mettere in conto delle perdite. »
In silenzio Joona, Saga e Penelope attraversano il corridoio
al pianterreno insieme a tre militari armati con fucili automa-
tici e granate stordenti. La sede dell'ambasciata è stata in ri-
strutturazione per alcuni anni, durante i quali gli uffici sono
stati trasferiti su Artillerigatan. Nonostante i lavori non siano
ancora finiti, in primavera l'edificio è tornato a ospitare la mis-
sione diplomatica. C'è un odore di vernice e di legno appena
tagliato e alcune parti del pavimento sono ancora coperte con
la pellicola protettiva.
« Cominciamo dai visitatori, cioè da quelli che non fanno
parte del personale », dice Joona.
« Va bene », gli risponde Karl Mann.
Con una strana calma interiore, Penelope procede fra Saga
Bauer e Joona Linna. Per qualche ragione non riesce a credere
che incontrerà il suo persecutore lì nell'ambasciata. Quel posto
le sembra troppo calmo, troppo ordinario.
Eppure nota che Joona Linna è teso e attento. Si muove co-
me se ogni gesto fosse pianificato e consapevole e il suo sguardo
perlustra incessantemente le porte e le grate del sistema di ven-
tilazione.
Il fischio di un allarme risuona all'improvviso fra le pareti e
la compagine si ferma. Karl Mann solleva la sua ricetrasmitten-
te e parla brevemente in tedesco con un collega.
« E un guasto », spiega poi in svedese. « È l'allarme di una
porta che fa contatto. La porta è chiusa, ma l'allarme scatta co-
me se fosse aperta da più di trenta secondi. »
Proseguono lungo il corridoio e a ogni passo Penelope Fer-
nandez avverte sempre di più la pistola che le rimbalza sulla
schiena.
« Là in fondo siede Martin Schenkel, l'attaché commercia-
le », spiega Karl Mann. « Sta ricevendo la visita di un certo Ro-
land Lindkvist. »
« Vorremmo parlare con loro », dice Joona.
« Ha chiesto di non essere disturbato prima di pranzo. »
Joona non risponde nemmeno, e prosegue.
Saga prende per il braccio Penelope e la tiene accanto a sé,
mentre gli altri si avvicinano alla porta chiusa.
« Aspetti un istante », dice il militare a Joona bussando alla
porta.
Qualcuno risponde, Karl Mann attende un attimo, poi riceve
il permesso di entrare. Karl apre la porta, entra e poi richiude.
Joona rivolge lo sguardo a una stanza priva di porta. L'aper-
tura è coperta da un telo di plastica grigia. All'interno si intui-
scono dei pannelli di cartongesso ammucchiati per terra. Il telo
di plastica è gonfio come una vela ed emette un debole fruscio.
Joona fa un passo avanti quando all'improvviso si sente qual-
cosa dietro la porta dell'ufficio dell'attaché commerciale, alcu-
ne voci e un tonfo pesante. Penelope fa un balzo indietro. Vor-
rebbe correre via.
« Aspettiamo qui », dice Saga a bassa voce estraendo la pistola.
Penelope ricorda che, nella primavera del 1975, quella stessa
ambasciata era stata occupata dal commando Holger Meins, che
aveva tenuto dodici persone in ostaggio. La richiesta era che An-
dreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin e altri ventitré
prigionieri della banda Baader-Meinhof fossero rilasciati dal
carcere in cui si trovavano, nella Germania Ovest. Il comman-
do aveva fatto irruzione correndo e urlando per quei corridoi,
trascinando per i capelli l'ambasciatore Dietrich Stoecker e
spingendo giù dalle scale il corpo insanguinato di Heinz Hille-
gaart. Penelope non ricorda come fossero andate le trattative,
ma quando il cancelliere tedesco Helmut Schmidt aveva comu-
nicato al primo ministro svedese Olof Palme che non intende-
va acconsentire alle richieste, gli attentatori avevano sparato a
due ostaggi. Karl-Heinz Dellwo aveva urlato con voce stridula
che avrebbe sparato a una persona ogni ora fino a quando le
loro richieste non fossero state esaudite.
Penelope vede che Joona Linna si volta e va verso la porta
dell'ufficio dell'attaché commerciale. Entrambi i militari resta-
no immobili. Joona estrae una grossa pistola lucida come l'ar-
gento, toglie la sicura e poi bussa alla porta.
Un odore si diffonde nel corridoio, come se qualcuno avesse
dimenticato delle pentole sul fornello.
Joona bussa un'altra volta, resta in ascolto e poi sente una
voce monotona, che sembra ripetere continuamente la stessa
frase. Attende alcuni secondi, nasconde la pistola sotto la giacca
e poi abbassa la maniglia.
L'ufficiale militare Karl Mann è in piedi sotto il lampadario
con il fùcile sul fianco. Guarda Joona e poi volge lo sguardo ver-
so l'altra persona, seduta su una poltrona in fondo alla stanza.
« Herr Schenkel, questo è il commissario svedese di cui le ho
parlato», dice.
Libri e raccoglitori sono sparsi sul pavimento, come se fossero
stati rovesciati dalla scrivania in un attacco d'ira. L'attaché com-
merciale Martin Schenkel è seduto in poltrona con gli occhi
puntati sulla televisione. Stanno trasmettendo in diretta da Pe-
chino la partita di calcio fra la Germania e la nazionale cinese.
« Non aveva un appuntamento con Roland Lindkvist? » gli
chiede Joona bruscamente.
« E già andato via », gli risponde Martin Schenkel senza spo-
stare lo sguardo dallo schermo.
Tornano nel corridoio. L'umore di Karl Mann è cambiato.
Rivolge gli ordini agli altri due militari con tono secco. Nel
corridoio adiacente vedono una donna con un abito grigio
chiaro ricamato camminare veloce sulla pellicola di protezione
posata sul pavimento appena levigato.
« Chi è? » chiede Joona.
« La segretaria dell'ambasciatore », risponde Karl Mann.
«Vorrei parlarle e...»
All'improvviso scatta un allarme in tutto l'edificio.
Una voce registrata spiega in tedesco che non si tratta di una
esercitazione. Tutte le persone devono lasciare immediatamen-
te l'edificio e l'uso degli ascensori non è più consentito.






84.
Il fuoco.

Karl Mann parla in fretta nella ricetrasmittente e comincia a
incamminarsi verso la tromba delle scale.
« C'è un incendio al piano superiore », spiega.
« E molto esteso? » chiede Joona cercando di stargli al passo.
« Non lo sanno ancora, ma dobbiamo evacuare l'ambasciata.
Ci sono undici persone lassù. »
Karl Mann prende un estintore da un armadietto con lo
sportello rosso e strappa la linguetta della sicura.
« Io esco con Penelope », urla Saga.
« È stato lui ad appiccare il fuoco », dice Penelope. « Proverà
a squagliarsela mentre cercano di spegnere l'incendio. »
Joona segue i tre militari su per le scale. I loro passi riecheg-
giano nell'androne. Corrono in fretta sui gradini e poi raggiun-
gono il corridoio al secondo piano. C'è un forte odore di fumo
e appena sotto il soffitto aleggiano dei veli grigi di fuliggine.
Karl Mann apre una porta e guarda all'interno di un ufficio.
E vuoto. Joona apre la porta seguente, ma anche li non c'è nes-
suno. Vanno avanti.
« Sembra che l'incendio sia nella Sala Schiller: lì accanto c'è
una cucina », dice Karl Mann facendo segno con la mano.
In fondo al corridoio si vede del fumo nero che fuoriesce
dalla soglia di una doppia porta. Il fumo filtra con flusso co-
stante e si diffonde come acqua torbida sulle porte adiacenti
e sulle pareti fino a raggiungere il soffitto.
Da qualche parte si sentono le urla di una donna. L'edificio
è attraversato da tonfi sordi, simili al brontolio di un tuono, ma
provenienti dall'interno dell'ambasciata. All'improvviso, da
dietro la doppia porta, si ode uno scoppio, come se una grande
lastra di vetro fosse andata in frantumi a causa del calore.
«Dobbiamo far uscire tutti», dice Joona. «E...»
Karl Mann fa cenno a Joona di tacere perché lo stanno chia-
mando sulla ricetrasmittente. Appoggia l'estintore per terra e
risponde, scambia alcune parole in tedesco e poi si rivolge ai
presenti: «Ascoltate », dice con voce ferma. « Quelli della sorve-
glianza hanno notato sui monitor un uomo vestito di nero. Si
trova nei servizi degli uomini e tiene una pistola in un lavandi-
no. »
« È lui », dice Joona.
Karl Mann chiama la sorveglianza a bassa voce e si informa
sulla posizione dell'uomo nei servizi.
« Si trova a due metri di distanza dalla porta, sulla destra »,
spiega Karl Mann. « Perde abbondantemente sangue da una
spalla ed è seduto per terra... ma la finestra è aperta, è possibile
che cerchi di fuggire da quella parte. »
Corrono sul pavimento coperto con la pellicola protettiva
marrone, superano la scala lasciata dagli imbianchini e si fer-
mano dietro Karl Mann. In questo punto il calore è palesemen-
te più forte e il fumo sbuffa sul soffitto come una corrente d'ac-
qua fangosa. Si sentono dei crepitìi e rumori sordi, come se il
pavimento tremasse sotto i loro passi.
« Che pistola ha? » chiede Joona a bassa voce.
« Sono riusciti a vedere solo una pistola nel lavandino, ma
non... »
« Chieda se ha uno zaino sulle spalle », dice Joona. « Perché
potrebbe avere con sé... »
« Basta! Comando io qui, non lei! » urla Karl Mann.
Fa un cenno ai suoi uomini, i quali controllano i propri fu-
cili e poi lo seguono nel vestibolo. Joona vorrebbe metterli di
nuovo in guardia, ma li vede scomparire dietro la cortina di fu-
mo. La loro tattica standard non può funzionare con l'esecuto-
re. Non sono altro che delle mosche che si avvicinano a un ra-
gno. Una dopo l'altra finiranno per restare impigliate nella ra-
gnatela.
Joona sente il fumo pungergli gli occhi.
Un ragno tesse la sua tela con due tipi diversi di fili, pensa. I
fili appiccicosi che servono per catturare le prede e i fili sui qua-
li si arrampica.
Il ragno si ricorda il disegno della trama e per questo può
muoversi sulla sua ragnatela senza restare impigliato.
Joona toglie la sicura alla sua Smith&Wesson e poi segue
con cautela i militari. Si sono già messi in posizione fuori dalla
porta dei servizi. Uno di loro, un ragazzo con i capelli biondi
che sbucano da sotto l'elmetto, strappa la spoletta di sicurezza
di una granata. Apre la porta, getta la granata stordente all'in-
terno, facendola quasi rotolare sul pavimento di piastrelle, poi
richiude in fretta la porta. Si sente un'esplosione soffocata e il
secondo militare apre di nuovo la porta e punta l'arma nel
buio. Karl Mann fa un gesto con la mano come a indicare di
sbrigarsi. Senza un secondo di esitazione il militare biondo si
precipita all'interno con il suo fucile alzato e l'imbracciatura
appoggiata alla spalla. Joona sente un tuffo al cuore. Il militare
biondo dice qualcosa con voce impaurita. Sembra quasi infan-
tile nella sua ingenuità. Un secondo dopo si ode una violenta
esplosione e il ragazzo viene ributtato indietro in una pioggia di
fumo e calcinacci. L'esplosione scardina la porta. Il secondo
militare lascia cadere la sua arma, scivola su un lato e poi ap-
poggia un ginocchio al pavimento. L'onda d'urto ha obbligato
Joona a fare un passo indietro. Il ragazzo biondo giace sulla
schiena in mezzo al corridoio. Ha la bocca aperta e si vede
del sangue fra i denti. Ha perso conoscenza e una grossa scheg-
gia di granata gli si è conficcata nella coscia. Sangue rosso lu-
cente sgorga a fiotti sul pavimento. Joona lo raggiunge e lo tra-
scina da una parte. Quando prepara una fasciatura d'emergen-
za usando la cintura dell'uomo e una manica della camicia,
sente sulle mani il calore del sangue che fuoriesce dalla ferita.
Uno degli uomini è crollato e piange con voce tremante e
impaurita.
Due militari aiutano un uomo grigio di capelli ad attraver-
sare il corridoio: ha il viso coperto di fuliggine e riesce a mala-
pena a camminare da solo. Una donna si è annodata il cardigan
intorno alla bocca e a passi svelti percorre il passaggio con gli
occhi spalancati in preda al panico.
Con la pistola in mano, Karl Mann entra nei bagni calpe-
stando le schegge degli specchi e delle mattonelle.
Trova l'esecutore riverso sul pavimento.
E ancora vivo.
Le gambe si agitano con un fremito mentre le braccia si
muovono con gesti inarticolati. Il mento e gran parte del viso
sono stati cancellati dall'esplosione. Karl Mann si guarda intor-
no, nota il filo di ferro e capisce che l'uomo probabilmente vo-
leva tendere loro una trappola innescando una bomba a mano,
ma poi è stato sorpreso dal dispositivo stordente lanciato dal
militare biondo e la granata gli deve essere caduta di mano.
« Dobbiamo evacuare tutti gli altri », sussurra Karl Mann fra
sé lasciando i servizi.
Joona si asciuga il sangue dalle mani, chiama la centrale di
comando chiedendo che mandino un'ambulanza e scorge poi
Penelope salire dalle scale. Saga compare subito dietro di lei
sul corridoio. Gli occhi di Penelope sono scuri, come se avesse
pianto per ore. Saga cerca di calmarla, fa per trattenerla, ma lei
si libera dalla sua stretta.
« Dov'è? » chiede Penelope con voce nervosa. « Voglio veder-
lo. »
« Dobbiamo uscire di qui », le urla Joona. « Il corridoio fra
poco si surriscalderà».
Penelope continua verso di lui, arriva all'ingresso dei servizi
e poi guarda all'interno della stanza, ridotta a un cumulo di
macerie. Vede l'uomo riverso sul pavimento, il suo corpo tre-
mante e il volto insanguinato. Penelope lancia un gemito, tor-
na indietro sul corridoio, cerca di appoggiarsi alla parete e fa
cadere una lettera incorniciata del cancelliere Willy Brandt. Il
vetro si infrange sul pavimento, ma la lettera resta appoggiata
allo zoccolo della parete.
Il respiro di Penelope si fa più affannato, sente lo stomaco
contorcersi, deglutisce e si accorge che Saga sta cercando di ti-
rarla verso di sé per farla scendere dalle scale.
« Non è lui! » geme Penelope.
« Dobbiamo uscire », insiste Saga prendendola per un brac-
cio.
Il personale dell'ambulanza, munito di maschere di prote-
zione, porta via il militare biondo ferito. Si sente una nuova
esplosione dovuta al calore, sembra un respiro profondo. Un
turbine di schegge di vetro e di legno riempie il corridoio.
Un uomo inciampa, scivola a terra e poi si rialza. Il fumo si
diffonde attraverso una porta aperta. Un uomo robusto è fer-
mo sul corridoio mentre un rivolo di sangue gli esce dal naso,
colandogli sulla camicia e sulla cravatta. I militari gridano a
tutti di andare verso l'uscita di emergenza. Le fiamme irrompo-
no attraverso l'apertura di un ufficio. La pellicola protettiva sul
pavimento prende fuoco e si accartoccia. Due persone corrono
accovacciate tenendosi per mano. L'abito leggero di una donna
comincia a bruciare. La donna urla e un militare le spruzza ad-
dosso della schiuma bianca.
Joona tossisce a causa del fumo, ma si porta all'interno dei
servizi degli uomini e osserva la devastazione causata dalla gra-
nata. L'esecutore giace completamente immobile. Dalla ferita
sulla spalla, coperta dalla giacca nera, esce un fiotto di sangue
rosso scuro. L'armadietto del pronto soccorso è lì per terra, i
cerotti e le compresse di cotone sono sparsi sul pavimento, me-
scolati alla polvere e alle schegge di ceramica delle mattonelle.
Le pareti sono annerite dal fumo e gran parte del rivestimento
si è staccato. La parete delle toilette è crollata, gli specchi sono
andati in frantumi e da una tubatura rotta scorre dell'acqua.
In uno dei lavandini ci sono sette caricatori e una pistola
Heckler&Koch. Dietro uno dei water di un'altra toilette Joona
scorge lo zaino di nylon nero pesante. Sembra vuoto.
Urla, voci spaventate e rapidi ordini secchi risuonano nell'e-
dificio. Karl Mann raggiunge i servizi insieme al personale del-
l'ambulanza.
« Voglio che qualcuno lo sorvegli », dice Joona indicando
l'esecutore. I paramedici sollevano il corpo e lo adagiano su
una barella, legandolo poi con una cintura di sicurezza.
« Probabilmente morirà prima che l'ambulanza raggiunga
l'ospedale», risponde Karl Mann coprendosi la bocca con la
mano mentre tossisce.
« Preferirei comunque che lo teneste d'occhio fino a quando
sarà nell'area dell'ambasciata. »
Karl Mann incrocia lo sguardo di Joona Linna e poi dà or-
dine ai suoi uomini di tenere sotto controllo il prigioniero e di
consegnarlo alla polizia svedese.
Del fumo nero e fitto sbuffa nel corridoio mentre il frastuono
e il crepitio del fuoco si fanno più forti. Tutti urlano e tossisco-
no, affrettandosi a uscire con volti spaventati e la schiena ricurva.
Karl Mann viene contattato alla ricetrasmittente e risponde, si
china per non respirare il fumo e parla conciso.
«Manca ancora una persona, dovrebbe trovarsi su questo
piano », dice poi, tossendo.
Con un lungo passo Joona supera la porta divelta che giace
per terra, si avvicina a un'altra porta chiusa e appoggia la mano
sulla maniglia. Le luci si spengono, si riaccendono e alla fine si
spengono definitivamente. Resta solo il riflesso tremante del
fuoco a illuminare il corridoio invaso dal fumo, mentre da
una porta esce un turbine di scintille.
Il rumore adesso è possente, si sentono delle esplosioni e dei
cigoli i metallici.
Joona incrocia lo sguardo di Karl Mann e gli fa un gesto in-
dicandogli di tirarsi indietro. Estrae la pistola e apre la porta di
alcuni centimetri, poi si sposta, aspetta un istante e guarda nel-
l'oscurità della stanza.
Non vede nulla, solo il contorno scuro dei mobili d'ufficio
nella luce tenue che penetra dalle persiane abbassate. Un debo-
le soffio vicino al pavimento fa spostare Joona istintivamente
dalla linea di tiro.
« Evacuate il locale », urla qualcuno alle sue spalle.
Joona si gira e vede quattro pompieri correre sul corridoio.
Si dividono sui due lati e setacciano sistematicamente ogni
stanza.
Prima che Joona abbia il tempo di avvisarli, uno dei pom-
pieri punta la torcia elettrica nella stanza. La luce si riflette su
due occhi. E un labrador, è spaventatissimo e abbaia.
« Ce ne occupiamo noi », dice uno degli uomini. « Ce la fa a
uscire da solo? »
« Manca una persona », risponde Karl.
« Fate attenzione », dice Joona guardando dritto negli occhi
il giovane pompiere.
« Adesso andiamo! » gli urla Karl.
« Devo solo controllare una cosa », si ostina Joona.
Tossendo continuamente, Joona entra di nuovo nei servizi
degli uomini, vede il sangue sul pavimento e gli schizzi sulle
pareti, si avvicina di corsa a una delle toilette e afferra lo zaino
nero dell'esecutore.






85.
Caccia al cacciatore.

Penelope ha le gambe che tremano ma cerca di rimanere in pie-
di, con una mano appoggiata alla cancellata e lo sguardo basso
sull'asfalto. Lotta disperatamente per reprimere i conati di vo-
mito. L'immagine di ciò che ha visto nei bagni le vibra ancora
davanti agli occhi. Il volto deturpato dall'esplosione, i suoi
denti, tutto quel sangue.
Il peso del giubbotto antiproiettile sembra trascinarla giù
per terra. I rumori intorno la raggiungono a ondate. Si sentono
le sirene intermittenti della seconda ambulanza. I poliziotti si
scambiano ordini urlando o comunicando via radio. Vede i pa-
ramedici correre trasportando una barella: sopra deve esserci
l'uomo che era seduto sul pavimento dei bagni. E disteso sulla
schiena. Il volto è coperto, ma il sangue sta già penetrando at-
traverso le compresse di cotone.
Saga si avvicina a Penelope insieme a un'infermiera, convin-
ta che la ragazza stia per cadere in stato di shock.
« Non era lui », piange Penelope quando la avvolgono in una
coperta.
« Un medico tra poco verrà a visitarti », dice l'infermiera.
« Ma posso già darti un calmante. Soffri di qualche disturbo
epatico? »
Quando Penelope scuote la testa, l'infermiera le porge una
capsula blu.
« Devi deglutirla intera... è mezzo grammo di Xanor. »
« Xanor », ripete Penelope guardando la pastiglia che tiene in
mano.
« Ti calmerà e non ha particolari controindicazioni », le spie-
ga l'infermiera prima di allontanarsi.
« Vado a prenderti un po' di acqua », le dice Saga avviandosi
verso l'auto della polizia.
Penelope si sente le dita fredde. Si guarda la mano e la pic-
cola capsula blu.
Joona Linna è ancora dentro l'edificio. Continuano a uscire
altre persone, sporche di fuliggine e intossicate dal fumo. I di-
plomatici sotto shock si raccolgono intorno alla cancellata del-
l'ambasciata giapponese in attesa di essere trasportati all'ospe-
dale Karolinska. Una donna con una gonna blu e un cardigan
crolla a terra e piange apertamente. Un poliziotto si siede ac-
canto a lei, le cinge le spalle e le parla con fare calmo. Uno
dei diplomatici si passa la lingua sulle labbra e continua ad
asciugarsi le mani con un fazzoletto, come se non riuscisse a
pulirsi a dovere. Un uomo anziano con un abito stropicciato
è in piedi e parla al cellulare con un'espressione impietrita.
L'attaché militare, una donna di mezza età con i capelli tinti
di rosso, si è asciugata le lacrime e cerca di prestare aiuto muo-
vendosi come una sonnambula. Con uno sguardo vacuo tiene
in mano la flebo con il plasma, mentre altri paramedici sposta-
no un paziente. Un uomo, che si teneva il viso con le mani
ustionate avvolte con delle garze, era seduto fino a un attimo
prima con una coperta sulle spalle. Adesso si è alzato: la coperta
è caduta per terra e lui si sta avviando lentamente sulla strada,
camminando con fare istupidito lungo la cancellata.
Un militare è in piedi con una mano appoggiata al pennone
della bandiera e piange.
L'uomo con le mani ustionate continua a camminare nella
chiara luce del mattino, svolta l'angolo e gira a destra su Gàr-
desgatan.
Penelope di colpo sente che il respiro le si mozza. Una sen-
sazione inquietante le attraversa il corpo come un'iniezione di
acqua gelida.
Non l'ha scorto in volto, ma la schiena è riuscita a vederla.
L'uomo con le mani ustionate. E certa che si tratta di lui.
E lui, il suo persecutore, quello che si sta incamminando
verso il quartiere di Gärdet, allontanandosi lentamente dalla
polizia e dalle ambulanze. Non ha bisogno di vederlo in volto,
perché ha già visto in precedenza la sua schiena e il suo collo
sulla barca sotto il ponte di Skurusund, quando Viola e Björn
erano ancora in vita.
Penelope apre la mano e lascia cadere la capsula per terra.
Con il cuore che le batte forte in petto, comincia a inseguir-
lo, svolta su Gärdesgatan, lascia cadere la coperta, proprio co-
me ha appena fatto l'uomo, e aumenta il passo. Quando lo ve-
de infilarsi con movimenti stanchi fra gli alberi della radura po-
co lontano, inizia a correre. L'uomo sembra indebolito, proba-
bilmente risente della perdita di sangue causata dalla ferita alla
spalla. Penelope capisce che non potrà sfuggirle. Alcune taccole
si alzano dalla cima degli alberi e volano via. Penelope prosegue
in mezzo agli alberi, si sente piena di energia, cammina a gran-
di passi sull'erba e scorge l'esecutore a cinquanta metri di di-
stanza. L'uomo zoppica e si appoggia a un ramo. Le garze si
sono sfasciate e gli pendono dalle mani. Penelope corre verso
di lui mentre l'uomo lascia il boschetto e zoppica fino al grande
prato, sotto la luce del sole. Senza fermarsi, Penelope tira fuori
la pistola che Joona Linna le ha sistemato sulla schiena, la guar-
da, toglie la sicura, arriva all'ombra degli alberi, si blocca e, con
braccio fermo, mira alla gamba dell'uomo.
« Adesso non ti muovere », sussurra premendo il grilletto.
Il colpo deflagra, il rinculo rimbalza contro il suo braccio e
la spalla mentre gli spruzzi della polvere da sparo le bruciano
sul dorso della mano.
La pallottola scompare in lontananza e Penelope vede che il
suo persecutore cerca di correre più in fretta.
Non avresti dovuto toccare mia sorella, pensa.
L'uomo supera un sentiero, si ferma, si tiene la spalla e poi
riprende a camminare sul prato.
Penelope corre, esce alla luce del sole, supera anche lei il sen-
tiero che l'uomo ha appena attraversato e solleva la pistola.
«Fermati!» urla.
Spara un altro colpo e vede che la pallottola solleva un lem-
bo di terra dieci metri davanti all'uomo. Sente l'adrenalina che
le circola in corpo, è determinata e concentratissima. Punta alle
gambe e spara. Sente il crepitio, avverte il rinculo nel braccio e
vede che la pallottola gli trapassa il poplite e gli esce dalla ro-
tula. L'uomo urla per il dolore e cade a terra, cerca di alzarsi,
ma Penelope si avvicina a grandi passi e vede che si sta trasci-
nando contro il tronco di una betulla solitaria.
Fermati, pensa Penelope alzando di nuovo la pistola. Hai
ucciso Viola, l'hai ammazzata e hai ammazzato Björn.
« Hai ucciso la mia sorellina », ripete ad alta voce prima di
sparare.
La pallottola gli perfora il piede sinistro e il sangue schizza a
fiotti sull'erba.
Quando Penelope finalmente gli si para davanti, l'uomo è
seduto con la schiena contro il tronco della betulla, la testa
gli penzola in avanti e il mento gli riposa sul petto. Perde san-
gue in abbondanza, respira ansimando come un animale, ma
per il resto è completamente immobile.
Penelope si ferma davanti a lui, con le gambe larghe nel-
l'ombra proiettata dall'albero e gli punta contro la pistola.
« Perché? » gli chiede a bassa voce. « Perché mia sorella è
morta, perché è... »
Tace, deglutisce, si piega sulle ginocchia per vederlo in viso.
« Voglio che mi guardi mentre ti sparo. »
L'uomo si inumidisce le labbra e cerca di sollevare la testa,
ma sembra che il peso sia eccessivo e che non ce la faccia. Evi-
dentemente sta per perdere conoscenza a causa dell'emorragia.
Penelope gli punta di nuovo contro la pistola, poi si ferma, al-
lunga l'altra mano, gli solleva il mento e lo osserva. Le mascelle
le si serrano quando riconosce i suoi tratti stanchi, il volto che
aveva visto alla luce di un lampo dietro la cortina di pioggia a
Kymmendò. Adesso si ricorda la calma dei suoi occhi e la cica-
trice profonda sulla bocca.
E anche in quel momento, l'uomo trasuda una calma quasi
innaturale. Penelope fa appena in tempo a pensare che è strano
che non abbia la minima paura di lei, quando all'improvviso
l'uomo fa un affondo. Si muove con una velocità inattesa,
prendendola per i capelli e attirandola a sé. Il suo braccio è così
forte che Penelope cade in avanti e finisce con la fronte contro
il suo petto. Non fa in tempo a spostarsi che l'uomo cambia
posizione, le afferra il polso e le strappa di mano l'arma. Pene-
lope scalcia con tutta la forza che le rimane e scuote le braccia,
cade all'indietro sull'erba e, quando solleva di nuovo lo sguar-
do, l'esecutore le sta già puntando contro la pistola.
E spara due colpi rapidi.






86.
Il tronco bianco della betulla.

Solo quando scende dalla tromba delle scale dell'ambasciata e
si affretta a percorrere il corridoio al pianterreno, il commissa-
rio Joona Linna sente i polmoni affaticati e gli occhi che bru-
ciano. Deve uscire all'aria aperta, deve respirare aria pulita.
Tossisce, si appoggia a una parete, ma cerca di andare avanti.
Si sente una nuova esplosione al piano superiore e un lampa-
dario si stacca dal soffitto cadendo sul pavimento proprio da-
vanti a lui. Le sirene dei vigili del fuoco e delle ambulanze fen-
dono l'aria.
Joona percorre svelto l'ultimo tratto fino all'ingresso princi-
pale dell'ambasciata. Sul cortile asfaltato appena fuori dalla
porta ci sono sei militari tedeschi, di guardia, che hanno forma-
to un cordone di sicurezza. Joona si riempie i polmoni con l'a-
ria fresca, tossisce ancora e si guarda intorno. Due autopompe
hanno sollevato i bracci verso l'ambasciata. Fuori dai cancelli
c'è una folla di poliziotti e di paramedici. Karl Mann è disteso
sull'erba, mentre un medico è piegato su di lui e gli ausculta i
polmoni. Penelope Fernandez cammina lungo la cancellata
dell'ambasciata giapponese con una coperta sulle spalle.
All'ultimo istante Joona era tornato nei servizi degli uomini
per prendere lo zaino che era stato infilato dietro il sifone di un
water. Era stata un'intuizione improvvisa a guidarlo. Non riu-
sciva a capire perché l'esecutore avrebbe dovuto curarsi di na-
scondere uno zaino vuoto dopo aver lasciato la pistola e il ca-
ricatore perfettamente visibili in un lavandino.
Joona tossisce di nuovo, apre lo zaino di nylon e osserva
quello che c'è dentro. La borsa non è del tutto vuota. Contiene
tre passaporti diversi e un coltello a serramanico con del sangue
fresco sulla lama.
Chi hai colpito? si chiede Joona.
Guarda di nuovo il coltello, la lama bianca di polvere di me-
tallo sinterizzato e il sangue che si sta coagulando, poi torna ad
abbracciare con lo sguardo l'intera area, osserva le ambulanze e
le persone dall'altra parte dei cancelli dell'ambasciata. Una
donna con un abito bruciato è distesa su una barella e tiene
stretta la mano di un'altra donna. Un uomo anziano con delle
macchie di fuliggine sulla fronte sta parlando al telefono con
uno sguardo vacuo.
Joona ora sa di aver commesso un errore, lascia cadere per
terra lo zaino e il coltello insanguinato e comincia a correre ver-
so il cancello, gridando alla guardia di lasciarlo passare.
Si precipita fuori dal perimetro dell'ambasciata, supera alcu-
ni colleghi, scavalca il nastro che delimita l'area, si fa largo sen-
za una parola fra i giornalisti e continua la sua corsa sulla stra-
da. Si ferma davanti all'ambulanza gialla che sta per lasciare la
zona.
« Avete controllato la ferita al braccio? » urla Joona mostran-
do al contempo il suo tesserino di riconoscimento.
« Prego? » gli chiede l'autista dell'ambulanza.
«Il paziente ferito dall'esplosione ha una ferita alla spalla
e... »
«Considerando quello che gli è successo, non è certo una
priorità... »
« Devo controllare quella ferita », lo interrompe Joona.
L'autista dell'ambulanza fa per mettersi a protestare, ma
qualcosa nella voce di Joona gli fa cambiare idea e lo convince
ad accogliere la sua richiesta.
Joona gira intorno al veicolo e apre gli sportelli posteriori.
L'uomo sulla barella ha il volto completamente coperto di
compresse di cotone, il tubo dell'ossigeno infilato nel naso e
l'aspiratore per la saliva in bocca. Uno degli uomini dell'ambu-
lanza taglia in fretta la giacca nera e la camicia del paziente, sco-
prendo la ferita alla spalla.
Non si tratta di una ferita da arma da fuoco: è senza dubbio
un taglio, una coltellata profonda.
Joona scende dall'ambulanza e guarda dappertutto, freneti-
camente, finché non incrocia lo sguardo di Saga tra la folla e le
automobili. Ha in mano un bicchiere di plastica con dell'ac-
qua, ma non appena si accorge dell'espressione dei suoi occhi,
butta per terra il bicchiere e si precipita verso di lui. « Sta cer-
cando di sfuggirci un'altra volta », dice fra sé. « Ma non glielo
permetterò. »
Joona si guarda intorno e ricorda che pochi istanti prima,
mentre stava uscendo di corsa dall'edificio, ha visto Penelope
Fernandez camminare lungo la cancellata dell'ambasciata giap-
ponese con una coperta sulle spalle e imboccare Gàrdesgatan.
« Prendi un'arma », urla Joona cominciando a correre.
Segue il percorso di Penelope, gira a destra, si guarda intor-
no ma non riesce a vedere né la ragazza né l'esecutore, da nes-
suna parte.
Una donna sta facendo correre liberamente i suoi eleganti
dalmata dietro l'Istituto italiano di cultura.
Joona corre lungo la facciata di un bianco splendente e in-
tanto estrae la pistola.
Ha capito com'è andata. L'esecutore è riuscito a mescolarsi
agli altri e si è fatto portare fuori dall'ambasciata piena di fumo
dai soccorritori.
Saga urla qualcosa alle sue spalle, ma lui non riesce a distin-
guere le sue parole, il cuore gli batte forte nel petto mentre un
sibilo inizia ad aggredirgli la mente.
Aumenta ancora di più il passo, correndo in direzione di un
boschetto, e all'improvviso sente un colpo di pistola. Cade in
un fosso, si rialza, risale un pendio e poi riprende a correre in
mezzo agli alberi.
Si sentono altri colpi di pistola: sono spari brevi e secchi.
Joona si fa largo fra i rami fitti fino ad arrivare al prato illu-
minato dal sole. Trecento metri più avanti vede Penelope muo-
versi lentamente sotto una betulla. C'è un uomo seduto con le
spalle appoggiate al tronco e la testa reclinata. Penelope si in-
ginocchia davanti a lui. All'improvviso succede qualcosa: la ra-
gazza finisce addosso all'uomo, e poi cade all'indietro. L'uomo
le sta puntando contro una pistola.
Senza fermarsi, Joona alza la sua pistola e la punta contro
l'esecutore, ma la distanza è troppa. Si ferma e impugna salda-
mente l'arma con entrambe le mani. L'esecutore spara due col-
pi veloci, colpendo al petto Penelope, che cade e resta immo-
bile sull'erba. Allora, Joona si rimette a correre. L'esecutore è
evidentemente al limite delle forze, ma alza di nuovo l'arma
contro la ragazza.
Joona spara un colpo.
Manca il bersaglio.
Continua ad avvicinarsi e vede Penelope che scalcia nel ten-
tativo di fuggire.
L'esecutore alza lo sguardo verso Joona, ma poi lo abbassa di
nuovo su Penelope. La guarda negli occhi puntandole la pistola
in viso. Parte un colpo. Joona sente il rumore provenire da die-
tro di lui. Un sibilo gli passa accanto all'orecchio destro e, nello
stesso istante, un fiotto di sangue sgorga dalla schiena dell'ese-
cutore. Il sangue schizza sul tronco bianco della betulla. La pal-
lottola full metal jacket gli ha trapassato le ossa del petto e ha
raggiunto il cuore.
Joona ora avanza più lentamente, con la pistola puntata con-
tro di lui.
Si sente un altro colpo e Joona vede l'uomo sussultare quan-
do la pallottola gli entra nel petto appena qualche centimetro
sopra il primo foro.
Joona abbassa la pistola, si gira e vede Saga Bauer al limite
del bosco: imbraccia un fucile di precisione. I suoi capelli lun-
ghi e chiari brillano ai raggi del sole che penetrano fra le fronde
degli alberi e, quando abbassa l'arma, il suo viso è ancora con-
centrato.
Penelope si alza e si muove tossendo. Guarda l'uomo a terra
davanti a lei. Joona si avvicina all'esecutore, scalcia via l'arma e
prova le pulsazioni sulla gola per accertarsi che sia morto.
Penelope si sbottona il giubbotto antiproiettile e lo lascia ca-
dere sull'erba. Joona le si avvicina. Penelope fa un passo verso
di lui e sembra che stia per svenire. Quando la stringe fra le
braccia e lei appoggia il viso contro il suo petto, Joona riesce
a percepire tutta la sua stanchezza.






87.
Fuori strada.

L'uomo con il viso devastato dall'esplosione nei bagni dell'am-
basciata tedesca è deceduto un'ora dopo l'arrivo in ospedale. E
stato identificato: era Dieter Gramma, il segretario dell'attaché
culturale. Al momento, le prime analisi del medico incaricato
dell'autopsia Nils Àhlén hanno rilevato dei resti di nastro ade-
sivo sui suoi abiti, dei segni e delle ferite ai polsi e alla gola che
indicano che l'uomo era immobilizzato al momento dell'esplo-
sione. Una volta concluse anche le prime indagini sul luogo del
crimine e analizzate le registrazioni delle telecamere di sorve-
glianza, è stato possibile ricostruire la sequenza degli eventi
in maniera piuttosto esatta.
Dopo essere arrivato nel suo ufficio al secondo piano dell'am-
basciata tedesca, Dieter Gramma aveva avviato il suo computer,
cominciando a controllare le email in arrivo. Non aveva risposto
ad alcuna mail, ma ne aveva selezionate tre. Poi era andato nella
sala da pranzo del personale, aveva acceso la macchinetta del caf-
fè e si era recato nei servizi degli uomini. Stava per aprire la porta
di una delle toilette, quando aveva notato la presenza di un uo-
mo con il volto nascosto dal cappuccio di una felpa, lì in piedi,
davanti allo specchio appeso sopra il lavandino.
L'uomo vestito di nero era l'esecutore. Era stato ferito da un
proiettile alla spalla. Grazie a un passaporto tedesco falso era
riuscito a entrare nell'ambasciata, sfuggendo alla polizia e gua-
dagnando così un po' di tempo.
L'esecutore aveva valutato rapidamente la costituzione fisica
di Dieter Gramma guardandolo nello specchio. Gramma era
entrato nella toilette e aveva chiuso la porta. A quel punto l'e-
secutore aveva coperto l'obiettivo della telecamera di sicurezza
con del nastro adesivo. Quando era uscito, probabilmente Die-
ter Gramma non era riuscito a dire nemmeno una parola pri-
ma che l'esecutore gli puntasse una pistola al petto, obbligan-
dolo a mettersi in ginocchio e tappandogli la bocca con il na-
stro adesivo. L'esecutore aveva scambiato la sua giacca con
quella del completo di Dieter Gramma e poi aveva legato l'uo-
mo al tubo del lavandino, con la schiena rivolta alla telecamera.
Dopo aver estratto il coltello a serramanico, aveva infilato la
punta della lama a doppio taglio nel foro della pallottola sulla
manica della giacca, spingendola poi a fondo nella spalla del-
l'uomo.
Il dolore, la paura e la scarica di endorfina dovevano aver re-
so Dieter Gramma così disperato da non permettergli di capire
cosa stava succedendo. L'esecutore aveva legato intorno al collo
dell'uomo un filo di nylon chiudendolo con un nodo scorsoio.
Al cappio aveva poi annodato un filo più lungo, collegando un
capo a una granata a cui aveva già tolto la sicura, tenendo però
il detonatore abbassato con la mano. Se avesse lasciato andare
la presa, allora il detonatore sarebbe scattato e tre secondi dopo
la granata sarebbe esplosa.
L'esecutore aveva legato la granata con del nastro adesivo al
petto di Dieter Gramma, facendo attenzione che la leva restasse
piegata verso il basso, poi aveva allungato il filo che partiva dal
nodo scorsoio al collo di Gramma fino al tubo di scarico del
lavandino, tendendolo infine davanti alla porta, a livello delle
caviglie.
Chiunque fosse entrato sarebbe inciampato, facendo tendere
il filo. La granata sarebbe scoppiata e la polizia, in mezzo al
caos, avrebbe pensato che l'uomo con il foro di proiettile nella
giacca e il viso devastato dall'esplosione fosse il ricercato.
L'esecutore non era stato particolarmente rapido, conside-
rando la notevole perdita di sangue. Tuttavia, l'operazione
non doveva aver richiesto più di quattro minuti dal momento
in cui Dieter Gramma era entrato nel bagno degli uomini fino
a quando l'esecutore aveva appoggiato la pistola e il caricatore
nel lavandino, buttato il nastro adesivo, nascosto lo zaino con il
coltello insanguinato dietro il sifone di un water, strappato il
nastro adesivo dall'obiettivo della telecamera di sorveglianza e
scavalcato il filo per poi lasciare la stanza.
Aveva percorso barcollando il corridoio fino ad arrivare alla
sala riunioni, aveva aperto le doppie porte, era entrato e aveva
appiccato un incendio, assicurandosi che si propagasse in fret-
ta. Quindi era uscito e aveva bussato alla porta dell'impiegata
Davida Meyers, da cui era entrato. Aveva appena fatto in tem-
po a spiegare la ragione, ovviamente inventata, della sua visita,
quando era scattato l'allarme antincendio.
Dieter Gramma aveva trascorso lunghi ed estenuanti mi-
nuti in ginocchio, immobilizzato e con una granata sul petto
prima di essere scoperto dalle telecamere di sorveglianza. Pro-
babilmente aveva cercato di dare l'allarme in qualche modo,
ma doveva evitare a tutti i costi che il nastro adesivo si stac-
casse dalla granata. L'autopsia aveva rilevato che i vasi sangui-
gni nel collo si erano rotti per lo sforzo di urlare e che si era
morso la bocca.
La porta del bagno degli uomini alla fine si era aperta e un
militare aveva fatto scivolare una granata stordente sulle pia-
strelle del pavimento; le granate stordenti non contengono
schegge o pallottole d'acciaio come le normali granate, ma
creano semplicemente una possente onda d'urto all'interno
di uno spazio chiuso. Al momento della deflagrazione, Dieter
Gramma aveva picchiato la testa contro il tubo e la parete ri-
vestita di mattonelle, perdendo conoscenza. Il giovane milita-
re di nome Uli Schneider era entrato di corsa con la pistola
alzata. Il bagno era pieno del fumo causato dalla prima esplo-
sione e il giovane militare aveva impiegato qualche secondo di
troppo per capire cosa avrebbe comportato la sua collisione
con il filo.
La granata si era staccata dal corpo di Dieter Gramma, a cui
era appesa con del nastro adesivo, facendo scattare il detonato-
re. La granata si era bloccata vicino al nodo scorsoio sotto il
mento dell'uomo, scivolando un po' dal momento che lui ave-
va perso i sensi e aveva il collo piegato.
Poi era esplosa con il suo effetto devastante.






88.
Il visitatore.

Joona Linna, Saga Bauer e Penelope Fernandez attraversano
Stoccolma a bordo di una camionetta della polizia. Una scorta
li segue. Lasciano la zona delle ambasciate percorrendo Strand-
vàgen, accanto all'acqua scintillante del mare.
« L'ho visto », dice Penelope con voce fioca. « Lo sapevo che
non si sarebbe mai arreso, che avrebbe continuato a darmi la
caccia... »
Tace e tiene lo sguardo fisso davanti a sé.
« E che alla fine mi avrebbe uccisa », aggiunge poi.
« Capisco », dice Saga.
Penelope chiude gli occhi, resta seduta immobile e sente il
movimento dolce del veicolo. Superano il bizzarro monumen-
to alla memoria di Raoul Wallenberg, che somiglia a onde in-
crespate di schiuma o a iscrizioni in ebraico sparse per terra.
« Chi era? » chiede Penelope. « Chi mi dava la caccia? »
« Un killer », le risponde Joona. « Si chiamano esecutori o
grob. »
« Non risulta negli archivi né dell'Interpol né dell'Europol »,
dice Saga.
«Un esecutore», ripete Penelope lentamente. «Ma quindi
c'è qualcuno che l'ha incaricato di uccidermi? »
« Si », risponde Saga. « Senza dubbio, ma sarà difficile trova-
re indizi su chi l'ha ingaggiato. »
« Raphael Guidi? » chiede Penelope a bassa voce. « Non può
essere lui? Oppure Agathe al-Haji? »
« Riteniamo che sia Raphael Guidi », dice Saga. « Per quanto
riguarda Agathe al-Haji, non avrebbe alcuna importanza se te-
stimoniassi contro di lei dicendo che ha cercato di comprare
delle munizioni...»
« Non è un segreto per nessuno quello che lei sta cercando di
fare, capisci? » spiega Joona.
« Quindi è Raphael Guidi che ha mandato il sicario, ma...
Che cosa vuole da me? Lo sapete? E possibile che tutto dipenda
dalla fotografia? »
« Raphael Guidi probabilmente crede che sia stata tu a scat-
tarla. Ti ritiene una testimone che ha visto e sentito cose che
possono condurre a lui. »
« Pensate che ne sia ancora convinto? »
« E probabile. »
« Quindi manderà un altro esecutore. »
« Temiamo di sì », dice Saga.
« Fino a quando avrò la protezione della polizia? Potete dar-
mi una nuova identità? »
« Possiamo prendere in considerazione questa soluzione,
ma... »
« Mi daranno la caccia fino a quando avrò la forza di corre-
re», dice Penelope.
Passano davanti ai grandi magazzini NK e vedono tre ragaz-
zi seduti per terra in segno di protesta fuori dall'elegante ingres-
so principale.
« Non si arrenderà facilmente », le conferma Joona con un
tono severo. « È per questo che dobbiamo scoprire che cosa
c'è sotto, perché se ci riusciamo non avranno più ragione di
perseguitarti. »
« Non possiamo arrivare a Raphael Guidi, questo lo sappia-
mo già », dice Saga. « Ma possiamo cercare di fare in modo che
non riesca più a fare affari con la Svezia. »
« Che cosa? »
« Per cominciare, possiamo bloccare la fornitura », dice Saga.
«Perché la nave con i container non può lasciare il porto di
Goteborg senza il nullaosta di Axel Riessen. »
« E perché non dovrebbe firmarlo? »
« Non lo farà », le risponde Joona. « Sa tutto. »
« Bene », dice Penelope.
« Per prima cosa blocchiamo l'affare e poi andiamo a prende-
re Pontus Salman e tutti quelli che sono coinvolti », dice Saga.
All'interno della camionetta cala il silenzio.
« Devo telefonare a mia madre », dice Penelope dopo un
istante.
« Prendi pure il mio cellulare », le risponde Saga.
Penelope afferra il telefono, sembra esitare, poi compone il
numero e aspetta.
« Pronto, mamma? Sono io, Penny. Quell'uomo che... »
« Penny, stai bene? »
« Sì, mamma, sto bene. Senti... »
«Aspetta un attimo, scusa, hanno suonato alla porta. Vado
ad aprire. »
« Mamma, aspetta », la interrompe Penelope con voce ner-
vosa. « Chi c'è? »
« Non lo so. »
« Stavi aspettando qualcuno? »
«No, ma...»
« Non aprire! » la interrompe Penelope.
Sua madre dice qualcosa e poi appoggia il telefono. Penelo-
pe riesce a sentire i suoi passi e un secondo scampanellio alla
porta, che viene aperta. Si sentono delle voci. Penelope non
sa che fare. Guarda Saga e Joona, che la osservano a loro volta
con occhi vigili. Si sente un crepitio sulla linea, dei tonfi strani
e poi di nuovo la voce di sua madre.
« Sei ancora lì, Penny? »
« Sì. »
«C'è una persona che ti cerca», dice.
« Che cerca me? »
Penelope si passa la lingua sulle labbra.
« Okay, mamma. Passamela. »
La linea gracchia ancora, poi Penelope sente la voce di una
donna che pronuncia il suo nome.
« Penelope? »
« Sì. »
« Dobbiamo vederci. »
« Con chi parlo? » chiede Penelope.
« Sono stata io a mandarle la fotografia. »
« Io non ho ricevuto nessuna fotografìa », le risponde Pene-
lope.
«Bella risposta», dice la donna. «Non ci conosciamo, ma
sono stata proprio io a mandarle la fotografia. »
Penelope tace.
« Devo vederla oggi stesso, il prima possibile », continua la
donna, ora con un tono più nervoso. « Le ho mandato la foto-
grafia di quattro persone in un palco, l'ho fatta io di nascosto il
13 novembre del 2009. Una delle quattro persone è mio ma-
rito, Pontus Salman. »






89.
L'incontro.

La casa di Pontus Salman si trova su Roskullsvàgen, sull'isola di
Lidingò. E una villa degli anni Sessanta che, nonostante abbia
un aspetto un po' logoro, possiede ancora il fascino tipico del
suo tempo. Parcheggiano sul vialetto del garage fatto di pietra e
scendono dall'auto. Qualcuno ha disegnato un pene stilizzato
con dei gessetti sulla grande porta basculante del garage.
Sono rimasti d'accordo che Joona aspetterà in auto insieme
a Penelope. Saga si avvia verso l'ingresso. La porta è aperta, ma
Saga suona lo stesso il campanello a forma di testa di leone. Si
sentono tre rintocchi morbidi, ma non accade nulla. Saga
estrae la sua Glock, controlla il caricatore, toglie la sicura, suo-
na un'altra volta e poi entra in casa.
La costruzione segue l'andamento declinante del terreno ed
è in parte a un livello sotterraneo. Oltre l'ingresso si apre una
grande zona giorno con cucina e sala da pranzo. Dalle finestre
alte si gode di un'incantevole vista sul canale di accesso all'isola
di Lidingò.
Saga attraversa la cucina, guarda nella sala da pranzo vuota e
poi ritorna nell'ingresso, scende le scale e sente improvvisamen-
te una musica proveniente da dietro una porta su cui è avvitata
una targa di ottone con le lettere R&R. Apre la porta e la mu-
sica si ode ancora più distintamente, si tratta della Traviata con
Joan Sutherland.
Alla fine del corridoio piastrellato, si vede il riflesso bluastro
e lucente di una piscina illuminata.
Saga si avvicina discretamente, cerca di sentire se ci sono al-
tri suoni oltre la musica. Intuisce il rumore di passi nudi su
mattonelle bagnate.
Tiene l'arma d'ordinanza nascosta vicino al corpo, va avanti
e scorge dei mobili in vimini. L'aria è calda e umida. L'odore di
cloro e di gelsomino si fa più intenso. Arriva al bordo di una
grande piscina rivestita di mattonelle azzurre, con una parete in
vetro prospiciente il giardino. Una donna snella, sui cinquan-
tanni, con indosso un costume da bagno dorato è seduta al
bancone di un bar con in mano un bicchiere di vino bianco.
Quando si accorge della presenza di Saga, appoggia il bicchiere
e le va incontro.
« Piacere, sono Saga Bauer. »
« Polizia? »
« Sapo.»
Con un sorriso la donna schiocca due baci sulle guance di
Saga e si presenta con il nome di Marie-Louise Salman.
«Ha con sé un costume da bagno?» le chiede ritornando
verso il bar.
I suoi piedi lasciano delle lunghe impronte sottili sulle mat-
tonelle di terracotta. Il corpo è slanciato e sembra una donna in
forma. C'è qualcosa di affettato nel suo modo di camminare,
come se volesse dare a Saga la possibilità di ammirarla.
Marie-Louise Salman prende il suo bicchiere e si gira rivol-
gendo uno sguardo incuriosito a Saga, come per controllare
che le tenga gli occhi addosso.
« Un bicchiere di Sancerre? » le chiede con un tono di voce
modulato e fresco.
« No, grazie », risponde Saga.
« Faccio nuoto per mantenermi in forma, anche se ho smes-
so di fare la modella. E facile avere disturbi narcisistici in que-
sto settore. Lo saprà bene anche lei. Trovo orribile che nessuno
ti porga più l'accendino per accenderti la sigaretta! »
Marie-Louise si piega leggermente in avanti e sussurra con
fare teatrale: « Ho una relazione con il più giovane dei Chip-
pendales. Sa di chi parlo? Non importa, sono tutti froci ».
«Sono venuta per parlare della fotografia che ha manda-
to... »
« Lo sapevo che non sarebbe riuscito a tenere il becco chiu-
so! » sbotta fingendo di essere indignata.
« Chi? »
« Jean-Paul Gaultier. »
« Lo stilista? » le chiede Saga.
« Sì, lo stilista, quello con la maglietta a righe, la barba do-
rata e una boccuccia cattiva. Mi odia ancora. Lo sapevo. »
Saga sorride paziente a Marie-Louise e, quando si accorge
che ha la pelle d'oca, le porge l'accappatoio come a chiederle
se vuole indossarlo.
« No, mi piace patire il freddo... mi rende così bella. Almeno
così mi ha detto Depardieu la primavera scorsa o... Adesso non
mi ricordo, forse era quel tesoro di Renaud che me l'ha detto.
Fa lo stesso. »
All'improvviso si sentono dei passi nel corridoio che porta
alla piscina. Marie-Louise assume un'espressione nervosa e si
guarda intorno, come per cercare una via di fuga.
« C'è qualcuno? » urla una donna.
« Saga, sei lì? » E la voce di Joona.
Saga fa un passo avanti e vede Joona e Penelope fare ingresso
nel locale della piscina coperta insieme a una donna sui cin-
quantanni con i capelli scuri e un grazioso taglio da ragazzo.
« Marie-Louise », dice la donna con un sorriso preoccupato.
« Che stai facendo qui? »
« Pensavo solo di fare un tuffo », risponde. « Avevo bisogno
di rinfrescarmi un po' in mezzo alle gambe. »
« Lo sai che devi avvisarmi quando vieni in piscina. »
« Certo, scusami. Me ne sono dimenticata. »
« Marie-Louise è la sorella di Pontus, mia cognata», spiega la
donna rivolgendosi poi a Saga e presentandosi: « Piacere, sono
Veronique Salman».
« Saga Bauer, della Sàpo. »
«Ci possiamo accomodare nella libreria», dice Veronique
tornando verso il corridoio.
«Posso fare il bagno già che sono qui?» le chiede Marie-
Louise.
« Non nuda », le risponde Veronique senza girarsi.






90.
La fotografa.

Saga, Joona e Penelope seguono la donna attraverso le stanze
del pianterreno fino alla libreria, una stanza piuttosto piccola
con le finestre composte da minuscoli riquadri gialli, marroni
e rosa uniti da un filo di piombo, libri protetti da pannelli di
vetro, mobili di pelle scura, un camino e un samovar di ottone.
« Dovete scusarmi se non vi offro nulla, ma ho molta fretta:
devo partire fra un'ora... »
Veronique Salman si guarda intorno inquieta. Si passa una
mano sulla gonna prima di continuare.
« Devo... devo dire quello che va detto », dice poi a bassa vo-
ce. «Ma non sono disposta a testimoniare. Se anche doveste
obbligarmi a farlo, negherei di aver detto qualunque cosa, in-
dipendentemente dalle conseguenze. »
Raddrizza il paralume di una lampada, ma la mano le trema
così forte che il paralume si piega di nuovo.
« Partirò senza Pontus: lui non verrà con me », dice tenendo
lo sguardo fisso sul pavimento. La bocca le trema e deve con-
centrarsi alcuni secondi prima di poter continuare.
« Penelope », dice guardandola negli occhi. « Deve sapere che
io la capisco. Lei pensa che Pontus sia un poco di buono, ma
non lo è, mi creda, non lo è davvero. »
« Non ho detto... »
«Aspetti, la prego... Intendo dire che io amo mio marito,
ma... ma non so più cosa pensare di quello che fa. In passato
mi dicevo che i popoli hanno sempre comprato e venduto ar-
mi. Il commercio d'armi esiste da quando esiste l'umanità.
Non si tratta di una scusa, vi giuro. Per molti anni ho lavorato
al ministero degli Esteri occupandomi della sicurezza naziona-
le. E quando si lavora in quell'ambiente, si deve per forza ac-
cettare il fatto che la strada verso l'utopia di un mondo senza
conflitti armati è ancora lunga. Ogni paese deve avere un eser-
cito, per difendersi se non altro, ma... Ma ci sono delle sfuma-
ture, dei limiti, almeno così la penso io. »
Veronique si avvicina alla porta, la apre, guarda fuori e poi
la chiude di nuovo.
« Esportare armi verso paesi in guerra, in zone instabili, dare
fiato ai conflitti fornendo altre armi, questo non è accettabile. »
« No », sussurra Penelope.
« Capisco l'uomo d'affari Pontus Salman », continua Vero-
nique, « perché la Silencia aveva davvero bisogno di quel con-
tratto. Il Sudan è un grande paese che al momento non può
approvvigionarsi di munizioni. Hanno sempre utilizzato quasi
esclusivamente la Fabrique Nationale ma ora il Belgio, a quan-
to pare, non fornisce loro alcuna munizione. Non perché non
vogliano o perché sia proibito, solo perché hanno gli occhi di
tutti puntati addosso. La Svezia invece non è mai stata una po-
tenza coloniale e gode di buona fama in quella regione. Pontus
si era accorto che c'era possibilità di fare affari e ha agito tem-
pestivamente non appena la guerra civile in Sudan è finita. E
Raphael Guidi ha fatto da intermediario. Il contratto avrebbe
già dovuto essere firmato. Era tutto pronto quando il Tribuna-
le Internazionale dell'Aia improvvisamente ha spiccato il man-
dato di arresto a carico del presidente al-Bashir per la sua con-
nivenza con le operazioni di pulizia etnica nel Darfur. »
« L'esportazione avrebbe quindi violato le leggi internazio-
nali », dice Saga.
« Sì. Lo sapevano tutti, ma Raphael Guidi non voleva mol-
lare l'affare, diceva che aveva trovato altri acquirenti interessati.
Ci vollero alcuni mesi, poi spiegò che l'esercito kenyota voleva
portare a termine l'operazione rimasta in sospeso. Si trattava
dello stesso quantitativo di munizioni e dello stesso prezzo.
Ho cercato di parlare con Pontus, dicendogli che era evidente
che le munizioni sarebbero arrivate in Sudan, ma Pontus mi ha
risposto semplicemente che il Kenya aveva colto l'occasione al
volo, che era un buon affare e che quelle munizioni servivano al
paese. Non so se ci credesse davvero, penso di no. Ma intanto
ha scaricato tutta la responsabilità su Carl Palmcrona e l'ACPS.
Riteneva che se Palmcrona avesse concesso il nullaosta, allora
tutto sarebbe stato a posto e... »
« Così le cose per lui si semplificavano », dice Penelope.
« Ecco perché ho scattato quella fotografia. Volevo sapere
chi erano le persone sedute nel palco, così sono entrata e ho
fatto una foto con il mio cellulare. Ho detto che dovevo fare
una telefonata, con la scusa che mi sentivo poco bene e che
avrei preso un taxi per tornare in albergo. »
« E stata coraggiosa », dice Penelope.
« Se però avessi saputo il pericolo che correvo, non l'avrei
fatto», dice Veronique. «Ero arrabbiata con Pontus, volevo
che cambiasse idea. Ho lasciato l'Alte Oper a metà concerto
e ho guardato subito la fotografia sul taxi. Qualcosa non qua-
drava, perché la parte acquirente era rappresentata da Agathe
al-Haji, il consigliere per la sicurezza del presidente del Sudan.
Voglio dire: le munizioni sarebbero finite direttamente in quel-
la guerra civile di cui nessuno voleva sentir parlare. »
« Pulizia etnica », sussurra Penelope.
« Quando siamo arrivati a casa, ho detto a Pontus che dove-
va tirarsi indietro. Ma... Ma lui mi ha guardato fisso e mi ha
detto che era impossibile. Non dimenticherò mai il suo sguar-
do. Firmando quel contratto, ho fatto il patto di Paganini, mi
ha detto. Mi sono spaventata quando ho visto i suoi occhi. Era
terrorizzato. Non avevo il coraggio di tenere la fotografia sul
cellulare, così, prima di cancellarla dalla memoria e dal compu-
ter, l'ho stampata e l'ho mandata a lei. »
Veronique Salman è in piedi davanti a Penelope con il volto
esausto e le braccia abbandonate lungo i fianchi.
« Non avevo idea di quali sarebbero state le conseguenze »,
mormora. « Come avrei potuto saperlo? Sono tremendamente
dispiaciuta per quello che è successo, non so nemmeno dire... »
Per un istante cala il silenzio nella biblioteca, mentre in lon-
tananza si sente un brusio proveniente dalla piscina.
« Che cos'è il patto di Paganini? » le chiede Joona.
« Raphael possiede parecchi violini di valore inestimabile »,
gli spiega Veronique. «Colleziona gli strumenti che suonava
Paganini quasi due secoli fa. Alcuni violini li tiene a casa
sua, altri li presta a musicisti esperti e... »
Si passa una mano nei capelli prima di continuare.
« La questione di Paganini non l'ho mai ben capita, ma se-
condo Pontus, Raphael collega in qualche modo Paganini ai
suoi contratti... Chi fa un contratto con lui firma un patto eter-
no, ecco di cosa si tratta. Non ci sono documenti, niente...
Pontus mi ha raccontato che Raphael aveva sempre tutto sotto
controllo. Teneva a mente ogni cifra, conosceva la logistica, sa-
peva esattamente come e quando l'affare si doveva concludere.
Aveva spiegato a ciascuno di loro cosa doveva fare e quanto
avrebbe guadagnato con la fornitura. Una volta che gli si bacia
la mano, non c'è più via di scampo. Non si può più scappare,
né ottenere protezione. Non si può nemmeno morire...»
« Perché no? » le chiede Joona.
«Raphael è... Non so come spiegarlo, ma lui è... Terribile.
Spaventoso », dice mentre la bocca comincia a tremarle. « Rie-
sce a ingannare... Riesce a ingannare tutte le persone coinvolte
facendosi dire quale sarebbe il loro incubo peggiore. »
« Come? » le chiede Saga.
« Me l'ha detto Pontus. Mi ha detto che Raphael ha questa
capacità », risponde Veronique seria.
« Ma cosa intende dire con incubi? » le chiede di nuovo Joona.
« Ho chiesto a Pontus se lui gli avesse raccontato qualcosa,
certo che gliel'ho chiesto», dice con un'espressione contrita
in viso. «Ma non ha voluto rispondermi. Non so davvero
che pensare. »
Nella piccola biblioteca torna il silenzio. Sotto le maniche
della camicetta bianca di Veronique Salman sono comparse
delle chiazze di sudore.
« Non potete fermare Raphael », dice dopo un istante, guar-
dando Joona negli occhi. « Ma dovete fare in modo che le mu-
nizioni non raggiungano il Darfur. »
« Di questo può star certa », dice Saga.
« Se le sommosse seguite alle elezioni in Sudan non si sono
ancora trasformate in una catastrofe completa, ciò dipende in
larga parte dalla mancanza di munizioni... Se dovesse divampa-
re di nuovo la guerriglia, le organizzazioni umanitarie sarebbe-
ro costrette a lasciare il Darfur. »
Veronique Salman guarda l'orologio e dice a Joona che fra
poco dovrà andare all'aeroporto, poi si avvicina alla finestra e si
ferma con lo sguardo sognante davanti ai vetri colorati.
« Il mio ragazzo è morto. » Penelope si asciuga le lacrime dal-
le guance. « Mia sorella è morta, e non so quanti altri oltre a
loro... »
Veronique Salman si gira verso di lei.
« Penelope, io non sapevo a cosa stavo andando incontro.
Avevo quella fotografia e pensavo che lei, fra tutti, avrebbe po-
tuto identificare le persone sul palco », le spiega. « Pensavo che
avrebbe capito il significato dell'acquisto di munizioni da parte
di Agathe al-Haji. Lei è stata in Darfur, ha dei contatti sul po-
sto, è un'attivista per la pace... »
« Ma si è sbagliata », la interrompe Penelope. « Ha mandato
la fotografia alla persona sbagliata. Io sapevo chi era Agathe al-
Haji di nome, ma non sapevo che faccia avesse. »
« Non potevo spedire la fotografia alla polizia o alla redazio-
ne di un quotidiano, perché così senza spiegazioni non avreb-
bero capito che conseguenze poteva avere, il suo significato. E
io non ero in grado di spiegare tutte le circostanze. Come avrei
potuto? Non era semplicemente possibile, perché una cosa l'a-
vevo capita, e cioè che non dovevo essere collegata alla fotogra-
fìa. Per questo l'ho mandata a lei. Volevo liberarmene e ho giù-
rato che non avrei mai e poi mai rivelato di essere collegata a
quella foto. »
« Ma adesso ha cambiato idea », le dice Joona.
« Sì, perché io... »
« Perché? Che cosa le ha fatto cambiare idea? »
« Perché sto per lasciare il paese e devo... »
Veronique tace e poi si guarda le mani.
« Che cosa è successo? »
« Niente », dice mettendosi a piangere.
«A noi può raccontarlo», dice Joona.
« No, non posso. »
« Non c'è alcun pericolo », le sussurra Saga.
Veronique si asciuga le lacrime dalle guance e poi solleva lo
sguardo.
« Pontus mi ha telefonato dalla nostra casa di campagna e
non ha fatto che piangere e chiedermi perdono. Quando gli
ho risposto che non capivo a cosa si riferissero le sue parole,
allora mi ha detto che avrebbe fatto tutto il possibile per evitare
l'incubo, ma ormai l'incubo stava prendendo vita. »






91.
Un'ultima via d'uscita.

Una barca a remi in mogano verniciato galleggia nelle quiete ac-
que del Malmsjòn dietro un grande promontorio. Un vento
morbido soffia da est, portando con sé un debole odore di leta-
me dalle fattorie che si affacciano sull'acqua. Pontus Salman ha
tirato su i remi e la barca non si è mossa di più di dieci metri in
un'ora. Se avesse saputo che ci voleva così tanto tempo prima di
decidersi a spararsi, si sarebbe portato dietro qualcosa da bere.
Il fucile a canna doppia è posato sulle sue cosce.
Gli unici rumori che si odono sono lo sciabordare dell'acqua
contro lo scafo e il debole fruscio del vento fra le fronde degli
alberi.
Salman chiude gli occhi per un istante, respira alcune volte,
li riapre e poi appoggia il calcio del fucile sul fondo della barca,
in modo che si puntelli sull'intelaiatura di legno. Appoggia una
mano alla canna scaldata dal sole e prova a puntarsi la bocca
dell'arma contro la fronte.
Si sente male al pensiero che gli si possa staccare la testa.
Le mani gli tremano così forte che deve aspettare un istante.
Cerca di concentrarsi e poi sposta l'arma all'altezza del cuore.
Le rondini hanno cominciato a volare basso per catturare gli
insetti sul pelo dell'acqua.
Probabilmente stanotte pioverà, pensa.
In cielo un aereo lascia una striscia bianca, mentre Pontus
ricomincia a pensare al suo incubo.
All'improvviso sembra che tutto il lago si scurisca, come se
l'acqua si facesse nera dal fondale fino alla superficie.
Si gira di nuovo verso il fucile, si infila la canna in bocca e ne
avverte la forma affilata contro i denti e il sapore metallico.
Mentre si allunga per raggiungere il grilletto, sente il rumore
di un'auto. Il cuore gli salta in gola. In un solo secondo gli pas-
sano per la testa i pensieri più disparati, ma poi si rende conto
che deve trattarsi di sua moglie, dal momento che è l'unica a
sapere dove si trovi.
Abbassa di nuovo il fucile, sente il battito cardiaco rimbom-
bare in tutto il corpo e, quando cerca di vedere fra gli alberi
davanti a casa, si accorge che sta tremando.
C'è un uomo che cammina lungo il sentiero che conduce al
pontile.
A Salman occorre un attimo per capire che si tratta del com-
missario di polizia che è venuto nel suo ufficio per mostrargli la
fotografia scattata da Veronique.
Tuttavia, quando lo riconosce, un'angoscia completamente
diversa si impadronisce di lui. Dimmi che non è troppo tardi,
pensa fra sé mentre comincia a remare verso la riva. Dimmi che
non è troppo tardi, forse il mio incubo non prenderà vita.
Dimmi che non è troppo tardi.
Pontus Salman non rema fino al pontile. E pallido in viso e si
limita a scuotere la testa quando Joona Linna gli chiede di av-
vicinarsi. Bada bene a mantenere una certa distanza quando gi-
ra la barca con un colpo di remi, così che la prua sia orientata
verso il largo.
Joona si siede sulla panchina di legno screpolata e schiarita
dal sole sul pontile. La natura intorno a loro esala calore dalla
terra, mentre l'acqua sciaborda dolcemente.
« Che cosa vuole? » gli chiede Pontus con voce impaurita.
« Ho appena parlato con sua moglie », gli dice Joona calmo.
« Lei ha parlato con...? »
« Sì, e... »
« Ha parlato con Veronique? » gli chiede Pontus preoccupato.
« Avrei bisogno che rispondesse ad alcune domande. »
« Non c'è più tempo. »
« Se è a quello che si riferisce », dice Joona rivolgendo lo
sguardo al fucile sulla barca, « allora non c'è alcuna fretta. »
« Che cosa sa? » mormora Pontus.
I remi si muovono dolcemente nell'acqua.
« So che le munizioni che volete vendere al Kenya sono in
realtà destinate al Sudan », dice Joona.
Pontus Salman non gli risponde.
« So anche che è stata sua moglie a scattare la fotografia nel
palchetto. »
Pontus rimane seduto con lo sguardo basso, solleva i remi
gocciolanti e sente l'acqua scorrergli fino alle mani.
« Non posso bloccare l'affare », dice conciso. « Avevo troppa
fretta, ci serviva quell'ordinativo... »
« Quindi ha firmato. Ha fatto il patto di Paganini. »
« Era un affare a prova di bomba. Anche se ci avessero sco-
perto, tutti avremmo potuto affermare di aver agito in buona
fede, nessuno poteva essere considerato colpevole. »
« Eppure qualcosa è andato storto », dice Joona.
« Proprio così. »
«Avevo pensato di aspettare ad arrestarla...»
« Dal momento che non può dimostrare nulla », dice Pon-
tus.
« Non ho ancora parlato con il pubblico ministero », conti-
nua Joona. « Ma sono certo che possiamo offrirle una riduzione
della pena se fosse disposto a testimoniare contro Raphael Gui-
di. »
«Testimoniare? Non testimonierò nulla», afferma Pontus
con voce ferma. «A quanto vedo, lei non ha ancora capito di
che cosa stiamo parlando. Ho stretto un patto molto speciale e,
se non fossi stato così fottutamente codardo, avrei già fatto co-
me Palmcrona. »
« La possiamo proteggere, se è disposto a testimoniare », dice
Joona.
« Palmcrona se l'è cavata », sussurra Pontus. « Si è impiccato
e adesso è il suo successore che deve firmare il nullaosta per l'e-
sportazione. Palmcrona era diventato del tutto irrilevante per
Raphael e non è vissuto abbastanza da vedere il suo incubo
prender vita, ma io... »
Il viso inerme di Pontus si apre improvvisamente in un sor-
riso. Joona lo guarda e pensa che Palmcrona non se l'è cavata
affatto, perché il suo incubo deve essere stato quello di vedere
morire suo figlio.
« Sta arrivando uno psicologo », gli spiega Joona. « E cerche-
rà di convincerla che il suicidio non costituisce alcuna via di
fuga... »
Pontus Salman riprende a remare lontano dalla riva.
« Pontus, deve rispondere ad alcune domande », dice Joona
alzando la voce. « Mi ha detto che il nuovo direttore dell'ACPS
sarà obbligato a firmare il nullaosta per l'esportazione, ma cosa
succederebbe se dovesse rifiutare? Non crede che possa sempli-
cemente rifiutarsi di sottoscrivere un patto di Paganini? Non
può fare una cosa simile? »
Pontus Salman smette di remare. La barca scivola sull'acqua
mentre i remi si trascinano sulla superficie lucente.
« Sì, certo che può », gli risponde tranquillo. « Ma non credo
che vorrà. »






92.
Scoperto.

E uno squillo del telefono sul comodino a svegliarlo. Solamen-
te verso mattina Axel era riuscito ad addormentarsi accanto al
corpo sudato di Beverly.
In quell'istante, Axel contempla il suo giovane viso su cui
scorge di nuovo i tratti di Greta, la stessa forma della bocca,
le stesse palpebre.
Beverly sussurra qualcosa nel sonno e poi si gira sulla pancia.
Axel sente un'onda di tenerezza sgorgargli in petto alla vista del
suo piccolo corpo ancora infantile, così fanciullesco da spezzar-
gli il cuore.
Si alza dal letto e allunga la mano verso il sottile libro di
Friedrich Dùrrenmatt La panne. Una storia ancora possibile,
quando all'improvviso qualcuno bussa alla porta della camera.
« Un momento », dice Axel nell'istante stesso in cui Robert
fa ingresso nella stanza.
« Pensavo che fossi sveglio », gli dice suo fratello. « Avrei bi-
sogno del tuo parere su un nuovo strumento che... »
Robert scorge Beverly e si blocca all'istante.
«Axel», dice farfugliando. «Che cosa sta succedendo qui,
Axel? »
Svegliata dalla sua voce, Beverly apre gli occhi. Quando vede
Robert, si nasconde sotto la coperta. Axel si alza e si avvolge
nella sua vestaglia da camera, mentre suo fratello va verso la
porta.
«Al diavolo», dice a bassa voce. «Sei impazzito?»
« Non è come sembra... »
« Hai abusato di lei? » Robert sta quasi urlando. « Hai abu-
sato di una ragazzina disturbata? »
« Posso spiegarti tutto », cerca di dirgli Axel.
«Sei un porco», gli sussurra Robert liberandosi della sua
presa e spingendolo da parte.
Axel perde l'equilibrio e con il braccio fa cadere una lampa-
da per terra. Robert esce dalla camera.
«Aspetta... » Axel gli corre dietro. « Capisco che sembri stra-
no, ma non è così. Puoi chiederlo a Beverly... »
« Adesso la prendo e la porto dalla polizia », dice Robert agi-
tato. « Non posso credere che tu... »
La sua voce si rompe per l'agitazione, mentre gli occhi gli si
riempiono di lacrime.
« Non sono un pedofilo », cerca di spiegargli Axel abbassan-
do la voce. «Devi cercare di capire. Ho solo bisogno...»
« Hai solo bisogno di violentare bambini! » lo interrompe
Robert, con un'espressione sconvolta in viso. « La stai sfruttan-
do e invece avevi promesso di proteggerla. Avevi giurato che ti
saresti preso cura di lei! »
Axel si ferma davanti a lui nella biblioteca. Robert si lascia
andare pesantemente sul divano, osserva suo fratello e cerca di
mantenere la voce ferma.
« Axel, lo capisci benissimo anche tu che devo portarla alla
polizia. »
« Sì, lo capisco. »
Robert non ce la fa a guardare suo fratello, si passa la mano
sulla bocca e si mette a singhiozzare.
« Tanto vale farlo subito. »
« Allora vado a chiamarla », dice Axel ritornando verso la sua
camera.
Beverly è seduta sul letto e si diverte a piegare gli alluci dei
piedi.
« Vestiti », le dice Axel serio. « Devi andare con Robert. »
Quando torna in soggiorno, Robert si alza immediatamente
dal divano. Restano entrambi in silenzio con lo sguardo sul pa-
vimento, in attesa.
« Tu resti qui », dice Robert a bassa voce.
« Sì », sussurra Axel.
Dopo un istante arriva Beverly. Indossa un paio di jeans e
una maglietta. Non si è truccata e sembra ancora più giovane
di quanto non appaia di solito.






93.
La morte di Greta.

Robert guida in silenzio, si ferma con circospezione a un sema-
foro e aspetta che scatti il verde.
« Sono molto dispiaciuto per quello che ti è successo », dice a
bassa voce. « Mio fratello aveva detto che ti avrebbe offerto una
sistemazione fino a quando non avessi trovato un posto alla ca-
sa dello studente. Non capisco cosa sia successo, non avrei mai
pensato che... »
«Axel non è un pedofilo», dice Beverly piano.
« Non voglio che tu lo difenda, non se lo merita. »
« Solo perché lei lo sappia, Axel non mi tocca e non mi ha
mai toccata. »
« Cosa ti fa allora? »
« Mi abbraccia », risponde Beverly.
«Ti abbraccia?» ripete Robert. «Ma se hai appena detto
che... »
« Mi tiene stretta solo per poter dormire », dice con la sua
voce chiara e diretta.
« Che vuoi dire? »
« Non c'è nulla di male. Non mi ha mai fatto niente. »
Robert sospira e le dice che deve raccontare tutto alla poli-
zia. Un senso di disperazione insistente gli opprime di nuovo il
petto.
« E per il sonno », gli spiega Beverly con un tono pacato.
« Non riesce a dormire senza sonniferi, ma io posso calmarlo,
con me riesce a... »
« Tu sei minorenne », la interrompe Robert.
Beverly fissa lo sguardo fuori dal finestrino. Le foglie verde
chiaro sugli alberi si muovono spinte dalla brezza di inizio esta-
te. Alcune donne incinte con il pancione parlano sul marcia-
piede. Un'anziana signora è completamente immobile con il
viso rivolto al sole.
« Perché? » le chiede Robert all'improvviso. « Perché non rie-
sce a dormire la notte? »
« Dice che va avanti così da una vita. »
« Sì, si è rovinato il fegato con quelle medicine. »
« Mi ha raccontato tutto quando eravamo in clinica », dice
Beverly. «Gli è successo qualcosa, ma...»
Robert si ferma davanti a un attraversamento pedonale. Un
bambino perde il ciuccio per strada, ma la madre non se ne ac-
corge e continua a camminare. Il bambino si libera all'improv-
viso dalla stretta materna e corre indietro. La donna comincia a
urlare terrorizzata, ma si accorge che Robert li ha visti e ha ca-
pito cosa sta succedendo. Prende in braccio il bambino e riat-
traversa la strada.
«Si tratta di una ragazzina morta», dice Beverly piano.
« Chi? »
«Non ne vuole mai parlare. Solo una volta, all'ospedale... »
Tace, intreccia le dita e inizia a tamburellare sulle gambe.
« Raccontami quello che ti ha detto », dice Robert con voce
tesa.
« Lui e la ragazza avevano passato insieme la notte, e poi lei
si è ammazzata », dice Beverly guardando Robert con la coda
dell'occhio. « E io le somiglio, vero? »
« Sì », risponde Robert.
«All'ospedale mi ha detto che l'aveva uccisa lui», sussurra
Beverly.
Robert sobbalza e si gira di scatto verso di lei.
« Che vuoi dire? » le chiede.
« Mi ha detto che è stata colpa sua se lei si è ammazzata. »
Robert la guarda e resta a bocca aperta.
«Axel è convinto... E davvero convinto che sia stata colpa
sua? »
Beverly annuisce.
« Sì, è stata colpa sua », continua la ragazza. « Avrebbero do-
vuto suonare il violino, invece avevano fatto l'amore. Lei aveva
pensato che Axel l'avesse ingannata per vincere il concorso. »
« Ma non è stata colpa sua. »
« Sì », risponde Beverly.
Robert si lascia andare dietro il volante. Si stropiccia isteri-
camente la faccia.
« Buon Dio », sussurra. « Devo... »
L'auto sbanda leggermente e qualcuno dietro di loro suona
il clacson con irritazione. Beverly gli rivolge uno sguardo pre-
occupato.
« Che c'è? » gli chiede.
« Devo raccontargli la verità. » Robert comincia a fare mano-
vra per girare l'auto. « Io sono rimasto dietro le quinte quando
è venuto il suo turno di suonare, so cosa è successo. Greta era
prima di lui, era la prima a suonare e... »
« Eri presente? »
«Aspetta», la interrompe Robert. «Io ho sentito tutto... La
morte di Greta non ha niente a che vedere con Axel. »
Robert è così agitato che deve fermare l'auto. Quando si gira
verso Beverly, il suo volto è pallido come la cenere.
«Perdonami», le sussurra. «Ma devo...»
« Sei sicuro? »
« Cosa? » le chiede tenendo lo sguardo fìsso su di lei.
« Sei sicuro che non sia stata colpa di Axel? »
« Sì. »
« Ma cos'è successo allora? »
Robert si asciuga le lacrime e apre pensieroso la portiera.
« Dammi solo un secondo, devo... devo parlare con lui », di-
ce a bassa voce scendendo dall'auto e incamminandosi sul mar-
ciapiede.
I grandi tigli su Sveavàgen lasciano cadere i semi, che sem-
brano danzare nella luce del sole sopra le automobili e i passan-
ti. All'improvviso Robert sorride, prende il cellulare e compone
il numero di casa di Axel. Dopo tre squilli il suo sorriso scom-
pare. Ritorna in auto con il telefono ancora premuto contro
l'orecchio. Solo dopo aver riattaccato per provare a chiamare
il cellulare del fratello, si accorge che l'auto è vuota: Beverly
è scomparsa. Robert si guarda intorno, ma non la vede da nes-
suna parte. Il traffico della città emette un brusio in sottofon-
do, gli studenti che festeggiano la maturità fanno baccano con
le macchine vicino a Sergels torg. Robert chiude la portiera, av-
via il motore e comincia a risalire lentamente la strada alla ri-
cerca di Beverly.






94.
Plastica bianca frusciante.

Axel Riessen non sa dire per quanto tempo è rimasto in piedi a
guardare fuori dalla finestra dopo che Robert e Beverly sono
scomparsi. I suoi pensieri sono tornati al passato. Si obbliga
a lasciare i suoi ricordi e si avvicina all'impianto stereo. Mette
il lato A di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders
jrom Mars di David Bowie e alza il volume.
Pushing thru the market square...
Si avvicina al mobile bar e tira fuori una delle bottiglie più
costose della sua collezione di whisky, un Macallan del primo
anno della seconda guerra mondiale, il 1939. Si versa mezzo
bicchiere e si siede sul divano. Ascolta la musica con gli occhi
semichiusi: si sente quant'era giovane la voce di Bowie all'epo-
ca, e quel pianoforte suonato in modo quasi negligente, distrat-
to... Axel sente il profumo di botti di quercia, di vasche pesanti
e cantine buie, di fieno e agrumi. Quando beve, il liquore forte
gli brucia le labbra e gli riempie la bocca. Covando il suo sapo-
re come una chioccia, la bevanda ha atteso per generazioni, so-
pravvivendo a cambi di governo, guerre e periodi di pace.
Axel pensa che forse è meglio così, forse così Beverly otterrà
l'aiuto di cui ha bisogno. Sente l'impulso di chiamare suo fra-
tello e dirgli che gli vuole bene, ma poi sorride per quel pen-
siero patetico. Non si toglierà la vita, affronterà quello che sta
per venirgli incontro cercando di non vacillare.
Porta con sé il whisky in camera e osserva il letto disfatto. Fa
appena in tempo a sentire il cellulare vibrare nella giacca appesa
allo schienale della sedia, che alcuni passi scricchiolanti in sog-
giorno lo fanno voltare di scatto.
« Beverly! » dice sorpreso.
La ragazza ha il viso sporco di polvere e tiene in mano un
soffione di tarassaco.
« Non volevo parlare con la polizia. »
« Dov'è Robert? »
«Ho fatto l'autostop per tornare indietro. Non è successo
niente, è andato tutto bene. »
« Perché l'hai fatto? Avresti dovuto... »
« Non arrabbiarti, non ho fatto niente di male. Dovevo dirti
una cosa superimportante... »
Il telefono ricomincia a vibrare nella giacca.
«Aspetta, Beverly, devo prendere questa chiamata... »
Axel fruga le tasche, trova il cellulare e risponde in fretta sen-
za nemmeno guardare il display: « Pronto? »
Si sente una voce in lontananza: « Pronto? »
« Pronto », ripete Axel. « Chi parla? »
« Sono Raphael Guidi », dice la voce con un accento inglese
marcato e cavernoso. « Le chiedo scusa per la linea disturbata,
ma sono in mare aperto. »
« Non c'è problema », gli risponde Axel gentile mentre osser-
va Beverly che si sta mettendo a sedere sul letto.
«Vengo subito al punto », dice Raphael Guidi. « La chiamo
per sapere se ha avuto tempo di firmare il nullaosta per l'espor-
tazione in Kenya. Contavo sul fatto che a quest'ora i container
potessero lasciare il porto. »
Axel tiene il telefono contro l'orecchio e va in soggiorno,
senza sentire altro se non il proprio respiro. Ripensa alla foto-
grafia con Raphael Guidi, Carl Palmcrona, Agathe al-Haji e
Pontus Salman e a come Palmcrona tenesse in mano il suo bic-
chiere di champagne, ridendo a tal punto che gli si vedevano le
gengive.
« E ancora li? » gli chiede Raphael Guidi, mentre la linea te-
lefonica continua a essere disturbata.
«Non firmerò il nullaosta», risponde Axel seccamente,
mentre un brivido gli corre lungo la schiena.
« Forse posso fare in modo che ci ripensi », dice Raphael.
«Mi dica se posso offrirle qualcosa che potrebbe...»
« Non c'è nulla che lei possa offrirmi, mi creda. »
« Lei si sbaglia. E non sa di quanto. Mi creda, quando strin-
go un patto io... »
Axel riattacca e cala il silenzio. Rimette il cellulare nella tasca
della giacca e una sensazione molto sgradevole lo assale, quasi
come una premonizione. Si avvia verso la porta del corridoio
che conduce alle scale. Quando guarda fuori dalla finestra vede
un movimento nel parco, come un'ombra trasparente fra i ce-
spugli, che si sta avvicinando alla casa. Axel si gira verso l'altra
finestra, ma non vede nulla. Dal piano inferiore si sente un tin-
tinnio, come se un piccolo vetro si fosse rotto alla luce del sole.
Axel pensa che sia assurdo, eppure capisce cosa sta succedendo.
Si muove il più in fretta possibile, senza però correre. Si pre-
cipita in camera da letto. La bella luce del sole entra a fiotti at-
traverso la fessura delle tende, materializzandosi come una pa-
rete di vetro spesso che attraversa la stanza arrivando fino ai
piedi di Beverly. Si è spogliata e si è infilata nel letto disfatto
con il breve romanzo di Durrenmatt sulla pancia.
« Axel », dice. « Sono tornata indietro per raccontarti una co-
sa bella... »
« Non avere paura », la interrompe con un tono deciso. « Ma
adesso devi nasconderti sotto il letto. Subito. E devi restarci per
almeno un'ora. »
Beverly ubbidisce immediatamente, non fa domande, ma si
limita a strisciare sotto il letto. Axel sente dei passi veloci lungo
le scale. Sono almeno in due, pensa. Sulla poltrona ci sono i
jeans e la maglietta di Beverly. Li afferra rapido e li butta sotto
il letto. Il cuore gli batte all'impazzata e si guarda intorno senza
sapere cosa fare. I pensieri gli si accavallano in testa. Prende il
cellulare dalla tasca della giacca, esce di corsa dalla camera da
letto ed entra in soggiorno. Dietro di lui sente il rumore dei
passi che dal corridoio si stanno avvicinando alla biblioteca.
Con le mani tremanti apre il cellulare, mentre sente avvicinarsi
lo scricchiolio sul pavimento: qualcuno sta correndo con passo
leggero. Non c'è più tempo per telefonare. Cerca di raggiunge-
re la finestra verso la strada per chiamare aiuto, ma qualcuno
gli afferra il polso destro e nello stesso istante gli appoggia qual-
cosa di freddo sul collo. Axel non capisce che si tratta di un ta-
ser. 69.000 volt gli entrano in corpo. Si sente un crepitio elet-
trico, ma Axel avverte solamente una serie di colpi fortissimi,
come se qualcuno gli picchiasse ripetutamente il collo con una
sbarra di ferro. Non si accorge nemmeno delle proprie urla,
perché all'improvviso vede tutto nero e il mondo circostante
scompare.
Quando comincia a riprendere conoscenza, sebbene solo a
sprazzi, ha la bocca tappata con del nastro adesivo. E riverso
a terra, gli spasmi gli scuotono il corpo, facendo tremare gambe
e braccia. È come se lo avessero morso ferocemente sul collo,
brucia da morire. Non c'è alcuna possibilità di difesa: gli sem-
bra che i muscoli siano paralizzati. Con gesti decisi ed efficien-
ti, due uomini gli legano le braccia, le cosce e le caviglie e lo
avvolgono in un telo di plastica bianca. Si sente un debole fru-
scio e Axel pensa che finirà per soffocare, ma l'aria non gli
manca. Lo legano con del nastro adesivo e poi lo sollevano.
Axel cerca di dimenarsi, ma non ce la fa, perché non riesce
più a controllare i suoi muscoli. Con estrema calma i due uo-
mini lo portano giù per le scale, escono dal portone d'ingresso
e si avvicinano al furgone che li sta aspettando.






95.
Scomparso.

Joona cerca di richiamare Pontus Salman. La barca scivola sul
lago, sempre più lontano. Joona risale di corsa dal pontile e in-
contra la psicologa e i due colleghi di Sòdertàlje. Li riaccompa-
gna al pontile e dice loro di stare attenti, anche se non pensa
che Pontus Salman arriverà a far del male a se stesso o a qual-
cun altro.
« Cercate di trattenerlo il più a lungo possibile, mi faccio
sentire appena posso», dice Joona e torna rapidamente alla
macchina.
Mentre percorre il ponte sul Fittjaviken, ripensa a Pontus
Salman, sulla barca, che gli dice di essere convinto che Axel
Riessen stia per stringere un patto di Paganini.
Joona aveva chiesto se lui non potesse rifiutare, ma Pontus
aveva risposto che Axel non avrebbe voluto rifiutare.
Joona compone il numero di Axel Riessen e rivede davanti a
sé Veronique Salman, la moglie di Pontus. La bocca atteggiata
in una smorfia di delusione e lo sguardo terrorizzato mentre
raccontava che, una volta baciata la mano di Raphael Guidi,
non si può più tornare indietro.
La parola « incubo » ricorre continuamente, pensa Joona. La
governante di Palmcrona l'aveva usata, Veronique Salman ave-
va affermato che Raphael riusciva a far raccontare a chiunque
quale fosse il proprio peggior incubo e Pontus Salman si era
detto convinto che Palmcrona suicidandosi ha evitato di veder
realizzato un incubo.
Non è vissuto abbastanza da vedere il suo incubo prender
vita, aveva detto Pontus.
Joona pensa che Stefan Bergkvist non ha mai saputo che
Carl Palmcrona era suo padre. Pensa al caldo atroce che gli
ha incenerito la carne, cotto il sangue, spaccato il cranio.
Un patto di Paganini non si può rompere neanche con la
propria morte.
Joona fa un altro tentativo e richiama Axel Riessen sul cel-
lulare, poi prova il numero diretto dell'ACPS.
« Pronto, segreteria del direttore generale Axel Riessen », ri-
sponde una voce femminile.
« Cerco Axel Riessen », dice Joona in fretta.
«Al momento non è raggiungibile», gli risponde.
« Sono un commissario della polizia criminale e ho bisogno
di parlargli subito. »
«Capisco, ma...»
« Lo interrompa se è in riunione. »
«Non è in ufficio», dice alzando la voce. «Non è venuto
questa mattina e non sono riuscita a raggiungerlo al telefono. »
« Allora so cosa fare », dice Joona secco e conclude la telefo-
nata.
Joona parcheggia la sua Volvo davanti al cancello della casa di
Axel Riessen in Brahegatan. Proprio in quel momento vede
qualcuno che chiude la porta dell'appartamento del fratello.
Si affretta verso l'entrata e suona il campanello. Sente il rumore
nella serratura e la porta viene riaperta.
« Ah, è lei », dice Robert Riessen quando vede Joona. « Sal-
ve. »
« E in casa Axel? »
« Dovrebbe, ma non lo so, sono appena arrivato », risponde.
« E successo qualcosa? »
« Ho cercato di mettermi in contatto con lui. »
« Anch'io », dice Robert, facendo entrare Joona.
Salgono una rampa di scale ed entrano in un atrio spazioso
con un lampadario di vetro rosa al centro del soffitto. Robert
bussa a una porta e poi entra nell'appartamento di Axel. Si af-
frettano in silenzio su nell'alloggio privato.
« Axel! » grida Robert.
Lo cercano dappertutto, di stanza in stanza. Tutto è al solito
posto, l'impianto stereo è spento ma illuminato, e sul cartellino
della biblioteca c'è un volume dell'iEnciclopedia Britannica.
« Sa se per caso è partito per andare da qualche parte? » chie-
de Joona.
« No », dice Robert con voce stranamente stanca. « Ma fa co-
se talmente strane. »
« In che senso? »
« Uno pensa di conoscerlo, e invece... No, non so dirle se è
partito. »
Joona entra in camera da letto, si guarda intorno rapida-
mente, vede un grande dipinto appoggiato al muro, con il sog-
getto girato verso la parete, poi nota un soffione sfiorito in un
bicchiere da whisky, il letto disfatto e un libro.
Robert sta scendendo al piano di sotto, e Joona lo segue nel-
la grande cucina.






96.
Raphael Guidi.

Joona parcheggia l'auto vicino a Kronobergsparken e cammina
svelto sul prato in direzione della questura. Nel frattempo tele-
fona alla polizia di Södertälje. Nella sua mente ha incominciato
a insinuarsi l'ansia per non aver avuto tempo di fermarsi fino
alla presa in custodia di Pontus Salman.
I brutti presentimenti si fanno ancora più gravi quando il
collega di Södertälje gli comunica di non sapere dove sia Pon-
tus Salman.
«Ti richiamo», dice l'uomo con l'accento tipico del Go-
tland. « Dammi solo un paio di minuti. »
« Ma almeno lo avete trattenuto in custodia? » chiede Joona.
« Credo di sì », risponde l'uomo titubante.
« Avevo detto molto chiaramente che dovevate tenerlo in cu-
stodia cautelativa. »
« Non tormentarmi, io non c'entro », dice l'uomo. « Sono si-
curo che i colleghi abbiano fatto bene il loro lavoro. »
L'uomo scrive qualcosa al computer, borbotta tra sé, scrive
ancora e poi risponde: « E infatti è così, è qui e abbiamo anche
requisito il suo fucile, un Winchester 400 ».
« Bene, tenetelo lì, vi mando una macchina a prelevarlo », di-
ce Joona e, quando oltrepassa le grandi porte di vetro della cen-
trale, sente un vago odore di cloro provenire dalla piscina di
Kronobergsbadet.
Prende l'ascensore per salire da Carlos Eliasson, e mentre
percorre in fretta il corridoio, il suo cellulare squilla. E Disa.
Non avrebbe tempo per parlarle, ma risponde lo stesso.
«Ciao», dice Disa. «Allora domani vieni da me?»
« Avevi detto che non volevi più festeggiare il tuo complean-
no. »
« Sì, lo so, ma ho pensato che magari... Solo io e te. »
« Mi sembra un'ottima idea », dice Joona.
« Ho una cosa importante da dirti », aggiunge Disa.
« Va bene », risponde Joona che nel frattempo è arrivato da-
vanti alla porta di Carlos.
« Io... »
«Scusami, Disa», la interrompe. «Ma non posso proprio
stare al telefono. Sto per iniziare una riunione importante. »
« Ho una sorpresa per te », gli dice lei.
« Disa, devo salutarti », le risponde aprendo la porta.
«Ma...» aggiunge Disa.
« Scusami, ora non ho proprio tempo. »
Joona interrompe la comunicazione, entra da Carlos, chiude
la porta e si accomoda sul divano su cui è già seduta Saga
Bauer.
« Non riusciamo a rintracciare Axel Riessel, e temiamo che
la sua scomparsa abbia a che fare con quell'autorizzazione all'e-
sportazione », dice Joona. « Pensiamo che dietro a tutto questo
ci sia Raphael Guidi, e quindi dobbiamo ottenere un mandato
di arresto al più presto... »
« Mandato di arresto? » lo interrompe Carlos stupito. « Axel
Riessen non risponde al telefono da due ore, non è andato al
lavoro questa mattina, però secondo voi solo in base a questo
dovremmo supporre che sia stato rapito da Raphael Guidi, un
uomo d'affari ricco e famoso, e che soprattutto non è mai stato
accusato di nulla? »
Carlos alza la mano e inizia a contare con enfasi sulle dita:
« La polizia svedese non ha nulla su di lui; l'Europol non ha
niente su di lui; l'Interpol non ha niente su di lui; ho parlato
con la polizia di Francia, Italia e Marocco... »
«Ma io ho parlato con Anja», dice Joona sorridendo.
«Tu hai parlato con...»
Carlos si interrompe quando la porta si apre ed entra Anja
Larsson.
« In dieci anni il nome di Raphael Guidi è apparso in sei in-
dagini preliminari riguardanti traffico illecito d'armi, frodi eco-
nomiche e morti sospette », dice Anja.
« Ma le indagini preliminari », obietta Carlos, « non signifi-
cano che... »
« Posso finire di parlare? » lo interrompe Anja.
« Si, certo. »
« I sospetti nei riguardi di Raphael Guidi sono quasi sempre
stati accantonati nelle fasi preliminari, e comunque non è mai
stato citato in giudizio. »
« Niente », dice Carlos.
«Il suo gruppo industriale ha guadagnato 123 milioni di
dollari nell'Operazione Tempesta nel Deserto per aver equi-
paggiato i cacciabombardieri Nighthawk con i missili tattici
AGM-65 Maverick», continua Anja dopo aver gettato uno
sguardo ai suoi appunti per controllare i dati. « Ma una delle
sue società satellite ha anche fornito alle forze serbe i missili
che hanno utilizzato per abbattere proprio quegli aerei durante
la guerra del Kosovo. »
Anja mostra loro una fotografia di Raphael con gli occhiali
da sole e un bicchiere arancione in mano. Indossa abiti casual,
pantaloni blu chiaro e una camicia ben stirata dello stesso co-
lore. E in piedi tra due guardie del corpo vestite di nero davanti
a una Lamborghini Diablo color fumo.
E sorride.
« La moglie di Raphael era la famosa violinista Fiorenza Co-
lini », racconta Anja. « Soltanto un anno dopo la nascita del lo-
ro figlio Peter, ha scoperto di avere un cancro al seno. Si è sot-
toposta a tutte le terapie possibili, ma purtroppo è morta quan-
do il bambino aveva sette anni. »
In un articolo apparso su La Repubblica si vede Fiorenza Co-
lini con il suo bel violino rosso appoggiato alla spalla, sullo
sfondo l'intera orchestra della Scala e al suo fianco il direttore
Riccardo Muti. I suoi lunghi capelli ondulati brillano sotto la
luce dei riflettori. Fiorenza Colini indossa un vestito grigio pla-
tino con ricami argento, sorride, ma i suoi occhi sono stanchi
dietro alle palpebre pesanti. Il gomito sinistro è abbassato, con
il braccio destro alza l'archetto, mentre la mano sinistra si al-
lunga sul corpo del violino e suona una nota alta.
Sulla prima pagina del Newsweek Raphael Guidi è ritratto
insieme con Alice Cooper e mostra suo figlio appena nato; il
titolo dell'articolo è «Billion dollar baby».
In un altro ritaglio di giornale è in abito chiaro e parla con
Silvio Berlusconi; dietro di loro si vedono tre bionde in ridot-
tissimi costumi da bagno, intorno a una piscina di marmo rosa
a forma di cuore.
« Raphael Guidi ha la residenza nel Principato di Monaco
ma, da quanto ho capito, chi lo vuole incontrare deve cercarlo
per mare», dice Anja. «Al momento preferisce trascorrere la
maggior parte del tempo sul suo megayacht Theresa. E come
non capirlo, poverino: lo yacht è stato costruito dalla/ Liirssen
di Brema quindici anni fa e a quel tempo era il più costoso al
mondo. »
In un trafiletto su Vogue Francia si vede la barca a forma di
freccia in mare aperto, sembra la punta di una lancia ma fatta
di porcellana, tanto è bianca, e nella doppia pagina centrale
sotto al titolo « Leone a Cannes », viene illustrata una delle tan-
te feste tenutesi a bordo del lussuoso yacht in occasione del fe-
stival del cinema. Tutti gli uomini sono in smoking. L'attore
Kevin Costner conversa con Salma Hayek, mentre Raphael
Guidi è in piedi tra sua moglie e Victoria Silvstedt, la famosa
modella svedese di Playboy. Alle loro spalle due guardie del cor-
po dal viso inespressivo. Dalle numerose finestre della sala da
pranzo si intravede il porto. Al soffitto sono appese gabbie con
rinchiusi dei tucani, mentre in mezzo alla sala ce n'è una con
un grande leone.
Restituiscono i ritagli di giornale ad Anja, che dice con cal-
ma: «Adesso vorrei farvi ascoltare questa registrazione... I Ser-
vizi Segreti belgi hanno registrato una telefonata tra un pubbli-
co ministero italiano e Salvatore Grassi, che era un generale di
brigata dell'esercito italiano ».
Anja distribuisce una traduzione sommaria e poi infila una
chiavetta USB nel computer di Carlos, si sporge in avanti e
clicca per avviare la riproduzione, alzando il volume. Il pro-
gramma si apre subito e una voce inizia a parlare velocemente.
In tono monocorde vengono esposte in francese le circostanze
della conversazione: luogo, data e orario. Dopodiché si sente
un clic metallico e qualcuno che in lontananza compone un
numero di telefono.
La linea gracchia per un momento, poi si sente una voce
chiara e forte. « Ti ascolto e sono pronto ad aprire un'indagi-
ne », dice il pubblico ministero.
« Non testimonierei mai contro Raphael, neanche sotto tor-
tura, neanche...»
La voce di Salvatore Grassi scompare, ancora qualche interfe-
renza, un attimo di silenzio e poi lo si sente di nuovo, ma in lon-
tananza, come se la voce arrivasse da dietro una porta chiusa.
«... un sistema missilistico completamente privo di rincu-
lo... e poi una quantità enorme di mine, di tutti i tipi, mine
antiuomo, mine anticarro... Raphael non avrebbe mai rinun-
ciato a... come per il Ruanda, non gliene fregava niente del
Ruanda. Lì erano soltanto mazze e machete, niente che potesse
fargli fare soldi. Ma quando è entrato in ballo anche lo Zaire,
allora ha fatto di tutto per essere incluso nell'affare. Lì sì che
c'era una bella torta da spartire, per lui. Prima ha armato
l'RPF, il Fronte Patriottico Ruandese del regime, per rovesciare
il regime di Mobutu in Zaire, poi ha iniziato a introdurre in
Ruanda altre armi pesanti destinate agli hutu, in modo che po-
tessero affrontare l'RPF. »
A quel punto si avverte uno strano segnale, un suono stridu-
lo tra il brusio delle interferenze. L'uomo respira affannosa-
mente, mormora qualcosa e poi d'un tratto la sua voce è straor-
dinariamente viva e presente.
« Questa cosa degli incubi, non credevo potesse essere vera.
Ho potuto starle vicino e tenerle la mano sudata... Mia figlia,
aveva quattordici anni. Era così bella, così brava... Raphael...
l'ha fatto lui, ci teneva a essere lui a tagliarla davanti a me, con-
tinuava a gridare di essere lui il padrone dei miei incubi. Non
potete capire, voi non potete... »
La linea gracchia parecchio, si intuiscono delle grida, dei
bicchieri che vanno in pezzi, il suono della registrazione si in-
terrompe a tratti, e poi riprende.
« Ha fatto... Si è fatto dare il coltello da una delle guardie del
corpo... il viso di mia figlia, era così bella, così bella... »
Salvatore Grassi piange forte, si lamenta, grida che vuole so-
lo morire, nient'altro.
La linea è di nuovo disturbata, poi la registrazione finisce.
Nell'ufficio di Carlos Eliasson cade un silenzio totale. Una luce
intensa entra dalle finestrelle che danno sulle collinette verdeg-
gianti del parco Kronoberg.
« Questa registrazione non dimostra niente », dice Carlos
dopo un attimo. «All'inizio dice che non intende testimoniare,
quindi immagino che il pubblico ministero abbia archiviato le
indagini. »
«Tre settimane dopo la telefonata un uomo che portava a
passeggio il cane ha ritrovato la testa di Salvatore Grassi », dice
Anja. « Era nel fossato vicino a viale Goethe, dietro l'ippodro-
mo di Roma. »
« Cos'era la faccenda della figlia? » chiede Joona piano. « Co-
sa le era successo? »
« La quattordicenne Maria Grassi risulta tutt'ora scompar-
sa », dice Anja brevemente.
Carlos sospira, borbotta qualcosa tra sé, va vicino all'acqua-
rio e, prima di voltarsi verso gli altri, si ferma a fissare per un
momento i suoi pesci paradiso.
«Cosa devo fare? Non siete in grado di dimostrare che le
munizioni sono dirette in Sudan, così come non potete colle-
gare in nessun modo la sparizione di Axel Riessen a Raphael
Guidi », dice. « Datemi almeno qualche indizio, in modo che
possa parlare con il pubblico ministero. Ho bisogno di un col-
legamento chiaro, non solo di indizi... »
« So che si tratta di lui », lo interrompe Joona.
« Ho bisogno di prove concrete, non è sufficiente che tu mi
dica di esserne sicuro, Joona», conclude Carlos.
« Abbiamo bisogno di autorizzazioni e di uomini per cattu-
rare Raphael Guidi e accusarlo di reati contro la legge svedese e
internazionale », continua Joona caparbio.
« Non senza una prova », dice Carlos.
« Troveremo le prove. »
« Dovete convincere Pontus Salman a testimoniare. »
«Lo andiamo a prendere oggi, ma credo che sarà difficile
farlo testimoniare, ha ancora troppa paura... Ha talmente pau-
ra che stava per togliersi la vita », spiega Joona.
« Ma se arrestiamo Raphael, allora forse avrà il coraggio di
parlare. Intendo dire, magari riesce a calmarsi », dice Saga.
« Non possiamo arrestare una persona come Raphael Guidi
senza uno straccio di prova o l'ombra di un testimone », dice
Carlos con enfasi.
« Allora cosa cazzo facciamo? » chiede Saga.
«Dobbiamo mettere sotto torchio Salman, non possiamo
fare altro e... »
« Ma io credo che Axel Riessen sia in pericolo », dice Joona.
« Dobbiamo fare in fretta, perché... »
Tutti e tre tacciono e dirigono lo sguardo verso la porta
quando entra nella stanza il pubblico ministero Jens Svaneh-
jàlm.






97.
La fuga.

L'aria condizionata ha rinfrescato l'auto. Pontus Salman sente
le mani tremare sul volante. E già a metà del ponte Lidingò-
bron. Un traghetto finlandese si sta allontanando dalla banchi-
na e verso Millesgarden qualcuno sta bruciando delle foglie.
Solo un paio di ore prima era nella sua barchetta a remi e
cercava di infilarsi un fucile in bocca. Il sapore del metallo
gli è rimasto sulla lingua, come un ricordo spaventoso, insieme
al rumore stridente dei denti contro la canna.
Una donna con i capelli arruffati era scesa sul pontile e gli
aveva gridato di avvicinarsi. Sembrava che avesse qualcosa di
importante da dirgli. Aveva circa quarant'anni, ma sembrava
una giovane punk, con i capelli tinti di blu e il rossetto rosso.
Quando si era trovato seduto di fronte a lei in una stanzetta
grigia aveva saputo che si chiamava Gunilla e che era una psi-
cologa.
Gli aveva parlato con tono serio e severo a proposito del fu-
cile, di quello che aveva pensato di fare quando remava in mez-
zo al lago.
« Pontus, perché voleva morire? » gli aveva chiesto Gunilla.
« Non lo volevo », aveva risposto sincero.
Era calato il silenzio nello studio. Poi avevano ripreso a par-
lare e Pontus Salman aveva risposto alle sue domande, convin-
cendosi sempre più che non voleva morire, ma che preferiva
fuggire e così aveva iniziato a pensare a una meta. Voleva spa-
rire e iniziare una nuova vita con un'altra identità.
Ora l'auto ha superato il ponte. Pontus Salman guarda l'o-
rologio e sente crescere dentro di sé un moto di sollievo. A que-
st'ora il volo di Veronique deve aver lasciato lo spazio aereo
svedese.
Pontus le ha parlato della Polinesia francese e con la mente
la vede mentre lascia l'aeroporto con in mano una borsa di tela
azzurra e un cappello a larghe falde che tiene fermo con la ma-
no per impedire che il vento glielo porti via.
Perché non dovrebbe scappare anche lui?
Deve solo correre a casa e prendere il suo passaporto dal cas-
setto della scrivania.
Non voglio morire, pensa Pontus Salman mentre vede il
traffico sfrecciargli a lato.
Quando si era messo a remare su quel lago stava cercando di
scappare dall'incubo... Ma non era riuscito a spararsi.
Posso prendere qualsiasi volo, pensa. Posso andare in Islan-
da, Giappone o Brasile. Se Raphael Guidi avesse davvero volu-
to uccidermi, quasi sicuramente ora sarei già morto.
Pontus Salman si dirige verso la porta del garage davanti a
casa, e parcheggia l'auto. Tira il fiato e sente l'odore dell'asfalto
surriscaldato, dei gas di scarico e dell'erba.
La strada è deserta, a quell'ora sono tutti al lavoro e i bam-
bini del quartiere vanno ancora a scuola per qualche giorno.
Pontus Salman apre la porta di casa ed entra. E tutto spento
e le persiane sono abbassate.
Il suo passaporto è nello studio, perciò va verso le scale.
Al piano inferiore si blocca di colpo e si mette in ascolto. C'è
un rumore strano, sembra che qualcuno stia trascinando una
coperta bagnata sulle piastrelle del pavimento.
« Veronique? » chiama senza quasi riconoscere il timbro del-
la propria voce.
Pontus Salman vede la luce tranquilla della piscina ondeg-
giare sulle sponde di marmo bianco.
Continua lentamente ad avanzare con il cuore in gola.






98.
Il pubblico ministero.

Il pubblico ministero Jens Svanehjàlm saluta a bassa voce Saga
Bauer, Joona Linna e Carlos Eliasson e poi prende posto. La
documentazione che Anja Larsson ha raccolto è in un fascicolo
sul tavolo basso davanti a lui. Svanehjàlm beve il suo caffè di
soia, guarda la prima immagine e poi si volta verso Carlos.
« Penso che farete fatica a convincermi », dice.
« Ma ce la faremo », sorride Joona.
« Make my day », dice il pubblico ministero.
Il collo sottile di Svanehjàlm, quasi senza pomo d'Adamo, e
le spalle strette e spioventi sottolineate da un vestito che gli sta
a pennello, lo fanno sembrare un ragazzo vestito da adulto.
« È abbastanza complicato », inizia a dire Saga. « Crediamo
che Axel Riessen dell'ACPS sia stato rapito e che il rapimento
sia collegato ai fatti degli ultimi giorni. »
Saga si interrompe quando squilla il telefono di Carlos.
« Scusatemi, credevo di aver detto che non vogliamo essere
disturbati », dice alzando il telefono per rispondere. « Pronto,
Carlos Eliasson... »
Ascolta, arrossisce, mormora di capire, poi ringrazia della te-
lefonata e riaggancia il telefono con un gesto di imbarazzo.
«Vi chiedo scusa», dice Carlos.
« Non si preoccupi », risponde Jens Svanehjàlm.
« Intendo dire che le chiedo scusa per averla disturbata con
questo incontro», spiega Carlos. «Era la segretaria di Axel
Riessen dell'ACPS, è tutto il giorno che la chiamo per avere
notizie e ora finalmente mi ha richiamato... e mi ha detto di
avere appena parlato con Axel Riessen. »
« Cosa le ha detto? E stato rapito? » chiede Svanehjälm con
un sorriso.
« Si trova sulla barca di Raphael Guidi per discutere le ulti-
me questioni riguardanti il permesso all'esportazione. »
Joona e Saga si lanciano una rapida occhiata.
« Siete soddisfatti di questa risposta? » chiede il pubblico mi-
nistero.
«Evidentemente Axel Riessen aveva richiesto un incontro
con Raphael Guidi », riferisce Carlos.
« No, ce ne avrebbe parlato », dice Saga.
« La segretaria ha spiegato che le parti sono state impegnate
per tutto il giorno in una riunione a bordo dello yacht nel cor-
so della quale hanno analizzato gli ultimi punti oscuri della
questione, che era in sospeso già da troppo tempo, e che Axel
contava di faxare la firma all'ACPS già questa sera. »
« Il permesso all'esportazione? » chiede Saga e si alza.
« Sì », sorride Carlos.
« E Riessen che cosa ha detto di voler fare dopo la riunio-
ne? » chiede Joona.
«Vorrebbe... »
Carlos tace e guarda con stupore Joona.
« Come facevi a sapere che avrebbe fatto qualcosa dopo la
riunione? » gli chiede poi. « La segretaria ha detto che Axel
Riessen le ha comunicato di voler prendere dei giorni di ferie
per costeggiare in barca a vela il litorale giù fino a Kaliningrad.
Pare che Raphael Guidi voglia prestargli un Forgus. »
« Sembra fantastico », dice Svanehjälm e si alza.
« Idioti », dice Saga e rovescia con un calcio il cestino della
carta. « Non capite che è stato costretto a telefonare? »
« Possiamo cercare di comportarci da persone adulte? » sbot-
ta Carlos.
Solleva il cestino e raccoglie la carta caduta sul pavimento.
«Abbiamo finito, vero?» dice Svanehjälm imperturbabile.
«Axel Riessen è prigioniero sulla barca di Raphael Guidi»,
dice Joona. « Dateci i mezzi per andare a salvarlo. »
« Sarò anche un idiota come ha detto la sua collega, ma non
riesco a trovare neanche una ragione valida per prendere misu-
re in tal senso », dice Jens Svanehjàlm e poi lascia la stanza.
Lo guardano chiudere la porta dietro di sé senza fare rumore.
« Mi perdoni per essere andata fuori di testa », dice Saga a
Carlos. « Ma tutto questo non ha senso, è impossibile che Axel
Riessen abbia firmato il permesso all'esportazione. »
« Saga, ho chiesto il parere di due avvocati a questo propo-
sito », spiega Carlos con calma. « Tutto quello che sono riusciti
a capire è che i lavori di preparazione della commissione per
l'esportazione della Silencia Defence sono perfetti, che la revi-
sione è stata molto accurata e... »
« Ma abbiamo una fotografia in cui Palmcrona e Salman in-
contrano Raphael Guidi e Agathe al-Haji... »
« Lo so », interrompe Carlos. « Avevamo un enigma, ma ades-
so lo abbiamo risolto, e senza prove non possiamo procedere,
abbiamo bisogno di fatti, e la fotografia non è sufficiente. »
« Quindi mi sta dicendo che non possiamo far altro che star-
cene a guardare quel container salpare? Anche se sappiamo be-
nissimo che quelle munizioni sono dirette al Sudan? Ad ali-
mentare un genocidio? » chiede Saga.
« Vediamo di andare a prendere Pontus Salman », risponde
Carlos. « E di convincerlo a testimoniare contro Raphael. Pro-
mettetegli qualsiasi cosa, basta che si decida a testimoniare... »
« Ma se non lo fa? Se si rifiuta? » chiede Saga.
« Allora non possiamo fare nient'altro. »
« Ce ne sarebbe un altro, di testimone », dice Joona.
«Ah, sì? Be', lo incontro molto volentieri», dice Carlos scet-
tico.
« Bene, allora basta che andiamo a prenderlo, prima che ven-
ga trovato annegato nel mare di Kaliningrad. »
« Joona, è inutile, stavolta non puoi fare come vuoi. »
« Oh, sì. »
« No. »
« Invece sì », dice Joona secco.
Carlos lo guarda con sguardo dispiaciuto.
« Non riusciremo mai a convincere il pubblico ministero »,
dice dopo un momento. « Ma siccome non posso passare il re-
sto della mia vita seduto qui a dire di no tutte le volte che tu
dici di sì... »
Tace, sospira, pensa un attimo e poi prosegue: « Ti do il per-
messo di trovare da solo Axel Riessen, così ti tranquillizzerai ve-
dendo che sta bene. »
« Joona ha bisogno di supporto », dice Saga agitata.
«Questo non è un incarico ufficiale, lo faccio solo perché
Joona smetta finalmente di tormentarmi », risponde Carlos fa-
cendo un gesto spazientito con la mano.
« Ma Joona sarà... »
« Basta! » la interrompe Carlos. « Voglio che andiate a pren-
dere Pontus Salman a Sòdertàlje, come vi ho già detto... Perché
se riusciamo ad avere la sua testimonianza, allora farò in modo
di darvi tutti i mezzi necessari per arrestare Raphael Guidi, una
volta per tutte. »
« Non c'è tempo per questo », dice Joona e va dritto alla porta.
« Posso interrogare Pontus Salman da sola », propone Saga.
« E tu, Joona? Cosa... »
« Io vado a fare una visitina a Raphael Guidi », risponde Joo-
na, ed esce.






99.
La ricompensa.

Dopo essere rimasto immobile nel bagagliaio di un'auto, Axel
Riessen può finalmente alzarsi e uscire. Si ritrova in un aero-
porto privato. La pista di atterraggio è circondata da un alto
recinto. Davanti a un hangar li aspetta un elicottero.
Si sentono le strida dei gabbiani, mentre Axel procede scor-
tato da due uomini. Indossa ancora solo camicia e pantaloni.
Non ha senso parlare con loro, perciò si limita a seguirli a bor-
do dell'elicottero, prende posto e si allaccia la cintura di sicu-
rezza attorno alla pancia e alle spalle. I due uomini prendono
posto in cabina di pilotaggio, dove il pilota accende i comandi,
gira una chiavetta lucida nella plancia, avvia altre strumentazio-
ni e poi preme un pedale.
L'uomo al fianco del pilota apre una cartina e se la sistema
sulle ginocchia.
Il motore inizia a rombare e dopo un attimo il rotore si met-
te lentamente in moto. I sottili fili d'erba si piegano per l'aria,
la luce velata del sole splende sul prato. Le pale del rotore ini-
ziano a muoversi sempre più velocemente.
Un bicchiere di carta scivola fuori dall'elicottero.
Il motore si sta riscaldando. Risuona in modo assordante. Il
pilota tiene la barra di comando con la mano destra, la control-
la con movimenti piccoli e angolari, poi all'improvviso decol-
lano.
All'inizio l'elicottero si alza in volo quasi in verticale, molto
delicatamente. Raggiunta la quota prevista, si inclina in avanti
e prende velocità.
Ad Axel si stringe ripetutamente lo stomaco quando sorvo-
lano la recinzione, proseguono sopra gli alberi e virano precipi-
tosamente a sinistra, tanto che l'elicottero sembra capovolgersi.
Sorvolano il prato, alcune strade isolate e una casa con un
tetto di metallo che luccica.
Il frastuono del motore è assordante e dal parabrezza si in-
travedono le pale del rotore.
La terraferma finisce per dare spazio al mare blu increspato.
Axel cerca di capire cosa gli stia accadendo. Tutto era inizia-
to mentre era al telefono con Raphael Guidi, che si trovava sul-
la sua barca nel golfo di Finlandia, verso il Mar Baltico diretto
in Lettonia. Axel aveva spiegato a Raphael che non avrebbe fir-
mato il permesso all'esportazione. Neanche un minuto dopo,
due uomini si erano introdotti nel suo appartamento e gli ave-
vano puntato un taser al collo.
I due uomini si erano occupati di lui con estrema cura, con-
trollando continuamente che stesse bene.
Dopo mezz'ora si erano fermati e lo avevano trasferito da
un'auto a un'altra.
Un'ora più tardi aveva potuto camminare con le sue gambe
sulla pista di atterraggio macchiata di olio e aveva preso posto
sull'elicottero.
Sotto di loro il mare sempre uguale scivola via veloce come
un'autostrada. Sopra di loro invece il cielo è immobile, coper-
to, bianco e saturo di umidità. Volano a cinquanta metri di al-
tezza a grande velocità. Il pilota è in contatto radio con qual-
cuno, ma è impossibile sentire quello che dice.
Axel si assopisce un attimo e perde il senso del tempo.
Quando si risveglia, non sa nemmeno più da quanto tempo
è a bordo dell'elicottero.
Guarda fuori e vede un magnifico megayacht sul mare in-
crespato. E enorme, bianco con una piscina azzurra e parecchi
ponti scoperti.
Si avvicinano e scendono a picco.
Axel si rammenta che Raphael Guidi è un uomo spavento-
samente ricco e si sporge in avanti per osservare lo yacht. E la
barca più incredibile che abbia mai visto, dalla linea filante e
lanceolata come una fiamma, bianco come la glassa. È lungo
sicuramente più di cento metri, con uno sfarzoso ponte di co-
mando due piani sopra il ponte di poppa.
Si abbassano con un rumore assordante verso il cerchio del-
l'elisuperficie sul ponte di poppa. Il rotore crea un forte moto
ondoso che parte dalla barca e si irradia in ogni direzione, per
poi spegnersi in lontananza.
L'atterraggio è quasi impercettibile, l'elicottero vola a punto
fisso, si abbassa lentamente e si appoggia sulla piattaforma, on-
deggiando dolcemente. Aspettano che il rotore si fermi. Il pi-
lota rimane in cabina mentre l'altro uomo conduce con sé Axel
Riessen sulla pista a cerchi concentrici. Si chinano per ripararsi
dallo spostamento d'aria fino a quando non superano una por-
ta di vetro, oltre la quale il rumore dell'elicottero svanisce quasi
completamente. Si ritrovano in un locale che assomiglia a un'e-
legante sala di attesa, con poltrone, tavolini e una televisione
nera. Un uomo vestito di bianco dà loro il benvenuto e con
un gesto invita Axel ad accomodarsi.
« Desidera qualcosa da bere? » chiede l'uomo.
« Dell'acqua, grazie », dice Axel.
« Naturale o gassata? »
Prima che Axel riesca a rispondere entra un altro uomo.
Ricorda quello seduto vicino al pilota. Entrambi sono alti e
massicci, con corporatura stranamente simile e si muovono
quasi in sincrono. L'ultimo arrivato ha capelli biondissimi, so-
pracciglia quasi bianche e un naso che è stato spaccato almeno
un paio di volte. Il primo invece è grigio di capelli e porta oc-
chiali con montatura in corno.
Si spostano in silenzio, con calibrata efficienza, e scortano
Axel nella suite sotto il ponte.
Quello yacht di lusso sembra davvero smisurato. Axel riesce
a vedere che sul fondo della piscina, evidentemente vuota da
parecchi anni, sono ammucchiati dei mobili malandati, un di-
vano senza cuscini e qualche sedia da scrivania rotta.
Nota anche che i bei mobili di rattan sul ponte sono tutti
rovinati. Gli intrecci del vimini si sono spezzati e i giunchi
spuntano fuori un po' dappertutto sulle poltrone e il tavolino.
Più si addentra nella barca e più gli appare come un guscio
vuoto e rovinato. I suoi passi risuonano in corridoi deserti, su
un pavimento di marmo tutto graffiato. Oltrepassano una por-
ta con la scritta « Sala da pranzo » incisa in italiano a lettere ele-
ganti nel legno scuro.
La sala è enorme. Dalle finestre panoramiche non si vede
che il mare aperto. Una scala stretta ricoperta da un tappeto
rosso porta al ponte superiore. Sul soffitto è appeso un impo-
nente lampadario di cristallo. Sembra un ambiente progettato
per feste o cene di gala, ma ora sul tavolo si trovano una foto-
copiatrice, un fax, due computer e parecchi raccoglitori per
l'archivio.
In fondo alla sala c'è un tavolino, dietro al quale siede un
uomo basso di statura. Ha i capelli brizzolati ma è calvo nella
parte davanti. Axel lo riconosce subito, è Raphael Guidi, il
mercante d'armi. Indossa un'ampia tuta da ginnastica azzurra
con il numero sette sul petto e la schiena. Ai piedi ha scarpe
sportive senza calze.
« Benvenuto », dice con un brutto accento inglese.
Suona il cellulare che ha in tasca, così lo estrae, osserva il nu-
mero, ma non risponde. Subito dopo riceve un'altra chiamata
alla quale invece risponde, dice poche parole in italiano e riat-
tacca, poi guarda Axel Riessen. Fa un gesto verso le finestre pa-
noramiche per indicare la distesa scura e ondeggiante del mare.
« Non sono qui di mia volontà per ammirare il panorama »,
inizia Axel.
« Le chiedo scusa, non c'è stato tempo per... »
« Quindi cosa vuole? »
«Voglio conquistare la sua fedeltà», risponde Raphael con
poche parole.
Cala il silenzio, le due guardie del corpo sorridono guardan-
do a terra, e poi riacquistano la loro solita espressione seria.
« L'unica cosa al mondo che conta è la fedeltà, non crede? »
dice a bassa voce Guidi, guardando Axel dritto negli occhi.
«Quando ci siamo sentiti, mi ha detto che non avrei potuto
offrirle nulla per convincerla a essermi fedele. E così? »
« E vero. »
« Si sbaglia. Io credo di poterle fare un'ottima offerta », con-
tinua Raphael con una smorfia sconsolata che ricorda solo va-
gamente un sorriso. « Perché so che per ottenere la sua fedeltà
devo proporle qualcosa a cui tiene davvero tanto, magari pro-
prio ciò che desidera più di ogni altra cosa. »
Axel scuote la testa. « Non so nemmeno io che cosa desidero
più di tutto. »
« Penso che lo sappia », dice Raphael. « Lei desidera poter
riuscire a dormire di nuovo, riuscire a dormire una notte intera
senza... »
« Come fa a sapere che... »
Tace di colpo e Raphael gli lancia uno sguardo glaciale e im-
paziente.
« Allora saprà certamente che le ho già provate tutte », dice
Axel con calma.
Raphael fa un gesto di indifferenza.
« Avrà un fegato nuovo. »
« Sono già in lista d'attesa per un trapianto di fegato », spiega
Axel con un sorriso forzato. « Telefono ogni volta che i medici
finiscono una riunione, ma il danno che ho al fegato è irrever-
sibile e il tipo di tessuto è così particolare che in teoria non esi-
stono donatori... »
«Axel Riessen, io ho un fegato per lei», annuncia Raphael
con un tono secco.
Cala il silenzio e Axel sente un caldo improvviso salirgli al
viso e alle orecchie.
« E in cambio? » chiede Axel, deglutendo. « Vuole che firmi
il permesso all'esportazione verso il Kenya. »
« Voglio che stipuliamo un patto di Paganini », risponde Ra-
phael.
« E cioè? »
« Non c'è fretta, può pensarci su. E una scelta importante,
avrà bisogno di guardare i dettagli esatti del donatore e vedere
che tutto corrisponde. Scoprirà che è così, naturalmente. »
Axel sente che i pensieri si susseguono a velocità della luce
nella sua mente. Si dice che in effetti potrebbe firmare il per-
messo all'esportazione e poi, una volta ottenuto il trapianto di
fegato, potrebbe testimoniare contro Raphael Guidi. A quel
punto la polizia lo inserirebbe in un programma di protezione,
forse sarebbe costretto a cambiare identità... Ma finalmente
riuscirebbe a dormire.
« Mangiamo? Ho una gran fame, e lei? » chiede Raphael.
« Forse... »
« Ma prima di pranzare, voglio che telefoni alla sua segreta-
ria all'ACPS per dirle dove si trova. »






100.
Pontus Salman.

Saga tiene il telefono incollato all'orecchio e si ferma in corri-
doio vicino a un grande bidone per il riciclaggio della carta.
Osserva distratta le ali di una farfalla: sembrano foglioline
che si agitano a terra mosse dall'aria del condizionatore.
« Ma non avete nessun altro di cui occuparvi, lì a Stoccol-
ma?» le chiede un uomo con un forte accento del Gotland,
quando le passano la centrale di polizia di Sòdertàlje.
« Si tratta di Pontus Salman », risponde Saga. La sua voce è
tesa.
« Sì, ma ormai se n'è andato », dice il poliziotto compiaciuto.
« Cosa? » urla Saga.
« Ehi, io ho solo parlato con Gunilla Sommer, la psicologa
che è andata con lui al pronto soccorso psichiatrico. »
« E? »
« Lei non ha pensato che questo tentato suicidio fosse serio e
quindi lo ha lasciato andare, non è mica gratis un posto letto in
clinica e... »
« Cercatelo », lo interrompe Saga.
« Ma per che cosa? Per un ipotetico tentativo di suicidio? »
« Vedete di trovarlo! » ordina Saga e riattacca.
Mentre corre verso l'ascensore, Gòran Stone le si para da-
vanti e la ferma allargando le braccia.
« Vuoi interrogare Pontus Salman, vero? » le chiede in tono
provocatorio.
« Sì », gli risponde secca, avviandosi di nuovo, ma lui non la
fa passare.
« Ti basta sculettare un po' », le dice. « E magari agitare un
po' i tuoi bei ricci così ti promuoveranno oppure... »
« Spostati », dice Saga determinata e fuori di sé, mentre alcu-
ni puntini rossi le infiammano la fronte.
« Va bene, scusa se voglio aiutarti », dice Gòran Stone offeso.
« Guarda che abbiamo appena mandato quattro macchine da
Salman a Lidingò per... »
« Cosa è successo? »
« Sono stati i vicini a chiamare la polizia », sorride. « Hanno
sentito chiaramente un bang bang e delle urla. »
Saga lo spinge via e inizia a correre.
« Grazie mille, Gòran » gli grida. « Sei il migliore, Gòran! »
Mentre sta andando verso Lidingò, cerca di non pensare a
quello che può essere successo, ma i pensieri continuano ad ac-
cavallarsi con il suono della registrazione di quell'italiano che,
in lacrime, raccontava di sua figlia.
Stasera andrò ad allenarmi finché non crollo e andrò a letto
presto, pensa Saga.
Non riesce a entrare in Roskullsvàgen, c'è troppa gente in
strada e deve parcheggiare a duecento metri dalla casa di Sal-
man. Curiosi e giornalisti si spingono contro il nastro bianco
e blu, cercando di guardare dentro la casa. Saga chiede scusa
con voce tesa mentre si fa largo fra la gente. Oltre gli alberi
si intravedono i riflessi dei lampeggianti blu.
La collega Magdalena Ronander esce dalla casa, si appoggia
al muro di mattoni scuri e vomita.
La macchina di Pontus Salman è parcheggiata davanti al ga-
rage. E una BMW bianca a cui manca il finestrino sul tettuc-
cio. Pezzetti di vetro insanguinati sono sparsi sulla carrozzeria e
intorno all'auto. Dal finestrino sporco di sangue della fiancata
si intravede il corpo di un uomo.
E Pontus Salman.
Magdalena alza gli occhi stanchi, si asciuga la bocca con un
fazzoletto e ferma Saga che sta oltrepassando la porta.
« No, no », le dice rauca. « Non devi assolutamente entrare. »
Saga si ferma, dà un'occhiata dentro la casa, si volta verso
Magdalena per chiederle qualcosa, ma poi ci ripensa.
Deve chiamare Joona Linna.
Deve dirgli che il loro testimone non esiste più.






101.
La ragazza con i soffioni.

Joona sta uscendo di corsa dalla sala arrivi dell'aeroporto di
Vantaa, appena fuori Helsinki, quando squilla il suo telefono.
« Saga, cosa succede? »
« Pontus Salman è morto, l'hanno trovato seduto nella sua
auto parcheggiata davanti al garage di casa, sembra che si sia
sparato. »
Joona va al primo taxi della fila, chiede all'autista di andare
al porto e poi sale sul sedile posteriore.
« Cos'hai detto? » chiede Saga.
« Niente. »
« Non abbiamo più il nostro testimone », dice Saga nervosis-
sima. « Cosa cazzo facciamo adesso? »
« Non lo so », dice Joona e chiude gli occhi per un attimo.
Si abbandona ai movimenti dell'auto, al dolce ondeggia-
mento delle sospensioni. Il taxi lascia la zona dell'aeroporto,
aumenta la velocità e si immette in autostrada.
«Non puoi andare sulla barca di Raphael senza...»
« La ragazza», dice Joona all'improvviso.
« Chi? »
« Axel Riessen suonava il violino con una ragazza », dice Joo-
na spalancando gli occhi grigi. « Lei può aver visto qualcosa. »
«Cosa te lo fa pensare?»
« C'era un soffione in un bicchiere da whisky... »
« Ma di cosa parli? » chiede Saga.
« Cerca di trovarla. »
Joona si appoggia al sedile e gli viene in mente quando Axel
era in piedi con il violino in mano ed era arrivata quella ragazza
con un mazzolino di soffioni.
Quei soffioni li aveva rivisti nella camera da letto di Axel.
Erano messi con il gambo ripiegato dentro un bicchiere da
whisky.
La ragazza era lì. Potrebbe aver visto qualcosa.
Joona sale a bordo della Kirku, una motovedetta che la marina
finlandese sei anni prima aveva avuto in dotazione dalla guar-
dia costiera. Quando stringe la mano al comandante Pasi Ran-
nikko, pensa a Lennart Johansson della polizia marittima di
Dalarò. Lennart amava fare surf e si faceva chiamare Lance.
Pasi Rannikko è proprio come Lance, giovane, abbronzato e
con gli stessi occhi azzurri. Ma a differenza di Lance sembra
prendere il suo lavoro molto sul serio. Ed è evidente che quel-
l'incarico inaspettato fuori dalla giurisdizione finlandese gli dà
fastidio.
« Quest'affare non mi convince per niente, è giusto che te lo
dica», dice Pasi Rannikko secco. «Ma il mio comandante è
amico del tuo capo... e questo evidentemente basta.»
«Prevedo di ricevere il mandato del pubblico ministero
mentre ci dirigiamo là », dice Joona e sente le vibrazioni della
barca che lascia la banchina e si avvia a tutta velocità verso il
mare aperto.
« Non appena riceverai l'autorizzazione del pubblico mini-
stero contatterò la fregata missilistica Hanko. È una nave con
venti ufficiali e sette reclute. »
Pasi la indica sullo schermo del radar.
« Può raggiungere i 35 nodi, le bastano venti minuti per rag-
giungerci. »
« Bene. »
« Lo yacht di Raphael Guidi ha superato Dagò e si trova un
po' fuori dalle acque territoriali dell'Estonia... Spero che tu sia
consapevole del fatto che non possiamo salire a bordo in acque
estoni a meno che non si tratti di una situazione di emergenza
o non ci si trovi in flagranza di reato. »
« Sì », risponde Joona.
La nave lascia la zona del porto a pieni motori.
« Ecco tutto l'equipaggio di cui disponiamo », dice Pasi Ran-
nikko ironicamente.
Un uomo possente e con una barba bionda sale sul ponte di
comando. È il primo e unico marinaio e si presenta dicendo:
« Piacere, Niko Kapanen, come il giocatore di hockey su ghiac-
cio ». Guarda con la coda dell'occhio Joona, si gratta la barba e
poi chiede quasi con ritrosia: « Di cosa è sospettato veramente
questo Guidi? »
« Sequestro, omicidio, uccisione di pubblico ufficiale, traffi-
co d'armi », risponde Joona.
« E la Svezia manda uno solo dei suoi uomini? »
« Sì », sorride Joona.
« E noi contribuiamo con questa baracca disarmata? »
« Non appena riceviamo il mandato del pubblico ministero
avremo quasi un plotone », interviene Pasi Rannikko con voce
piatta. « Ho parlato con Urho Saarinen della Hanko e sarà qui
in venti minuti. »
« Ma l'ispezione », dice Niko. « Dovremo pur fare un'ispe-
zione, cazzo, un... »
« Non in acque èstóni », lo interrompe Pasi Rannikko.
« Maledizione », mugugna Niko.
«Tutto si sistemerà», dice Joona secco.






102.
Le cose cambiano.

Axel Riessen si è coricato a letto vestito. È nella camera della
suite con cinque stanze che gli è stata assegnata sullo yacht di
Raphael Guidi. Ha di fianco la cartelletta con le informazioni
dettagliate sul donatore di fegato, un uomo in coma dopo
un'operazione mal riuscita. Tutti i valori sono perfetti, il tessu-
to combacia perfettamente con quello di Axel.
Axel fissa il soffitto e sente il cuore battergli forte in petto.
Trasale quando sente bussare alla porta. E l'uomo vestito di
bianco, quello che lo ha accolto dopo il viaggio in elicottero.
« Il pranzo è pronto. »
Attraversano insieme la zona delle terme. Axel intravede le
vasche verdi a livello del pavimento: sono piene di bottiglie
vuote e lattine di birra. Gli asciugamani, ancora confezionati
nei sacchetti di plastica, sono rimasti sugli scaffali eleganti di
marmo bianco lungo i muri. Si intravede perfino una palestra
dietro delle pareti di vetro smerigliato.
Una porta scorrevole di metallo opaco si apre silenziosamen-
te quando entrano nella zona relax: il pavimento è pieno di tap-
peti beige e di poltrone e c'è un lungo e massiccio tavolo di
marmo. Una strana lampada scura che pende dal soffitto crea
ombre e chiazze di luce che scivolano sulle pareti e sul pavi-
mento. Axel alza lo sguardo e vede che si trovano sotto la gran-
de piscina dello yacht. Il fondo della grande vasca è di vetro e al
di sopra dei rifiuti e dei mobili rotti si intravede il cielo pallido.
Raphael Guidi è seduto su un divano, indossa ancora gli
stessi pantaloni da ginnastica e una T-shirt bianca troppo stret-
ta sulla pancia. Con la mano batte sul posto di fianco a lui per
far cenno di sedersi lì, così Axel gli si avvicina e si accomoda. Le
due guardie del corpo rimangono in piedi dietro a Raphael, co-
me due ombre.
Nessuno parla.
Il cellulare di Raphael Guidi suona, lui risponde e inizia una
lunga conversazione.
Dopo un momento ritorna l'uomo vestito di bianco con un
carrello per servire il pranzo. In silenzio apparecchia il lungo
tavolo, sistema un grande piatto da portata con hamburger e
patatine, porta il pane e il ketchup e una grande bottiglia di
Pepsi-Cola.
Raphael non alza lo sguardo, ma continua a parlare al tele-
fono. Con voce neutra discute i dettagli dei tempi di produzio-
ne e della logistica.
Nessun altro parla, tutti aspettano pazientemente.
Dopo quindici minuti Raphael Guidi termina la telefonata
e guarda con calma Axel Riessen. Poi inizia a parlare con gran-
de tranquillità.
« Magari preferisce un bicchiere di vino », dice. « In fondo,
avrà un fegato nuovo tra un paio di giorni. »
« Ho controllato e ricontrollato le informazioni sul donato-
re », dice Axel. « Aveva ragione. E tutto perfetto. Sono sbalor-
dito, tutto sembra corrispondere... »
« È interessante, il discorso sui desideri », lo interrompe Ra-
phael. « Su quello che si desidera più di ogni altra cosa. Io vor-
rei che mia moglie fosse ancora viva, che potessimo stare di
nuovo insieme. E questo il mio più grande desiderio. »
« Capisco. »
« Ma i miei desideri sono legati anche all'esatto contrario »,
dice Raphael.
Prende un hamburger e un cestino di patatine e poi spinge il
piatto da portata verso Axel.
« Grazie », dice quest'ultimo.
« I desideri su un piatto della bilancia, gli incubi sull'altro. »
« Incubi? »
« Provi a pensarci. Viviamo tutti con un grosso peso addos-
so. Il peso dei nostri desideri più preziosi, che tanto non si rea-
lizzeranno mai. E il peso dei nostri incubi peggiori, che tanto
non prenderanno mai vita. »
« Sì, può essere », risponde Axel, mangiando un boccone del
suo hamburger.
« E ora, invece, il suo desiderio di poter tornare a dormire
può realizzarsi. Ma... ma mi chiedo: cosa pensa di mettere sul-
l'altro piatto della bilancia? Qual è il suo incubo peggiore? »
« Non lo so davvero », sorride Axel.
« Di cosa ha paura? » gli chiede Raphael mentre aggiunge il
sale alle sue patatine fritte.
« Della malattia, della morte... E del dolore insopportabile. »
« Certo, il dolore, sono d'accordo », dice Raphael. « Ma, per
quanto mi riguarda, ho iniziato a rendermi conto che il mio
incubo peggiore riguarda mio figlio. È quasi adulto e ho inizia-
to ad avere paura che si allontani, che fugga da me. »
« Ha paura della solitudine? »
« Credo di sì », confessa Raphael. « Credo che la solitudine
totale sia l'incubo peggiore, sì. »
« Io sono già solo » sorride Axel. « Il peggio è già avvenuto. »
«Ne è davvero sicuro?» osserva Raphael, con tono quasi
scherzoso.
« No. No, non ne sono sicuro. Potrebbe succedere di nuo-
vo... »
« Cosa intende? »
« Lasci stare. Niente. Non voglio parlarne. »
« Lo dirò io per lei, allora. » Raphael posa la forchetta e infila
la mano nella tasca dei pantaloni. « Ha paura di essere nuova-
mente la causa del suicidio di una ragazza », dice Raphael in to-
no più basso e appoggia qualcosa sul tavolo, con estrema len-
tezza.
« Sì. »
« Chi è che potrebbe togliersi la vita a causa sua, stavolta? »
« Beverly », sussurra Axel e poi vede quello che Raphael ha
appoggiato sul tavolo.
E una fotografia.
È capovolta.
Prima di rendersi pienamente conto di quello che sta facen-
do, Axel allunga la mano. Gli tremano le dita quando volta
l'immagine. Ritrae la mano. Gli si mozza il respiro.
Sulla fotografia si vede il viso di Beverly sorpreso dal flash
della macchina fotografica.
Axel fìssa l'immagine e cerca di capire. La foto è stata scat-
tata parecchi giorni prima, all'interno dell'appartamento, in
cucina, quando Beverly aveva provato a suonare il violino e
poi era entrata a cercare un vaso per i soffioni.
Sa di cosa si tratta.
E un avvertimento.






103.
Più vicino.

Dopo due ore a bordo della motovedetta della marina finlan-
dese, Joona avvista per la prima volta il megayacht di Raphael
Guidi che scivola verso l'orizzonte. Sotto la luce del sole sem-
bra fatto di cristallo scintillante.
Il comandante Pasi Rannikko torna indietro, gli si mette al
fianco e fa cenno con la testa verso il megayacht.
« Quanto dobbiamo avvicinarci? » gli chiede risoluto.
Joona lo guarda con i suoi lucidi occhi grigio ghiaccio.
«Abbastanza da riuscire a vedere cosa accade a bordo », dice
con calma. « Ho bisogno di... »
Una fitta improvvisa e lancinante alle tempie gli toglie le pa-
role. Si appoggia alla balaustra e cerca di respirare lentamente.
« Che succede? » gli chiede Pasi Rannikko ridacchiando.
« Mal di mare? »
« No, non è niente », mormora Joona.
E colpito da un'altra fitta, si aggrappa e riesce a rimanere in
piedi malgrado il dolore.
Sa che dovrebbe prendere le sue medicine, e subito, ma non
vuole. Non ora. Ora non può permettersi di non essere lucido
e presente a se stesso.
Joona sente una folata di vento gelargli le gocce di sudore
sulla fronte. Pensa allo sguardo di Disa, al suo viso serio e tra-
sparente. Il sole brilla sulla superficie liscia del mare e all'im-
provviso vede dentro di sé l'immagine della corona da sposa
che splende nella vetrinetta del Nordiska Museet di Stoccolma,
illuminata dal riflesso delicato della luce che si proietta sulle
punte attorcigliate.
Pensa al profumo dei fiori selvatici e alla chiesetta che ave-
vano scelto per il loro matrimonio, quell'estate.
Il cuore gli batte così forte che sulle prime non capisce quel-
lo che il capitano gli sta dicendo.
« Cosa? »
Joona guarda stupito Pasi Rannikko che gli sta accanto e poi
il grande yacht bianco in lontananza.






104.
L'incubo.

Axel non riesce più a mangiare, sta male. Lo sguardo continua
a posarsi sulla fotografia di Beverly.
Raphael intinge le patatine fritte nella ciotolina piena di
ketchup sistemata sul bordo del piatto.
D'un tratto Axel nota un giovanotto fermo sulla porta che li
osserva. Ha l'aspetto stanco e angosciato. Tiene in mano un
cellulare.
« Peter », grida Raphael. « Vieni qui! »
« Non voglio », dice il giovane con voce flebile.
« Non era una domanda », sorride Raphael irritato.
Il ragazzo si avvicina e saluta timidamente Axel Riessen.
« Questo è mio figlio », spiega Raphael come se si trattasse di
un normale invito a pranzo.
« Piacere », dice Axel gentile.
L'uomo che sull'elicottero era seduto al fianco del pilota è
vicino al mobile bar e getta noccioline a un cane felice con il
pelo arruffato. I capelli grigi dell'uomo sembrano di metallo
e i suoi occhiali a specchio riflettono una luce bianca.
« Non gli fanno bene le noccioline », gli dice Peter.
« Dopo pranzo potresti andare a prendere il violino? » chiede
Raphael con voce improvvisamente stanca. « Il nostro ospite si
intende di musica. »
Peter annuisce, è pallido e sudato, e ha delle occhiaie quasi
violacee.
Axel tenta di sorridere.
« Che violino hai? »
Peter alza le spalle.
« Uno fin troppo prezioso per me, è un Amati. Mia madre
era una musicista, si tratta del suo Amati. »
« Un Amati? »
« Qual è lo strumento migliore? » chiede Raphael. « Un
Amati o uno Stradivari? »
« Dipende solo da chi lo suona », risponde Axel.
« Lei è svedese », dice Raphael. « In Svezia ci sono quattro
violini realizzati da Stradivari, ma nessuno di questi è mai stato
suonato da Paganini... e immagino... »
« Esatto, risulta anche a me », risponde Axel.
« Colleziono strumenti a corda che rammentano... anzi », si
interrompe, « lasci che le spieghi meglio. Se gli strumenti sono
stati suonati da esecutori geniali, da veri virtuosi, allora si riesce
a sentire la nostalgia di un'anima perduta per sempre. »
« Forse », risponde Axel.
« Faccio in modo di ricordarmi della nostalgia quando è il
momento di firmare un contratto », continua Raphael e sorride
triste. « Riunisco le parti coinvolte, ascoltiamo la musica, e al
suono impareggiabile e malinconico del violino firmiamo il
contratto. I nostri desideri e i nostri incubi diventano le clau-
sole da inserire... Ecco cos'è un patto di Paganini.»
« Capisco. »
« Ne è sicuro? » chiede Raphael. « Un patto di Paganini non
si può sciogliere. Mai. Neanche con la propria morte. Perché
chi cerca di venir meno all'accordo o si toglie la vita deve sapere
che in questo caso il suo incubo peggiore prenderà vita. »
« Cosa vuole che le risponda? » chiede Axel.
« Non deve rispondermi ora. Deve capire. Deve capire bene
che un patto di Paganini non è un contratto qualunque che si
può rompere a piacimento. Io... come posso esprimermi? » si
chiede, quasi esitando a proseguire. « Sa una cosa? Io non vedo
proprio come potrebbe giovare alla mia attività se lei dovesse
sbagliarsi su di me e non mi considerasse una persona gentile. »
Raphael si avvicina al grande televisore posto sulla parete.
Prende un dischetto lucido dalla tasca dei pantaloni della tuta e
lo inserisce nel lettore dvd. Peter si siede sul bracciolo di una
delle poltrone. Il ragazzo guarda timidamente gli uomini pre-
senti nella stanza. Ha i capelli chiari e non assomiglia in nulla a
suo padre. Non ha una corporatura larga e tozza, ma è piutto-
sto minuto e slanciato, con un viso delicato.
Le immagini sono disturbate da righe bianche. Axel ha una
paura tangibile, quasi fisica quando vede tre persone uscire dal-
la porta di una villa in mattoni. Riconosce immediatamente
due delle persone: il commissario Joona Linna e Saga Bauer.
La terza è una giovane donna dai lineamenti latini.
Axel vede Joona Linna fare una telefonata. Sembra non ri-
cevere risposta. Poi i tre salgono in macchina, i loro volti sem-
brano appesantiti dalla disperazione.
La telecamera si avvicina vacillante alla porta che viene aper-
ta; l'immagine sparisce per un attimo a causa del buio improv-
viso, poi la messa a fuoco automatica dell'obiettivo entra in
funzione e l'immagine diviene più nitida.
Nell'ingresso ci sono due grandi valigie. La telecamera pro-
segue verso la cucina, poi gira a sinistra e continua giù per le
scale, attraversa un corridoio piastrellato e arriva in un grande
locale con piscina. Una donna in costume è su una sedia a
sdraio e un'altra con un taglio di capelli maschile è in piedi e
parla al telefono.
La telecamera indietreggia nell'ombra, poi aspetta la fine
della telefonata, rimanendo nascosta fino a quando la donna
con i capelli molto corti finisce di parlare.
Poi riprende ad avanzare.
Si sentono dei passi, la donna con il telefono gira il viso
stanco e triste verso la telecamera e si irrigidisce. I suoi linea-
menti si contraggono in un'espressione di terrore.
« Papà, non penso di voler vedere oltre », dice il ragazzo con
voce debole.
« Ma è adesso che viene il bello! » risponde Raphael.
Lo schermo si oscura, la telecamera è stata spenta, ma l'im-
magine torna dopo un attimo, e ricomincia a filmare. Ora l'in-
quadratura è nettamente più stabile. Le due donne sono sedute
una di fianco all'altra sul pavimento, appoggiate alla parete pia-
strellata. Su una sedia di fronte a loro c'è Pontus Salman. Sem-
bra che respiri a fatica, non riesce a stare fermo sulla sedia.
Il timer sul quadrante della telecamera mostra che la regi-
strazione è stata fatta solo un'ora prima.
Un uomo vestito di nero con il viso coperto da un passa-
montagna si avvicina a Veronique, la afferra per i capelli e la
costringe ad alzare il viso a favore della telecamera.
« La prego, la prego, la prego », dice Raphael con voce stri-
dula.
Axel lo guarda interrogativo, ma poi sente la voce di Vero-
nique Salman: « La prego, la prego, la prego ».
La sua voce è spezzata dal terrore.
« Non avevo idea », squittisce Raphael, indicando il televisore.
« Non avevo idea », supplica Veronique. « Ho fatto la foto,
ma non avevo cattive intenzioni, non sapevo che fosse un gesto
così stupido, credevo solo che... »
« Devi scegliere », dice l'uomo con il passamontagna a Pon-
tus Salman. « A chi devo sparare al ginocchio? A tua moglie o a
tua sorella? »
« La prego », bisbiglia Pontus. « Non lo faccia. »
«A chi devo sparare?» chiede l'uomo.
« A mia moglie », risponde Pontus con un filo di voce.
« Pontus! » implora la moglie. « Ti prego, non permettergli
di... »
Pontus inizia a piangere e balbettare con voce stridula.
« Quando le sparerò, le farà male. Molto male. Sei sicuro?
Devi scegliere! » lo avverte l'uomo.
« Non lasciarglielo fare! » grida Veronique in preda al panico.
« Vuoi cambiare idea? Devo sparare a tua sorella allora? »
« No », risponde Pontus.
« Implorami. »
« Come? » gli chiede con il viso in fiamme.
« Implorami di farlo. Implorami di sparare a tua moglie. »
Cala il silenzio ma poi Axel sente Pontus Salman dire: « La
prego... La imploro... Spari al ginocchio di mia moglie».
« Bravo. Visto che me lo chiedi così bene, visto che ci tieni
così tanto, le sparerò a entrambe le ginocchia », dice l'uomo e
punta il revolver contro le gambe di Veronique Salman.
«Non lasciarglielo fare», grida lei. «Ti prego Pontus...»
L'uomo fa fuoco, si sente il colpo e si vede la gamba sussul-
tare. Il sangue schizza sulle piastrelle. Una nuvola di polvere da
sparo si disperde intorno alla pistola. Veronique strilla con tut-
to il fiato che ha in gola. L'uomo fa fuoco di nuovo. Il rinculo
fa rimbalzare la canna della pistola in alto. Anche l'altro ginoc-
chio viene colpito e la gamba si piega in modo innaturale.
Veronique grida ancora, con voce rauca e anomala, il suo
corpo si contorce per il dolore e una macchia di sangue si al-
larga sul pavimento sotto di lei.
Pontus Salman vomita e l'uomo con il passamontagna lo
guarda immobile, come in attesa.
Veronique si trascina di lato con il tronco, ha il respiro af-
fannoso e cerca di tenersi le gambe ferite con le mani. L'altra
donna è sotto shock, il viso è livido, gli occhi sbarrati con le
pupille dilatate.
« Tua sorella è psichicamente disturbata, vero? » chiede l'uo-
mo con curiosità. « Credi che abbia capito cosa sta succedendo? »
L'uomo dà dei colpetti rassicuranti sulla testa di Pontus Sal-
man e poi dice: « Bene, adesso devo violentare tua sorella o spa-
rare a tua moglie? »
Pontus non risponde, sembra che abbia perso conoscenza. Ha
gli occhi rivolti all'indietro e l'uomo lo schiaffeggia in faccia.
« Rispondimi, devo sparare a tua moglie o violentare tua so-
rella? »
La sorella di Pontus Salman scuote la testa.
«La violenti», sussurra Veronique tra i respiri ansimanti.
«Ti prego, ti prego Pontus, digli di violentarla.»
« La violenti », sussurra Pontus.
« Cosa? »
« Violenti mia sorella. »
« Va bene, fra poco », dice l'uomo.
Axel guarda a terra, fìssa un punto tra i suoi piedi. Lotta per
non sentire i lamenti, le preghiere, le urla disumane e terroriz-
zate del filmato. Cerca di riempire la sua mente con la musica,
cerca di sentire i motivi di Bach, le suite, i movimenti luminosi
e contrastanti.
Alla fine torna il silenzio.
Axel alza lo sguardo verso il filmato. Le donne sono morte e
sono state sistemate vicino alle pareti. Vede l'uomo con il passa-
montagna tenere un coltello in una mano e la pistola nell'altra.
« Il tuo incubo ha preso vita, Pontus Salman. Adesso puoi
anche toglierti la vita », dice l'uomo nel filmato. Allunga la pi-
stola a Pontus e poi sparisce dietro la telecamera.






105.
Il testimone.

Saga Bauer lascia Magdalena Ronander e scavalca il nastro
bianco e blu tirato dalla polizia. I curiosi sono aumentati, la re-
te televisiva SVT è arrivata con un grosso furgone, un poliziot-
to in uniforme cerca di aprire un varco tra la folla per lasciare
passare l'ambulanza.
Saga si lascia tutto alle spalle e si avvia su per il sentiero che
attraversa il giardino, passando di fianco a un gelsomino. Cam-
mina sempre più veloce e nell'ultimo tratto che la separa dalla
macchina si mette a correre su un prato.
« La ragazza », le aveva detto Joona al telefono. « Devi trovare
la ragazza. C'era una ragazza a casa di Axel Riessen. La chiama-
va Beverly. Parla con suo fratello Robert. Avrà circa quindici
anni, devi riuscire a rintracciarla. »
« Quanto tempo ho per parlarne al pubblico ministero? »
« Non molto », risponde Joona. « Ma ce l'hai. »
Mentre Saga sta guidando verso Stoccolma, telefona a Ro-
bert Riessen, ma l'uomo non le risponde. Allora chiama il cen-
tralino della sezione criminale e chiede di parlare con l'assisten-
te di Joona, la donna grassottella che un tempo aveva vinto una
medaglia nel nuoto ai giochi olimpici e che si ostina a mettere
uno smalto esageratamente sgargiante e il lucidalabbra.
«Anja Larsson», risponde dopo il primo squillo.
« Salve, sono Saga Bauer della Sàpo, ci siamo incontrate re-
centemente nell'ufficio di... »
« Sì, mi dica », dice Anja fredda.
« Mi chiedevo se poteva rintracciare una ragazza che forse si
chiama Beverly e che... »
« Devo emettere fattura alla Sàpo per questo? »
« Faccia come cazzo vuole, basta che mi trovi questo male-
detto numero di telefono prima...»
« Moderi i termini. »
« D'accordo, si dimentichi che gliel'ho chiesto. »
Saga impreca e strombazza a un'auto che non parte sebbene
il semaforo sia diventato verde, e sta per interrompere la tele-
fonata quando Anja all'improvviso le parla.
« Quanti anni ha la ragazza? »
« Forse quindici. »
« C'è solo una Beverly di quell'età, Beverly Andersson. Non
compare in nessun elenco telefonico... ma è domiciliata allo
stesso indirizzo di suo padre, Evert Andersson. »
« Va bene, chiamo lui allora. Può inviarmi un sms con il nu-
mero? »
« L'ho già fatto. »
« Grazie, Anja... E perdoni la mia impazienza, ma sono pre-
occupata per Joona, sta facendo una stupidata e se non arrivano
i rinforzi... »
« Ha parlato con lui? »
« Sì, è stato lui a pregarmi di rintracciare la ragazza. Io non
l'ho neanche mai incontrata, non so... Joona conta sul fatto che
io riesca a farlo, ma... »
« Chiami subito il padre di Beverly. Io continuo le ricerche,
forse scopro qualcosa in più », dice Anja e riaggancia.
Saga svolta all'angolo di Hjorthagen e compone il numero
che Anja le ha inviato. Il prefisso 0418 è quello della Scania.
Forse di Svalòv, pensa, mentre sente il segnale di libero.






106.
Il padre.

Nel cuore della Scania, un uomo trasale quando squilla il telefo-
no. E appena rientrato in casa dopo aver trascorso più di un'ora
nei campi per cercare di liberare una delle giovenche, che aveva
scavalcato lo steccato elettrificato e si era impigliata nel filo spina-
to dei vicini. Evert Andersson ha ancora il sangue sulle mani,
quello rimasto dopo che si è asciugato nei pantaloni blu da lavoro.
Quando sente squillare il telefono non solo le sue mani
sporche gli impediscono di rispondere, ma ha anche la sensa-
zione che si tratti di qualcosa di spiacevole di cui non vuole
parlare in quel preciso momento. Si china in avanti, guarda
il display e vede che si tratta di un numero sconosciuto, proba-
bilmente un venditore telefonico con la solita voce impostata.
Lascia che gli squilli finiscano, ma poi il telefono inizia a
suonare di nuovo. Evert Andersson guarda ancora il display e
alla fine risponde: « Pronto, Andersson ».
« Buongiorno, mi chiamo Saga Bauer », gli dice una voce
femminile, agitata. « Sono della polizia, un commissario della
Sàpo. Sto cercando sua figlia, Beverly Andersson. »
« Cosa è successo? »
« Non ha fatto nulla, ma credo sia a conoscenza di fatti rile-
vanti per una nostra indagine. »
« E non riuscite a trovarla? » chiede piano.
« Pensavo che lei avesse il suo numero di telefono », dice Saga.
Evert pensa a quando considerava Beverly la sua unica erede.
Beverly avrebbe portato avanti la tradizione di famiglia. Avreb-
be abitato in quella casa, si sarebbe occupata del fienile, dei ca-
pannoni, dei campi. Avrebbe gestito la fattoria, come aveva fat-
to sua madre, con addosso un cappotto di pelle e i capelli rac-
colti in una lunga treccia appoggiata alla spalla.
Ma Beverly sin da piccola era diversa, aveva qualcosa che lo
inquietava.
Più cresceva e più diventava strana. Più strana di lui, più
strana di sua madre. Una volta era entrato nel fienile. Beverly
aveva solo otto anni. Era seduta lì, sopra un secchio capovolto e
cantava da sola a occhi chiusi. Pareva in trance, quasi rapita dal
suono della propria voce. Aveva pensato di urlarle di smetterla,
di non fare la stupida, ma quell'espressione serafica sul viso del-
la bambina lo aveva pietrificato. Da quel momento aveva capi-
to che c'era qualcosa in lei che non sarebbe mai riuscito a com-
prendere. E aveva smesso di parlarle. Non appena cercava di
dirle qualcosa, gli mancavano le parole.
Quando la mamma di Beverly era morta, la fattoria era di-
ventata il regno del silenzio.
Beverly aveva iniziato a vagabondare, spariva per ore, a volte
per un'intera giornata. La polizia la ritrovava in luoghi in cui
nemmeno lei sapeva com'era arrivata, e la riportava a casa.
Lei seguiva chiunque le parlasse con gentilezza.
« Non ho niente da dire a mia figlia. Quindi perché dovrei
avere il suo numero di telefono? » risponde Evert con il suo ac-
cento della Scania, burbero e schivo.
« E sicuro che... »
«Voi di Stoccolma non potete capire», la interrompe; poi
riaggancia.
Guarda le proprie dita sul telefono, vede il sangue sulle noc-
che, lo sporco sotto alle unghie e alle cuticole, in ogni solco e
screpolatura. Va lentamente verso la poltrona verde, prende
una rivista e inizia a leggere. Quella sera ci sarà sicuramente
un programma in ricordo di Ossian Wallenberg. Evert fa cade-
re il giornale a terra e scoppia in lacrime. Si è ricordato all'im-
provviso di quando Beverly si sedeva sul divano vicino a lui e
rideva nel vedere le stupidaggini del presentatore in televisione.






107.
La stanza vuota.

Saga Bauer inveisce da sola mentre è seduta in macchina. Chiu-
de gli occhi e picchia ripetutamente la mano sul volante. Poi
cerca di ricomporsi. Deve ragionare. Deve trovare una soluzio-
ne prima che sia troppo tardi.
E così assorta che quando squilla il telefono ha un sussulto.
« Sono ancora io », dice Anja Larsson. « Le passo Herbert Sa-
xéus del Sacro Cuore di Maria, la clinica in cui è stata ricove-
rata Beverly. »
« Sì, ma... »
« Saxéus si è preso cura di Beverly Andersson durante i due
anni che lei ha passato in clinica. »
« Grazie, però... »
Ma Anja ha già passato Saga sull'altra linea.
Saga aspetta, sente i segnali di libero. Il Sacro Cuore di Ma-
ria, pensa, e le viene in mente che l'ospedale è a Torsby, a est di
Stoccolma.
« Sì, sono Herbert », dice una voce profonda al suo orecchio.
« Parla Saga Bauer della polizia; sono un commissario della
Sàpo. Ho bisogno di mettermi in contatto con una ragazza che
è stata sua paziente, Beverly Andersson. »
Cala il silenzio.
« Beverly sta bene? » chiede il dottore dopo un momento.
« Non lo so, so solo che devo parlarle », dice Saga in fretta.
« E urgente. »
« Al momento lei abita in casa di Axel Riessen, che le fa da
tutore, cioè, non ufficialmente ma... »
« Vive lì con lui? » Saga mette in moto la macchina e inizia a
guidare.
«Axel Riessen le ha affittato una stanza fino a quando lei
non troverà un posto alla casa dello studente », risponde il me-
dico. « Beverly ha solo quindici anni, ma sarebbe un errore cer-
care di costringerla a lasciarlo. »
C'è poco traffico e Saga può guidare veloce.
« Posso sapere per che cosa è stata curata Beverly? » chiede
Saga.
Il medico fa un respiro e poi con la sua naturale voce pro-
fonda dice: «Non vedo come possa esserle utile, però... Come
suo medico posso solo risponderle che soffriva di un serio di-
sturbo della personalità quando è arrivata qui, una patologia
del gruppo B. »
« Cosa significa? »
« Niente, lasci perdere », risponde Herbert Saxéus e si schia-
risce la voce. « Se vuole il mio parere umano e non professio-
nale, le rispondo che Beverly sta bene, sta meglio di molti al-
tri... So che può sembrare una frase retorica, ma non è lei quel-
la malata. »
« E il mondo che non sta troppo bene. »
« Esatto », sospira il medico.
Saga lo ringrazia per la conversazione, riattacca e svolta in
Valhallavàgen. Il sedile contro la sua schiena è appiccicoso
per il sudore. Il cellulare suona e lei accelera, passa col rosso da-
vanti allo stadio Olimpico e poi risponde.
« Ho pensato che forse era il caso che provassi anche io a
parlare con il padre di Beverly », dice Anja. « Con me è stato
gentile. Ha avuto una giornataccia, perché ha dovuto prendersi
cura di una mucca ferita. L'ha consolata, mi ha detto. La sua
famiglia ha sempre vissuto nello stesso posto. E adesso è rima-
sto soltanto lui nella sua fattoria. Abbiamo parlato del Viaggio
meraviglioso di Nils Holgersson e alla fine è andato a prendere
qualche lettera che Beverly gli aveva spedito. Non le aveva
nemmeno aperte, tanto si era intestardito sulla sua decisione.
Beverly gli aveva scritto il suo numero di telefono in ogni let-
tera. »
Saga Bauer ringrazia ripetutamente Anja e poi chiama quel
numero. Parcheggia davanti alla casa di Axel e Robert Riessen,
e nel frattempo sente il cellulare di Beverly Andersson suonare
libero.
Squillo dopo squillo, nessuno risponde. Il sole splende nel
laghetto davanti alla chiesa. Di colpo, la tensione accumulata
la assale e Saga inizia a tremare. Il tempo sta per scadere. E Joo-
na non può affrontare Raphael Guidi senza rinforzi.
Con il telefono sempre all'orecchio, Saga arriva alla porta di
Robert Riessen e suona. All'improvviso sente uno scatto e un
leggero fruscio nel cellulare.
« Beverly? » chiama Saga. « Sei tu? »
Sente qualcuno respirare dall'altro capo.
« Rispondimi, Beverly », dice Saga con la voce più dolce pos-
sibile. « Dove sei? »
« Io... »
Poi di nuovo silenzio.
« Cosa hai detto? Cosa hai detto, Beverly, non riesco a sen-
tirti bene!»
« Non posso ancora uscire », sussurra la ragazza e interrompe
la chiamata.
Robert Riessen è taciturno e pallido in volto quando lascia Saga
nella stanza di Beverly Andersson e la prega di chiudere a chia-
ve quando avrà finito. La stanza sembra quasi disabitata. Ci so-
no soltanto dei vestiti bianchi nell'armadio, un paio di stivali di
gomma, una giacca imbottita e il caricabatteria del cellulare.
Saga esce e scende nell'appartamento di Axel Riessen per
cercare di capire cosa intendeva Joona, perché secondo lui la
ragazza potrebbe essere un testimone. Attraversa il salone, le
stanze e la biblioteca. Tutto è immerso nel silenzio. La porta
della camera da letto di Axel Riessen è socchiusa. Saga cammi-
na sul pesante tappeto cinese, passa accanto al letto ed entra nel
bagno adiacente. Niente. Torna in camera. C'è qualcosa che la
inquieta in quella stanza, ma non saprebbe dire cosa. Avvicina
la mano alla sua Glock nella fondina da spalla.
Sul tavolino c'è un bicchiere da whisky con i resti di un sof-
fione.
Si vede la polvere volteggiare leggera nella luce del sole, i
mobili e gli oggetti sono pregni di quel silenzio. Saga sussulta
quando sente un rumore secco e improvviso, poi si accorge che
è soltanto il ramo di un albero che batte contro la finestra.
Saga si avvicina al letto disfatto, osserva le pieghe del lenzuo-
lo stropicciato, i due cuscini.
Le sembra di udire dei passi guardinghi provenire dalla bi-
blioteca. Pensa di entrare di soppiatto per sorprendere chiun-
que vi sia, ma non fa in tempo a muoversi.
Una mano le afferra la caviglia.
C'è qualcuno sotto al letto.
Saga scatta all'indietro, liberandosi della presa, e urta il tavo-
lino con il bicchiere, che cade a terra.
Estrae la pistola. Si appoggia a un ginocchio e punta l'arma
sotto il letto, ma la abbassa subito.
Dal buio sotto al letto spuntano due occhi spalancati e colmi
di terrore. Sono gli occhi di una ragazzina. Saga rimette la pi-
stola nel fodero e poi fa un profondo respiro.
« Tu splendi », le sussurra la ragazza.
« Beverly? Sei tu? » chiede Saga.
« Posso uscire adesso? »
« Certo che puoi uscire », dice Saga calma.
« E già passata un'ora? Axel mi ha detto che dovevo nascon-
dermi sotto il letto per almeno un'ora. »
« È passata molto più di un'ora, Beverly. »
Saga l'aiuta a uscire dallo stretto spazio sotto al letto. La ra-
gazza ha indosso solo la biancheria intima ed è intirizzita dopo
essere rimasta ferma così a lungo. Ha i capelli cortissimi e le
braccia ricoperte di immagini e lettere scritte con l'inchiostro.
« Cosa ci facevi sotto al letto di Axel Riessen, Beverly? » chie-
de Saga mantenendo un tono di voce tranquillo.
« Lui è il mio migliore amico », risponde Beverly piano e si
infila un paio di jeans.
« Ascoltami, Beverly. Credo che Axel si trovi in grande peri-
colo e ho bisogno del tuo aiuto. Devi raccontarmi tutto quello
che sai. »
Beverly si blocca con in mano una T-shirt. Ha il viso arros-
sato e gli occhi pieni di lacrime.
« Io non... »
Beverly si azzittisce e la sua bocca inizia a tremare.
« Calmati », dice Saga costringendosi ancora una volta a re-
primere lo stress nella voce. « Raccontami tutto dall'inizio. »
« Ero a letto quando Axel è entrato », dice Beverly con voce
flebile. « Ho capito subito che era successo qualcosa, era palli-
dissimo in viso. Ho pensato che fosse dispiaciuto perché avevo
fatto l'autostop, lui non vuole che lo faccia. »
Tace e gira la testa.
« Beverly, continua ti prego, abbiamo fretta. »
Beverly si scusa sottovoce, si asciuga le guance con la T-shirt
e guarda Saga con gli occhi lucidi e il naso rosso.
«Axel è entrato in camera», racconta Beverly composta.
« Mi ha detto di infilarmi sotto al letto e di rimanere nascosta
per almeno un'ora... Dopodiché si è precipitato in salotto e
non so... Io ho visto solo le loro gambe. Erano due uomini, so-
no entrati e gli sono arrivati da dietro. Gli hanno fatto qualcosa
di terribile. Axel ha gridato e loro lo hanno sbattuto a terra, lo
hanno avvolto in un telo di plastica bianca e lo hanno portato
fuori. E avvenuto tutto così in fretta. Non ho visto le loro fac-
ce... Non sono neanche sicura che fossero uomini... »
« Bene, Beverly, sei stata brava », dice Saga e prende il tele-
fono. «Adesso vorrei che tu venissi con me, ma mentre andia-
mo devi raccontare tutte queste cose a una persona che si chia-
ma Jens Svanehjàlm. »
Saga chiama Carlos Eliasson, le tremano le mani per la ten-
sione.
« Abbiamo un testimone che ha visto portare via Axel Ries-
sen contro la sua volontà. Abbiamo un testimone! » ripete. « Il
testimone ha visto che Riessen è stato assalito e portato via.
Dovrebbe bastare, no? »
Saga incrocia lo sguardo di Beverly mentre ascolta la reazio-
ne alle sue parole.
« Bene, arriviamo immediatamente », dice poi. « Vada a
chiamare Svanehjàlm, controlli che predisponga i contatti
con Europol. »






108.
Fedeltà.

Raphael Guidi attraversa la sala da pranzo con in mano una
cartelletta di pelle, la appoggia sul tavolo e poi la spinge verso
Axel Riessen.
«L'incubo di Pontus Salman era, come forse avrà capito,
quello di essere costretto a scegliere tra sua moglie e sua sorel-
la», spiega. «Sa, in passato non sono mai stato così... esplicito,
per così dire. Ma l'esperienza mi ha insegnato che ci sono per-
sone che credono davvero di poter sfuggire ai propri incubi sui-
cidandosi. Non mi fraintenda, per la maggior parte dei miei
clienti è tutto molto piacevole e civile. Mi creda: io so come
ricambiare la fedeltà. Sono un uomo generosissimo. »
« Le sue sono solo minacce. Lei vuole fare del male a Bever-
ly. »
« Può scegliere, se vuole. C'è un'alternativa: suo fratello mi-
nore Robert. Preferisce lui? » dice Raphael, beve un sorso di be-
vanda vitaminica, si asciuga gli angoli della bocca e poi prega
Peter di andare a prendere il violino.
« Le ho già detto che posseggo solo gli strumenti che sono
stati suonati da Paganini? » chiede. « Sono gli unici che mi in-
teressano. Si dice che Paganini odiasse il proprio aspetto... Si
definiva una scimmia... Ma quando suonava le donne gli stri-
sciavano ai piedi. Sa, personalmente credo che avesse davvero
venduto l'anima in cambio del suo talento. Valeva la pena pa-
gare quel prezzo. Suonava così intensamente da entrare in una
specie di trance. E con lui il suo pubblico. »
Axel guarda fuori dalle grandi finestre panoramiche; l'enor-
me distesa del mare giace tranquilla. Dalla finestra più piccola
verso il ponte di prua, riesce a intravedere l'elicottero bianco
con il quale è arrivato a bordo. I pensieri di Axel oscillano
tra il filmato agghiacciante e la ricerca di possibili scappatoie.
Si sente terribilmente stanco, ma rimane seduto immobile e
ascolta Raphael che continua a discutere di violini, dell'osses-
sione di Stradivari per il suono più limpido, della durezza
del legno, della lenta stagionatura dell'acero e dell'abete.
Raphael si blocca, produce di nuovo quel suo sorriso esani-
me e dice: « Fino a quando lei saprà dimostrarmi la sua fedeltà,
potrà avvalersi di tutto quello che si trova sul primo piatto della
bilancia. I suoi desideri diventeranno realtà, Axel. Avrà un fe-
gato nuovo, dormirà bene e vivrà tranquillo. L'importante è
che non dimentichi mai il contratto stipulato con me ».
« Lei vuole che firmi il permesso all'esportazione. »
« Oh, certo. Certo, è esattamente quello che vorrei. Ma non
voglio costringerla, non voglio ucciderla, sarebbe uno spreco,
lo capisce? No, io voglio...»
« La mia fedeltà », conclude Axel.
« Pensa che sia una cosa da poco? » chiede Raphael. « Ci ri-
fletta un attimo e poi conti le persone che nella sua vita le sono
state davvero fedeli. »
Cala il silenzio tra di loro. Axel ha lo sguardo fisso davanti a sé.
« Esatto », dice Raphael dopo un attimo con espressione ad-
dolorata.






109.
Il contratto.

Axel apre la cartella di pelle sul tavolo: contiene tutti i docu-
menti necessari perché la nave container MIS Icelus possa otte-
nere il permesso di lasciare il porto di Goteborg con il carico di
munizioni.
Manca soltanto la sua firma.
Il figlio di Raphael Guidi entra nella sala. E pallido in volto.
Ha in mano un violino molto bello, uno strumento rosso scuro
con la cassa armonica arcuata. Axel vede subito che si tratta di
un Amati, un Amati molto ben conservato.
«Come credo di averle già accennato, la musica è fonda-
mentale per creare l'atmosfera giusta, in queste occasioni », dice
Raphael dolcemente. «Questo violino era di sua madre... E
molto prima lo aveva suonato Niccolò Paganini. »
«È stato costruito nel 1657», spiega Peter mentre si toglie
dalle tasche le chiavi e il cellulare e li posa sul tavolo prima
di sistemarsi il violino sulla spalla.
Il ragazzo appoggia l'arco sulle corde e inizia a suonare con
espressione sognante. Axel sente subito che è l'introduzione del
famoso Capriccio n. 24. Quello che viene considerato il pezzo
per violino più difficile al mondo. Il ragazzo suona come se fos-
se sott'acqua: è troppo lento.
« Mi sembra un contratto vantaggioso », mormora Raphael.
Fuori la giornata è ancora luminosa, e le grandi finestre pa-
noramiche proiettano nel salone una luce perlacea.
Axel pensa a Beverly, a come si era rannicchiata nel suo letto
nella clinica psichiatrica e aveva sussurrato: Intorno a te c'è una
luce, l'ho vista sin dal corridoio.
« Ci ha pensato bene? E pronto, ora? » gli chiede Raphael.
Axel non riesce a guardare gli occhi addolorati di Raphael,
abbassa lo sguardo e prende la penna che gli sta davanti. Sente
il proprio cuore battere forte e cerca di nascondere il respiro
affannoso.
Questa volta non disegnerà una faccia sorridente con una
nuvola in bocca, scriverà il proprio nome pregando Dio che
Rapahel Guidi si accontenti della firma e lo lasci tornare in
Svezia.
Axel sente la penna tremargli in mano. Posa sopra l'altra
mano per tenerla ferma, prende fiato e avvicina attentamente
la punta alla riga sul foglio.
« Aspetti », dice Raphael. « Prima che lei firmi, voglio sapere
se mi sarà fedele. »
Axel alza lo sguardo e incontra i suoi occhi.
« Se ha davvero capito che rompendo il contratto vedrà il
suo incubo peggiore prendere vita, me lo dimostri. Voglio
che lei mi baci la mano, Axel. »
« Cosa? » sussurra Axel.
« E pronto a siglare il nostro contratto? »
« Sì », risponde Axel.
«Allora mi baci la mano », dice Raphael con tono insistente.
Il figlio suona sempre più lentamente, si sforza di fare in mo-
do che le dita gli ubbidiscano, che cambino posizione, ma sba-
glia i passaggi più diffìcili, perde il filo e alla fine smette di suo-
nare.
« Continua », dice Raphael senza guardarlo.
« E troppo difficile per me, non ci riesco. »
« Peter, è da viziati rinunciare senza neanche... »
« Suonalo tu, allora! » lo interrompe il ragazzo.
Il volto di Raphael diventa rigido, severo, sembra di pietra.
« Fai come ti dico », ordina al figlio, sforzandosi di mantene-
re la calma.
Il ragazzo è immobile, lo sguardo abbassato. Raphael indos-
sa la giacca della tuta.
« Peter, mi sembrava bella », osserva contenendo la rabbia.
« Il ponticello si è inclinato », dice Axel quasi bisbigliando.
Peter guarda il violino con le guance rosse.
« Si può riparare? » chiede.
« E semplice da aggiustare, posso farlo io se vuoi », dice Axel.
« Ci vuole molto? » chiede Raphael.
« No », risponde Axel.
Appoggia la penna, prende il violino, lo volta, ne sente la
leggerezza. Non ha mai maneggiato un Amati originale prima
d'ora, e neppure uno strumento suonato da Paganini.
Il telefono di Raphael Guidi squilla. Lo prende, guarda il di-
splay, poi si alza e si allontana di qualche passo.
« Non mi risulta », dice poi con espressione strana.
Un sorriso di stupore gli appare sulla bocca e poi dice qual-
cosa con voce tesa alle guardie del corpo. Queste lasciano la sala
da pranzo e si precipitano sulle scale. Raphael le segue.
Peter osserva Axel mentre stacca le corde. Lo strumento
scricchiola. Il rumore secco provocato dalle sue dita si amplifica
nella cassa armonica. Axel alza con cura il ponticello e poi ten-
de le corde sopra di esso.
« E a posto adesso? » sussurra Peter.
« Sì », risponde Axel mentre accorda il violino. « Provalo, co-
sì puoi sentire tu stesso la differenza. »
« Grazie », dice Peter nel prendere il violino.
Axel vede che il cellulare di Peter è sul tavolo e dice: « Con-
tinua a suonare, hai appena terminato la prima volata che ti
porta al brano pizzicato ».
« Così mi mette in crisi », dice Peter voltandosi.
Axel si appoggia al tavolo, allunga con attenzione la mano
dietro di sé, raggiunge il telefono con la punta delle dita, lo
sfiora, fa in modo di riuscire a ruotarlo sulla superficie del ta-
volo senza rumore.
Peter si volta, sistema il violino sulla spalla e prende l'arco.
Axel afferra il telefono, lo nasconde con la mano e si sposta
un po' di lato.
Peter abbassa l'arco sulle corde, ma si interrompe, si gira e
guarda Axel.
« Il mio cellulare », dice. « E dietro di lei? »
Axel lascia scivolare fuori dalla mano il telefono e lo rimette
sul tavolo, si gira e lo solleva davanti al ragazzo.
« Può vedere se ho ricevuto un messaggio? » domanda Peter.
Axel guarda lo schermo e nota che il segnale è ottimo anche
se si trovano in mare aperto. Lo yacht ha senz'altro un collega-
mento satellitare.
« Nessun messaggio », risponde e ripone il cellulare sul tavolo.
« Grazie. »
Axel rimane vicino al tavolo mentre Peter ricomincia a suo-
nare il Capriccio n. 24. E ancora troppo lento e sbaglia il tempo.
Peter non è dotato, si capisce che si è esercitato parecchio,
ma non ha il talento per eseguire un brano così difficile. Però
il suono del violino è talmente meraviglioso che Axel avrebbe
provato piacere anche solo a sentire un bambino tamburellare
con le sue piccole dita sulle corde. Si appoggia di nuovo al ta-
volo e ascolta, mentre cerca di afferrare ancora il telefono.
Peter si sforza di dare il meglio di sé quando pizzica le corde,
ma perde il tempo, si interrompe e ricomincia da capo. Axel
continua a cercare di arrivare al telefono. Si sposta piano di lato
ma non ci riesce. Peter stecca, si ferma e si volta verso Axel.
« E difficile », gli dice e fa un nuovo tentativo.
Ricomincia, ma sbaglia ancora.
« Non ci riesco », dice e abbassa il violino.
« Se tieni il terzo dito sulla seconda corda poi è più facile riu-
scire a... »
« Può farmi vedere? »
Axel guarda il telefono che è sul tavolo. Da fuori entra il ba-
gliore di un riflesso del sole. Axel volta lo sguardo verso le fi-
nestre panoramiche. Il mare è calmissimo, non si vede nulla al-
l'orizzonte. Dalla sala motori arriva un fracasso, un rombo con-
tinuo che non aveva notato prima.
Peter gli passa il violino e Axel se lo appoggia sulla spalla,
tende le corde ancora un po' e poi inizia a suonare quello stesso
brano, da capo. L'introduzione crescente e melanconica si ri-
versa nella stanza. Il ritmo è molto sostenuto. Le note del vio-
lino non sono potenti, ma meravigliosamente morbide e puli-
te. La musica di Paganini si rincorre in cerchi sonori sempre
più veloci e alti.
« Dio santo! » mormora Peter.
Il tempo all'improvviso diventa vertiginoso, prestissimo. E
giocosamente bello e nello stesso tempo contrappuntato da
bruschi cambi di corda e improvvisi salti tra le ottave.
Axel ha tutta la musica in testa, non gli resta che liberarla.
Non tutte le note sono perfette, ma le dita trovano ancora la
strada sul manico, corrono sopra il legno e le corde.
Raphael grida qualcosa sul ponte e si sente un tonfo talmen-
te potente che il lampadario della sala tintinna. Axel continua a
suonare, i turbinii delle chiare volate sfavillano come il sole sul-
la superfìcie del mare.
All'improvviso si sentono dei passi sulle scale e, quando Axel
vede Raphael con il viso imperlato di sudore e un coltello mi-
litare insanguinato in mano, smette immediatamente di suona-
re. La guardia del corpo con i capelli brizzolati cammina al
fianco di Raphael imbracciando uno SCAR, un fucile d'assalto
automatico color kaki, della Fabrique Nationale.






110.
A bordo.

Joona Linna guarda con il cannocchiale insieme con Pasi Ran-
nikko e il biondo ufficiale. Osservano il megayacht appollaiato
calmo sul mare. Il vento è calato nel corso della giornata e la
bandiera italiana penzola inerte. Sulla barca sembra regnare
la quiete più assoluta. Si direbbe che l'equipaggio e i passeggeri
siano caduti in un sonno come quello della bella addormentata
nel bosco. Il Baltico è piatto come una tavola, l'acqua rispec-
chia il limpido cielo azzurro. Il tranquillo moto ondoso incre-
spa sempre meno la superfìcie del mare, alzandola di poco.
All'improvviso nella tasca di Joona squilla il telefono. Passa
il cannocchiale a Niko, prende il cellulare e risponde.
« Abbiamo un altro testimone », gli urla Saga Bauer al tele-
fono. « La ragazza è la nostra testimone, ha visto tutto. Axel
Riessen è stato rapito, il pubblico ministero ha già emesso il
mandato, possiamo salire a bordo per cercarlo! »
« Bel lavoro », commenta Joona deciso, poi riappende.
Pasi Rannikko lo guarda in attesa di spiegazioni.
« Abbiamo il mandato del pubblico ministero, possiamo arre-
stare Raphael Guidi », dice Joona. « E sospettato di sequestro. »
« Contatto la fregata Hanko ». Pasi Rannikko si affretta al
posto di comando per comunicare.
« Saranno lì tra venti minuti », osserva Niko agitato.
« Questa è una richiesta di soccorso », grida Pasi Rannikko al
microfono. «Abbiamo il mandato del pubblico ministero per
salire immediatamente a bordo della barca di Raphael Guidi
per arrestarlo... Sì, è esatto... Sì... Sbrigatevi! Sbrigatevi, cazzo! »
Joona guarda di nuovo nel cannocchiale, segue le scale di-
pinte di bianco dalla piattaforma di poppa, poi davanti al pon-
te inferiore e sopra fino al ponte di poppa con gli ombrelloni
chiusi. Cerca di vedere qualcosa dalle finestre buie della sala da
pranzo, ma sono oscurate. Segue con lo sguardo tutt'intorno la
balaustra e poi su per la scala che porta alla grande terrazza.
Una luce ondeggiante sembra provenire dai condotti di ae-
razione sul tetto del ponte di comando. Joona punta il cannoc-
chiale verso le finestre scure e poi si ferma. Oltre il vetro gli
sembra di scorgere un movimento. Qualcosa di bianco scivola
all'interno. All'inizio pensa a un'enorme ala spiegata e schiac-
ciata contro il vetro.
Ma dopo un secondo gli sembra che assomigli a un telo di
stoffa o di plastica bianca che è stata ripiegata in maniera som-
maria.
Joona stringe gli occhi per vedere meglio e all'improvviso in-
crocia un viso che lo sta fissando e che si porta un cannocchiale
agli occhi.
La porta di acciaio del ponte di comando dello yacht viene
aperta e da lì esce un uomo biondo vestito di scuro che si avvia
a passi veloci giù per la scala e continua sul ponte di prua.
E la prima volta che Joona vede qualcuno a bordo della bar-
ca di Raphael.
L'uomo vestito di scuro prosegue sull'elisuperficie e si affret-
ta verso l'elicottero, scioglie le cinghie intorno ai pattini e apre
lo sportello della cabina di pilotaggio.
« Ascoltano le nostre comunicazioni radio », dice Joona.
« Cambiamo canale », grida Pasi Rannikko.
« Ormai non ha importanza », aggiunge Joona. « Non rimar-
ranno sulla barca, stanno per prendere l'elicottero. »
Passa il cannocchiale a Niko.
« I rinforzi arriveranno tra quindici minuti », dice Pasi Ran-
nikko.
« Sarà troppo tardi », constata Joona senza tentennamenti.
« Qualcuno è salito sull'elicottero », conferma Niko.
«Raphael Guidi sa che abbiamo il mandato del pubblico
ministero di salire a bordo », dice Joona. « Deve avere intercet-
tato l'informazione nello stesso momento in cui l'abbiamo ri-
cevuta noi. »
« Saliamo a bordo? Io e te? » chiede Niko.
« Sì », risponde Joona lanciandogli una rapida occhiata.
Niko infila un caricatore nel fucile d'assalto, nero come il
petrolio, un Heckler & Koch 416 a canna corta.
Pasi Rannikko toglie la pistola dal fodero e la passa a Joona.
«Grazie», dice Joona, controlla le munizioni e cerca di
prendere rapidamente confidenza con l'arma. E una M9A1, se-
miautomatica. Assomiglia alla M9 che veniva usata nella guerra
del Golfo, ma il caricatore è diverso e c'è un attacco per la tor-
cia e il mirino laser.
Senza dire nient'altro Pasi Rannikko si dirige subito verso lo
yacht, grande come un grattacielo. Il motore indietreggia, i fre-
ni fanno spumeggiare il mare, Niko appende fuori i parabordi,
gli scafi cozzano uno contro l'altro, vacillano.
Joona si arrampica a bordo. Le barche stanno per scostarsi di
nuovo, il mare schizza tra i due scafi. Niko salta e Joona gli af-
ferra la mano. Il fucile d'assalto batte contro la balaustra. I due
si guardano velocemente negli occhi e poi salgono la scala, si
fanno avanti tra le sedie di vimini rotte e i vecchi cartoni di vi-
no e continuano a salire.
Niko si volta e fa un cenno a Pasi Rannikko che si allontana
dallo yacht.






111.
Il traditore.

Raphael Guidi è sul ponte di comando insieme alla guardia del
corpo con i capelli grigi e gli occhiali con la montatura di cor-
no. Il primo ufficiale li fissa con sguardo spaventato e si mette
la mano sulla pancia.
« Cosa succede? » chiede Raphael Guidi.
« Ho dato ordine di mettere in moto l'elicottero », dice l'uf-
ficiale. « Ho pensato... »
« Dov'è la barca? »
« Laggiù », dice indicando a poppa.
Molto vicino, dietro il ponte con la piscina e le barche di
salvataggio issate, si intravede la vedetta della guardia costiera.
Il moto ondoso si alza sulla poppa grigia screziata e l'acqua spu-
meggia per la rotazione dell'elica.
« Cosa hanno detto? Ripetimi le loro parole per filo e per se-
gno », ordina Raphael.
« Stanno per entrare in azione, hanno chiesto rinforzi, pare
che abbiano un mandato di arresto. »
« No, qui c'è qualcosa che non mi quadra », dice Raphael e si
dà un'occhiata intorno.
Dalla finestra vedono che il pilota si è già seduto in cabina e
che il rotore si è appena messo in movimento. All'improvviso si
sentono le note del Capriccio n. 24 di Paganini provenire dalla
sala da pranzo sotto di loro.
« Ecco, arrivano i loro rinforzi. Sono qua », dice l'ufficiale e
indica il radar.
« Vedo, quanto tempo abbiamo? » chiede Raphael.
« Fanno più di 33 nodi e saranno qui in dieci minuti. »
« Nessun pericolo », dice la guardia del corpo lanciando uno
sguardo all'elicottero. « Facciamo in tempo a mettere in salvo
lei e Peter, tre minuti prima... »
L'altra guardia del corpo, il biondo, si precipita sul ponte di
comando dalla porta di vetro. E pallido e allarmato.
« C'è qualcuno. C'è qualcuno sullo yacht! » grida.
« Quanti sono? » chiede la guardia del corpo con i capelli grigi.
« Ne ho visto solo uno, ma non so... Ha un fucile d'assalto,
non sono riuscito a vedere di più. »
« Fermalo. »
« Datemi subito un coltello », ordina Raphael.
La guardia del corpo estrae un coltello con la lama stretta e
grigia. Raphael lo prende e si avvicina al comandante con
sguardo teso.
« Non dovevano aspettare i rinforzi? » urla. « Mi hai detto
che avrebbero aspettato i rinforzi! »
« Da quello che ho capito, era così... »
«Allora che cosa cazzo ci fanno qui? Non hanno niente in
mano contro di me », dice Raphael. « Non hanno niente! »
L'ufficiale scuote la testa e indietreggia. Raphael gli si avvi-
cina.
« Cosa cazzo ci fanno qui se non hanno nulla contro di me? »
urla. « Non c'è niente! »
« Non lo so, non lo so », risponde il comandante con le la-
crime agli occhi. « Ho solo riferito quello che ho sentito... »
« Cosa gli hai detto? »
« Detto a chi? Non capisco... »
« Basta! » urla Raphael. « Dimmi subito cosa cazzo gli hai
detto! »
« Ma io non ho detto nulla. »
Di colpo il tono di Raphael diviene gelido. « Be', è strano,
non credi? Non è vero? Non ti sembra? »
«Ho intercettato i loro canali, proprio come dovevo, non
ho... »
« Sì, certo. Capisco. È difficile ammettere di avermi tradito. »
Raphael si avvicina di colpo all'ufficiale e gli infila il coltello
dritto nella pancia.
La lama si insinua attraverso la camicia nel tessuto adiposo e
nell'intestino quasi senza resistenza. Il sangue si sprigiona fuori
come vapore, schizza sulla mano e sulle maniche della tuta di
Raphael. Con un'espressione interrogativa sul volto il coman-
dante cerca di fare un passo indietro per liberarsi del coltello,
ma Raphael lo segue, costringendolo a guardarlo negli occhi.
Dalla sala da pranzo arriva la musica del violino: note legge-
re che brillano e volano via.
« Può essere stato Axel Riessen », dice all'improvviso la guar-
dia del corpo grigia di capelli. « Magari è microfonato, magari
tiene i contatti con la polizia attraverso... »
Raphael estrae il coltello dalla pancia del comandante e si
precipita giù dalla scaletta.
Il comandante rimane con la mano sul ventre e il sangue che
gli cola sulle scarpe nere. Cerca di fare un passo, ma scivola a
terra e rimane steso con lo sguardo fisso al soffitto.
La guardia del corpo con i capelli grigi segue Raphael im-
bracciando il fucile automatico e guarda fuori dalla finestra pa-
noramica della sala da pranzo.
Quando entra Raphael e gli punta contro il coltello insan-
guinato, Axel smette di suonare.
« Traditore! » urla Raphael. « Vigliacco! »
All'improvviso la guardia del corpo con i capelli grigi apre il
fuoco. Spara una raffica di colpi assordanti. I proiettili attraver-
sano la finestra panoramica e i bossoli cadono tintinnando lun-
go i gradini della scala.






112.
Fucile automatico.

Joona e Niko salgono a passi lunghi ma cauti una delle scale
esterne che porta dal ponte inferiore al grande ponte di poppa.
Il mare silenzioso si estende verso tutti i punti cardinali come
un'enorme lastra di cristallo. All'improvviso Joona sente la mu-
sica del violino. Cerca di vedere qualcosa dietro le grandi porte
di vetro. Intravede dei contorni scuri al di là delle superfici ri-
flettenti. Purtroppo riesce a scorgere solo una piccola parte del-
la sala da pranzo. Non individua nessuno. La musica continua
febbrile, lontana come in un sogno, ovattata dai vetri.
Joona e Niko aspettano qualche secondo e poi corrono ve-
loci attraversando una zona aperta dove si trova una piscina
vuota, passano sotto la sporgenza di una terrazza e arrivano alla
scala di metallo.
Dalla terrazza si sentono dei passi. Niko indica le scale. Lui e
Joona si nascondono in silenzio contro la parete del vano scala.
Le note veloci e giocose del violino ora si sentono più chia-
ramente. E un abile violinista. Joona dà un'occhiata prudente
nell'enorme sala da pranzo arredata a ufficio, ma non vede nes-
suno. Chi suona deve essere dall'altro lato dello scalone rosso.
Di colpo il suono del violino svanisce, proprio nel pieno di
una bella volata che porta a un registro più alto.
E un'interruzione troppo improvvisa.
Joona si getta dietro la scala nello stesso momento in cui
sente il rumore ovattato degli spari del fucile automatico. Colpi
rapidi e forti. Se la cava per un pelo. Il punto in cui si trovava
un attimo prima è crivellato di colpi, e i proiettili, con un sibilo
agghiacciante, rimbalzano in tutte le direzioni.
Joona rasenta la parete fino alla scala. Ogni muscolo è con-
tratto e la tensione lo artiglia. Niko si è messo al riparo dietro la
scialuppa di salvataggio e risponde al fuoco. Joona si sposta ac-
covacciandosi e rotolandosi a terra. Vede la fila dei fori di
proiettile nella finestra oscurata: sembrano cerchi ghiacciati in-
torno a indifferenti pupille nere.






113.
La lama del coltello.

La guardia del corpo con i capelli grigi prosegue giù per le scale
con l'arma puntata verso la finestra panoramica e la fila dei fori
dei proiettili. La canna del suo fucile è ancora fumante e i bos-
soli vuoti tintinnano giù per i gradini.
Peter si è rannicchiato con le mani sugli occhi.
Senza far rumore, la guardia del corpo lascia la sala da pran-
zo passando da una porta laterale.
Axel si sposta tra i tavoli con il violino e l'arco in mano. Ra-
phael lo punta con il coltello.
« Come ha potuto essere così stupido? » urla e insegue Axel.
« Io le mangio il fegato a morsi! »
« Papà, cosa succede? » grida Peter.
« Vai a prendere la mia pistola e corri all'elicottero! Abban-
doniamo la barca! »
Il ragazzo annuisce; è pallido in faccia e gli trema il mento.
Raphael inizia ad andare verso Axel tra i tavoli. Axel indietreg-
gia e ribalta le sedie che si trovano tra di loro.
« Caricala con le cartucce Parabellum, le munizioni JHP »,
dice Raphael.
« Un caricatore? » chiede il ragazzo composto.
« Sì, un caricatore. Ora, però! » risponde Raphael, dando un
calcio a una sedia.
Axel cerca di aprire la porta sull'altro lato della stanza, gira la
maniglia ma la porta non si apre.
« Dove crede di andare, pagliaccio? » gli urla Raphael.
Axel spinge la porta. E chiusa. Bisogna far girare la chiave
nella serratura, più in alto. Raphael è a pochi metri e si avvicina
con il coltello. Axel a quel punto agisce d'impulso. Si volta e
getta il prezioso violino verso Raphael. Lo strumento lucido
e rosso volteggia in aria. Raphael fa un passo di lato per cercare
di afferrarlo al volo, ma inciampa su una delle sedie capovolte.
Riesce comunque a prenderlo all'ultimo momento: il violino
cade sul pavimento con un tonfo sordo, ma almeno la botta
è attutita.
Axel gira la chiave e apre la porta precipitandosi in un cor-
ridoio ingombro di così tante cianfrusaglie che è difficile avan-
zare. Si arrampica su un cumulo di cuscini per le sedie a sdraio
e scivola in un mucchio di maschere e mute subacquee.
« Sto arrivando, bastardo! » dice Raphael e lo segue con il
violino in una mano e il coltello nell'altra.
Axel cade sopra una rete da tennis arrotolata, si impiglia con
la scarpa nelle maglie rotte, scalcia per liberarsi, cerca di trasci-
narsi lontano da Raphael che si avvicina a grandi passi lungo il
corridoio.
Fuori si sentono gli spari del fucile, una breve scarica di col-
pi assordanti.
Raphael ha il respiro affannato e non dice più niente. Si li-
mita ad avanzare con il coltello puntato. Axel riesce finalmente
a liberarsi, indietreggia, inciampa ancora, si raddrizza. Si getta
verso la porta successiva, le mani cercano a tastoni la serratura e
la maniglia, c'è qualcosa che la blocca. Axel la spinge con mag-
giore forza.
« E inutile! Non andrà da nessuna parte! Nessuno mi può
tradire, nessuno! » gli grida Raphael.
Axel cerca di infilarsi nello spiraglio aperto, ma è troppo
stretto. La porta è bloccata da un grosso armadio straripante
di vasi di terracotta. Axel si scaglia di nuovo contro la porta
e l'armadio si sposta di qualche centimetro. Raphael gli è die-
tro, sempre più vicino. Il suo respiro ansimante dà i brividi.
Ma Axel spinge ancora e ancora. Guadagna qualche centi-
metro, quanto basta per schiacciarsi dentro l'apertura. La serra-
tura lo ferisce ma lui non ci fa nemmeno caso, deve riuscire a
sgusciare dall'altra parte.
Raphael lo ha quasi raggiunto. Sporge il braccio con il col-
tello e riesce a ferirlo. Il bruciore è immenso, ma ormai Axel è
riuscito a passare.
Si ritrova in una stanza illuminata dal soffitto di vetro. Sem-
bra una serra abbandonata. La attraversa, si tasta la spalla e vede
il sangue sulle dita, sbatte contro una pianta di limoni appassita
in un vaso.
Continua a correre, chinandosi nei passaggi tra i vivai con
piante secche e foglie imbrunite.
Raphael tira forti calci alla porta, che rimbombano violenti,
i vasi tintinnano e l'armadio lentamente si sposta.
Axel sa di doversi nascondere. Striscia sotto una panca e sbu-
ca in un telone di plastica sporco di terriccio. Prosegue tra ti-
nozze e secchi. Spera che Raphael si dia per vinto e lasci la bar-
ca insieme con suo figlio.
Si sente un gran fracasso provenire dalla porta e alcuni vasi
cadono a terra e si rompono.
Raphael entra nella stanza, respira affannosamente e si ap-
poggia a un pergolato di viticci.
« Venga avanti e mi baci la mano », grida Raphael.
Axel cerca di respirare e di indietreggiare senza far rumore,
ma a un certo punto si blocca. La schiena urta qualcosa. E un
grosso armadio di metallo: di li non può passare.
« Io mantengo sempre le promesse! Io rispetto i patti! » urla
ancora Raphael, il volto distorto in un sorriso parossistico. Cer-
ca con lo sguardo tra le panche e i cespugli secchi. « Il fegato di
suo fratello la sta aspettando, Axel! Venga qui a baciarmi la ma-
no e sarà suo! »
Axel si sente male. E terrorizzato. Si accascia a terra, la schie-
na premuta contro l'armadio di metallo. Cerca di rimanere as-
solutamente in silenzio, il cuore gli batte così forte in gola da
fargli fischiare le orecchie. Si guarda attorno disperato, in cerca
di una via di fuga.
C'è una porta scorrevole, a circa cinque metri da lui, che dà
sul ponte di prua.
Sente il rumore dell'elicottero. Il motore si sta riscaldando.
Axel pensa che dovrebbe strisciare sotto al tavolo con sopra i
vasi di terracotta pieni di terra e poi correre per l'ultimo tratto.
Inizia a spostarsi di lato, con molta attenzione. La porta sembra
essere chiusa solo con un gancio.
Alza un po' la testa per vedere meglio e riesce a pensare che
fra qualche secondo sarà fuori a prua, ma all'improvviso sente il
cuore fermarsi. Di colpo, si sente raggelare dall'interno.
La fredda lama del coltello è contro la sua gola. Nel punto in
cui la lama lo sfiora, sente il collo bruciare.
Raphael è dietro di lui. Axel avverte prima il suo respiro e
poi l'odore del suo sudore.
La lama contro la sua gola è assolutamente immobile.






114.
Atto finale.

La guardia del corpo con i capelli grigi lascia in silenzio la sala
da pranzo, scivola fuori dalla porta e corre veloce lungo la pa-
rete di vetro del ponte con il fucile color kaki contro la spalla.
La luce si riflette sui suoi occhiali da sole. Joona vede che sta
andando verso Niko e capisce che tra qualche secondo lo avrà
raggiunto alle spalle.
Niko è completamente esposto, da quella parte.
La guardia alza il fucile e appoggia il dito sul grilletto.
Joona si solleva di scatto, punta la pistola, fa un passo avanti
per aprire la linea di tiro e spara due colpi al petto della guar-
dia. L'uomo vacilla all'indietro, apre la mano e si appoggia alla
balaustra dell'impavesata per non cadere. Si guarda attorno, ve-
de Joona venire verso di lui e alza il fucile.
Proprio in quel momento Joona si accorge che indossa il
giubbetto antiproiettile sotto la giacca nera, ma ormai gli è
già vicino, così con una mano abbassa la canna del suo fucile
e allo stesso tempo gli sbatte la pistola dritto in faccia. Un col-
po forte sul naso e gli occhiali. La guardia del corpo si piega
sulle ginocchia, sbatte la testa sulla balaustra con un rumore
sordo, sudore e muco schizzano da tutte le parti e poi l'uomo
si affloscia a terra.
Joona e Niko proseguono verso la prua dello yacht ognuno
da un lato della sala da pranzo. Il rotore dell'elicottero echeggia
sempre più veloce.
« Su, avanti! Salite a bordo », grida qualcuno.
Joona corre tenendosi il più possibile contro la parete. Poi
rallenta e fa gli ultimi passi con prudenza, dando un'occhiata
alla prua. Il figlio di Raphael Guidi è già sull'elicottero. L'om-
bra del rotore fluttua sul cassero di prua e sulla balaustra.
Joona sente delle voci dal sovrastante ponte di comando e fa
un passo in avanti, ma nota che l'altra guardia del corpo lo ha
individuato. L'uomo biondo è a venticinque metri da Joona e
sta puntando la pistola contro di lui. Joona non ha tempo di
reagire. Il colpo parte.
E come una frustata in pieno viso. Tutto diventa bianco.
Joona cade violentemente sulle sedie a sdraio e finisce dritto
sul pavimento di metallo. Sbatte la testa e la mano contro la
balaustra. Il polso è quasi rotto e Joona perde la presa dell'ar-
ma. Poi la pistola cade attraverso la balaustra giù sulla ruota di
prua, con un tonfo che echeggia.
Joona sbatte gli occhi, inizia a riacquistare la vista e si trasci-
na dietro la parete. Gli tremano le mani, non capisce ancora
bene quello che è successo. Gli sanguina il viso, cerca di rialzar-
si, ma ha bisogno dell'aiuto di Niko, deve cercare di capire do-
ve si trova la guardia del corpo.
Si strofina in fretta la guancia. Prova un dolore improvviso e
bruciante, ma continua a tastarsi la ferita: la pallottola gli ha
solo sfiorato la tempia.
Si tratta di una ferita superficiale, nient'altro.
Nell'orecchio sinistro sente uno strano suono, una specie di
scampanellio.
Il cuore gli batte veloce, gli rimbomba forte in petto.
Quando si rimette in piedi, protetto dalla parete di metallo,
avverte una fitta improvvisa e violenta alla testa.
Lo scampanellio dell'emicrania si intensifica.
Joona si preme il pollice in mezzo alla fronte, tra le soprac-
ciglia, e chiude gli occhi, cercando di dissipare quella fìtta di
dolore.
Dà un'occhiata all'elicottero, cerca di vedere Niko, fa scor-
rere lo sguardo lungo il ponte e la balaustra.
La fregata della marina si sta avvicinando da dietro, sembra
un'ombra allungata distesa sulla superficie lucida del mare.
Joona rimuove una lunga asticella di metallo da una sedia a
sdraio rotta per usarla come arma contro la guardia del corpo.
Striscia rasente la parete e vede di colpo che Raphael e Axel
sono a prua. Sono stretti insieme, si spostano all'indietro verso
l'elicottero. Raphael tiene il braccio destro intorno ad Axel. Ha
in mano un coltello e gli preme la lama contro la gola. Con
l'altra mano impugna un violino. Il loro abiti e i loro capelli
svolazzano per il forte vento del rotore.
La guardia del corpo che ha sparato a Joona si sposta piano di
fianco per poterlo vedere dietro la parete. Non è certo di avere
colpito l'intruso alla testa, è successo tutto troppo in fretta.
Joona sa che la guardia lo sta cercando e tenta di tirarsi in-
dietro, di mettersi al riparo, ma il dolore alla testa gli rallenta i
movimenti.
Deve fermarsi.
Non adesso, pensa, e sente il sudore scorrergli giù per la
schiena.
La guardia del corpo svolta l'angolo, alza l'arma, vede la
spalla di Joona, scorge la sua gola e la testa.
All'improvviso spunta fuori dall'altra parte Niko Kapanen,
il biondo e barbuto marinaio, con il fucile d'assalto spianato.
La guardia del corpo è veloce, si gira e spara con la pistola.
Una serie di quattro colpi. Niko non nota neanche che la pri-
ma pallottola lo raggiunge alla spalla, ma si ferma quando la
seconda lo colpisce alla pancia, all'intestino. La terza lo manca,
ma la quarta lo ferisce al petto. Le gambe gli cedono e Niko
cade a terra di lato, dietro il bordo della base dell'elisuperficie.
E ferito gravemente e probabilmente non si accorge nemmeno
di premere il grilletto mentre si accascia al suolo. Le pallottole
schizzano in tutte le direzioni. Svuota tutto il caricatore in due
secondi, verso il mare, fino a quando il fucile fa cilecca.
Niko ansima, gli occhi girano indietro, scivola sulla schiena
lasciando una scia di sangue sul bordo e l'arma gli cade a terra.
Gli fa molto male il petto. Chiude gli occhi un attimo e poi
guarda in su con occhi annebbiati e vede i bulloni robusti della
parte inferiore dell'elisuperficie. Il suo sguardo si perde nelle
screziature di ruggine che si insinuano nella vernice bianca sulle
viti, e intanto il suo polmone destro si riempie di sangue.
Tossisce debolmente, sta per perdere conoscenza, ma scorge
all'improvviso Joona, lo vede nascosto dietro la parete della sala
da pranzo con una sbarra di metallo in mano. I loro sguardi si
incrociano. Niko riunisce le ultime forze e sferra un calcio al
fucile, spingendolo verso Joona.
Axel è terrorizzato, il cuore gli sta per scoppiare, trema incon-
trollabilmente. Raphael lo porta con sé come scudo. Barcollano
insieme e sente la lama tagliare ancora un po' la gola e il sangue
che inizia a scorrergli sul petto. Vede che l'ultima guardia del
corpo si avvicina al nascondiglio di Joona Linna ma non può
fare nulla.
Joona si allunga veloce, afferra il fucile d'assalto con la canna
ancora calda e lo tira a sé. La guardia del corpo esplode due col-
pi verso di lui. Rimbalzano tra le pareti, il pavimento e la ba-
laustra. Joona solleva il caricatore vuoto, vede che Niko cerca
nelle tasche altre munizioni, ansima, è molto debole e deve fer-
marsi un attimo, tenendo la mano premuta contro il ventre
sanguinante. La guardia del corpo grida a Raphael di prendere
posto, l'elicottero è pronto ad alzarsi in volo. Niko si fruga in
tasca e poi tira fuori la mano. La carta di una caramella vola via
con il vento, ma in mano gli resta un proiettile. Tossisce debol-
mente, guarda la pallottola e la fa rotolare sul pavimento verso
Joona.
Il proiettile full metal jacket rotea tintinnando sul pavimento
di metallo, la capsula di ottone e la punta di rame brillano.
Joona lo afferra e lo infila velocemente nel caricatore.
Niko ha gli occhi chiusi ora, una bolla di sangue si intravede
tra le labbra, il petto si solleva ancora per i respiri affrettati.
I	passi pesanti della guardia del corpo risuonano sul cassero.
Joona inserisce il caricatore, fa avanzare l'unico proiettile, al-
za l'arma, aspetta qualche secondo e poi esce allo scoperto.
Raphael indietreggia tenendo Axel davanti a sé come scudo.
Impugna ancora il suo prezioso violino. Il figlio gli grida qual-
cosa dall'elicottero e il pilota fa cenno a Raphael di salire.
« Avrebbe dovuto baciarmi la mano quando aveva l'occasio-
ne di farlo », sussurra Raphael all'orecchio di Axel.
Raphael sbatte contro un palo e le corde del violino risuonano.
La guardia del corpo si avvicina a Niko a grandi passi, si pie-
ga sul bordo e gli punta la pistola al viso.
« Jonottakaa », grida Joona in finlandese.
La guardia del corpo rialza lo sguardo e sposta l'arma, pun-
tandola verso Joona.
Lui si sposta veloce di lato, cerca di trovare la linea di tiro
ottimale.
Ha soltanto una pallottola.
Raphael è proprio dietro la guardia del corpo, con il coltello
alla gola di Axel. I loro abiti svolazzano per il vento alzato dal-
l'elicottero. Le gocce di sangue schizzano ovunque.
Joona si abbassa leggermente e alza il mirino di qualche mil-
limetro.
Jonottakaa, pensa. Mettetevi in fila.
E poi spara.
Il	rinculo contro la spalla è secco e doloroso. Il proiettile la-
scia il fucile alla velocità di 800 metri al secondo. Senza il mi-
nimo rumore entra nella gola della guardia ed esce dalla nuca,
prosegue senza perdere velocità, attraversa la spalla di Raphael e
poi finisce in mare.
Il braccio di Raphael vacilla per il colpo e il coltello cade sul
ponte.
Axel Riessen si abbassa.
La guardia del corpo guarda stupefatto Joona, il sangue gli
cola sul petto, alza la pistola barcollando, ma non ha forza a
sufficienza per sparare. Rantola, tossisce, il sangue gli schizza
dalla bocca e gli inonda il mento.
Si accascia, si tasta la gola con la mano, sbatte le palpebre un
paio di volte, si blocca a occhi spalancati.
Raphael ha le labbra esangui, è fermo nel vortice del vento e
si preme la mano, con cui ancora tiene il violino, contro la
spalla ferita. Fissa Joona.
« Papà », gli grida il figlio dall'elicottero e gli getta una pistola.
L'arma cade a terra, rimbalza e poi si ferma davanti ai piedi
di Raphael.
Axel è seduto con lo sguardo annebbiato contro la balaustra e
cerca di fermare con la mano il flusso del sangue che gli esce
dalla ferita alla gola.
« Raphael! Raphael Guidi », grida Joona con voce possente.
« Lei è in arresto! »
Raphael è a cinque metri dall'elicottero con la pistola davan-
ti ai piedi. La giacca della tuta svolazza.
Si abbassa con fatica e raccoglie la pistola.
« Lei è accusato di traffico d'armi, rapimento e omicidio »,
dice Joona.
Raphael ha il viso imperlato di sudore e la pistola gli trema
tra le mani.
« Metta giù l'arma! » grida Joona.
Raphael cerca di impugnare saldamente la pistola. Incrocia
lo sguardo tranquillo di Joona.
Axel fissa Joona e cerca di gridargli di scappare.
Joona invece rimane immobile.
Raphael alza la pistola, la punta verso Joona e preme il gril-
letto. La pistola fa cilecca. Riprova e poi emette un ringhio di
rabbia quando si rende conto che suo figlio non ha mai riem-
pito il caricatore come aveva promesso.
Raphael si sente terribilmente solo, come in un freddo len-
zuolo funebre. E completamente solo. Il suo incubo peggiore
ha preso vita.
È troppo tardi per mollare l'arma e arrendersi.
Si odono tre spari sordi, uno dopo l'altro. A Raphael sembra
che qualcuno lo picchi forte in petto, poi prova un dolore lan-
cinante che lo fa vacillare all'indietro e inizia a perdere sensibi-
lità alle gambe.
L'elicottero non aspetta oltre, decolla senza Raphael Guidi e
si alza rombando in aria.
La fregata FNS Hanko si è affiancata allo yacht. Tre tiratori
scelti aprono il fuoco un'altra volta. I proiettili colpiscono con-
temporaneamente il petto di Raphael. Si sente un solo sparo.
Raphael indietreggia, cade, cerca di rialzarsi, ma non riesce
più a muoversi.
La schiena è calda, ma i piedi sono gelati.
Raphael è a terra e il suo sguardo ora non vede che il cielo
velato di nubi. E l'elicottero si alza e si allontana velocemente,
portandosi via suo figlio.
Peter è sull'elicottero e guarda il megayacht, che diventa
sempre più piccolo. Suo padre è steso a terra sull'elisuperficie,
c'è una pozza di sangue scuro che si allarga velocemente attor-
no al suo corpo.
Negli occhi di Raphael Guidi ora c'è soltanto il buio. La sua
mano è ancora stretta attorno al manico del violino, il prezioso
violino di Paganini.
Joona è l'unico rimasto in piedi sul ponte di prua.
L'elicottero sparisce.
Il cielo brilla di una luce cristallina e desolata. Sulla lucida
superficie del mare sono ferme tre navi: galleggiano fianco a
fianco come se fossero abbandonate.
Tra non molto dalla Finlandia arriverà l'elicottero dei soc-
corsi, ma la quiete di quel momento sembra surreale. E un at-
timo sospeso nel tempo, come quando risuona l'ultima nota di
un concerto e il pubblico è ancora incantato dalla musica, pri-
ma del sopraggiungere improvviso del silenzio.






115.
Conclusione.

Joona Linna, Axel Riessen, Niko Kapanen e la guardia del cor-
po con i capelli grigi vengono trasportati con l'elicottero dei
soccorsi all'ospedale maggiore di Helsinki. Appena arrivati
Axel chiede a Joona perché è rimasto fermo quando Raphael
ha raccolto la pistola da terra e gliel'ha puntata addosso.
« Ho cercato di gridare per avvertirla », gli spiega Axel.
Joona lo guarda negli occhi e gli spiega che aveva già notato i
tiratori scelti sulla nave. Sapeva che avrebbero aperto il fuoco
prima che Raphael riuscisse a sparare.
« Ma non è andata così, ho visto Raphael premere il grillet-
to, solo che il colpo non è partito. I tiratori non hanno fatto in
tempo », osserva Axel.
« Non si può aver sempre ragione », risponde Joona con un
sorriso.
Quando Joona e Axel entrano in camera sua per salutarlo,
Niko è cosciente e ha perfino voglia di scherzare. Dice che si
sente come Vanhala nel romanzo Il soldato ignoto.
« Salutatemi la Svezia », dice. « Ma... la piccola e tenace Fin-
landia si è piazzata seconda! »
Le ferite di Niko sono molto serie, ma non letali. Viene sot-
toposto a parecchie operazioni nei giorni successivi e due setti-
mane dopo va a casa dei suoi genitori in sedia a rotelle. Gli ci
vuole un anno prima di poter ricominciare a giocare di nuovo a
hockey su ghiaccio con sua sorella.
La guardia del corpo di Raphael Guidi viene arrestata e con-
dotta al carcere di Vanda in attesa del processo.
Joona Linna e Axel Riessen tornano a casa, a Stoccolma.
La nave container MIS Icelus non fa in tempo a salpare dal
porto di Goteborg. Il carico di munizioni viene scaricato e tra-
sportato ai magazzini del dipartimento delle dogane.
Jens Svanehjàlm è incaricato del lungo processo giudiziario
ma, a eccezione della guardia del corpo senza nome di Raphael
Guidi, i colpevoli sono tutti morti.
Non si riesce a dimostrare che, a parte Pontus Salman della
Silencia Defence, ci fosse qualcun altro coinvolto nell'attività
illecita. E soprattutto l'unico che ha commesso una violazione
alla legge è stato il precedente direttore generale dell'ACPS,
Carl Palmcrona.
I sospetti di corruzione e traffico d'armi vengono indirizzati
contro Jòrgen Griinlicht, ma l'indagine non riesce a produrre
elementi di prova e viene archiviata. La conclusione è che la
Commissione per il controllo alle esportazioni e tutti i politici
che hanno avuto a che fare con l'esportazione sono stati raggi-
rati e hanno agito in buona fede.
Le indagini preliminari riguardano anche due politici ke-
nyoti che vengono consegnati a Roland Lidonde, il generale
anticorruzione e segretario di stato del Governance and Ethics,
ma con ogni verosimiglianza risulterà che anche loro hanno
agito in buona fede.
L'armatore Intersafe Shipping non era consapevole che le
munizioni sarebbero state trasportate dal porto di Mombasa
al Sudan meridionale, e la ditta di trasporti Trans Continent
non sapeva che la merce che doveva trasferire in autotreno fino
in Sudan era costituita da munizioni.
Tutti hanno agito in buona fede.


Axel Riessen.
Axel Riessen sente i punti di sutura tirare sul collo mentre scen-
de dal taxi e percorre a piedi l'ultimo tratto in salita di Brage-
vàgen. Sotto l'accecante luce del sole, l'asfalto sembra sbiadito,
quasi bianco. Nello stesso momento in cui appoggia la mano
sul cancello, si apre la porta d'entrata esterna. Esce Robert.
Era rimasto in piedi dietro la finestra ad aspettarlo.
« Ma cosa ti è successo? » chiede scuotendo la testa. « Ho par-
lato con Joona Linna, mi ha accennato qualcosa, è pazzesco... »
« Non lo sai che il tuo fratellone non ha paura di niente? »
sorride Axel.
Si abbracciano stretti e si avviano insieme verso casa.
«Abbiamo apparecchiato in giardino», dice Robert.
« Come va il tuo cuore? Non si è ancora fermato? » chiede
Axel ed entra in casa dopo suo fratello.
«Avrebbero dovuto operarmi la settimana prossima», ri-
sponde Robert.
«Non lo sapevo», dice Axel e sente un brivido lungo la
schiena.
«Non te l'avevo detto? Mi avrebbero messo un pacema-
ker... »
« Un pacemaker? »
« Si, ma l'intervento è stato annullato. »
Axel guarda suo fratello e all'improvviso la verità lo colpisce
al petto come un maglio. Era stato Raphael a organizzare l'o-
perazione di Robert. E l'operazione sarebbe andata male. Ro-
bert sarebbe morto in sala operatoria e gli avrebbe donato il suo
fegato.
Axel deve fermarsi nell'ingresso per calmarsi, prima di entra-
re in casa.
Il viso gli va in fiamme e ha la gola serrata da un singulto di
pianto.
« Allora vieni? » chiede Robert tranquillo.
Axel rimane fermo ancora un attimo per riprendere fiato
prima di seguire suo fratello in casa e poi nel giardino sul retro.
Sul pavimento di marmo all'ombra del grande albero c'è la ta-
vola apparecchiata.
Sta andando da Annette quando Robert lo afferra al braccio
e lo trattiene.
« Da bambini andavamo d'accordo, Axel », dice Robert con
sguardo serio. « Perché abbiamo smesso di parlarci? Come è
potuto succedere? »
Axel guarda sorpreso il viso di suo fratello, le rughe intorno
agli occhi, i capelli arruffati intorno alla calvizie sulla sommità.
«Accadono dei fatti nella vita... »
«Aspetta... Non volevo parlartene al telefono ma...» lo in-
terrompe Robert.
« Cosa devi dirmi? »
« Beverly mi ha detto che sei convinto di essere stato tu a
provocare il suicidio di Greta, ma io... »
« Non mi va di parlarne », lo ferma subito Axel.
«Ma devi», dice Robert. «Io ero presente al concorso, ho
sentito tutto, ho sentito Greta e suo padre parlare dopo l'esibi-
zione. Hanno litigato furiosamente, lei aveva suonato male e il
padre era furibondo... »
Axel si libera dalla stretta del fratello.
« So già tutto, so che... »
« Lasciami finire », lo interrompe Robert.
« Avanti allora. »
« Axel, se solo tu avessi detto qualcosa, se solo io avessi sapu-
to che credevi di essere colpevole della morte di Greta... Io ho
sentito suo padre. Ho sentito tutte le cose tremende che le ha
detto. E stata colpa sua, Axel, è stata solo colpa sua... Le ha gri-
dato che lo aveva disonorato, che non la considerava più sua
figlia. Le ha detto che l'avrebbe cacciata di casa, che le avrebbe
fatto cambiare scuola e che non la voleva vedere più, che dove-
va andare a Mora a vivere con quella drogata di sua mamma. »
« Ha detto questo? »
« Non dimenticherò mai la voce di Greta », continua Robert
risoluto. « Era spaventata a morte. Ha cercato di spiegare a suo
padre che tutti possono sbagliare, che aveva fatto del suo me-
glio, che non c'era niente di male, che ci sarebbero stati altri
concorsi... »
«Ma io ho sempre creduto che...»
Axel si guarda intorno, non sa cosa fare, sente che le forze lo
abbandonano, si siede lentamente sul pavimento di marmo e si
prende il viso tra le mani.
« Greta piangeva e diceva a suo padre che si sarebbe ammaz-
zata se lui non le avesse permesso di rimanere e continuare a
studiare musica. »
« Non so cosa dire », mormora Axel.
« Ringrazia Beverly », gli risponde Robert.


Beverly Andersson.
Inizia a piovigginare quando Beverly arriva al binario della sta-
zione centrale di Stoccolma. Il viaggio verso sud la conduce at-
traverso un paesaggio estivo avvolto dalla nebbia. Appena pri-
ma di Hàssleholm il cielo si apre e appare di nuovo il sole. Do-
po aver cambiato treno a Lund e preso il pullman in arrivo da
Landskrona, giunge a Svalòv.
Era da tanto che non tornava a casa.
Pensa a quando il dottor Saxéus le aveva promesso che sa-
rebbe andato tutto bene.
« Ho parlato con il tuo papà », le aveva detto il dottore. « Di-
ce sul serio. »
Beverly attraversa la piazza polverosa e si rivede quando due
anni prima era stesa lì in mezzo e vomitava. Alcuni ragazzi le
avevano fatto bere del liquore fatto in casa. L'avevano fotogra-
fata e poi l'avevano mollata sulla piazza. Era stato a causa di
quell'episodio che suo padre non l'aveva più voluta a casa.
Prosegue. Le si stringe lo stomaco quando vede la campagna
aprirsi verso l'azienda agricola di suo padre a tre chilometri di
distanza. Era proprio lungo quella strada di campagna che le
macchine si fermavano per farla salire quando faceva l'auto-
stop. Adesso non riesce più a ricordare perché volesse andare
con quegli uomini. Pensava di vedere qualcosa nei loro sguardi.
Una luce, le piaceva crederlo.
Beverly sposta la pesante valigia nell'altra mano.
In lontananza un'auto avanza a tutta velocità.
Ma non riconosce quella macchina?
Beverly sorride e saluta con la mano.
Arriva il papà, arriva il papà.


Penelope Fernandez.
Roslags-Kulla è una chiesetta di legno color rosso fiammante
con un bel campanile. La chiesa è in campagna vicino alla fab-
brica di Vira, un po' fuori dalle strade trafficate del comune di
Osteràker. Il cielo è sereno e l'aria limpida, il vento porta con
sé il profumo dei fiori selvatici nel tranquillo cimitero.
Il giorno prima Björn Almskog è stato sepolto nel cimitero
principale di Stoccolma a Norra Begravningsplatsen e ora quat-
tro uomini vestiti di nero accompagnano Viola Maria Liselott
Fernandez verso l'eterno riposo. Seguono il feretro insieme con
Penelope Fernandez e sua mamma Claudia, due zii materni e
due cugini venuti da El Salvador, e il prete.
Si fermano vicino alla tomba aperta. Una cuginetta di nove
anni rivolge a suo padre uno sguardo interrogativo. Quando lui
le fa cenno di sì con la testa, lei estrae il suo flauto dolce e inizia
a suonare il salmo 97 mentre la bara viene calata nel terreno.
Penelope Fernandez tiene sua mamma per mano e il prete
legge l'Apocalisse di Giovanni.
Dio asciugherà ogni lacrima. E non ci sarà più la morte.
Claudia guarda Penelope, le aggiusta il colletto della camicia
e le dà un buffetto sulla guancia come se fosse una bimba.
Quando tornano verso la macchina il telefono di Penelope
vibra nella piccola borsetta nera. E Joona Linna. Penelope la-
scia delicatamente la mano di sua madre, e si mette all'ombra
di un grande albero per rispondere.
« Ciao, Penelope », dice Joona con la sua voce caratteristica,
cantilenante ma seria.
« Ciao, Joona », risponde Penelope.
« Ho pensato che avresti voluto sapere che Raphael Guidi è
morto. »
« E il carico di munizioni per il Darfur? »
« Abbiamo fermato la nave. »
« Bene. »
Penelope fa scivolare lo sguardo sui parenti, gli amici, sua
madre che è rimasta dove l'ha lasciata e che non la perde di vista.
« Grazie », dice lei.
Ritorna da sua madre che la aspetta con un viso angosciato,
le prende ancora la mano e insieme si incamminano verso gli
altri, che le aspettano vicino alle macchine.
Penelope.
Si ferma. Si gira. Le è sembrato di udire la voce di sua sorella
proprio lì vicino. Un brivido le corre lungo la schiena mentre
un'ombra si allunga lentamente sull'erba delicata. La ragazzina
che suonava il flauto è ferma tra le tombe e la guarda. Ha perso
il nastro e la brezza estiva le arruffa i capelli.


Saga Bauer e Anja Larsson.
Le giornate estive non finiscono mai, la notte risplende di una
luce madreperlacea fino all'alba.
La polizia ha organizzato una festa nel giardino barocco di
fronte al castello di Drottningholm.
Joona Linna è seduto insieme con i colleghi a una tavolata
sistemata sotto un grande albero.
Sul palcoscenico davanti alla pista da ballo di legno rosso
Falun c'è un'orchestra, tutti i musicisti indossano abiti bianchi
e suonano Hàrgalàten.
Petter Nàslund balla una polka con Fatima Zanjani dall'I-
raq. Ridacchiando a bocca stretta le dice qualcosa che la mette
di buonumore.
La canzone racconta in realtà di quando il diavolo suonava il
violino così bene che i giovani non volevano mai smettere di
ballare. Avevano continuato tutta la notte e quando avevano
fatto l'errore di non rispettare il richiamo delle campane dei
giorni di festa non avevano più potuto smettere di danzare. Al-
la fine i giovani erano così stanchi che erano scoppiati in lacri-
me. Le loro scarpe si erano bucate, i piedi bruciavano dal do-
lore, e alla fine solo le loro teste si muovevano al suono del vio-
lino.
Anja è seduta su una sedia pieghevole, indossa un vestito a
fiori blu. Guarda in cagnesco la coppia che balla. Il viso tondo
è imbronciato, scontento. Ma quando vede Joona alzarsi da ta-
vola, arrossisce.
« Buona estate, Anja », le dice.
Saga Bauer si muove danzando sull'erba tra le piante. Rin-
corre le bolle di sapone insieme con i gemelli di Magdalena
Ronander. I suoi capelli biondi trattenuti dalla fascia colorata
brillano al sole. Due signore di mezza età si sono fermate in-
cantate a guardarla.
« Signore e signori », dice il cantante dopo gli applausi. «Ab-
biamo ricevuto una richiesta speciale... »
Carlos Eliasson sorride fra sé e guarda con la coda dell'oc-
chio qualcuno dietro al palcoscenico.
« Io sono di Oulu, in Finlandia », continua il cantante. « E
con molto piacere canterò un tango dal titolo Satumaa. »■
Magdalena Ronander ha una corona di fiori in testa quando
si avvicina a Joona e cerca il suo sguardo. Anja abbassa gli occhi
e fissa le scarpe nuove che ha indossato per l'occasione.
L'orchestra inizia a suonare il languido tango. Joona si volta
verso Anja, accenna un inchino e le chiede piano: « Mi permet-
te?»
La fronte, le guance e il collo di Anja diventano paonazzi.
Incrocia il suo sguardo e annuisce seria.
«Si, certo», risponde.
Gli prende il braccio, getta uno sguardo fiero a Magdalena e
si avvia sulla pista a testa alta insieme con Joona.
Anja balla tutta seria e la concentrazione le dipinge una pic-
cola ruga sulla fronte. Ma dopo poco il suo viso rotondo si ri-
lassa e gioisce. I suoi capelli laccati sono raccolti in uno chi-
gnon. Si lascia docilmente condurre da Joona.
Quando la musica volge al termine, Joona sente all'improv-
viso che Anja lo morde sulla spalla, senza fargli particolarmente
male.
Lo morde ancora, leggermente più forte, e Joona si vede co-
stretto a chiederle: « Cosa fai? »
Gli occhi di Anja sono lucidi, vitrei.
« Non lo so », gli risponde sinceramente. « Stavo cercando di
capire cosa sarebbe successo, ma non si sa mai prima di prova-
re... »
In quel momento la musica finisce. Lui la lascia andare, rin-
graziandola per il ballo. Prima di fare in tempo a riaccompa-
gnarla al posto, si fa avanti Carlos che invita Anja.
Joona rimane un momento in piedi al lato della pista a guar-
dare i suoi colleghi ballare, mangiare e bere e poi si avvia alla
macchina.
Persone vestite di bianco siedono su plaid da picnic o giron-
zolano tra gli alberi.
Joona arriva al parcheggio e apre la portiera della sua Volvo.
Sul sedile posteriore c'è un enorme mazzo di fiori. Si siede in
macchina e telefona a Disa. Al quarto squillo scatta la segreteria
telefonica.


Disa Helenius.
Disa è seduta davanti al computer nel suo appartamento di
Karlaplan. Si è messa gli occhiali e un plaid sulle spalle. Il
suo cellulare è appoggiato sulla scrivania vicino a una tazza
di caffè ormai freddo e a una brioche alla cannella.
Sullo schermo brilla l'immagine di un mucchio di sassi sgre-
tolati in mezzo all'erba incolta: sono i resti del cimitero del co-
lera di Skanstull a Stoccolma.
Scrive i suoi appunti in un file, raddrizza la schiena e si porta
la tazza alla bocca, ma cambia idea. Si alza per preparare un al-
tro caffè e in quel momento il cellulare inizia a vibrare sulla
scrivania.
Senza controllare chi la sta chiamando, Disa lo spegne e ri-
mane in piedi a guardare fuori dalla finestra. Strisce di polvere
brillano nella luce del sole. Il cuore di Disa batte forte e veloce
quando si risiede davanti al computer.
Sta pensando che non ne vuole più sapere di Joona Linna.


Joona Linna.
Si respira aria di festa a Stoccolma e il traffico è scarso mentre
Joona si incammina lentamente giù verso Tegnérgatan. Ha
smesso di chiamare Disa. Lei ha spento il telefono e quindi
ne deduce che voglia essere lasciata in pace.
Joona gira intorno a Bla Tornet e continua verso la parte di
Drottninggatan piena di antiquari e di negozi. Vicino alla libre-
ria Vattumannen c'è una signora anziana che finge di guardare la
vetrina. Quando Joona la sorpassa, lei fa un gesto verso il vetro e
poi inizia a seguirlo, mantenendosi a una certa distanza.
Joona ci mette un attimo a capire di essere seguito.
Quando arriva al cancello della chiesa Adolf Fredrik, si vol-
ta. A pochi metri da lui c'è una donna di circa ottant'anni. Lo
guarda seria e gli allunga qualcosa.
« Sei tu questo, vero? » dice mostrandogli una carta. « E que-
sta è una corona, la corona della sposa. »
Joona Linna le si avvicina e prende la carta. E una carta del
gioco Killelek, uno dei più antichi giochi di carte d'Europa.
« Cosa vuole? » le chiede con calma.
« Non voglio niente », dice la donna. « Ma ti porto i saluti di
Rosa Bergman. »
«Deve esserci un errore, perché non conosco nessuna...»
« Rosa si chiede perché continui a fìngere che tua figlia sia
morta. »






Epilogo.

Copenaghen: prime giornate d'autunno, l'aria frizzante ha
spazzato il cielo e un gruppo di uomini arriva alla Glittoteca
a bordo di quattro limousine. Salgono le scale, attraversano
l'ingresso, continuano nel lussureggiante giardino d'inverno
dall'alto soffitto di vetro, si sentono i loro passi rimbombare
lungo il corridoio in pietra con le sculture antiche, e alla fine
entrano nel sontuoso salone delle feste.
Il pubblico ha già preso posto e il Tokyo String Quartet è se-
duto sul basso palcoscenico con i leggendari Stradivari, gli stessi
strumenti un tempo suonati proprio da Niccolò Paganini.
I	quattro ospiti prendono posto intorno a un tavolo disposto
nel colonnato a lato del pubblico. Il più giovane di loro è un
uomo biondo e delicato. E quasi solo un ragazzo, ma l'espres-
sione sui volti degli altri lascia intendere qualcosa di diverso.
Presto gli dovranno baciare la mano.
Il	ragazzo si chiama Peter Guidi.
I musicisti si fanno un cenno d'intesa con il capo e inizia-
no a suonare il Quartetto per archi n. 14 di Schubert. Il mo-
vimento iniziale è di grande pathos, un sentimento soffoca-
to, una forza trattenuta. Un violino risponde con note dolo-
rosamente belle. La musica respira un'ultima volta per poi
fluire. La melodia è allegra, ma i rossi strumenti hanno allo
stesso tempo un suono pieno di dolore per le numerose ani-
me perse.


Ogni giorno vengono prodotti trentanove milioni di proiettili
per diversi tipi di armi. Secondo una stima al ribasso le spese
militari nel mondo ammontano a 1226 miliardi di dollari al-
l'anno. Anche se vengono prodotti enormi quantitativi di ma-
teriali bellici, continua a essere difficile riuscire a soddisfare la
domanda. I nove maggiori paesi esportatori di armi convenzio-
nali nel mondo sono i seguenti: USA, Russia, Gran Bretagna,
Germania, Francia, Paesi Bassi, Italia, Svezia e Cina.

fine.